Magazine » Gloria Perosin - Vite d'Altroquando

Categoria: Gloria Perosin – Vite d’Altroquando

Circe acqua livida. Circe respira.

Rubrica: Vite d'altroquando
da "la viaggiatrice" di karla suárez

Una volta aveva i capelli lunghi e castani, adesso li porta corti, tagliati a zero.
Non è mai stata grassa, magra o formosa, ma solo sinuosa, leggera e sottile.
Con i capelli rasati è la f del corsivo minuscolo.

Circe è cubana cittadina del mondo e viaggia con Ulises, il suo piccolo figlio-uomo, e Sai, il bonsai-fratello del piccolo Uly.
Circe errante è in cerca del suo posto e da sempre viaggia, ma da quattro anni lo fa con la sua ciurma. Quando incontra una nuova città è solita respirarla e riempirsi di lei con pochi e semplici gesti: molla a terra quello che ha e spalanca le braccia come fossero grandi ali. Poi respira.
È convinta che sia l'aria la depositaria di tutti i segreti.

«È dai primi 10 minuti che si capisce se sei di passaggio o se sei arrivata a casa!»

Dall'Avana si è trasferita in Brasile dove per un periodo ha venduto prodotti di bellezza. Grazie alle sue mani di fata riusciva a utilizzarli manomettendo il sigillo di garanzia senza rovinarlo. In ogni caso non amava l'artificio e non si truccava. Non lo fa nemmeno ora.
Crede che il sole dell'alba sia sempre un buon inizio per tutti, per questo lo augura spesso. Guarda le persone dormire indovinando i loro sogni e dà i colori ai giorni.

«Giorno grigio chiaro. Giorno rosso. Giorno azzurro.
Giorno rosso e poi azzurro.»

Circe ha uno strano rapporto con il tempo. Quando era a Cuba portava l'orologio ma nel momento in cui cominciò ad attraversare oceani e fusi orari decise di non muovere le lancette. Era convinta che spostandole qualcosa sarebbe andato storto. Così in ogni paese adottava un diverso orologio e un diverso tempo. Quando Uly compì quattro anni gli consegnò tutti gli orologi – tanti – nominandolo custode delle ore.

«Il tempo è in grado di confonderei ricordi. Meglio non toccarlo!»

Circe sogna scorpioni e gira con la sua vita incisa in sei videocassette. Quando era piccola, la mamma aveva deciso di riprendere il suo sviluppo. Era riuscita a farle molti filmini nei primi anni, poi la macchina si era rotta. I filmini erano stati conservati e quelle sei videocassette testimoniavano l'incontro tra lei e la sua vita.

Nel suo vagabondare aveva amato una sola volta prima di conoscere Ulises, si chiamava Carlos e con lui Circe faceva la guerra fiorita.

«Una guerra con tanto di acqua per far spuntare i fiori e tanto di saliva e di lingua che sale e che scende costringendomi a stringere le labbra sul vuoto. Un gocciolare e uno scorrere che uno potrebbe pensare di essere fatto solo di quello: di parti di corpo indipendenti che colano, si agitano, si muovono, scalciano, vibrano. E infine leggere fioriscono.»

Hanno fatto la guerra Carlos e Circe e il giorno è spuntato su un sabato sereno e fiorito. Ulises era il fiore più bello.

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Tonio Cortès: storia di un uomo troppo virile per chiamarsi Antoine.

Rubrica: Vite d'altroquando
da "gli occhi gialli dei coccodrilli" di katherine pancol

Antoine Cortès aveva deciso di cambiare il suo nome in Tonio. Tonio Cortès. Molto più virile e maschio di Antoine.
Tonio aveva due figlie femmine e una moglie, Joséphine.
Era di corporatura media, aveva i capelli castani e gli occhi marroni.

