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Di testa e di pancia

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Vi capita mai di sognare? Domanda sciocca naturalmente, certo che vi capita. Ve la faccio perché è proprio da qui, dal sogno, che parte la nuvoletta di oggi.
Perché vedete, da qualche tempo i miei sogni sono cambiati. Ho sempre sognato poco, o meglio, ho sempre ricordato poco di quello che sogno, però gli elementi fondamentali sono sempre stati abbastanza costanti. Un ritmo adrenalinico, una regia efficace, un coprotagonista famoso e almeno alcuni di questi elementi: zombi, alieni malvagi, kung-fu, combattimenti, scenari innevati (per far derapare le automobili, mica per altro) e così via. Insomma, tanto per capirci ho sempre fatto dei sogni estremamente tamarri e terrificanti, ma di quel terrificante divertente. Per dire, una volta è uscito David Carradine zombi dal bagno di casa mia, abbiamo ingaggiato uno scontro serrato a colpi di kung-fu distruggendo buona parte dell’arredamento e, dopo avermi sconfitto, mi ha trasmesso degli importanti insegnamenti Zen.

Cose così, che ti faranno anche dubitare della tua sanità mentale, ma sono comunque un bel risparmio sul cinema.
Da qualche tempo, dicevo, i miei sogni sono cambiati. Diciamo che sogno quasi sempre la stessa “cosa”, la stessa situazione o persona – lascio la cosa volutamente ambigua – che in modi diversi mi causa disagio o dolore.
Al contrario degli altri (anzi, se tra voi c’è uno psicologo che vuole provare a interpretarli, quelli, le o gli pago volentieri da bere!) questi sono di facile comprensione. Ti infili in una “cosa” riguardo la quale nutri in realtà parecchi dubbi e il tuo subconscio approfitta del sonno, cancella la meravigliosa programmazione precedente e ti manda segnali d’allarme.

Che noia, direte voi. Sono d’accordo, chi non preferirebbe fermare una invasione di alieni insieme a Sherlock Holmes e Magalli (come l’altro, anche questo sogno è verissimo)? Però è utile per parlare di qualcosa che riguarda da vicino l’approccio alla scrittura e forse, più in generale, all’arte:
le scelte ben ponderate non sono mai quelle migliori all’inizio. Le scelte ben ponderate sono sempre le migliori alla fine.

Mi spiego. Scrivere, all’inizio, è una cosa profondamente di pancia. L’approccio alla storia è un sentimento animalesco, che va a toccare quei punti profondi del nostro animo, che ci lacera e ci esalta. Buttarsi, buttarsi sempre è la cosa necessaria, rischiare di bruciarsi, di farsi male, di danzare sul cornicione. Nascono così le storie migliori, con la disponibilità al confronto con quello che più ci turba o addirittura ci sconvolge. In due parole, all’inizio scriviamo solo e solamente per noi.
Arriva però la seconda fase. Finita la parte di pancia, arriva quella di testa. Finito di scrivere per noi, cominciamo a scrivere per gli altri. È a questo punto, aridamente definito di “revisione”, che cominciamo a fare i conti, a limare, a ripulire, a ragionare.
Non ci sono alternative: una buona storia, per poter nascere, deve affrontare entrambe queste fasi. Chi le scrive, le storie, deve affrontare entrambe queste fasi. Non è facile, a volte nemmeno gradevole.
Però si fa.

Perché oggi vi ho raccontato queste cose? Per due motivi, in sostanza.
Il primo riguarda sé stessi: se avete una pulsione che vi spinge a creare qualcosa, anche se vi spaventa, seguitela senza pensarci troppo. Tanto non vi lascerà in pace comunque fino a che non l’avrete fatto.
Il secondo riguarda gli altri: anche se volete loro bene, non sempre farete loro un favore sconsigliando di buttarsi a capofitto in quella che sembra una pazzia. Di certo è più faticoso aiutare qualcuno a rialzarsi che impedirgli di cadere, ma è anche segno molto più concreto di affetto.
Non sono sicuro che stiamo ancora parlando solo di scrittura, ma facciamo finta di sì. Restiamo leggeri, che fa caldo!
E io, cosa farò con quella “cosa”, situazione o persona volutamente ambigua che sia? Mi pare ovvio: voi cosa fareste di fronte a un’invasione di zombi alieni e con al vostro fianco dei personaggi inesistenti (o, occasionalmente Magalli)?
Si va alla carica!
Per ragionarci su, per usare la testa, la fase giusta è sempre quella successiva.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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