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Categoria: Serie tv

The Shannara Chronicles: il fantabidone che non mancava (e purtroppo è tornato)

Ok, il titolo non lascia molto spazio ai dubbi. Bisogna dire però che sono grato a questa serie: dopo varie recensioni di titoli belli e pregevoli, finalmente ho la possibilità di tornare a una sana stroncatura.

E qui, da stroncare, c’è praticamente tutto.

Cominciamo col dire che pure il materiale di provenienza è di pessima qualità. Tutto nasce dalla serie di romanzi di Terry Brooks. Lunghissima, composta da libri lunghiiiiiiiissimi, tediosa oltre ogni dire (lunghissimo l’ho già usato?) , la sintesi perfetta degli elementi peggiori dei peggiori sfornapolpettoni (ah già, li chiamano “best seller”) sul mercato. Prolisso come Clive Cussler, prevedibile come Wilbur Smith, invadente (come numero di uscite) come Tom Clancy, che ricordiamo essere un autorino da un’uscita all’anno anche diversi anni dopo la morte. Cosa che, nonostante l’aspetto paranormale, non ha migliorato di una virgola la qualità delle uscite.

Brooks racchiude tutto questo e lo rielabora per proporci un mappazzone stantio dell’opera di Tolkien, senza averne minimamente le capacità né il genio immaginifico, limitandosi a sostituire la brillante cosmogonia de il Silmarillion con la genialata dell’ambientazione post apocalittica. Bravo Terry, non ci aveva mai pensato nessuno. Davvero. Credimi.

Tutta questa meraviglia l’ha poi usata per una quantità invereconda di pagine, più di trenta libri che dicono in sostanza sempre la stessa roba, in uno stillicidio che a me francamente ricorda questo

 

Corto geniale, tra l’altro.

Comunque sia, le disgrazie non vengono mai da sole. Qualcuno avrà pensato: “Se di grandi libri si possono fare pessime trasposizioni, forse può essere vero anche il contrario, giusto o no?”

No.

Perché, mirabilmente, la serie riesce a essere anche peggiore e, dopo una prima stagione che ha toccato il fondo, l’inizio della seconda si fa trovare intenta a scavare.

Perché tanta crudeltà, direte voi?

Intanto per l’idea balzana di trasformare il tutto in un teen drama. Non è un crimine realizzare lavori destinati ai ragazzi, quando questo ha un senso e sono fatti bene. Ma farlo così, per mero calcolo di marketing (non a caso la prima stagione è andata in onda, negli States, su MTV. Ve li ricordate i bei tempi di Daria, Beavis&Butthead, Scrubs? Ecco, una prece), incollando dinamiche narrative in scenari che non c’entrano assolutamente nulla e creando così uno scollamento totale tra azione e personaggi, be’, è semplicemente triste.

Passiamo poi ai personaggi, che sono un incubo. Profondità, tratteggio, caratteristiche, definizione. No grazie. Ognuno agisce in un certo modo perché sì. Passi anche per il cattivo, che almeno è un demone e poveretto fa il suo mestiere, ma gli altri? Il nobile trama e briga nell’ombra come da contratto metalmeccanici, il mago fa i magheggi e si comporta come un venditore di multiproprietà, ma per un bene superiore. Il protagonista non perde occasione, in ogni puntata, IN OGNI PUNTATA, di frantumarci le p…azienza con il fatto che lui vorrebbe essere normale e fare una vita normale e gne gne gne. Naturalmente per questo le donne lo amano. Tutte. Roba che ad averlo saputo prima le suffragette si ritiravano in una comune hippie invece di darsi tanto disturbo.

Passiamo infine alla trama. Nella prima serie abbiamo una bella serie di casini, qualche battaglia, la certezza di non avere speranza di salvezza. Salvezza che infine arriva, alla disperata, grazie alla magia (nemmeno uno spoiler!). Come comincia la seconda serie? Naturalmente con l’intenzione di vietare la magia e con la caccia ai maghi.

Quella coerenza bella che ti tiene inchiodato al divano. A parte la totale mancanza di logica è proprio la struttura della sceneggiatura a essere debolissima. Probabilmente un po’ per la scelta di posizionamento (sì, fa parte di quel gruppo di lavori che ritengono che rivolgersi ai giovani sia sinonimo di “parlare a dei dementi”), un po’ per l’insipienza degli sceneggiatori. La costruzione non è per nulla armonica ma a scatti, con una serie di grossi eventi e un lungo, straziante trascinarsi della narrazione tra uno e il successivo. Probabilmente, se invece di una serie avessero fatto l’album delle figurine, sarebbe stato più appassionante.

In ultimo, un rapido riferimento all’ambientazione. Per essere fighi e suggestivi la serie è stata cronologicamente “avvicinata” ai giorni nostri, rispetto al libro. Le tracce dell’apocalisse nucleare sono ancora ben visibili, esistono costruzioni, residuati, addirittura carcasse di auto. Probabilmente pochi secoli di distanza. E vabbè, direte voi. Peccato che nel frattempo l’uomo abbia avuto la possibilità di evolversi, addirittura dividersi in più rami attraverso un ciclo di mutazioni e di selezione. A fianco dell’Homo Sapiens troviamo le specie figlie, Nani, Troll, Gnomi. Roba che il buon Carletto Darwin, ovunque sia, dev’essere andato a picchiare tantissimo Lamarck. Così, per sfogare il disappunto.

Voi invece evitate la frustrazione. Guardate altro.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-1-5

Per trovare un aspetto positivo ho dovuto scorrere la lista fino a spuntare “pochi nani e pochissime asce”.

A chi lo consiglio: a chi criticava la trasposizione de “Il signore degli anelli” perché troppo d’azione. Questo è tutto vostro, tanti cari auguri.

Abbinamento suggerito: Vino rosso, peperonata, due grappe e caffè corretto sambuca. Se tutto va bene non arrivate alla sigla di apertura.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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El ministero del tiempo: l’europa sa fare buone serie tv?

Oggi vi propongo una chicca, una serie tv spagnola (ormai alla terza stagione) al momento ancora inedita in Italia, anche se facilmente reperibile, e che entrerà a breve a far parte dell’offerta di Netflix.