Il suo aspetto era curatissimo. I pantaloni cadevano perfetti in una piega dritta e impeccabile, le scarpe sembravano come appena uscite dalla scatola, sempre, e le maniche della camicia, se non erano rimboccate per far vedere l'avambraccio sottile e il signorile polso abbracciato dall'orologio di classe, finivano in polsini uniti da preziosissimi gemelli, solitamente in tinta con qualcosa che non sfuggiva all'occhio esteta dei suoi ricchi clienti. Una pelle perennemente ambrata era risaltata da delle unghie lucide e curate: mezzelune perfette senza traccia di errore studiate da centri estetico-architettonici.
Il tutto si concludeva nell'esplosione di un sorriso luminoso e sicuro, da uomo forte, sicuro e pieno di verve.

Tutto questo prima del licenziamento.

La trasformazione lenta ma irreversibile l'aveva fatto diventare una specie di larva piagnucolosa: una cosa molle e informe che assomigliava ogni giorno di più ai cuscini del divano che, stanco, lo ospitava quindici ore al giorno.

Per dieci anni era stato direttore commerciale del settore Europa della Gunman&Co, il produttore americano di fucili da caccia. Portava gli uomini più ricchi del pianeta, industriali, politici, miliardari oziosi, a brindari nei più celebri locali delle migliori piazze nelle più belle città del mondo.
Aveva sentito dei possibili licenziamenti dopo l'acquisizione ma, sicuro del proprio lavoro, si sentiva indispensabile per la Gunman&Co.

Ovviamente era stato tra i primi dipendenti licenziati.

Il declino però non era partito male: si alzava presto al mattino, sceglieva con cura l'abito perfettamente confezionato da indossare, rimaneva a giocare a scacchi con un avversario immaginario fino all'ora di pranzo.

Ovviamente vinceva.
Ovviamente amava giocare con il suo avversario.
Ovviamente era del segno del Leone.

Un giorno poi i pantaloni avevano cominciato a restringersi, così come le camicie. Le unghie avevano preso la brutta abitudine di sporcarsi e orologio e gemelli erano stati i primi a fuggire. L'unica soddisfazione per Tonio era stato scoprire che il discount sotto casa aveva una vasta scelta di liquori scadenti e muffin burrosi. In pochi mesi un blob aveva preso il suo posto in famiglia.

Fu così che l'uomo di successo che parlava sempre a voce alta, che non avvertiva quando tornava dai suoi viaggi di lavoro, che disprezzava il fisico invecchiato di sua moglie, che corteggiava volgarmente la biondina del centro estetico, venne sbattuto fuori casa.

Nel suo trolley zoppo solo mutande e calzini.

 
A Ottobre i nuovi corsi e laboratori.

Cosa aspetti?
Iscriviti ed entra
nel mondo del Grafema!

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

P’nP

Rubrica: Vite d'altroquando

Le otto montagne
Il ragazzo selvatico

I personaggi letterari che si agganciano alla mia pelle sono quelli che mi insegnano qualcosa, gli stessi che faccio fatica a raccontare.

 

Pietro

Pietro è del segno dell'acquario.
Introverso, silenzioso, riflessivo,
un bambino da appartamento: grigio in città, ”verbosco” quando sale di quota.
Ha una mamma che è il prato ai piedi della foresta, è il vaso di fiori di una casa abitata.
Ha un papà che è la cima aguzza della montagna, la roccia spoglia e inospitale dei tremila metri.

Pietro è quello che esiste nel mezzo: il silenzio tra gli alberi, il lago che spunta subito dopo la roccia, il ghiaccio che si crea e che si scioglie e il rumore che la neve non fa quando cade dallo strapiombo.

Pietro odia:
Milano, il suo traffico, i suoi palazzoni.
Alcuni turisti della montagna che, come tante persone, non sanno passare sulla terra senza colonizzarla, portandosi dietro un'allegra violenza di odori e suoni.
Tornare in città dopo un'estate nella sua baita e nella sua montagna.
I cacciatori che uccidono i suoi amici selvatici.
Il mal d'altezza che è un pugno che rivolta lo stomaco.
Suo padre, forse.
Se stesso, a volte.

