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Corri. Svegliati. Corri.

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Questo è un bel momento. Stiamo facendo una cosa che amiamo, siete in tantissimi a leggerci e siamo in tanti a scrivere nel Magazine. Uno di quei momenti in cui sembra che le cose non possano che migliorare. Uno di quei momenti in cui, un paio di conti, te li fai. Un momento di consapevolezza e di prospettiva (ri)trovata, insomma. Scattano le sirene, suonano gli allarmi, perché è proprio uno di quei momenti in cui, invece di goderti il presente scappi avanti, o indietro, chissà.
È proprio di quei momenti che vi voglio parlare oggi.
Quanto è ironico pensare alle tonnellate di sovrastrutture che ci costruiamo addosso per separarci dal presente. Ci incateniamo giorno dopo giorno a costrutti sempre più oppressivi. Qui siamo troppo vecchi, lì mancano i soldi, laggiù siamo tristi e depressi ed incapaci di relazionarci. Tanti piccoli gironi che provvediamo con un certo gusto ad infarcire di benaltrismo. Sono altre le priorità. Ben altro ciò che dovrebbe occupare i tuoi pensieri in un dato momento. Assolutamente qualcosa di diverso quello in cui dovresti mettere le energie. Chissà, forse sotto sotto la semplicità elementare di molti aspetti della vita ci terrorizza. Quindi ci frustriamo a vicenda - ma soprattutto lo facciamo da soli, con noi stessi - facendoci sentire in ogni momento fuori luogo e fuori posto.
Siamo eternamente quelli che arrivano al cinema il minuto dopo che l'ultimo biglietto è stato venduto.
Bene.
Il cinema è mezzo vuoto. Fessi che siamo.
La verità è che la vita è complicata. Complicata, sì. Mettere assieme carne e spirito, passioni e paure, amori e solitudini, la poesia e la pancia che brontola per la fame.
La vita non è complicata, è un casino.
E proprio per questo è una figata.
Da bambini - almeno quelli della mia età, i non trenta-quarantenni si trovino una metafora adatta, mica posso fare tutto io! - da bambini, dicevo, andavi al bar sotto casa con le tue poche monete, orgogliosamente, "a giocare ai videogiochi". Non ti ponevi il problema della difficoltà. Sapevi che sarebbe diventato via via più tosto livello dopo livello. Sapevi anche che non avresti vinto nulla, se non il poter mettere tre letterine del tuo nome in una classifica. Non te ne importava nulla, quello che contava era il gioco. Il presente.
Poi siamo diventati più grandicelli. I giochi sono entrati nelle nostre case, nei nostri Commodore, negli Amiga, nei Pc e nelle consolle. Ognuno di essi dotato di quell'infida e devastante opzione.
Seleziona la difficoltà.
E lì l'importanza formativa dei videogiochi, perdonatemi, è andata in vacca. Da fatalisti vichinghi, consci che le cose si sarebbero fatte sempre più dure schermata dopo schermata, ci siamo trasformati in tanti piccoli commercialisti, bisognosi di sapere a priori la difficoltà e l'impegno richiesto. Manco ci avessero dovuto pagare.
Non faccio dietrologia.
Ok, sì, è dietrologia, ma siete entrati in una sala giochi, ultimamente? Il gioco che va per la maggiore è quello di infilare monetine in macchine piene di altre monetine, sperando che ne cadano un numero maggiore di quante ne infili. Penso che a furia di preoccuparci per l’Alzheimer da vecchi, ci sia sfuggita una qualche malattia che ci rimbambisce da giovani.
Perché sto scrivendo tutto questo? Un po' perché questa metafora mi piaceva e da due righe l'ho fatta diventare di venti. Un po' perché, appunto, è una metafora. Facciamo lo stesso nella vita di ogni giorno, per ogni cosa, grande e piccola.
Non ci godiamo più le sfide quotidiane, godendo della loro difficoltà. Giochiamo se sappiamo controllare il livello del gioco, altrimenti infiliamo monetine. Che diamine, prima o poi ne scenderanno più di quante ne abbiamo messe.
Svuotiamo i nostri giorni in quella macchina di non vita, aspettando che dal buco cadano mesi di esistenza godereccia.
Intanto, lì fuori, tutto corre. Corrono le soddisfazioni, corrono le esperienze e le scoperte, corrono le opportunità di crescere, corrono gli amori. Tutte queste cose corrono, non sono legate a quelle sovrastrutture da consolle che ci siamo creati. Sono cose complicate, ma hanno una base semplice, a ritmo con il ritmo del mondo. La loro velocità è quella corretta, siamo noi che ci siamo imbolsiti a furia di fregarci con le "priorità", regolarmente sempre altre, sempre diverse, sempre scuse per tirare indietro la mano dal tram che sta passando in quel momento. In attesa di un altro tram. Soprattutto in attesa di un'altra prioritaria scusa che ci faccia perdere pure quell'altro, di tram.
Questo è quanto. Ho fatto dietrologia e adesso pure la morale, simpatico come un ibrido di Massimo Fini e Giulietto Chiesa.
Ora vorrei dirvi che, dopo la consapevolezza, io ho capito tutto. Che so quel che si deve fare.
Sciocchezze. Sono più imbolsito di tutti voi messi insieme.
La vita, là fuori, prosegue con la sua solita, complicatissima, estenuante, meravigliosa ed eccitante velocità. Bisogna tornare a essere veloci. Correre correre correre finché il cuore ti scoppia e torni a sentirti vivo.
Scrivere è anche questo, quel senso di esplosione che se ne frega di tutto ciò che è stato, di ciò che verrà.
Che ne dite, andiamo ad allenarci?

Photo credit: George Sheehan

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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