Il tema non è nulla di rivoluzionario: si parla di viaggi nel tempo.
Anche il contesto non è approfondito: non ci sono macchinari strani, ci sono semplicemente delle porte (solo in Spagna) che permettono di passare a un po’ tutte le epoche. Delle specie di wormhole per viaggiare nello spazio-tempo? Chissà. Tutto quello che sappiamo è che sono sempre esistite e che da secoli gli spagnoli hanno un ministero segreto che le controlla per evitare che la storia venga modificata da eventi più o meno casuali e lo fa reclutando agenti in tutte le epoche. In particolare seguiamo le imprese di Alonso, spadaccino del XVI secolo, di Julian, paramedico dei tempi nostri e Amelia, una donna avanti per i suoi tempi, ovvero fine ‘800.
Fin qui niente di nuovo, quasi banale.

La serie è girata con un budget non stellare (cosa che cambierà dalla terza serie, proprio in forza dell’accordo con Netflix), con un formato tipicamente europeo (sopra l’ora di durata per episodio) e senza particolari pretese in tema di effetti speciali o di trame intricate. Anzi, qui e lì non si possono non notare certe ingenuità di regia e sceneggiatura che farebbero sorridere i ben più scafati americani.

Quindi, perché una chicca?
Per il modo in cui la serie è concepita. Perché ha uno scopo educativo (infatti gode del patrocinio cultural, la stessa cosa che da noi arriva a progetti meritevoli ma anche un po’ a cani e porci), dato che in ogni puntata i protagonisti vengono in contatto con i grandi personaggi e i grandi eventi della storia spagnola, e lo persegue senza pesantezza, senza retorica (ok, magari nella puntata con Cervantes un po’ la mano è scappata) e soprattutto senza Beppe Fiorello. La nota ironica è molto marcata, tanto che a volte sembra di scivolare nel dramedy e non solo ci viene presentato il passato come una serie di diapositive di momenti importanti: la linea storica è vitale anche al presente e mostra la reazione della spagna alla grande crisi economica oltre a svelare, pian piano, un secondo livello di lettura che permette di conoscere meglio il popolo spagnolo. Parliamo in sostanza del “trauma” della Spagna di oggi, una delle più grandi potenze della storia relegata a nazione non certo di primo piano, una sorta di rimpianto per un passato glorioso che non è sconosciuto anche a noi italiani, ma sicuramente più forte. L’umorismo smaliziato di fronte ai grandi avvenimenti dei personaggi, sia inventati che reali (meraviglioso il grande pittore Velasquez, ingaggiato per fare gli identikit, insopportabile nella sua pedanteria), ci racconta molto di un popolo che non fatichiamo a riconoscere come “cugino”, ma che in realtà è più distante da noi di quanto non si pensi.

Una bella serie che merita di essere recuperata, quindi, ma non solo. È anche uno spunto di riflessione sulla fatica che facciamo noi europei a produrre buone serie tv. Tolta questa e poche altre (per onestà, bisogna dire che una la produciamo anche noi, ovvero Montalbano, a cui andrebbe aggiunta anche The Young Pope, per quanto poco di italiano questa abbia) il panorama del vecchio continente è desolante. Poco più che telenovelas, attori cani, trame risibili, spese faraoniche per includere nel cast il volto noto del momento. Questo per l’Italia e, in gran parte, per la Francia. Della Germania ne vogliamo veramente parlare?

El Ministero del Tiempo andrebbe guardato e diffuso anche solo per questo: per dimostrare che anche noi sappiamo produrre opere commerciali, pregevoli, divertenti e persino con un fine educativo, andando a pescare nella sconfinata massa di storia, vicende, romanzieri, poeti e chi più ne ha più ne metta, di questo nostro vecchissimo continente.
E venderle, persino agli americani.

In effetti, non ci servirebbe proprio tornare indietro nel tempo per cambiare la storia, ci basterebbe cominciare a utilizzarla.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Cambiare il passato porta conseguenze imprevedibili.

A chi lo consiglio: a chiunque abbia mai esclamato “Che americanata!”

Abbinamento suggerito: una cerveza y patatas bravas, claro!

Giorgio Arcari

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Star Trek: Discovery

Segni di grande portento sono apparsi a profetizzare mirabili eventi in questi ultimi tempi.

Le serie tv assurte a produzioni tra le più ricche di Hollywood.

I nerd mutati da “sfigati” a canoni di stile e tendenza.

Leonard Nimoy, Mr. Spock, banalmente dato per scomparso e invece passato nello spazio esterno alla Federazione.

J.J. Abrams fortunatamente a far danni all’altro franchise, Star Wars. In altre parole, quella roba che dicono sia fantascienza e invece è fantasy.

E sarà notte e sarà mattina e anche i Klingon potranno sposarsi, ma soltanto a una certa età.

Insomma, tutto lo spazio, di qui all’ultima frontiera, si andava preparando all’arrivo della nuova serie tv dell’universo di Star Trek, rimasto congelato sin dalla fine della precedente (nel 2005), cioè Enterprise.

Star Trek: Discovery è arrivato.

Capirete, questa non è la tradizionale serie tv che ci si accinge a recensire. Star Trek è un evento, un punto di riferimento per milioni di fan appassionati, esigenti e attenti a tutte le sfumature, alla coerenza di una storia che l’anno scorso ha compiuto cinquant’anni, a un arco narrativo quantificabile in secoli, in personaggi memorabili, in svariati capitani, avventure, decine di razze aliene e una sola infinita missione, quella di esplorare strani nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima.

Un minuto di raccoglimento, giusto il tempo di asciugarsi la lacrimuccia (io) e di realizzare (voi) che questa recensione la sta scrivendo un fan. Insomma, uno di quelli che, dopo il reboot dello Star Trek cinematografico era davanti alla casa di Abrams col forcone e la torcia.

Virtualmente intendo.

Forse.

Ma bando alle ciance e, a metà tra eccitazione e preoccupazione, ecco che arrivano le prime due puntate.

La storia si colloca qualche anno prima della serie originale (quella del capitano Kirk, per intenderci) e si concentra sul personaggio del primo ufficiale Michael Burnham (interpretato dalla bellissima Sonequa Martin-Green. Sì, il nome maschile del personaggio è voluto), inizialmente in forze alla USS Shenzou e che passerà poi, ça va sans dire, sulla Discovery.