Il silenzio assordante della montagna che da bambino lo teneva sveglio.
La neve che uccide.
La solitudine.


Pietro ama:

La solitudine.
Bruno, che è più un fratello che un amico. Che a volte però è un fratellastro.
Il ruscello che scopre da bambino davanti alla sua baita. Le trote che nuotano contro corrente.
La sua baita,
il topolino che la abita,
i selvatici suoi amici.
Il bosco, le rocce, il ghiaccio, la neve, il calore del fuoco, l'aria fredda e pulita.
I suoi vicini di baita: solitari e silenziosi come il resto.

Cucinare. Farlo per gli amici.
Il bosco, l'acqua, il pino storto che fatica a crescere ma che resiste a tutto.
I quaderni di alta quota e quello che custodiscono.

Camminare,
scrivere,
scalare.
Viaggiare quando l'anima diventa arida.
I riti.

Paolo cresce e diventa un uomo.
Canta per tenere il ritmo, per farsi coraggio, per farsi compagnia;
ha pianto di stanchezza steso di schiena su una roccia liscia;
ha fatto urla liberatorie rotolando verso il basso, sulla neve.
Osserva l'altezza, le baite nel mezzo, le persone che le abitano.
Saluta le cose.
Cammina per lasciarsi alle spalle la sua presenza quando questa lo assilla.
Ha perso un padre e non solo.
Guarda con tenerezza i suoi limiti. Non per forza li supera.

Ha quattro santi protettori che venera a duemila metri di altezza, a cui è devoto, che abbraccia:
l'abete rosso,
il pino silvestre,
il larice,
il pino cembro.

 
A Ottobre i nuovi corsi e laboratori.

Cosa aspetti?
Iscriviti ed entra
nel mondo del Grafema!

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Miss Betty del Sud

Rubrica: Vite d'altroquando
da "Bianco" di Marco Missiroli

Miss Betty, un grasso donnone negro di una settantina d'anni, impertinente, testarda e cocciuta. Quel grasso che un tempo aveva dato piacere a tanti uomini bianchi, era poi diventato pelle sciupata dal male. Pelle in avanzo.
Aveva zigomi una volta pieni, ora sporgenti, che spiccavano in una faccia più larga che lunga. Labbra insozzate di rossetto contornavano un sorriso strampalato ma dai bianchissimi denti. Denti di avorio. Due grandi occhi stanchi, esausti dal dolore, scavavano pieghe sulle guance. Uno bislacco sempre aperto.
Con una risata il seno arrivava al mento, un petto ammuffito. Le gambe erano zamponi di porco strizzati da gambaletti color panna, l'insieme era un ammasso di carne scura, solitamente avvolta in gonne increspate o vestiti da ragazzina. Naso verso l'alto come un cane che annusa l'aria e capelli crespi a mo' di ananas. Da labbra grasse che sempre provavano a sorridere usciva una musica senza parole, come una litania.
Schiava negra del Sud, cresciuta a calci in culo e vicino al fiume. Da piccola era sulle rive fangose che dava il piacere.
Miss Betty aveva un male che si agitava in mezzo al petto al suono delle sue preghiere. Ma era una regina sul trono.
Il suo respiro era un fischio che raschiava la gola quando prendeva fiato. Gorgogliava nel gozzo come qualcosa andato di traverso. Ma era leggera come una farfalla senza peso quando con le mani appoggiate sul grasso dei fianchi, roteava su se stessa battendo le suole in un tip tap forsennato.
Aveva spine nel petto, coltelli nella carne a ogni colpo di tosse. Ma, ondeggiando i fianchi al suono di una sua melodia, ricordava come facevano a gara per far due salti con lei, che aveva fatto ballare mezzo Stato.
Da piccola, con i suoi fratelli, fumava anche le foglie degli aceri. A nove anni sapeva lavorare con una mano e tirar di tabacco con l'altra.
Miss Betty si sciacquava la bocca con il fumo che aspirava. Miss Betty riconosceva il ritmo nel sangue degli altri e riconosceva la gente. I bianchi soprattutto.
Gli ammazzanegri a prima vista.
Miss Betty da bambina aveva un fiume che la lasciava ballare e nuotare. Le faceva sentire le mani di Dio.

