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«Si apre?»

Il sudore mi percorreva la schiena, anche lui zitto.

«Oddio Cate non dirmi che si apre».
La serratura sembrò non porre troppa resistenza, la fortuna ci aveva consigliato la chiave giusta.
La porta si aprì e Cate con la maniglia tra le mani si voltò a guardarmi con la stessa emozione di uno scassinatore alla sua prima serratura. Entrammo.

La storia di una persona parte ancora prima della sua nascita. Alberi genealogici con più radici di un’intera foresta danno forma ai suoi occhi, alla voce, alla rotondità delle narici.

La tua risata da chi l’hai ereditata? Te lo sei chiesto?

La storia di una persona è scritta sui muri in cui si è avvolta, nei campi che ha coltivato e nelle foto appese in cucina. Il fascino del bianco che abbraccia il nero, il color seppia del passato, l’odore di vissuto chiuso dentro le credenze. Un tempo le foto erano cosa ben rara, amo la spontaneità del ‘’buona la prima’’ – unica – e la pessima qualità di stampa che le rende così perfettamente imperfette, vive. Da un primo piano venuto male provi con la mente a disegnare un sorriso, chiedendoti se i pensieri di un tempo – le preoccupazioni – erano gli stessi che ora spengono il tuo. La carta tinta dal tempo che giallo lascia segni su ogni cosa, prende vita in mezzo alla stanza e racconta di amori, vittorie, quotidianità. La meraviglia della storia di una persona non andrebbe mai dimenticata. Scatoloni pieni di questo noi andavamo cercando.

Entrammo in casa e dentro di loro.
La casa dei nonni era disabitata da tempo. Il via vai di persone che ogni giorno entrava e usciva dalla veranda si era spento, spento era il lampione in giardino e così tutto il resto, da quando non c’erano più. Ognuno aveva portato con sè un pezzo di quella casa insieme al ricordo di un amore grande, lasciando però che un fermo immagine di quotidianità regnasse nel tempo in ogni angolo.
«Iniziamo da qui sotto» disse lei, aprendo il primo sportello del mobile in sala da pranzo.
«Bene» tossii fuori un po’ di polvere «cominciamo».
La nonna ci raccontava spesso di un posto segreto, un nascondiglio in cui custodiva e proteggeva un tesoro al quale mai eravamo riuscite a dare una forma. «Un giorno sarà per voi» aveva detto «tenetelo voi».
Così in quella sera d’estate avevamo deciso di scoprire quale altra meraviglia avevano conservato per noi.

Gli scaffali e i cassetti della sala da pranzo non contenevano nulla di nuovo.
«Guarda Cate» rimbombai da dentro il mobile «c’è una scatola».
«Leggi, svelta».
«SCUOLA ELEMENTARE… ANNO 1972…»
Ridemmo a lungo dei commenti delle maestre sul retro delle pagelle dei nostri padri e asciugandoci le lacrime tutto tornò come l’avevamo trovato.
«Ora capisco da chi ho preso il pessimo rapporto con la geografia».

Scene del passato dipinsero la cucina riflesse su bicchieri, sedie e cuscini, gli stessi su cui da piccole avevamo lasciato i sonni più innocenti.
Ci spostammo presto al piano di sopra dove ci accolsero i fiori della carta da parati in salotto. Guardai Cate per domandare al suo sguardo se anche lei stesse provando la mia stessa sensazione. Vidi presto mio padre e il suo seduti sul divano accanto ai nonni, che in silenzio ascoltavano alla radio il notiziario. Mi domandai come fosse stato abitare lì ogni giorno e come la luce avesse illuminato l’aria la domenica mattina. Quante parole le pareti avevano sentito. Tutto lì intorno raccontava una storia, una storia reale, inconsapevolmente anche nostra.
Sulla credenza di fianco al tavolo, un orologio da polso segnava – fermo – le sei e trenta, sei del mattino o della sera non ce lo disse mai.
Una delle pareti era tappezzata di foto, riconoscemmo i nostri occhi in due giovanotti spettinati.
«Qui non c’è nulla».

Sportelli e cassetti si lasciarono aprire, contenti della nostra visita.
In camera da letto taceva ogni cosa. I lenzuoli dormivano distesi all’ombra dell’imponente armadio color antico.
Ci immergemmo tra il profumo della nostra famiglia, assalite dall’inspiegabile emozione di chi scopre che c’è qualcuno che la gioventù l’ha già vissuta.
Chiesi a me stessa quante volte la nonna si fosse fatta bella aprendo l’anta dell’armadio e quante il nonno le avesse detto “lo sei’’.
Mi domandai quanto di non detto era rimasto impregnato nel cotone delle tende, “per quante notti il soffitto li avrà guardati aspettare il sonno?”

Se n’erano andati e qui tutto parlava di loro.

Ci scoprimmo a contemplare la stanza, tutte e due, dimenticando quello per cui eravamo venute.

Poi mi chinai.
«Cavolo, eccola» dissi senza respirare «forse l’ho trovato Cate, il tesoro!»
Posai la valigetta sul comò, liberandola da una gabbia di polvere. Riposava da anni sotto al letto.
«Aprila tu» fece lei.
«Serve la combinazione, accidenti».

Schiacciai tutti i pulsanti, tirai a caso ogni levetta e  – con la consapevolezza di non riuscire forse a farlo una seconda volta – la aprii, ma senza aprirla.
Avevamo tra le mani probabilmente lo scrigno della nostra famiglia, chissà quale cimelio, quale documento, gioiello. Chissà quale grandiosa scoperta avremmo posseduto per sempre.
«Apro?»
«Apri».

Sentivo il cuore di Cate battere insieme al mio, anche se in realtà – senza dircelo – il vero tesoro era ciò che ogni giorno quella casa aveva raccolto. Erano le impronte di una parte di noi, un libro di storia solo nostro, da studiare senza temere un’interrogazione.

Aprii la valigetta e sbirciai piano. Avrei voluto che il comodino scattasse una foto di noi e dei nostri volti increduli, impietriti di fronte al contenuto.
La chiusi e la riaprii di nuovo, nulla cambiò.

«Coltelli?» sbiascicai.
«Coltelli».

Ridendo di gusto ci buttammo sul letto, piene.
E Loro, lì sul muro a ridere di noi, vivi.

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Serena-Menghi

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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