Iniziamo col dire che ci troviamo davanti a una “reincarnazione” di Star Trek decisamente più incentrata sull’azione rispetto alle serie precedenti. La trama principale ci parla di guerra, una guerra inaspettata contro l’impero Klingon, che si riunisce e si rinforza dopo un secolo di sbandamento, e ci viene mostrata in tutta la sua durezza fin dai primi episodi. A farci da guida durante l’avvio della serie troviamo una vecchia conoscenza (Sarek, il padre di Spock) e Michelle Yeoh che, oltre a una produzione cinematografica e televisiva impressionante, da “la tigre e il dragone” a oggi si è anche ricordata di invecchiare con una grazia e una eleganza incantevoli.

Tecnicamente, Discovery è ineccepibile. Innanzitutto le risorse a disposizione sono platealmente di un altro ordine di grandezza rispetto alle serie precedenti (anche se la crescita di investimento già si percepiva in Enterprise). Quindi effetti speciali perfetti, ricostruzioni di navi e ambienti di altissimo livello e make-up degli alieni di grande efficacia. Proprio a questo proposito, troviamo forse l’unico dettaglio che ha fatto storcere il naso ai fan più puristi. I Klingon hanno subito un “restyling” abbastanza radicale rispetto a quanto visto negli anni. Appaiono ora molto, decisamente molto più alieni di prima: dimenticate la goffa cresta e il pizzetto dell’amatissimo Worf di Next Generation. I klingon di Discovery sono brutti e cattivi e soprattutto profondamente alieni, nell’aspetto e nel comportamento.

Gli episodi sono diretti con mano sicura, la storia è affascinante e complessa, ricca di sotto trame che si aprono e che naturalmente restano sospese in vista dei prossimi episodi, i personaggi sono delineati benissimo con pochi tratti e con un minimo ricorso a flash back e spiegoni, fatta salva la necessità di spiegare l’eccezionalità della protagonista (l’unica umana mai educata su Vulcano, costantemente in bilico tra emotività e razionalità). L’uso della violenza, non aliena all’universo di Star Trek ma sempre trattata come una sorta di aberrazione, come una instabilità da risolvere, è fatto in modo intelligente, che lascia sconcertati gli stessi personaggi che si riconoscono come esploratori, non come soldati. La capacità della produzione di Discovery di creare empatia con il nuovo equipaggio è fortissima e già dalle prime battute ci si comincia ad affezionare alle figure di spicco e ai mitici guardiamarina, quelli che, da che Star Trek è Star Trek, sai già che ci lasceranno le penne prima o poi.

Lascia un po’ sconcertati la nuova costruzione della serie, che abbandona la classica impostazione fatta di puntate autoconclusive per avviare una storia destinata a dipanarsi lungo l’intera “season”, per dirla all’americana. Qualcuno se ne è lamentato, personalmente la giudico una modifica inevitabile per conformarsi ai nuovi canoni delle serie tv. Sarebbe stato molto peggio un prodotto anacronistico e stantio.

Capolavoro quindi? No, non possiamo dimenticare la carenza di originalità e il vantaggio di pescare da un universo sconfinato, però sembra che sarà una bellissima serie.

Lunga vita e prosperità, Discovery.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

“Questo è spazio della Federazione. La ritirata non è contemplata.”

A chi lo consiglio: ma davvero qualcuno di voi vuole perderselo?

Abbinamento suggerito: un ottimo cocktail klingon. Sbizzarritevi a questo indirizzo.

Giorgio Arcari

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The Tick

Di Ben Edlund, con Peter Serafinowicz e Griffin Newman

Viviamo in un’epoca di transizione per le serie tv. I grandi produttori americani di prodotti per la tv dominano ancora la scena, anche se gli operatori che nascono dalla rete si fanno sempre più forti. A ben guardare, va in effetti sparendo la differenza tra i due media, mentre le produzioni di Netflix e, in misura minore, di Amazon si fanno sempre più imponenti.

Un avvio in apparenza fin troppo pomposo per la proposta di oggi, che fa capo proprio ad Amazon, una serie leggera e ironica basata sulle avventure di The Tick (la zecca), uno sconclusionato quanto potente supereroe e della sua spalla Arthur.
La serie è ancora inedita in italiano ma, dopo la puntata pilota del 2016, da agosto 2017 è cominciata la distribuzione della prima serie, composta da sei episodi.

The Tick gioca elegantemente sul confine tra parodia e serie originale: i riferimenti ai grandi classici sono moltissimi e irriverenti (soprattutto nei confronti del “mostro sacro” Watchmen, ma anche dell’universo DC comics e in particolare di Superman) ma, al contrario di The Orville, che abbiamo recensito recentemente, qui non ci troviamo davanti al fastidio di una scopiazzatura ma a una storia che ha una sua propria dignità, intrigante.

Già questo è un risultato per nulla scontato. Il tema supereroi è infatti quanto di più affollato si possa immaginare al momento e, nella lotta tra Marvel e Dc, lo spazio che rimane è veramente esiguo (una delle vittime è stata per esempio Powers, serie interessante con un punto di vista abbastanza inedito, che forse avrebbe meritato di più). Edlund sembra invece aver trovato la quadra. Innanzitutto nel formato, più da sit-com che da serie tv. Meno di mezz’ora a puntata, pochi fronzoli, lo spettatore proiettato direttamente al centro dell’azione senza che ci si perda troppo in approfondimenti, lasciati a pochissimi e mirati flashback. Tanto movimento, quindi, tanti combattimenti ma la scena è costantemente nelle mani della Zecca. Fortissimo, con una assurda tutina blu con le antenne, il nostro supereroe si può definire solo in un modo: giulivo. Allegro, brillante, non smette un attimo di parlare e di tirar fuori le più assurde reinterpretazioni di quelle che sono le frasi piene di retorica dei supereroi degli anni ’40 e ’50. Costantemente, con tutti. È così sconclusionato da essere esilarante. Di contro il suo tutt’altro che volenteroso assistente, Arthur, ci viene presentato nel modo più disastroso possibile (un complottista dal passato tragico e dallo stato psicologico parecchio precario). The Tick gli si attacca addosso come… be’, come una zecca (scusate, non ho resistito), alternando richiami a un destino più grande con profferte di amicizia al limite dell’imbarazzante. O forse ben oltre il limite, a dire il vero. L’umorismo a tratti è molto “british” e ricorda anzi un altro grande successo della stagione scorsa, quella dell’investigatore olistico Dirk Gently.
Anche i cattivi giocano moltissimo sulla combinazione di personaggi stereotipati all’estremo (il malvagio supremo, the Terror) e altri personaggi al limite del grottesco (miss Pelucchi, con il potere di controllare l’elettricità e l’inconveniente di quella statica, che le rende difficoltoso vestirsi di nero).

