C’è un tempo per tutto

Rubrica: Pillole di scrittura

Bentornati all’appuntamento con le pillole di scrittura. Oggi parliamo di un argomento veramente rapido ma altrettanto fondamentale: i tempi verbali, o meglio, della scelta del tempo verbale principale di una narrazione. Per quanto la nostra lingua ne abbia davvero parecchi, alla fine i tempi verbali utilizzabili in narrativa sono solo due (insieme a quelli che li supportano e fatte salve certe sperimentazioni): presente e passato remoto.

È un errore molto comune, all’inizio, abusare dell’imperfetto, scrivendo interi racconti in questa forma. Questo non solo è un errore formale, ma è anche esteticamente e narrativamente sgradevole. L’imperfetto si usa solo per raccontare azioni “nel momento in cui stavano accadendo” (per capirci, mi si perdonerà la grossolanità) nel passato. È quindi di solo supporto alle narrazioni in passato remoto.

Il passato remoto è quindi la forma in assoluto più usata. Permette di mantenere una certa distanza dalla narrazione, concedendo al contempo una visione più completa. Non è un caso che dia un po’ quella sensazione di “tutto è compiuto”, ma è parte della sua funzionalità. Chi legge una narrazione scritta al passato remoto sa automaticamente che, in qualche modo, questa si è già conclusa (indipendentemente dal fatto che questa possa essere ambientata, per esempio, in quello che nel nostro punto di vista è il futuro), che ha già prodotto quindi tutti i suoi effetti sul mondo. È un dettaglio, questo, da non trascurare così come, per lo stesso motivo, non va trascurato il rapporto con il pronome personale e questo tempo. Se infatti facciamo parlare il protagonista in prima persona e scegliamo il passato remoto come tempo principale, va da sé che, in qualche modo, il lettore darà per scontato che il protagonista alla fine sopravvive (altrimenti chi è che sta raccontando la storia?), fatti salvi artifici narrativi più o meno abusati: rivelare che il protagonista in realtà è uno spirito, già visto in tutte le salse, cambi all’ultimo momento (non sempre funziona come con il trucco del primissimo piano di Steven Spielberg in “Salvate il soldato Ryan”) e così via. “E io solo mi salvai” è la frase che apre l’epilogo di Moby Dick, ma la verità è che nessuno di noi si aspetta che Ishmael muoia con gli altri. Se questo da un lato vi potrà sembrare che affossi il pathos, dall’altro invece crea le condizioni per un salvataggio incredibile. Ovvero, la scelta del passato remoto, per il semplice fatto che si utilizzi mette il lettore nell’ottica di concedere fiducia, di sospendere (in parte) l’incredulità e quindi di concedere al finale un grado molto elevato di potenziale “rocambolesco”.

Il presente invece si usa per una narrativa attiva, per assicurare maggiore coinvolgimento. Va da sé che si sposa perfettamente con la prima persona singolare, a creare un “qui e ora” che porta il lettore direttamente al centro dell’azione. In questo caso non c’è la percezione del “tutto è compiuto”, anzi, tutto potrebbe ancora succedere sia su piccola scala, quindi ai protagonisti, sia su grande scala, ovvero alla situazione di un luogo o del mondo. Quindi in questo caso non c’è quel senso di distacco dato dal passato che permette una fascia ampia di sospensione dell’incredulità. Si sceglie di portar il lettore a guardare le cose mentre succedono, cosa sicuramente più emozionante e coinvolgente, ma anche da dosare con la massima maestria. D’altra parte lo sapete benissimo che, se mentre leggete vi convincete della non plausibilità di quello che state leggendo, se non vi sentite più coinvolti dalla narrazione ma la state giudicando da fuori, la storia che avete tra le mani è già bella che fregata.

Un’ultima nota, una volta tanto prettamente tecnica: in caso di narratore esterno onnisciente, proprio perché è completamente esterno alla storia e sa già come andrà a finire, per definizione si usa il passato remoto.

La scelta della combinazione tra pronome personale, livello del narratore e tempo verbale è quella che deciderà, in sostanza, il corretto posizionamento di un qualsiasi racconto e la sua conseguente fruibilità da parte del lettore (per non parlare dell’apprezzamento). Sono i capisaldi dell’impostazione di una narrazione e, un volta decisi e deciso il genere letterario, di cui parleremo nelle prossime pillole, non resterà da fare altro che scrivere.

 
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Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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