Decise di morire in quel fiume. Lo decise con occhi e cuore senza paura. Con in testa la sua musica e nel petto delle spine. Miss Betty si affidò all'acqua e con lei, lentamente, se ne andò. Divenne una parte di notte e con il chiarore della luna si allontanò dal fango della riva e della vita.
Nell'acqua si scosse ancora una volta, tremò.
Con il volto finalmente in pace riprese l'ultimo ballo.

 
A Ottobre i nuovi corsi.

Cosa aspetti?
Iscriviti ed entra
nel mondo del Grafema!

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Irene: suono di passi in una sala vuota.

Rubrica: Vite d'altroquando

La creatura del mare

(Storia di Irene – Erri De Luca)

Per me è molto difficile parlare di Irene. L'ho vista poco, la conosco dalla bocca degli altri, è un essere particolare.
Irene ha quattordici anni, ha capelli biondi e folti, mozzati sulla nuca da un taglio di mano. La sua pelle profuma di barca e di sale. Non ha le squame e non capisco il perché.
I suoi occhi sono tondi come quelli dei pesci, non cambiano nemmeno quando sorridono. Non ha genitori, è stata abbandonata sulla spiaggia e raccolta lì dopo una burrasca. Vive in una stanza che era la stalla di un asino, con un letto di pietra, coperto da un materasso fatto di foglie secche.
Irene è greca, ma non penso sia nata in terra ferma, ho il dubbio che provenga dal mare, lei stessa lo ammette.

Irene è incinta: per questo le donne del paese le hanno tolto il saluto, pensano che il figlio che porta in grembo sia di uno dei loro mariti.
Irene è muta: così raccontano quelli che non hanno avuto la fortuna di sentirla raccontare la sua storia.

La verità è che Irene parla la lingua dei delfini. Sono stati loro a portarla a riva da bambina. Le insegnarono a nuotare tra le onde del mare e a usare quelle sonore per comunicare. Nel mare Irene ha trovato una famiglia e una casa, è cresciuta con i delfini e oggi nuota come loro, a una velocità mai vista prima. Il mare diventa un elastico sotto le sue gambe unite che spingono.
Se le chiedi come riesce a fare una cosa del genere con i nove mesi di peso in grembo, risponde che è quella stessa vita che la spinge a saltare: «a terra mi pesa, in mare mi dà la rincorsa».

Non conosce il verbo nascondere, non conosce la penna che si muove sul foglio perché ha imparato a leggere ma non a scrivere. Conosce i numeri ma non li usa, a lei basta dire uno, due, molti. Nessuno.

Nuota anche nella notte, anche nell'inverno, anche nella burrasca.
Nuota nel profondo, nel basso, nelle onde.
La sua ombra, una zavorra pesante e collosa, si sfila via appena tocca l'acqua.

La sua pancia ha nove mesi. La creatura che porta dentro non vede la luce ma solo l'acqua, la regala al mare, alla sua famiglia: saranno loro a prendersi cura di lei.

Nel greco del liceo, eirene indica una pace. Le dettero quel nome dopo la tempesta.

Ricordiamo che a Ottobre iniziano nuovamente i corsi di scrittura creativa del Grafema. Per informazioni scrivici, oppure visita la pagina dedicata.

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Shatzy Shell – un mondo e un western bellissimi

Rubrica: Vite d'altroquando

Shatzy Shell ha trent'anni e viene da Pomona, Los Angeles.