La serie quindi ci piace, ci piace parecchio. Non è però tutto oro ciò che luccica o meglio, potrebbe non esserlo. C’è molta carne al fuoco e mantenere questo livello non sarà facile senza cedere dalla parte dell’azione o da quella dell’umorismo. Per ora, però, ci troviamo davanti a un super-dramedy dalle grandissime potenzialità.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-3-5

Frase distintiva: “Sei già alla fase tre, Arthur: l’Eroe che si oppone alla Chiamata. Ma è il destino che ti sta chiamando: accetta la chiamata a tuo carico, Arthur.”

A chi lo consiglio: a chi era in attesa di qualcosa di diverso in un mare di titoli molto simili tra loro.

Abbinamento suggerito: un paio di tequila bum bum.

Giorgio Arcari

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The Orville

Considerata una delle proposte più interessanti della nuova stagione (la prima puntata è andata in onda negli States il 10 settembre), The Orville è un cosiddetto dramedy, ovvero un mix di storie e tematiche serie e inserti ironici quando non apertamente comici.

La storia: il capitano Ed Mercer riceve il comando della Orville, una nave da esplorazione della Federazione dei pianeti. Le missioni e le routine di bordo saranno però rese più complicate dalle dinamiche tra i membri dell’equipaggio, soprattutto a causa del primo ufficiale, ex moglie di Mercer.

Vi ricorda qualcosa? Naturalmente. La serie è apertamente una parodia di “Star Trek”, di cui l’autore è un grande fan. Quando parliamo di autore parliamo di Seth MacFarlane, padre de “I Griffin” e di “American Dad”, oltre che dell’orsacchiotto sporcaccione “Ted”. In questa serie MacFarlane è anche l’interprete principale, mentre la regia, come spesso accade nelle serie tv, passa di mano da una puntata all’altra (per quanto riguarda l’episodio pilota, è stata di Jon Favreau, volto noto dell’universo cinematografico Marvel e regista dei primi due Iron Man).

Ora, si sa che quando si tocca “Star Trek” si va apertamente in cerca di guai con lo zoccolo duro dei fan più accaniti (J. J. Abrams, ti fischiano le orecchie per caso?) e anche in questo caso non c’è stata eccezione. “The Orville” è stato letteralmente stroncato dalla critica e anche l’accoglienza del pubblico è stata piuttosto tiepida. Pregiudizio a parte, da quello che abbiamo potuto vedere dalla prima puntata le critiche non sono poi così infondate. Più che una parodia dell’universo di “Star Trek”, ci troviamo davanti a una vera e propria, clamorosa, copia: la federazione dei pianeti, la flotta, gli equipaggi multirazziali, le navi stesse (con motori quantistici invece che a curvatura). Probabilmente voluto per far risaltare su uno sfondo noto la differenza tra i personaggi ma anche qui ci sono enormi indizi di debolezza.

Che MacFarlane si piaccia, che ami interpretare quel ruolo un po’ vincente e un po’ da sfigato che già ha proposto nel disastroso “Un milione di modi per morire nel West” è cosa nota ed è innegabile che la sua figura, sostituita a quella dei quasi mitologici capitani Kirk e Picard, strappi qualche risata. I personaggi di contorno sono però troppo piatti, perlomeno ancora, troppo seri e troppo poco stralunati per imprimere una marcata differenza con l’originale, senza dimenticare che spesso e volentieri anche “Star Trek” (soprattutto nei film degli anni ’80) amava prendersi poco sul serio, a volte anche con veri e propri intermezzi comici affidati alla meravigliosa coppia Spock-McCoy.

La parte “seria” di “The Orville” risulta quindi debole e pretenziosa, più che ambiziosa, mentre la comicità non è strutturale ma affidata a una serie di trovate nel più puro stile slapstick, assurdo e fracassone. Anche la prima sotto-trama che ci viene proposta, l’incontro tra i due ex-coniugi che si ritrovano al comando della nave, appare scontata e viene risolta quasi di corsa con dialoghi piuttosto banali.

Ci auguriamo che la serie prenda al più presto una direzione chiara e con una personalità decisamente più forte, soprattutto per MacFarlane che, al di fuori dell’animazione dove oggettivamente è molto bravo, stenta a trovare una sua via. Due stelline per la fiducia, anche se la prima puntata ne meriterebbe una sola.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-2-5

Frase distintiva: Signor Sulu, se ci senti traccia una rotta. Lontano, ma tanto, da questa.

A chi lo consiglio: a chi ha bisogno di una piccola dose di mantenimento in attesa di Discovery, la nuova serie dell’universo di Star Trek. Speriamo bene.

Abbinamento suggerito: una Bud, in lattina, per entrare nel giusto spirito.

Giorgio Arcari

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The 100

È estate, fuori fa caldo e buona parte della nuova programmazione partirà solo a settembre. Trono di spade escluso, ovviamente, ma non si vive di soli sbudellamenti. O comunque ne servono di più, che al massimo GOT regala un’oretta a settimana. Quindi siamo nel momento ideale per recuperare vecchie serie.

Quella che vi presento oggi ha persino il pregio di non essere finita. Le prime quattro stagioni sono andate e la quinta, che vedremo dall’anno prossimo, è in lavorazione.

The 100 è una serie post-apocalittica che racconta la storia di Clarke (interpretata da Eliza Taylor) e dei suoi amici che vagano allegramente per un mondo distrutto da una guerra atomica.

Scampati alla guerra sulle stazioni spaziali orbitali, i resti della razza umana devono fare i conti con il deteriorarsi delle strutture e decidono di mandare cento ragazzi, i più turbolenti e sacrificabili, sulla terra per verificare se sia tornata abitabile.

La storia parte da qui e si configura apparentemente come un teen drama abbastanza banale. Anche l’ambientazione non è certo originale, così come la storia delle prime puntate. All’inizio si guarda perciò con un po’ di scetticismo, anche se le ambientazioni e i grandi mezzi impiegati da HBO nel produrla aiutano molto: un po’ Mad Max, un po’ Hunger Games.

