Il disagio di non essere come gli altri

Rubrica: Copywriter: distruzioni per l’uso

I miei genitori non sanno che lavoro faccio. Ci ho provato, lo giuro. Ho tentato di uscire allo scoperto e ammettere che mi occupo di pubblicità, ma alla fine non me la sono sentita. Voglio dire, mio padre voleva diventassi una ragioniera. Come potevo infrangere la sua speranza di vedermi, un giorno, indossare un tailleur di Armani seduta dietro al vetro di uno sportello bancario? Ero consapevole che gli avrei spezzato il cuore. Oddio, qualche avvisaglia c’è sempre stata e lui avrebbe anche potuto capirlo da solo che io sto alla matematica come d’autunno sugli alberi le foglie. Se alle elementari il professore di tua figlia è costretto a spiegarle la soluzione di un problema per sette volte e all’ottava comincia a prendere a testate la cattedra, fattele due domande. Chiunque, guardandomi, avrebbe intuito che erano maggiori le mie probabilità di scoprire dove diavolo si trovi la Kamchatka e invaderla lanciandomi da una funivia, piuttosto che venire assunta da un istituto di credito. Intendiamoci, io non ho niente contro i bancari. Ho tanti amici che lavorano in banca, ma ritengo che certe cose siano semplicemente contro natura. Quando si sono mai visti, in tutto l’universo, due cateti accoppiarsi sull’ipotenusa? Il Teorema di Pitagora è immorale. La Bibbia parla chiaro a tal proposito e spiega che, quando finisci in un triangolo, sei un peccatore destinato all’inferno.

Avversione per la matematica a parte, vorrei venisse messa agli atti l’aggravante di vivere in Romagna, terra del “ades im ciapa per e cul” (traduco per i non autoctoni: che figura ci faccio con gli amici al bar?) e del “cuscl’è e copy?” (quali mansioni ricopre il copywriter?). Rammento l’ultima volta che ho tentato di spiegare a quella che all’epoca era mia suocera, una corpulenta Azdora di settant’anni, che scrivevo testi pubblicitari. Dopo venti minuti di articolati esempi e appropriati riferimenti a spot televisivi alquanto famosi, uno sguardo bovide ha conferito il giusto accento alle sue perplessità «mè an’ho ancora capì che lavor che tfè!» (Temo di non aver completamente compreso in cosa consista il tuo impiego). A quel punto ho gettato la spugna «Le fotocopie. Faccio le fotocopie.» Ma la vacuità del suo sguardo non è cambiata.

Ora, non dico che siano tutti così ma, considerando che tra i miei clienti rientrano piccole attività e che gli esemplari peggiori sono arrivati al punto di far levare l’insegna per risparmiare sulle tasse pubblicitarie, diventa facilmente comprensibile il grado di competenza generale in questo settore. Parlare di headline, reason why e pay off al proprietario di un chiosco di piadine può innescare il fatale lancio della teglia incandescente o l’insorgere di un aneurisma. In breve, o t’ammazza o muore lui.

Se poi corri come un gatto di piombo, perché rischiare? Meglio conformarsi e inventarsi una professione qualsiasi, anche per risparmiare un dispiacere a tua mamma. Confessare di essere un copy potrebbe farla sentire responsabile per tutte quelle volte in cui, da bambina, ti ha dato un libro da leggere anziché piazzarti davanti alla tv. In fondo l’ha sempre saputo che non ti piacciono i lavori normali, ma che bisogno c’è di farla piangere? Senza contare che per qualcuno essere un copywriter è una devianza, una malattia che va curata e, in questi paesini di provincia, rischi l’emarginazione. Voci non confermate sostengono che in altre aree d’Italia, soprattutto nelle grandi città come Milano o Roma, si possa essere copywriter alla luce del sole, senza correre il rischio di venire giudicati o discriminati. Si mormora, addirittura, che le agenzie pubblicitarie più importanti se ne facciano un vanto e che queste figure professionali ricevano compensi da capogiro, tanto da potersi permettere auto di lusso e seconda casa al mare. Spero che un giorno, anche qui, l’essere copy non faccia più notizia e si possa vivere tutti insieme nell’uguaglianza delle remunerazioni. Per il momento, i miei genitori pensano che io sia una giornalista. E io glielo lascio credere.

Penna Avvelenata

Sono una copywriter. Mi guadagno da vivere scrivendo testi pubblicitari e tentando di far ragionare clienti malvagi che dicono cose come “Il testo non serve, tanto non lo legge nessuno”... Leggi la mia biografia oppure