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Distruggiamo i piedistalli!

No io non ci sto. Davvero, non ci sto più. Dai...
Non è più accettabile un modo così cieco e distante di vedere le cose. Intendo, o almeno ci provo, che è l'ora di distruggere qualche monumento. Ma più che monumento direi qualche piedistallo. Perché in fondo, quando mettiamo le cose su di un piedistallo le allontaniamo da noi, mettiamo una distanza immaginaria tra noi e loro. È come se mettessimo qualcosa dentro una teca di vetro e la rendessimo intoccabile. Sterile. Una robetta che non può interagire con noi e viceversa. Ecco, io sono un primate semplice.
Le cose le devo mangiare per capirle, come diceva un certo gruppo musicale

(I Ministri tanto per dare un aiutino).

Da bravo primate quindi le cose devo viverle e per viverle appieno non posso evitare di immaginarle a un livello così vivo e colorato da starci praticamente dentro. È così che ho sempre fatto con la poesia. Per capirla e viverla bisogna che la strappiate dal piedistallo e vi ci mettiate un po' dentro. Ora facciamo un gioco.

Ho vent'anni e ne ho viste parecchie. Sono un tizio alto come un cipresso, se posso mi scaldo e credo in alcune cose così fortemente da scatenare tutta la furia che ho addosso per difenderle. In me vige una forza rivoluzionaria d'acciaio e grano. Ragazzi, qui è estate, giorni freschi e sereni, serate lunghe e da sogno. Ci sono solo due cose che regolano il tempo dei vent'anni. Amore e rivoluzione.

Io credo alla rivoluzione e io credo all'amore. Non solo all'amore di questa donna, io credo all'amore che libera l'uomo. Ma lei è lì, che mi danza davanti mentre dietro i suoi fianchi il tramonto esplode. Siamo io e te... E le rane...

Sì, siamo io e te e le rane. È un concerto il loro gracidare, il degno accompagnamento alle foglie e all'erba di questa radura che ci si apre agli occhi. Oltre noi un treno che brontolando arriva schiumando fumo nero e cigolii. Io ti guardo, seduto su questo scomodo marciapiede. Sembra che ci siamo, questa è la vita ragazza mia. E in lontananza, nella piazza di questo paesino, una banda di campagna strimpella un’allegra mazurca. Mi mandi baci ragazza mia, sprecali tutti questi baci. Voi invece! Stupidi! Scendete dai palazzi, venite qui con noi, leggeri come l'aria a luglio, scendete a respirare! Vino e rivoluzione! Vodka e amore!

È luglio, 1913, ho vent’anni, mi chiamo Vladimir, Majakovskij Vladimir, e magari più tardi quando l'aria di questa sera d'estate mi farà soffocare nella mia stanzetta, scriverò due versi!

 

La fanciulla spaurita s'avvolgeva nella palude,
lugubri dilagavano le cadenze delle rane,
tra i binari ondeggiava un chissà di rossastro,
e, rimbrottando, passavano tutte boccoli le locomotive.

Fra coppie di nuvole, attraverso lo stordimento solare,
irrompeva la furia d'una spensierata mazurca,
ed eccomi, torrido marciapiede di luglio,
mentre una donna getta baci come cicche!

Abbandonate le città, stupida gente!
Andate nudi a versare al solleone
vini ubriachi negli otri-petti,
pioggia-baci sulle braci-guance.

 

Ecco, io sono un primate semplice. L'ho vista così come ve l'ho descritta. Ma pure voi potete descriverla come la vivete e ammettere alla fine che 104 anni ‘sti versi se li portano bene.

EsserCi (Stefano Cattani)

EsserCi

EsserCi è un nugolo di poche cose e ne vorrebbe essere ancora meno. Nasce come figlio, uno stato in cui non si riconosce tanto che inizia a crescere percorrendo una strada imprecisa sulla quale spesso e volentieri si perde.
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