Perché Mary Shelley ha scritto Frankenstein?

Rubrica: Prospettive Letterarie

Il tema dell’amicizia e della famiglia

Può un qualunque uomo rappresentare per me quel che era Clerval, o una qualunque donna può essere un’altra Elizabeth? Anche dove gli affetti non sono provocati imperiosamente da qualche merito superiore, i compagni della nostra infanzia mantengono un certo dominio sulla nostra mente che le amicizie successive difficilmente riescono ad ottenere. Loro conoscono le nostre tendenze infantili, che il tempo può modificare, ma non sradicare, e sono in grado di giudicare le nostre azioni arrivando a conclusioni più che fondate sulla sincerità delle nostre motivazioni. – tratto da uno dei dialoghi finali tra Frankenstein, ormai prossimo alla morte, e Walton, il personaggio investito del ruolo di narratore dell’intera storia.

Tra le tante tematiche racchiuse dentro il capolavoro di Mary Shelley, Frankenstein, quella dei legami famigliari e delle amicizie gioca un ruolo decisivo. È di importanza vitale per il protagonista non solo proteggere e, infine, vendicare le persone a lui care, ma come se fosse la storia rovesciata di Highlander, egli non riesce, non può continuare a vivere senza di loro.

Nella storia dell’immortale, tutti muoiono in quanto la vita ha una fine; Victor Frankenstein, invece, rimane solo perché tutti coloro che riempivano la sua esistenza e i suoi giorni, sono stati uccisi e proprio da quella creatura a cui lui stesso aveva dato la vita.

Questa storia, per quanto pazzesca, orribile, gotica, cruenta, è anche la storia scritta da una donna che sicuramente ha riversato molto della propria persona e della propria esperienza in essa.

Quando Victor Frankenstein, il protagonista che dà vita alla creatura sciagurata che si indentifica quasi in un suo doppio, perde tutti i suoi famigliari e amici, decide di spendere gli ultimi momenti della propria esistenza per vendicarsi della sorte avversa.

Spesso si leggono tante avventure, narrazioni o romanzi senza però approfondire mai, senza scavare alla ricerca del significato più analitico di una determinata vicenda.

Ho scelto la citazione, messa in apertura di questo articolo, proprio per provare a sviscerare almeno uno dei temi importanti per questa scrittrice, immeritatamente poco conosciuta e per molti anni oscurata dalla fama del marito.

A Mary Shelley è stata donata una vita piena di sofferenza e di morte. Cresciuta senza madre, morta in seguito alle complicanze del parto, ebbe quattro figli, dei quali solo uno raggiunse l’età adulta. Innamorata di suo marito Percy, le vengono regalati solo una decina di anni per conoscerlo e viverlo, in un periodo in cui la povertà è estrema e le critiche moralistiche sempre presenti.

Viva in una vita di morte e distruzione (anche la sorellastra Fanny e la prima moglie di Percy sono morte suicide), a Mary non rimane che rifugiarsi nella scrittura. Continua a vivere e continua a scrivere, ma non c’è per lei modo di ricucire l’esistenza o di formare un altro nucleo che le dia quell’affetto e quel calore che solo la propria famiglia può dare.

Non ci si ritrova, dunque, con questa storia in quella di Victor Frankenstein? Le modalità sono diverse, ma egli può essere visto come il doppio di Mary. Il doppio paradossale, ma che alla fine rimane solo e sfinito come lei. Mary dà la vita, ma la morte è più forte. Anche Victor dà la vita, ma ciò che crea è la personificazione della morte stessa. I cari della scrittrice vengono colti dalla fatalità, da un destino a cui lei non può ribellarsi, ma che deve semplicemente accettare. Allo stesso modo, il dottor Frankenstein è condannato a vedersi portar via tutti coloro che erano simbolo della sua felicità. Tuttavia, mentre Mary non può incolpare nessuno a parte Dio, il destino o la vita, Victor non può fare altro che incolpare se stesso, poiché egli è diventato personificazione stessa di Dio. Dunque, sapendo di non poter cambiare le cose, sceglie la strada inerpicata e impossibile della vendetta. Mary gli concede questa possibilità a lei preclusa e con la morte finale della creatura mostruosa, il cerchio si chiude. Morendo Victor Frankenstein non ci può essere un seguito per il mostro senza di lui, così come non poteva esserci un’altra vita per il dottore senza la moglie, il padre o il caro amico Clerval.

Nella frase “i compagni della nostra infanzia mantengono un certo dominio sulla nostra mente che le amicizie successive difficilmente riescono ad ottenere” c’è il punto di incontro tra i mondi dei doppi creati. Victor non potrà convivere con la nostalgia del mondo che gli è stato tolto dal suo doppio e Mary dà a Victor lo stesso naufragio, in cui lei si è ritrovata nella propria vita.

Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
La mia rubrica è Prospettive letterarie.
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