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Giallo

Le primule ne sapevano una più del diavolo, sempre in terrazzo a guardare in giù.
Non successe mai che qualcuno le annaffiasse un poco di troppo.
Quel giorno, ne conobbero una nuova da raccontare.
Per molto tempo aveva aperto gli occhi nell’ombra del suo angolo in quella cucina color d’inverno.
Il caffè, il pane tostato, i calzini sul termosifone.
Piatti e bicchieri dormivano fino a tardi. Solo le tazze erano già sveglie all’alba e dal lavello a testa in giù gli rivolgevano i più caldi dei saluti, ma non scaldavano granché.
Tendeva l’orecchio per ascoltare le ruote delle auto calpestare le pozzanghere lungo la via, prima quelle davanti, poi quelle dietro. “Ha piovuto anche questa notte”.
Il vetro piangeva per lui, lacrime di rugiada. Alle sue spalle sempre pronto a sbattergli in faccia la verità, lo specchio gli mostrava il grigiore del suo volto.
Lui lo fissava e gli pareva per un attimo di nuotare in mezzo al riflesso del cielo, anche esso grigio.
“Il grigio è il colore peggiore” pensò.
Grigio non è bianco, ma non è abbastanza per essere nero.
Grigio è il colore dei capelli quando ti accorgi che la vita non è infinita.
Grigio è fumo negli occhi, se piangi e non lo vuoi dire.
Grigio è la roccia della salita più dura.
Grigio è tristezza, apatia.
“Grigio sono io che ho perso la purezza. Ho perso il bianco dei miei sogni. Mi sono perso nei ricordi, e non trovo più la via. Grigio sono io chiuso dentro queste quattro mura, chiuso dentro la paura di non essere mai più.”

Passava il tempo a vivere i rumori in quel mondo chiamato “Là Fuori”. Incantato, ascoltava la notte litigare con il giorno e poi ecco il rimprovero del cielo. “PO-PO-POOOM” e il silenzio. Le primule lo avevano chiamato ‘fulmine’. Così era arrivato il grigio, come un fulmine in una giornata felice.
E poi ci furono solo grandine e temporali. La pioggia suonava sulla tettoia, senza tregua, sinfonie di angoscia e il vento partecipava percuotendo i rami spogli degli alberi.
A parte questo, non c’era vita. Non più.

Né dentro, né fuori.

Ma poi arrivò, come tutto arriva, la parte bella della storia.
Un giorno poi cambiò, come tutto cambia, lo sfondo freddo dell’inverno.
Aprì gli occhi, stropicciandoli bene.
La luce colpì presto quella mattina.
La bella stagione finalmente aveva sciolto la neve sul davanzale della finestra. Le nuvole erano tornate a danzare in bianco là fuori, su una melodia diversa, gioiosa, quanto l’umore del cielo. Le salutò in lontananza, incredulo, dal suo angolo non più tanto cupo. Passavano leggiadre da un lato all’altro della finestra, così come le scene di un film in televisione.

E poi ecco che entrò, limpido, il Giallo.
Lo vide entrare con una prepotenza splendida, curandosi di abbracciare ogni centimetro.
“È così che arrivano le cose belle? Senza bussare?”
Si voltò per mostrare allo specchio la sua contentezza, quando invece vide se stesso di nuovo, e nuovo. La luce riflessa sullo specchio gli aveva disegnato addosso un abito giallo incantevole e di colpo si sentì capace di ogni cosa.
Il Giallo tornava sempre, anzi, non se ne sarebbe andato più. Ora poteva indossarlo, anche nella più spaventosa delle tempeste.

Sia dentro che fuori.

«Novità?» chiese la rondine alle primule.
«Questa è la storia» disse la più anziana «di un Tulipano bianco che un giorno scoprì di portare il colore del sole».

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Serena-Menghi

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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