Shatzy Shell lavora come stagista per la CRB e quello che deve fare è telefonare e porre una domanda ben precisa alla persona dall'altra parte della cornetta.

La domanda è: deve morire Mami Jane?

Il problema è che pretendere che Shatzy Shell si limiti a fare una semplice, veloce e chiara domanda è come andare da tua nonna, sicula-napoletana trapiantata in Romagna dopo aver sposato un calabrese, e pretendere di mangiare riso in bianco. E basta.

Infatti, le ultime telefonate di Shatzy prima che il signor Bellerbaumer la licenziasse, sono state a:

  • un agente di Borsa, che dopo 27 minuti le ha chiesto di sposarla
  • un ragazzetto, che per un'ora e 11 minuti si è fatto correggere i compiti
  • Gould, tredici anni, con cui per 12 minuti ha parlato di giganti e di una cosa così vomitevolmente triste da essere dannatamente bella (parole sue).

Shatzy porta due cose sempre con sé, una foto di Eva Braun e un piccolo registratore. La foto di Eva Braun la porta con sé per ricordarsi di vedere del buono in ogni persona, compreso suo padre. Sua madre gliel'ha regalata raccontandole che Eva era la figlia di Hitler e che, quando lui si è ucciso, si è uccisa anche lei. Il trauma che Shatzy ha avuto nel momento in cui ha scoperto che Eva Braun era l'amante di Hitler e non la figlia è indescrivibile. Comunque la foto continua a portarla con sé.

Il registratore, invece, lo tiene perché dall'età di sei anni Shatzy lavora a un western. Il suo sogno è quello di fare un western, sì, e non conta di schiattare prima di averlo finito (anche queste parole sue). Questo western è l'unica cosa che le sta davvero a cuore nella vita e quando le vengono delle buone idee accende il registratore e ci parla dentro.

Risultato: centinaia di cassette registrate e un western bellissimo, a detta sua.

Shatzy ha le sue curiose teorie, tipo:

  • Se senti un uomo con la voce bella, ma molto bella, allora puoi giurarci che è brutto. Anzi, peggio che brutto. Molto brutto tutto unto alto così con le mani grassocce che gli sudano sempre
  • Prima di raccontarti del saloon del suo western devi PER FORZA avere bene in mente la puzza. Sudore, alcool, cavallo, denti cariati, piscio e dopobarba
  • Che la spesa sia meglio farla di sera, perché la roba è stanca e si lascia comprare senza fare resistenza
  • Che ai pazzi si rompa qualcosa dentro, una specie di anarchia organizzata: apri il rubinetto e si accende la luce, il telefono squilla quando accendi la radio, apri la porta del bagno e ti ritrovi in cucina. Da fuori non si capisce niente ma per loro è tutto molto logico
  • Che la crudeltà sia la virtù dei mediocri, virtù che non richiede intelligenza e che li fa eccellere

Shatzy è convinta di essere una piazza, non una pazza, una piazza.

Odia tutte quelle storie sulla strada, trovare la propria strada, andare per la propria strada, scegliere la propria strada, dice che qualcuno potrebbe decidere di vivere in un giardino pubblico, perché no, di non portare in nessun posto, di essere un posto.

Oltre a questo, Shatzy Shell è anche convinta che andare a letto con una persona che non hai mai visto prima sia come viaggiare.

Non riesce a:

  • Andare a letto con qualcuno e dormirci poi assieme
  • Rimettersi le calze prima di andare via dalla casa di quel qualcuno

Una volta ha comprato una roulotte gialla usata e l'ha messa in giardino ma senza macchina, perché Shatzy non ha una macchina, le piaceva semplicemente l'idea di avere una roulotte gialla.

Shatzy Shell è un mondo, e alla fine il western l'ha finito...

E porca vacca se aveva ragione.

Un western bellissimo!