L’evoluzione della trama è però in agguato. La serie abbandona gradualmente la forte connotazione adolescenziale (anche in modo intelligente: la narrazione si indurisce, mentre i protagonisti vengono temprati dall’ambiente ostile) e comincia a trattare le tematiche più varie, dai rapporti tra popolazioni diverse e diverse ideologie alla sessualità, dalla ferocia che si raggiunge per proteggersi alla perversione della tecnologia.

Al centro di tutto troviamo un nucleo di personaggi estremamente efficace, interpretati da ottimi attori. La già citata Clarke che, nel corso delle serie, diventa la temuta e rispettata guerriera Wanheda. Bellamy, Raven e Octavia, le sue spalle ideali e soprattutto Lincoln, espressione di quelli sopravvissuti sulla terra (interpratato da Ricky Little che rivediamo, bravissimo, in American Gods).

Al netto degli inevitabili cali di tensione in alcuni punti delle prime quattro serie e di alcuni twist narrativi un po’ forzati, le vicende dei cento tengono incollati alla poltrona. Certo, quella sensazione costante di “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” a volte diventa eccessiva, a volte verrebbe voglia di picchiare questi protagonisti che sembrano fare scelte appositamente per continuare a farsi ammazzare, dare la caccia, essere catturati, fritti nell’olio e conditi col prezzemolo e sì, a volte tutto questo sembra molto gratuito. Per il resto del tempo la metafora però regge: come trattiamo i nostri giovani? Che mondo gli stiamo lasciando? L’occhio degli sceneggiatori in questo non è pietoso per nulla, ma cinico e disincantato. La risposta è che si dovranno arrangiare, gli adulti non li aiuteranno, anzi, faranno di tutto per ostacolarli in una sorta di orgiastico suicidio razziale. Certo, forse l’attuale situazione USA-Nord Corea non instilla la stessa paura dell’apocalisse che c’era durante la Guerra Fredda, ma intorno a noi la situazione è abbastanza calda da apprezzare il messaggio di una serie tv che ha comunque il pregio di lanciarlo senza prendersi eccessivamente sul serio. Vi consiglio quindi di recuperare le puntate già trasmesse, in attesa della quinta (e forse ultima anche se la sesta è allo studio, dipenderà dai risultati) stagione.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-3-5

Frase distintiva:

  – Non credo che sappiano cosa sia la pace.

  – Il comandante lo sa.

  – È una ragazzina. Sono guidati da una ragazzina.

  – … anche noi.

A chi lo consiglio: sorprendentemente, per una serie che mantiene nette connotazioni teen, agli adulti. Ha un messaggio soprattutto per loro.
Abbinamento suggerito: Mi prepari un po’ d’alcol medicinale allungato con acqua piovana, e lei beva quello che desidera. (Il Dottor Stranamore)

Giorgio Arcari

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Another brick in the Great Wall

Per la rubrica fantasma “Fatti insignificanti”, stamattina mi è successa una cosa: ho fatto la doccia. Generalmente mi disturba la mattina, quindi sarebbe già strana così, ma poi, mentre mi asciugavo i capelli, ho udito provenire dal fon di marca IDWT non il getto d’aria tiepida bensì, inconfondibile, la musichetta iniziale del Trono di Spade. Con la sua epicità simpatica, direttamente dal mio asciugacapelli. Siamo in piena estate, ma a quanto pare

Winter is Coming [AGAIN]

La vigilia è di quelle che fanno ribollire il pentolone dei social.

La difficoltà di un articoletto sulla settima di GoT sta nel decidere: di che trattare?

Ci sono talmente tanti temi e tutti così profumati che le dita scivolano sui tasti troppo

l   e   n   t    a      m   e   n     t     e

per seguire il pensiero.

C’è che da un po’ di tempo se ne parla parecchio. Non so dire se sia per curiosità, se davvero il fiato sia sospeso, se – come nel mio caso suppongo – si tratti di semplice benevolenza, ma siamo di fronte a qualcosa che negli Stati Uniti viene etichettata tranquillamente come “big”.

I motivi per aderire alla visione sono stati e continuano a essere molteplici. Chi aveva già letto Martin si è lanciato sul Trono di spade per rivivere la trama dei libri, furbescamente scritti dal vecchio, furbescamente rappresentati sul piccolo schermo. GoT ha tutto del fantasy e molto delle soap/dramas: potere, dinastie, lotte di classe, di razza, di religione. Ma anche bonazze, misticismo, deflorazioni, incesto, superstizione, magia, deformazione, bonazzi, draghi, un sacco di sangue, psicosi. Vi ritroviamo, spinte al parossismo, anche le nostre manie.

Ammetto che la figaggine delle doctae puellae ivi contenute sia stata elemento trainante, stagione dopo stagione, per iniziare entusiasticamente la successiva. L’ho sempre fatto con un po’ di ritardo, per chiedere alle avanguardie se Daenerys mostrasse le zinne nella nuova stagione. No, ma c’è un’altra smandrappa che levati. Devo dire che sono rimasto molto affezionato a quella della prima stagione.

Veniamo ora ai temi caldi e ai conti in sospeso che le sei precedenti stagioni ci hanno lasciato e che promettono di risolversi o di aumentare la pila di cadaveri. Ho chiesto aiuto per questo a Giorgio Minotti, che oltre ad avere un’ottima memoria è un belloccio stile Jon Snow e mi ha aiutato a mettere a fuoco.

«Avrei preferito essere paragonato a Khal Dhrogo…»

La fine della quinta stagione ci aveva lasciati sgomenti con l’ennesima uccisione di uno dei personaggi più importanti (appunto il caro Giovanni Neve), a ulteriore prova del sadismo di Martin verso la famiglia Stark e soprattutto verso lo spettatore/lettore.

Resuscitato da Melisandre all’inizio della sesta stagione, Jon decide di lasciare i guardiani della barriera.

Sansa Stark riesce finalmente a fuggire dal castello di Grande Inverno, grazie a Theon Greyjoy, il quale sembra per un attimo aver recuperato i gioielli di famiglia; i due verranno presi in custodia dalla massiccia Brienne e dal suo simpatico scudiero Podrick.  Da qui, Sansa verrà scortata da Jon Snow con il proposito di riconquistare Grande Inverno.

Nel frattempo Arya, che era fuggita nel vecchio continente (a Braavos), continua ad allenarsi per diventare un’assassina coi controcazzi.

