Dunkirk

Di Christopher Nolan, con Kenneth Branagh, Harry Styles, Tom Hardy, Cillian Murphy

Ci sono film che vengono presentati al pubblico, mesi prima dell’uscita nelle sale, con l’ingombrante appellativo di “capolavoro”. È il caso della nuova fatica di Nolan, alla ricerca della consacrazione dopo una carriera che, a 47 anni, può già definirsi eccezionale.

La storia è naturalmente nota ai più. A fine maggio del 1940, l’avanzata dei mezzi corazzati tedeschi ha letteralmente travolto le forze francesi e inglesi, che si ritrovano trincerate nella cittadina di Dunkerque (Dunkirk, per l’appunto, in inglese). A soli quindici chilometri dalla città, però, i nazisti vengono fermati da uno degli ordini più controversi di Hitler. Si parlerà di ragioni tattiche, molti invece penseranno poi al primo dei tanti tentativi di ricerca di pace del leader nazista con il Regno Unito. Fatto sta che agli inglesi, una volta concesso un momento di respiro, sarà possibile salvare il grosso dell’esercito, circa 400.000 uomini, dalla disfatta totale (grazie a uno sforzo enorme sia della marina militare che, soprattutto, civile) e, in prospettiva, gettare le basi di quella che poi sarà la sconfitta stessa del terzo Reich cinque anni più tardi. Probabilmente l’unica evacuazione della storia che, propagandata come vittoria, alla fine si è davvero rivelata tale.

Passiamo ora al film. Nolan mette in campo tutta la sua maestria e il suo amore per la narrazione psicologica e ci offre un film che parla sì di guerra, ma non è affatto un film di guerra. Innanzitutto la durata: poco più di un’ora e quaranta. Impensabile qualsiasi paragone con altri film che hanno fatto la storia, da “Il giorno più lungo” a “Salvate il soldato Ryan”, fino a “La sottile linea rossa”. Sembra un dettaglio da poco, ma è invece sostanziale. Il tempo serve quando si deve raccontare una storia, imbastirla, articolarla e svolgerla. Serve quando è necessario far emergere l’epica. Quello che vediamo sullo schermo invece è un grande affresco, un’istantanea, uno sguardo gettato nel calderone della seconda guerra mondiale e subito ritirato. Un affresco nel quale il regista “gioca” con i quattro elementi. Più uno. Quattro elementi ostili, la terra che impantana e dove c’è l’esercito tedesco (che non si vede mai), il mare che è salvezza ma è anche mortale, con i sommergibili (che non si vedono mai) in agguato. L’aria da cui piovono bombe e mitragliate. Qualche aereo si vede, ma è come se fosse un fattore naturale, impersonale come una condizione climatica avversa. Il fuoco che uccide: i proiettili, le bombe, gli incendi. Al centro di tutto Nolan sceglie quindi un quinto elemento, l’uomo. Credo di non aver mai visto un film che concedesse così tanto spazio ai primi piani. C’è azione, naturalmente, anche se non molta. Ci sono effetti speciali, molto ben fatti, ma passano assolutamente in secondo piano. Non è un film quasi muto, come pareva dai primi commenti degli addetti ai lavori, ma non è certo la parola a farla da padrona. Sono gli occhi, le espressioni, le emozioni. Nolan chiede moltissimo ai suoi attori e questi rispondono brillantemente. Anche, al netto delle ironie, Harry Styles degli One Direction, impeccabile nel ruolo di Alex.

Cosa vediamo in questo film, quindi? Piccoli atti, in realtà. Piccoli atti di umanità, di vigliaccheria, di coraggio, di dedizione. Quelli che probabilmente si sono visti a decine di migliaia sulle spiagge francesi in quei giorni. In questo, probabilmente, “Dunkirk” è il film di guerra più “vero” che mi sia capitato di vedere dai tempi di “Uomini Contro”, capolavoro sulla prima guerra mondiale di Francesco Rosi (con uno straordinario Gian Maria Volonté). Vediamo l’essere umano messo di fronte a scelte impossibili o, più spesso, proprio alla mancanza di scelte, prima ancora che vie di fuga. Vediamo il cedimento o la reazione di fronte alla rassegnazione. Come si diceva prima, una evacuazione non è una vittoria, è una sconfitta, e Nolan ce lo fa capire benissimo.

Dal punto di vista tecnico il film è semplicemente perfetto. Il regista sfrutta ampiamente lo sfalsamento temporale tra i vari punti di vista (e quindi i diversi piani di azione), il che al momento lascia un po’ smarrito lo spettatore, ma tutto è perfettamente tarato a portare i vari attori al crocevia di destini che li farà incontrare tutti, in un modo o nell’altro. Se proprio si dovesse trovare un difetto, direi che lo sfasamento iniziale tra quello che accade “in tempo reale” e quelli che sono, a tutti gli effetti, dei flashback, è leggermente troppo grande, ma si sta veramente cercando il pelo nell’uovo.

La prospettiva cambia di continuo dal fante che continua a cercare di sfuggire e viene inesorabilmente ributtato sulla spiaggia (Styles) al pilota di Spitfire che deve coprire la ritirata (un Tom Hardy in forma come al solito, praticamente sempre con in faccia la maschera da pilota – una citazione alla precedente collaborazione con Nolan, in cui interpretava Bane in “Il ritorno del cavaliere oscuro”? – che con i soli occhi dice un miliardo di cose. Meraviglioso), dal comandante coraggioso (un Branagh un po’ invecchiato, a dire il vero), alla coraggiosa ciurma di civili che salpa per salvare i soldati.

Questo non è un film di guerra. Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo. È un film sull’attesa, con una ambientazione di guerra. È attesa in ogni secondo, in ogni sguardo, asfissiante ed estenuante. È un film sull’umanità, profonda, fatto da un occhio a tratti spietato e a tratti quasi commosso.

Non so dire se sarà un capolavoro anche domani. La sensazione che si ha uscendo dal cinema, però, è che lo è sicuramente oggi.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Frase distintiva: Dunkirk è la metafora del mostro nell’armadio, dell’uomo nero sotto al letto. Quello che succede quando ti costringi a guardare se ci sia davvero, anche se ti rendi conto che avresti dovuto farlo molto tempo prima e ora è quasi troppo tardi. Quasi.

A chi lo consiglio: a tutti. Mai dimenticare.

Abbinamento suggerito: un tè caldo.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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