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Le passioni di Zia Elvira

Rubrica: Vite d'altroquando

Con Denny Boodmann T.D. Lemon Novecento sono andata sul sicuro, ma Zia Elvira? Zia Elvira la conoscete?

È morta qualche tempo fa, anziana, con la sigaretta tra le labbra sottili, seduta sul trono di vimini che da decenni ospitava il suo sedere ingombrante.

«Un grande sedere per una grande personalità» ha detto qualcuno una volta.

Severa, dura e senza peli sulla lingua, la trovavi girovagare nel bosco di carrubi da lei piantati e cresciuti, vestita di soli caftani leggeri, con i quali si immergeva nella grande piscina senza mai dividersi dalla sua sigaretta.

Una grande passione per lei, oltre alle sigarette, appunto, sono sempre state le storie di famiglia.

Per ascoltarle e raccontarle meglio, nel suo giardino-bosco, attorno ai tronchi più possenti, aveva fatto montare delle panchine circolari di ferro battuto che ancora oggi mantengono la funzione di confessionale. Un'idea geniale, perché quando sei seduto con la schiena appoggiata alla pianta sei molto vicino alla persona che ti sta a fianco ma non la vedi, il tuo sguardo è rivolto al bosco attorno, quindi è a lui che racconti segreti, storie. Fai confessioni.

«Quello che dici ai carrubi, rimane ai carrubi» diceva.

Per non parlare delle saponette!

Zia Elvira era stata chiara, a un mese dalla sua morte dovevamo unirci tutti nella sua casa, riaprire le finestre, far rivivere il giardino, lasciare che il vento portasse in giro le nostre storie su di lei. E così abbiamo fatto.

In quell'occasione, grazie ad Antonio e Olivia, suoi nipoti, ho scoperto il cimitero delle saponette: un armadio pieno di mattonelle bianche identiche e profumate.

Zia Elvira odiava la schiumetta che si formava attorno alle saponette e aveva quindi ordinato ai suoi domestici di metterne di nuove ogni mattina. Non è mai venuta a sapere che, d'accordo con i nipoti, invece di buttarle mettevano in un armadio le saponette usate e le riprendevano poi per fare il bucato, la schiuma e un sacco di altre cose.

Nel giorno del mesiversario, Antonio ha sostituito le saponette con le bottigliette di plastica per evitare di continuare con quello spreco. Nel momento in cui si è accorto della gravità della sua azione, in piena notte, è corso a buttare tutti quegli aggeggi moderni.

La mattina nel bagno degli ospiti c'era una piramide di saponette pronte per essere scartate.

Se la volete conoscere leggete Così è la vita, di Concita De Gregorio.

Dev'esserci stata anche lei a quella festa con le saponette.

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Un prologo

Rubrica: Vite d'altroquando

I personaggi.

Io m'innamoro dei personaggi.

Diventano miei amici, prendo esempio dai loro comportamenti, imparo dai loro errori, faccio tesoro delle loro esperienze usandole a mio favore.

Quindi perché non parlare di loro come si fa, non lo so, alle cene, ad altri amici?

Dopo essermi sentita un genio per qualche minuto, mi documento e scopro che Fabio Stassi, scrittore italiano classe '62, insieme a Minimum Fax ha partorito “Il libro dei personaggi letterari” e, prima di lui, Gesualdo Bufalino ha fatto lo stesso con “Dizionario dei personaggi di romanzo”, entrambi testi molto belli e completi.

Ok, allora, quello che di sicuro io non intendo fare è continuare il loro bellissimo lavoro. Non ne sarei in grado.

Cosa farò? Semplicemente presenterò degli amici (ma anche nemici).

Come lo farò? In modo spontaneo, a volte immaturo o infantile, come sono a volte le mie letture.

Cosa mi spinge? La voglia di contagiare: entusiasmo, stupore. Disapprovazione, perché no. Soprattutto la voglia di conoscerli.