Infine Bran, che aveva raggiunto la grotta del corvo con tre occhi, continua a drogarsi pesantemente avendo allucinazioni temporali, grazie alla guida spirituale di Max Von Sydow, mica Maccio Capatonda: in pratica assiste a episodi della storia dei suoi parenti e capisce tante cosette, ad esempio che in realtà Jon Snow non è suo fratellasto bensì suo cugino, figlio di Rhaegar Targaryen e della sorella del padre. Quindi un altro Targaryen, per giunta cugino di Daenerys! Conosciamo la storica predisposizione dei Targaryen all’incesto, quindi tutto porta a pensare che prima o poi finiranno per trombare.

Nel frattempo la situazione ad Approdo del Re si fa veramente pesante. Il credo comandato dall’Alto Passero, dopo aver catturato e umiliato pubblicamente la regina madre Cersei Lannister, diventa sempre più potente.

Nel vecchio continente, la bionda Daenerys era stata portata via dal dragone nero per poi essere lasciata in mezzo al deserto e trovata da una banda di Dothraki. Secondo la legge dei Dothraki, la vedova di un khal deve vivere il resto della sua vita con le altre vedove a Vaes Dothrak. La vita di un khal non è molto lunga a giudicare dal numero di vedove…

Daenerys non è contentissima di questa svolta per la sua carriera di conquistatrice. Decide cosi di fare un bel barbecue in pieno stile Targaryen. Sul finire di stagione deciderà di partire finalmente verso il nuovo mondo per riconquistare i domini dei suoi antenati.

La sesta stagione si conclude con alcuni eventi spettacolari che non trovano posto nei romanzi.

  1. Arya si ribella ai suoi stessi insegnanti e uccide sia la sua “sparring partner” sia il suo maestro dal nome impronunciabile, Jakenagarcomesefosseantani. Acquisisce l’abilità di modificare il proprio aspetto fisico come il suddetto e torna a completare la sua mega vendetta. Uccide il vecchio signore delle torri gemelle che aveva ammazzato il fratello alle nozze rosse, ma prima gli prepara un timballo con le carni di suo figlio… cotto e mangiato.
  2. Jon Snow insieme con i bruti cerca di riprendere Grande Inverno. Sta per subire una sonora sconfitta, quando i cavalieri di Nido delle Aquile, comandati da Ditocorto, distruggono i soldati di Ramsay Snow/Bolton. Jon andrà personalmente a picchiarlo per la somma goduria di tutti. Ramsay sarà dato in pasto ai suoi stessi cani da Sansa, che dimostra finalmente una forza d’animo degna dei sette regni.
  3. Cersei, che era odiata da tutti, dopo la sonora umiliazione subita dai bigotti del Credo ha acquisito una certa simpatia, in contrasto con l’ordine religioso dei Passeri, finti umili che in realtà desiderano il potere come ogni altro personaggio e famiglia. Per vendicarsi, fa predisporre Altofuoco sotto il tempio di Baelor, dove si sarebbero trovati tutti i maggiori esponenti dell’ordine per il suo processo e quello di Loras. Lei non si presenta e fa saltare tutto in aria. Morti tutti gli oppositori in un colpo solo, Cersei è incoronata Regina.

Tutto considerato, la settima stagione avrà probabilmente due temi principali: la riconquista da parte di Daenerys e l’avanzamento degli estranei oltre la barriera.

Prima o poi Daenerys e Jon scopriranno di essere cugini e finiranno per sposarsi o qualcosa di simile. Dopo aver sconfitto Cersei il nuovo nemico comune saranno gli estranei. Estranei=ghiaccio; Draghi=fuoco: lo scontro sarà tra questi elementi.

Forse vedremo Jon a cavallo di uno dei Draghi, essendo di sangue Targaryen. Uno verrà cavalcato da Daenerys. Ne resta uno. Tyrion, l’altro grande protagonista della serie, è rimasto molto defilato in questa sesta stagione, ma nella settima promette di tornare alla ribalta ».

Non ci resta che augurare a tutti una buona visione,

In Daenerys We Trust

 

Grazie a Giorgio Minotti per la collaborazione.

Ricordiamo che a Ottobre iniziano nuovamente i corsi di scrittura creativa del Grafema. Per informazioni scrivici, oppure visita la pagina dedicata.

Luca Severi

Sagittario, nato nel 1984. Laureato in Filosofia, nutro una grande passione per la scrittura, il running e l’arte del cazzeggio. Adoratore della senape.
Per il Grafema Magazine scrivo articoli di cultura e recensioni musicali.
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Dirk gently – agenzia di investigazione olistica

Quando si tocca un mostro sacro è inevitabile che si senta qualche brivido, qualche preoccupazione. Quando poi il mostro è uno dei più sacri di tutti il timore iniziale è ancora più alto.

Douglas Adams è il mostro sacro di oggi. L’autore geniale, scomparso nel 2001 a soli 49 anni, è stato uno dei più influenti dell’ultima frazione del ‘900 e ne parleremo prestissimo sul Grafema Magazine. Della preoccupazione, invece, parleremo subito. È uscita infatti la prima serie della trasposizione in serie Tv di una delle sue opere più famose, le imprese del detective olistico Dirk Gently.

Operazione riuscita e preoccupazione fugata, ve lo dico subito per tranquillizzarvi. La serie si discosta coraggiosamente dalla trama dei romanzi, mantenendone intatte tutte le qualità che li hanno resi famosi e amati da milioni di persone.

La trama, nella sua assurda complessità, è molto semplice: tutto è collegato. Dirk non è un energumeno, non sa sparare, non sa fare a botte, non è un segugio. Non ha insomma alcuna qualità che collegheremmo al tipico detective hard boiled. Ha solo due cose: una sconfinata, straordinaria sensibilità e la convinzione profonda che sia l’universo a guidarlo. Tanto basta a catapultarlo, solitamente con sua grande sorpresa, in un vortice di avvenimenti sempre più assurdi nei quali realtà e sovrannaturale si fondono e si confondono, nei quali i personaggi più incredibili prendono il loro ruolo con chiarezza e credibilità.

Quindi non stupitevi se nel mondo di Dirk Gently incontrerete gattini pucciosi stranamente imparentati con squali feroci, viaggiatori del tempo, vampiri energetici buoni ma casinisti e profondamente ignoranti, macchine scambiatrici di anime, cani molto umani, umani molto canini, servizi segreti deviati che deviano altri servizi segreti deviati, amicizia tra una spietata assassina olistica e la sua vittima e chi più ne ha più ne metta. Tutto è collegato e tutto viene brillantemente svelato nelle otto caotiche puntate che compongono la prima serie, fino al finale aperto che ci lascia in bocca la voglia delle prossime puntate (la seconda stagione, dieci episodi, è già stata confermata).

La serie, creata e sceneggiata da Max Landis (il giovane sceneggiatore del fortunato film Chronicle) rispetta il lavoro di Adams anche su un altro livello: per quanto piena di siparietti comici e assurdi, contiene anche una serie di riflessioni sorprendentemente profonde su diverse tematiche. La solitudine, la menzogna e le conseguenze delle proprie azioni, la perdita dell’innocenza e il male commesso con le migliori intenzioni (così come il bene “commesso” con le peggiori). Non manca neppure lo sguardo divertito su quello che oggi chiamiamo “complottismo”, che era uno dei tanti aspetti dell’opera di quell’adorabile e romantico scettico che era Adams.

Anche il cast è stato scelto con grande cura. Samuel Barnett è un perfetto Dirk Gently, britannico gentile e delicato perso negli States. Elijah Wood (sì, il Frodo de Il signore degli anelli) è Todd, fattorino schiacciato dal peso delle sue menzogne che diventerà, suo malgrado, assistente e amico dell’investigatore. L’alchimia tra i due attori e (pur in misura minore) tra i personaggi secondari è molto forte e contribuisce efficacemente a lasciar percepire quei dolori e quelle cose irrisolte che li agitano appena sotto la superficie scanzonata e divertente.

Per concludere, una serie da guardare assolutamente. Prodotta da BBC America è peraltro distribuita da Netflix, quindi potrete guardare tutte le puntate di fila senza dover attendere.

Lo so, vi ho rovinato un’altra notte di sonno.

Scusate.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Tutto è collegato.

A chi lo consiglio: a chi ama la comicità surreale, a chi non si spaventa davanti a una trama intricata e inizialmente sconcertante, a chi ama i personaggi sui generis.

Abbinamento suggerito: un luuuuuunghissimo caffè, che vi terrà compagnia nella notte di binge watching che dedicherete a questa serie.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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American Gods, la prima stagione. Per fortuna è solo l’inizio.

Ancora! È questo il primo pensiero che viene in chiusura dell’ottavo – e ultimo – episodio della prima stagione di American Gods. Ancora! Ancora! Ancora!

Intendiamoci, non era per nulla scontato. Quando si porta sullo schermo un libro così bello, che ha riscosso così tanto successo, il rischio delusione è sempre in agguato e Neil Gaiman ne sa qualcosa (Stardust vi dice nulla?).

Questa volta, però, è andata bene, benissimo. American Gods, che vede lo stesso Gaiman tra i produttori esecutivi, con la regia di Bryan Fuller e Michael Green non solo non tradisce il libro, ma lo espande a universo narrativo, riempiendo i vuoti e le parti appena tratteggiate. Gaiman si è sempre lamentato del fatto che il suo editore lo avesse vincolato a non superare le 150 mila parole, il che ha reso la narrazione veloce e trascinante ma ha lasciato nei lettori anche tante domande senza risposta (alcune colmate in lavori successivi, tra cui “I ragazzi di Anansi” e il racconto su Shadow all’interno del meraviglioso “Cose Fragili”).

La narrazione, dicevamo, è rispettosa dell’originale, tanto da prendere di peso alcuni dei dialoghi più significativi per riportarli quasi integralmente. La storia diventa una traccia quasi di fondo, per permettere l’approfondimento dei personaggi. Ci sono alcune deviazioni dall’originale, alcune anche rilevanti (come il rapporto tra Laura Moon e Mad Sweeney, inesistente nel libro), ma sono sempre in funzione dell’espansione dell’universo narrativo di riferimento.

La storia. Shadow Moon è un galeotto che ha quasi scontato la sua pena. Ha commesso un errore, ne è cosciente e non vede l’ora di tornare da sua moglie e sulla retta via. La tempesta, però, lo colpisce. Lo fanno uscire qualche giorno prima, sua moglie è morta. Sua moglie, scopre, non è per nulla quella che credeva. Il lavoro che lo aspetta fuori non esiste più. Sulla via del ritorno viene avvicinato e in breve reclutato dal misterioso signor Wednesday. A tratti un piccolo truffatore sul viale del tramonto, a tratti qualcosa di molto più grande, forse qualcosa di molto peggiore.

Inizia così il suo viaggio, in bilico perenne tra incredulità e fede, in una terra che ha accolto migliaia di divinità ma non le ama, non le fa prosperare, in una terra dove divinità vecchie e nuove si combattono per raschiare via briciole di adorazione.

Non vado oltre e vi lascio scoprire il resto da soli. Se si può fare un appunto a questa prima stagione, è che risulta più che altro una lunga introduzione, a tratti un po’ criptica per chi non ha letto il libro. Il resto è di un livello e di una qualità eccezionali.

La regia è precisa, efficace. Con alcuni flashback, di solito all’inizio delle puntate, ci viene presentato l’arrivo delle varie divinità in America. Il filo conduttore, ovvero Shadow, resta costantemente presente anche se in ogni puntata ci si prende il tempo per approfondire i diversi personaggi.

Il cast è quasi perfetto. Ricky Whittle (che per avere questa parte ha fatto piangere migliaia di fan di The 100, serie sci-fi in cui interpretava l’amatissimo Lincoln. Che muore male, di fretta e in modo piuttosto insensato. Whittle aveva da fare altrove) è lo Shadow che i lettori hanno sempre immaginato. Wednesday, un omone grande e grosso nel libro, funziona incredibilmente nell’interpretazione di Ian McShane, fragile e minuto nel corpo e gigantesco nella personalità. Orlando Jones (nei panni di Anansi) e soprattutto Gillian Anderson (la Scully di X-Files) nel ruolo della dea dei media seguono a ruota. Bravissima anche Emily Browning (nel ruolo della sgradevole, egoista, traditrice e soprattutto morta Laura Moon, moglie di Shadow), mentre qualche perplessità lascia Pablo Schreiber, attore canadese che interpreta Mad Sweeney il leprecauno.

