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Ginger il gatto

Jenny conobbe Ginger il Gatto in una noiosa estate di qualche anno fa, quando in ufficio c’era poco lavoro e lei uscì a fumare la sigaretta delle dieci e trenta. Era solita fumare appoggiata alla vetrata, con la mano sinistra incastrata sotto il braccio con cui reggeva la sigaretta. Stava in piedi, con un piede incrociato sull’altro a guardare il caldo poggiarsi sulla strada. La visuale era sempre la stessa: la casa della signora Lelli, il magazzino di attrezzi edili e, più a destra, spostando lo sguardo, il nulla: una strada grigia, spoglia, vuota. Quando Jenny conobbe Ginger il Gatto, il nulla si tinse di arancione. Lo trovò seduto a guardarla da lontano, impassibile. La guardava fumare senza muovere un baffo.
“Finalmente una faccia amica” pensò Jenny spegnendo il mozzicone, ma quando fece qualche passo verso di lui per provare ad accarezzarlo, il gatto fuggì tra le auto parcheggiate. Pareva scomparso, dissolto nell’aria. “Accidenti”.
Il giorno seguente, alle dieci e trenta, Ginger il Gatto la aspettò, seduto nel suo angolo sul ciglio della strada.
«Perché non ti fai accarezzare?» chiese la ragazza, ma lui non rispose. Rimase al suo posto, pronto a scappare quando lei tentò per la seconda volta di avvicinarlo. «Va bene, ho capito, mi allontano. Ma non te ne andare».
Jenny e Ginger il Gatto, da quel momento, si diedero appuntamento ogni giorno, alla stessa ora. Chiacchieravano, chiacchieravano di tutto, così intensamente che Jenny perse la presunzione di invadere i suoi spazi. Il fatto di sapere che l’avrebbe trovato lì ad aspettarla la convinse che non avrebbe dovuto possederlo per gioire della sua presenza. Jenny lasciava libero Ginger il Gatto, e lui si sentiva libero di farsi trovare davanti all’ufficio, ogni giorno un poco più vicino.
Jenny gli lasciava una ciotola di cibo e una vaschetta con dell’acqua, sotto una tettoia di fianco all’entrata, felice di trovarla sempre vuota il giorno seguente.
Durante le rare mattine piovose, lei era molto triste. Usciva fuori a fumare con l’ombrello, ma Ginger il Gatto non andava a farle visita, e allora soffriva pensandolo tutto solo là fuori.
Provava a immaginarlo, seduto con la coda dondolante e gli occhi di un miele intenso. Non sapeva niente di quel gatto, eppure aveva come l’impressione che lui avesse le idee chiare su di lei.
Ci fu una mattina in cui Jenny ebbe dannatamente bisogno di Ginger il Gatto. Aveva piovuto per tre giorni consecutivi e non c’era stato modo nemmeno di salutarlo in lontananza. Ma quella mattina il sole era alto in cielo e Jenny scese in fretta dall’auto per correre in ufficio. Si fermò di fronte all’ingresso, impietrita, a cercare di scorgere l’amico all’orizzonte. Ma di Ginger il Gatto, nemmeno un’impronta.
Preoccupata, consumò le labbra in un richiamo felino, allungandosi fino al magazzino di fianco. La ciotola era ancora piena e i pensieri si fecero cupi. Non sapeva se soffrire di ansia o di delusione, indecisa tra le possibili spiegazioni della sua scomparsa. Accese una sigaretta, seduta sullo scalino all’entrata: in solitudine per la prima volta dopo molto tempo. “Si insomma, è solo uno stupido gatto” provò a dire il cervello al cuore, ma il cuore aveva tratto di già le sue conclusioni. Da quando l’aveva conosciuto, Ginger il Gatto non era mai stato in ritardo. Doveva essere successo qualcosa. Oppure semplicemente aveva deciso che non sarebbero piò stati amici. Era abituata agli addii, eppure le sarebbe mancato. Le sarebbe mancato come manca la speranza di possedere ciò che non hai, come manca la cioccolata quando sei a dieta stretta oppure come manca il sole quando piove da troppo. Con la differenza che il sole, prima o poi, torna sempre.
Spense la sigaretta a metà e così anche il flusso dei pensieri, fece un cartoccio e lo gettò lontano. I suoi colleghi forse si stavano chiedendo dove fosse finita. Entrò in ufficio e Stefano le parlò senza guardarla.
«Finalmente sei arrivata» le disse
Lei lo interruppe «Scusa, lo so ho fatto tardi. È che…»
«Finalmente sei arrivata» riprese lui «c’è qualcuno che ti sta aspettando da un’ora. Credo abbia fame!»

Ginger il Gatto dormiva, arancione, sulla sedia della sua scrivania.

Jenny lo lasciò sempre libero di andarsene, ma Ginger il Gatto ancora oggi si sente libero di restare.

 

Tratto da una storia vera.

Serena-Menghi

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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