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Fate pace col cuore se con la mente non riuscite

Ci si affaccia al mondo come starnutendo. È tutta una questione di compressioni, estensioni, tensioni e rilasci. Si nasce. Fluidi. Dall’acqua all’aria. Si affoga bevendo e forse si affoga respirando. Il sapore della madre è quello roseo e caldo della carne, della passione. Si nasce come esseri che poco differiscono dall’universo. Scrigni di cose semplicemente complesse, terribilmente complicate. Quando si nasce si distrugge il tempo. Questi fagotti rosa sembrano spaccare tutto. Sono come una graffetta che lacera la stoffa del reale e parallelamente lo unisce. Un sunto tra quando loro non c’erano e vivevi il tuo tempo e tra quando tu non ci sarai e loro vivranno il loro tempo.
Ecco quindi che questi chiodi misteriosi vengono sputati fuori dalla matrice dell’esistenza e vengono conficcati nel legno della vita. Quel legno duro le cui fibre sono fatte della stessa sostanza delle notti insonni in cui il tuo cervellino cerca di elaborare l’infinito in cui sguazziamo.
Noi li guardiamo.
Li osserviamo e li vezzeggiamo e li riveriamo mostrandoci solidi e superiori. E siamo scimmie che guardano scimmie allo zoo. Ci facciamo stupidi e fanciulleschi per mostrarci sicuri. Sicuri del nulla.
Noi li guardiamo.
Alla fine di questo, in queste poche righe che vorrebbero esplodere nell’aria per spiegarsi meglio, alla fine di queste piccole e sciocche elucubrazioni che davvero nella mia zuccotta di scimmia stanno strette e hanno il respiro corto. Alla fine di queste domande che sanno di tortura. Alla fine di questo dolore che ci porta il sorriso a cosa ci troviamo di fronte?
Ci troviamo di fronte a dei cretini, questa è la vita, che hanno la presunzione di decidere per un piccolo fagotto misterioso.
No IUS SOLI, dicono. Ma si può avere la libertà di parlare quando il cuore e la mente sono perennemente invase dalla paura? Davvero, fate pace col cuore se con la mente non riuscite.
Bambini, accettate i vostri limiti, andate a giocare in giardino e lasciate le cose dei grandi.
La fortuna è che da lontano arriverà sempre qualcuno, un poeta, un matto, un cretino, una scimmia impazzita. Eccolo, si avvicina, sostiene di dire cose:

“I tuoi figli non sono figli tuoi,
sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo,
ma non li crei.
Sono vicino a te,
ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore,
ma non le tue idee.
Tu puoi dare dimora al loro corpo,
ma non alla loro anima,
perché la loro anima abita
nella casa dell’avvenire
dove a te non è dato entrare
neppure con il sogno.
Puoi cercare di somigliare a loro,
ma non volere che essi assomiglino a te,
perché la loro vita non ritorna
indietro e non si ferma a ieri.
Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.”

Dice di chiamarsi Kahlil, Kahlil Gibran ma in fondo è una voce che ha avuto tanti nomi e che ne avrà altrettanti.

EsserCi (Stefano Cattani)

EsserCi

EsserCi è un nugolo di poche cose e ne vorrebbe essere ancora meno. Nasce come figlio, uno stato in cui non si riconosce tanto che inizia a crescere percorrendo una strada imprecisa sulla quale spesso e volentieri si perde.
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