Inizierò con un amico che ha segnato il mio percorso all'interno di questo mondo, di cui in realtà sono innamorata. Glielo devo.

Fabio Stassi scrive che “leggere è uno degli atti più privati e solitari che possiamo fare e dichiarare il modo in cui si legge equivale a mettersi a nudo”.

Questo è dunque quello che farò.

In bocca al lupo a me e buoni incontri a voi. Abbassate la guardia e spalancate le braccia.

 

DANNY BOODMANN T.D. LEMON NOVECENTO.

O anche: un amore platonico.

Lo conosco da circa una decina d'anni e non è mai cambiato. Ha un carattere particolare, ad alcuni piace e ad altri no, ma una cosa è certa: un nome assurdo per un uomo assurdo.

È timido e ingenuo e, proprio per questo, indiscreto e inopportuno. È anche sfrontato, non segue nessun tipo di regola, odia le imposizioni. È generoso, non ha malizia, è spontaneo e spiazzante. Non sai mai, e dico MAI, cosa aspettarti da lui. Puoi contarci, sempre, ma mai immaginare un suo pensiero.

Lo chiamiamo tutti Novecento perché a dire il nome completo finisci l'aria nei polmoni. Praticamente il suo nome è la storia del suo ritrovamento.

È nato esattamente nel 1900, in una di quelle navi che portavano le persone da un paese X all'America. No, non il Titanic.

L'ha ritrovato sul pianoforte della sala da ballo di prima classe un marinaio nero come il carbone di Philadelphia, alto due metri: Danny Boodmann. Era in una scatola di cartone con stampato in blu T.D. Limoni. Novecento ha detto che in quel momento Danny è diventato suo padre perché era ovvio: T.D. Stava per Thanks Danny.

Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento.

Novecento è un pianista incredibile, il migliore in circolazione, il pianoforte ha segnato il suo destino fin dalla nascita, strano infatti che non compaia nel nome.

È nato e cresciuto su quella nave e non ci crederete ma... Non ne è mai sceso. Cioè, non mai per dire che è sceso poco, non è davvero mai sceso.

Non si è mai buttato, e non parlo di mare.

Ha toccato terra solo grazie ai racconti degli altri passeggeri. A sentirlo parlare sembrerebbe il contrario: conosce le città, le vie, i loro profumi, gli abitanti, ma in realtà non ha mai visto nulla. E infatti il difetto di Novecento è il coraggio, che gli manca. Sì perché all'inizio pensi "che coraggio, vivere sempre e solo in mare" e invece no! Eh no, il coraggio è oltrepassare la linea che definisce la propria zona di comfort, spingersi oltre la luce, andare a tastoni, all'inizio, e abituare gli occhi, poi.

Il suo buio iniziava con la terra ferma, che non ha mai voluto illuminare.

Una sola volta il suo migliore amico, nonché suo trombettista a bordo, ha rischiato di convincerlo a scendere. Tutti aspettavamo quel momento. C'era una tensione e una tristezza nell'aria... L'avevamo salutato emozionati. Gli avevamo augurato la vita.

Alla fine però mica è sceso. Ha fatto qualche gradino della lunghissima scala che unisce mare e terra ed è risalito. Dice di aver vissuto tutto in quei pochi scalini. Io gli credo, però cavolo cosa si è perso!

E quella volta che è stato sfidato da un pianista famosissimo a bordo? Che scena, da non crederci! Invece di essere competitivo e mostrare il suo talento, era impressionato da quello del suo sfidante. Siamo rimasti tutti a bocca aperta e un po' incazzati, si è giocato l'occasione della vita, anche quella volta.

Alla fine comunque abbiamo perso tutti le sue tracce. Vorrei credere in un colpo di coraggio, ma penso in realtà che sia ancora sulla nave a suonare agli ospiti della prima classe.

Se leggi questa rubrica, Novecento, fatti sentire. Il mio numero è sempre lo stesso.

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure