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Estasi

Si poteva credere che fosse nata solo per quello. Ultima della sua razza, antica come la galassia, rifugiata su quel piccolo pianeta, meta ormai da millenni di un difficile pellegrinaggio. I suoi nomi erano infiniti. Bastava che la sua storia raggiungesse un angolo della galassia e la fantasia dei popoli faceva il resto. Regina di Saba, Salomè. Dalla Terra migliaia di accecati avventurieri erano partiti per quel viaggio impossibile. Nessuno era mai tornato. La creatura non aveva bisogno di darsi un nome. Era unica, anche se la compagnia non le mancava. L’universo andava a lei. O lui. O qualsiasi genere che traesse piacere dall’atto sessuale esistente nell’universo. Era compatibile con tutti e a ognuno prometteva la conoscenza della sensualità suprema, il sesso più incredibile. E l’orgasmo eterno.
Dalla terra partivano soprattutto uomini, maschi, e Stephen era uno di loro. Via con altri duecento compagni, alla volta dell’estasi. Li aveva visti morire uno dopo l’altro, tappa dopo tappa. In dieci, troppo pochi per governare la nave, si erano schiantati sul pianeta.
Stephen era l’unico sopravvissuto.
Non che gli importasse per la nave. Non sarebbe tornato indietro. Per i compagni, era più eccitante così. Si sentiva prescelto da lei. Da lei, sì, per un umano maschio era indubbiamente una lei e Stephen sentiva il suo canto che lo attirava. Attraverso il deserto. Attraverso le città abbandonate. Attraverso l’enorme ziqqurat, nella sala centrale, grande e buia. Lei era lì. Non la poteva ancora vedere, ma la sentiva. Parlò.
«Benvenuto, Stephen Trujillo del sistema Sol. Hai fatto un lungo viaggio per arrivare a me, tu che ti definisci umano».
Stephen si rendeva vagamente conto di sentire la sua voce direttamente dentro la testa. Solo il fruscio delle parole nella mente lo aveva portato a un parossismo di eccitazione. «Sì» confuso «sono venuto a servirti e venerarti e ti imploro di condividere con me il tuo segreto».
«Molto bene, Stephen Trujillo di Sol, ora saprai cosa spinge a me i popoli delle galassie. Il tuo piacere e la tua sorpresa saranno infiniti. Spogliati. Chiudi gli occhi. Non aprirli mai. I tuoi sensi ora mi appartengono».
Stephen si spogliò. E gli occhi li chiuse. Il suo corpo toccato, leggermente, investito da un calore umido, circondato da un profumo esotico. Venne immediatamente, ansimando. «Cazzo. Perdonami...»
Aprì gli occhi. Infiniti piccoli barbigli lo tastavano. Un’enorme grotta umida sopra di lui. Denti, file infinite di denti infiniti. Nell’ombra, un’idea di un interminabile corpo vermiforme.
Quasi urlò.
Qualche ora più tardi, la creatura si stava ancora lamentando. Maledizione alla sua gola. Eppure lo sapeva. Lo sapeva che quella buffa creaturina rosa era piena di ossa all’interno. Non era la prima di quella specie che attirava. Doveva assolutamente smettere di ingoiare. E cominciare a masticare con calma. Di malavoglia, e ancora dolorante, si preparò a lanciare un’altra rete telepatica nell’universo. Per attirare la sua prossima preda. Anzi, come dicevano su Sol? Il suo prossimo amante.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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