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Essere e non essere

Non ho niente da dire questa sera, assolutamente niente. È solo una sera qualunque, di un anno qualunque, e in qualunque modo io decida di riempire il mio tempo, nulla sarà in grado di darmi pace.

Ditemelo voi, cosa dite che io debba dire.

La maggior parte dei testi scritti narra di periodi bui, di sofferenze, di disgrazie, di drammi. Poi si cambia  scaffale e si legge d’amore, di grandi imprese, di eroi, di vicende che hanno cambiato per sempre il mondo. Ma ditemi un po', cari lettori, chi mai parla del tempo vuoto? Chi si prende la briga di farci sentire “normali”, di tanto in tanto? Scrivere non è mai semplice, ma di certo viene molto più naturale raccontare di un qualcosa che accade, che sia dentro o fuori all’immaginazione, prima o dopo una intensa sbornia. Le azioni si rincorrono tra loro, si mettono in fila; non si deve far altro che chiudere gli occhi, disegnarle col naso sulla parete e lasciare che prendano vita, per poi svilupparle sul foglio.

E io che questa sera non ho né idee, né sogni, né guai, né vicende interessanti da dirvi, sono forse spacciata? Dovrei segregare la penna dentro al cassetto, ma di certo farei peggio. Chiudere il rubinetto delle emozioni potrebbe funzionare, ma di quelle mi nutro, e sarebbe come mettere me stessa dentro a quel maledetto cassetto. Così parlo a vanvera, o dovrei dire scrivo a vanvera - posso dirlo? - solo per il gusto di scrivere. La penna corre più forte della mia coscienza, l'anticipa, tant'è che spesso devo tornare indietro di qualche riga per leggere ciò che penso. E così il foglio non è più bianco, e così una serata non è più vuota, e così qualcosa è successo, nell’insuccesso di un noioso lunedì. Qualche punto rimane a penzolare dalla punta della penna, perché non sono abbastanza ubriaca di sonno per lasciarmi andare del tutto. I flussi di coscienza sono pericolosi a quest'ora della notte, e lei lo sa - la mia coscienza.

Sarei curiosa di sapere in quanti sono ancora qui a leggermi, in quanti se ne sono andati e poi in quanti mi invieranno una mail con il numero “di uno bravo” come dicono i simpatici. Sì, insomma, ho già riempito due pagine di quaderno senza poi dire nulla. Che sacrilegio tacere, ai giorni nostri. Non avere un'idea, una teoria, un progetto in ballo, non è concepibile. È necessario fare, fare, fare, disfare, ma poi rifare, rifare e poi disfare di nuovo, ma hai fatto! Ed è l'unica cosa che conta.

Essere non basta più.

Be’, Signori, io ho smesso.

Ho smesso di lottare per essere qualcuno: sono comunque qualcuno anche se sono nessuno. Ho smesso di scolpirmi dentro, storie di cui non mi interessa fare parte, ho smesso di portarmi dietro un copione da sbattere in faccia - nella maniera quanto più credibile - a chi vuole sapere, senza volerlo davvero, chi sono.

“Io sono, e fattelo bastare” urlerei. La prossima volta lo farò.

Io sono, anche senza fare troppo, e faccio, anche senza essere troppo.

Essere è tanto, è tutto. Non servono grandi imprese. “Hai sentito, Coscienza?”

Questa sera sono, io sono. Sono seduta sulla poltrona verde a scrivere di niente.

Vi ho annoiati? Mi dispiace.

 

No, non è vero.

Serena-Menghi

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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