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Dopo la tempesta

Quel giorno rimasi sulla spiaggia a guardare l’arrivo della tempesta. Non c’era odio, non c’era follia nello sconvolgersi degli elementi. Soltanto assoluta, sovrumana indifferenza, come bambini sferzati per peccati che devono ancora commettere. Quando alla fine mi decisi ad andare via – dalla spiaggia, dal paese, da ogni singola cosa o persona capace di parlarmi di lei – a salutarmi restavano solo i vetri delle auto, chiazzati d’acqua e di sale dal vento, e le imposte sbarrate delle case. Tutto chiuso, sigillato, rinforzato, a proteggere dalla paura, a separare l’urlo del vento da quello delle televisioni.
Solo una finestra sbatteva ancora, la sua.
Rimasi lì, fermo al centro della strada, aspettando. Odiandomi. Aspettai mentre le prime gocce di pioggia cominciavano a colpirmi, mentre sabbia e polvere mi graffiavano gli occhi. Aspettavo di vederla un’altra volta ancora, solo un attimo, che lei mi vedesse mentre partivo, che mi urlasse di non farlo. Le finestre sbattevano e sbattevano, ma lei non arrivò a chiuderle.
Il primo tuono mi salutava beffardo. A fatica riuscii ad infilarmi nell’auto stipata di tutta la mia vita e lasciai il paese e il mare. Forse proprio in quel momento era alla finestra, ma non guardai indietro.
Non sono mai tornato, almeno fino a oggi.
Sono passati dieci anni.
«Per cambiare è cambiato poco. I negozi sono sempre quelli, turisti non ne arrivavano prima, figurati adesso che non ci sono soldi. Anche il sindaco è ancora lo stesso» ride Francesco, il barista che mi ha visto crescere, che mi ha visto giocare intere fortune in duecento lire ai videogiochi nel retrobottega, testimone o meglio dire complice delle prime sbornie. Anche lui è cambiato poco. Un po’ più grasso, un po’ più grigio, un po’ più scalcinato il bar, ma nella sostanza è tutto come una volta. Lui è lo stesso impiccione di sempre. «Abbiamo letto di te sui giornali, una volta ti abbiamo anche visto in televisione. La Carla ha tutti i tuoi libri». Carla è la moglie, oltre a essere quella che mi ha fatto da mamma dopo che morì la mia, dopo che mio padre sparì non so bene dove. «Non ti sei fatto vivo mai, la Carla c’è stata malissimo. Sarai anche diventato un grand’uomo, ma sei proprio uno stronzo».
«Hai ragione Francé». Sono sicuro che Francesco ci sia stato persino più male della moglie, ma ammetterlo sarebbe un attentato alla sua proverbiale virilità, lo renderebbe praticamente un busone. Certo che ha ragione, le uniche due persone che tenessero a me le ho gettate con il resto dell’acqua sporca. «Sono uno stronzo. Me ne dovevo andare, lo sai perché, poi il tempo passava ed era sempre più difficile prendere il telefono. Alla fine la cosa più semplice è stata mettersi da parte ed essere altro».
«Non parlare difficile con me» Francesco attacca qualcosa destinato a finire in un vaffanculo più che meritato, ma viene interrotto dall’ingresso della massaia perfetta, della donna che ha riversato tutto l’affetto per figli mai avuti su di me, che mi ha raccolto dopo ogni casino che ho combinato da ragazzo. La Carla, insomma. Lei mi sommerge, lo stesso fanno i ricordi.

Qualche ora dopo, finalmente in pace con loro e con il mondo, con in corpo una dose decennale di colesterolo – chissà che schifezze mangi in città, ha ripetuto Carla implacabile, tra una portata e l’altra – esco a completare la nuova comunione con il paese. Riconosco quelli che incontro, qualcuno mi saluta, tutti mi guardano. La giornalaia si fa autografare un mio libro. Una edizione economica orrenda, non mi ricordo di averla mai vista né tantomeno autorizzata. D’altra parte ultimamente sono stato molto distratto. Arrivo al mare e la sola novità degna di nota è l’unico bagno attrezzato, chiuso e abbandonato. La spiaggia ora è tutta libera, piena di conchiglie, legna e schifezze portate dal mare. Piatto e tranquillo, il mare, non come l’ultima volta che l’ho visto. Deserto. Arrivo fino al bagnasciuga e lascio liberi i pensieri di correre avanti, in acqua, sperando che non tornino tutti ad affollare la mia mente.
«Sei qui in vacanza?» Mi hanno chiesto Carla e Francesco.
«Non lo so».
«Sei qui per restare?»
«Non lo so».
«Perché sei tornato?».
«Non lo so, davvero. So solo che dovevo farlo».
«Lei è ancora qui, sai?» dice Carla sfidando l’occhiataccia del marito «non è mai andata via».
«Non mi interessa. È passato tanto tempo».
«Certo». Certo che stai dicendo cazzate, dice quel tono.
Perché sono tornato? Non avevo dubbi quando è stato il momento di andare via. Via da questo posto, scrittore, ma avrei potuto scrivere anche qui, non siamo nel medioevo. Via per vedere il mondo. Certo, come no. Aeroporti e luoghi senza volti da ricordare. Successo? Il mio nome dappertutto, una casa enorme che la donna delle pulizie si gode molto più di me, un frigorifero come custode delle continue scadenze dei suoi tesori, un letto rapido a disfarsi delle donne che lo ingombrano. Sono un fallito di successo, è per questo che me ne sono andato, tanto peggio per lei che non è voluta venire via con me. Fanculo a lei e alle sue idee, alle sue radici, alla sua calma e ai suoi sorrisi e alle sue lacrime. Non mi ha detto resta, non mi ha detto niente. Era indifferente come la tempesta, quel giorno. Gliel’ho fatta vedere io. Fanculo.
Allora perché sono tornato?
«Devi fare un salto su in sede, domani. C’è la riunione con gli sponsor per il tour promozionale». Il dovere mi ha trovato, alla fine. È buffo, eppure non riesco a ricordarmi l’ultima volta che il mio editore si sia degnato di parlarmi di libri, fossero pure quelli degli altri. In compenso sono il suo prodotto di punta. Bofonchio qualcosa simile a un sì e riattacco.
Sono qui da due mesi, ormai, e ancora non ho capito cosa sia tornato a fare. Occupo la casa dei miei, in fondo l’ho sempre pagata, giro, prendo il sole, non scrivo una riga. Se non fossi quello che sono direi che mi limito saggiamente a esistere. L’ho vista, naturalmente. In giro, al mercato. Sorride, forse, un cenno con la mano, un giorno che quasi sbattevamo l’una contro l’altro mi ha anche detto ciao. Subito dopo ci siamo allontanati alla massima velocità concessa dalla decenza. Non ci siamo mai parlati, non serve, è davvero passato tanto tempo, è una storia vecchia.
La sogno quasi tutte le notti.
Tanto vale approfittare della chiamata alle armi per tornare in città. In fondo che resto a fare? Carico le borse in auto, assicuro che non sparirò di nuovo a Francesco e Carla, che nel frattempo è tornata ad essere La Carla. Certe abitudini sono come cicatrici che tornano a mostrarsi appena ti abbronzi. Vado a salutare il mare. Oggi è arrabbiato, tira un gran vento, ma non c’è tempesta, non c’è nemmeno una nuvola. Nessun senso di déjà-vu mentre torno alla macchina, non si sta ricreando la partenza di dieci anni fa, le strade non sono deserte e le imposte non sono sbarrate.
Una finestra, però, sbatte. Di nuovo. Di nuovo non posso fare a meno di restare lì a fissarla come uno sciocco, attendendo. Attendendo cosa, che lei compaia? E anche se fosse? È una storia vecchia, morta e sepolta.
Vorrei ridere della mia idiozia e andarmene ma proprio in quel momento, come un cliché che non mi sognerei mai di mettere in un mio libro, lei appare.
Mi guarda, mi sorride. Non chiude la finestra.
È ancora bellissima.
Ci fissiamo come due ragazzini, il tempo sufficiente ad accorgermi che la tempesta ha cambiato suono, come quando va a spegnersi. Quella dentro, quella che mi porto dietro da dieci anni. Fuori il vento si è fatto ancora più forte, ma il sole splende.
Dovevo andare da qualche parte, dovevo fare, dovevo. Non importa.
Sono tornato a casa.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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