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Crederci è metà dell’avere, provarci è l’altra faccia dell’essere

Rubrica: Prospettive Letterarie

Disoccupazione giovanile al 37% VS. i 70 chili di peso trasportati dall’asino irragionevole.

Ventottenni, trentenni, ma anche ventiduenni, ventitreenni, insomma una generazione. Ragazzi e ragazze che hanno studiato e hanno raggiunto traguardi che i loro genitori nemmeno potevano ambire. Giovani che ancora studiano, vanno a scuola o all’università con il desiderio di costruirsi un futuro degno dei loro sogni. Ancora: ragazzi che hanno deciso di inserirsi giovanissimi nel mondo del lavoro, chi lasciando la scuola, chi dopo il diploma. Vedete varietà in questo esiguo elenco, non è vero?

Io no. Credo che la barca sia la medesima per tutti.
Se hai sempre e solo lavorato non hai una laurea e non sei considerato abbastanza acculturato o intelligente per certi tipi di lavoro. (ATTENZIONE: avere una laurea non significa essere intelligenti. Intelligente è colui che usa il cervello, non chi mastica un vocabolario e lo ingoia col peso dell’arroganza).

Se, invece, hai studiato e ti sei impegnato anima e cuore per ottenere un qualche pezzo di carta da incorniciare, sicuramente è qualcosa di cui essere fieri, ma rimane il fatto che non hai esperienza nel mondo del lavoro. Il tempo impiegato sui libri ti ha assorbito e non è stato utilizzato per imparare un mestiere.

Una piccola parentesi andrebbe aperta per i migliori di questo lungo elenco: chi studia e lavora, ma se stai studiando, il lavoro che fai per mantenerti non è di sicuro quello per cui ti stai preparando con lo studio (almeno nella maggior parte dei casi è così), quindi siamo sempre da capo.

Ora vi racconto la storia dell’asino che porta 70, 80 o 100 kg di peso ma non ragiona, anzi non lo faccio io, lo fa Ignazio Silone in Fontamara. Ebbene: siamo nel periodo fascista in un paesino immaginario del Sud Italia. Ad un certo punto del romanzo si narra di una nuova ordinanza del podestà: in tutti i locali pubblici è vietato parlare di politica. I fontamaresi sono dei “cafoni”, cioè dei contadini analfabeti, sfruttati e derisi da un manipolo di galantuomini, esponenti del governo locale. Subiscono una serie infinita di ingiustizie nella loro vita. A causa dell’ignoranza che li contraddistingue, purtroppo è molto semplice prendersi gioco di loro e ingannarli. Tutto ciò che possono fare è parlare delle disgrazie che accadono, raccontarsele a vicenda e farsi sostegno, non riuscendo però a trovare un modo per migliorare la situazione.

Quando arriva il nuovo ordine non lo capiscono nemmeno: non sanno in fondo cosa sia la politica. Così, perché la legge venga rispettata, si modifica il cartello affisso contenente l’ordinanza con: “Per ordine del Podestà sono proibiti tutti i ragionamenti”. Non si può più ragionare di lavoro, tasse, salari, leggi, bisogna tacere e non ragionare più. Dal momento in cui lo fai, il che significa “dal momento in cui inizi a lamentarti”, non possono venirne fuori altro che guai. Si deve fare come l’asino che porta peso: lui non comprende, o forse fa finta, esegue e basta. Di sicuro non verrà picchiato o punito e in cambio chiede solo un po’ di paglia da mangiare.

Berardo Viola, uno dei personaggi più importanti del romanzo e “cafone intelligente” (cioè che usa la testa), sostiene che coi padroni non si possa ragionare. «Tutti i guai dei cafoni vengono dai ragionamenti. Il cafone è un asino che ragiona» afferma. Quindi come si fa, non si deve ragionare? Certo che lo si deve fare, ma agendo in silenzio e senza lamentarsi.

Berardo è convinto: «Un padrone non si fa mai commuovere da ragionamenti. Un padrone si regola secondo l’interesse. […] Per la pulitura del grano, la paga dei ragazzi è stata scesa da sette a cinque lire. Dietro mio consiglio, i ragazzi non hanno protestato, ma invece di sradicare la gramigna, l’hanno semplicemente ricoperta di terra. Dopo le pioggie d’aprile i padroni si sono avvisti che la gramigna era più alta del grano. Quel poco che credevano di aver guadagnato diminuendo la paga, lo perderanno dieci volte fra alcune settimane, quando trebbieranno. […] È inutile protestare. È inutile discutere. Non c’è una sola maniera di mietere il grano, ma dieci maniere: ogni maniera corrisponde a un determinato salario. Il salario è buono? La mietitura sarà buona. Il salario è cattivo? La mietitura sarà pessima».

I giovani di oggi sono un po’ come i fontamaresi, ma al contrario: sono istruiti, hanno voglia di fare, imparare, lavorare. Si dà la colpa al sistema, allo stato, alla crisi, all’economia, ai politici, ma come ribadito anche nell’ultimo editoriale, sul Grafema Magazine non si parla di politica.

Eppure in un modo o nell’altro vengono sempre sfruttati e trattati come l’ultima ruota del carro, non capendo mai e poi mai che in verità è il contrario.

Le mie parole non vogliono essere un inno alla rivolta… o forse sì, a pensarci bene. Ma con rivolta non intendo l’andare in piazza a sbandierare due/tre cartelloni, anche perché poi finisce sempre allo stesso modo: “i giovani non hanno voglia di lavorare”; “questi sono ragazzi nati nel benessere e si lamentano”; “ai miei tempi…”

Be’ caro signore o cara signora che parli dei tuoi tempi come se tutto fosse stato migliore e la gente avesse avuto più voglia di fare. Ai nostri tempi non è tutto più facile per niente. Ai nostri tempi ci sono difficoltà che ai tuoi nemmeno esistevano. Ai tuoi tempi c’era la guerra? Ai nostri anche, si chiama terrorismo.
Ai tuoi tempi c’era l’emigrazione? Ci si adattava al lavoro che c’era? Anche oggi, anche oggi!
La gente non vuole capire che sembra tutto diverso, ma invece rimane sempre tutto uguale! (Gattopardo docet). L’unica cosa su cui non posso dire niente, è che in linea di massima oggi gli italiani non muoiono di fame.

Ai giovani allora dico: RIBELLATEVI. Ma non fatelo da stupidi, fatelo da intelligenti. Non serve a nulla lamentarsi. Dimostrate che ce la potete fare e inseguite i vostri sogni. Vi auguro che si avverino e se ce la metterete tutta, sicuramente un domani sarete fieri di voi stessi.

Dimostrate che si sbagliano. Anche se è difficile, anche se effettivamente i problemi lavorativi sono grandi, non mollate. La ruota gira per tutti.

Siate severi con voi stessi, non accontentatevi. Continuate a studiare anche se state lavorando, imparate dagli errori. Vi butteranno giù mille volte, ma rialzatevi sempre. Fatelo per migliorare, per essere pronti in ogni caso, perché la vita vi metterà continuamente alla prova, ma sarà sempre una prova per dimostrarvi che ce la potete fare.

Io ci credo, fatelo anche voi.

Buona vita.

 
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Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
La mia rubrica è Prospettive letterarie.
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