Ma è un dettaglio. La serie, lo avrete capito, è bellissima e coraggiosa. Forse anche più coraggiosa di quanto intendesse essere. American Gods è una storia che parla fondamentalmente di immigrazione. “Solo una fottuta storia”, come ha detto lo stesso Gaiman. Nel frattempo però il mondo è cambiato, gli Stati Uniti sono cambiati. Con il nuovo presidente raccontare l’eccezionalità delle minoranze, sia pure delle minoranze estreme, è diventato rivoluzionario. Anche se nessuno dei personaggi è veramente buono -così come nessuno è del tutto cattivo-, anche se nessuno è esente da un egoismo più o meno profondo –pur essendo tutti coinvolti inestricabilmente nelle relazioni che mantengono in vita-, anche se molto pochi dei personaggi sono in effetti del tutto o in parte umani, è proprio la profonda umanità che emerge come messaggio. “E se Dio fosse uno di noi?” recitava una canzone di qualche anno fa: ecco, American Gods risponde a questa domanda.

Con spietato amore.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

«A cosa devo credere?»

«Credi a tutto».

A chi lo consiglio: a chi non ha paura di quanto lontano possa portare una storia “on the road”.

Abbinamento suggerito: Idromele, naturalmente. La bevanda degli dei.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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Twin Peaks. La terza stagione. 25 anni dopo.

Nella famosa visione del nano che balla, Laura Palmer lo pur disse all’agente Cooper: “Ci rivedremo tra venticinque anni”. Da allora in poi tutti ci siamo chiesti come cavolo fosse finita la serie, perché in realtà non l’aveva mica capito nessuno.

Diavolo di un Lynch, aveva programmato già tutto. Passati venticinque anni ecco che, dopo aver dato l’addio al cinema con lo sconcertante Inland Empire, tira fuori dal cassetto la sua serie di culto.

Panico tra i fan o, per meglio dire, tra gli adepti del regista del Montana. Scene di isteria di massa, apparizioni a caso del gigante che parla al contrario, cani e gatti che vivono insieme. Le vecchie serie di Twin Peaks in loop continuo come neanche le puntate del Tenente Colombo nei più desolati pomeriggi di luglio su Rete 4. Tutti a fare i saputi, gli esperti, tutti a nascondere il tremendo segreto che le sgranate immagini di inizio anni ’90 riportavano a galla.

Amatissimo. Amatissimo sì, ma alla fine non si era capito niente.

La nuova serie riparte da lì. Naturalmente avrei ucciso chiunque altro avesse provato a soffiarmi questa recensione e sono cosciente di rischiare la stessa fine se dovessi rivelare qualcosa, quindi leggete tranquilli. Ho visto le prime quattro puntate e quello che segue è 100% spoiler free.

Ricominciamo da dove avevamo finito. Colonna sonora di Angelo Badalamenti, l’agente Cooper nella Loggia Nera e Laura, insieme ad altri inquietanti personaggi, che gli parlano nel consueto linguaggio da incubo. No, il nano non c’è.

Ed è subito pelle di cappone.

Cominciamo col dire che la nuova stagione di Twin Peaks si distacca enormemente da quelle precedenti. L’azione non è più circoscritta alla virtuale cittadina ai confini con il Canada, che divide ora la scena con New York e Buckhorn, Sud Dakota. Lynch non è stato certo ammorbidito dagli anni. Non spiega nulla, non introduce nulla. Getta sulla scena un mix di personaggi nuovi, senza presentarceli, e vecchi. Vecchi in tutti i sensi.

Già, perché non c’è niente di gioviale in quello che vediamo. Lynch si concentra su ogni ruga, ogni capello bianco, ogni pancia e difetto che gli anni hanno portato agli attori. Sono quasi tutti invecchiati male (almeno i personaggi, se non magari gli attori) e il regista sembra bearsene, sembra usarli per dare a tutto quanto un’aria di decadenza. Il male è libero, sembra dire, e gli effetti si vedono. Addirittura la signora Ceppo (la cui interprete, malata da tempo, è scomparsa alla fine delle riprese) ci viene mostrata con i capelli cortissimi e l’ossigeno al naso. Anche l’ambientazione è straniante. Tranne qualche eccezione accuratamente studiata, tutto sembra vecchio, decrepito. Arredamenti e materiali che sembrano presi di peso da venticinque anni fa vengono raramente interrotti da minuscoli elementi di modernità. Un monitor piatto qui, un cellulare lì. Lynch ci catapulta in una storia che, nell’ultimo quarto di secolo, è progredita nel bene e nel male trascinando con sé i ruderi di quanto non risolto. Soprattutto nel male.

La dimensione che ci viene presentata è quella propria dell’incubo, un incubo surreale e lisergico, al contempo incredibilmente reale e pervaso di quel paranormale che, se nelle serie precedenti si svelava poco a poco, qui è vivo, feroce e dichiarato fin dalle prime battute. Un uomo è seduto da solo in un magazzino di New York, intento a osservare una scatola di vetro circondata da telecamere. Una bibliotecaria viene trovata morta in Sud Dakota, ma si scopre che solo la testa è la sua, il corpo è di un uomo non identificato. L’agente Cooper è, come detto, nella Loggia Nera. Sospeso nel tempo e nello spazio, comincia a sentire la pressione che lo rivuole nella realtà. È nella Loggia Nera e, allo stesso tempo, non lo è. È ancora lo stesso che avevamo incontrato e, allo stesso tempo, non lo è. E qui mi fermo, che ci tengo alla pelle.

Alla regia la mano di Lynch si vede. Tanto. È quasi una presenza palpabile. La quantità di scene riprese a telecamera fissa ti trascinano immediatamente nella vecchia e tanto nota sensazione di pathos. Qualcosa sta inevitabilmente per succedere e tu aspetti, già in ansia.

Che poi succeda o meno, non è importante.

Insomma, il genio è tornato. Più duro, più cupo, più cinico, più assurdo che mai. Inevitabilmente il dubbio che ti stia prendendo in giro ti viene, più e più volte, ma non fai in tempo a razionalizzarlo che qualcosa di nuovo ti piomba addosso e tu ti chiedi come sia possibile questo precipitare degli eventi, quando apparentemente tutto sembra svolgersi come se fosse racchiuso in un barattolo di melassa.

Inutile dire che, alla fine delle prime quattro puntate, ne so esattamente quanto chi ancora deve cominciare. “Ognuno ci vedrà quello che vuole, nella nuova serie” è stato detto qualche mese fa. Ma noi no. Noi vogliamo capire. Noi vogliamo sapere. Dove diavolo ci stai portando? Diccelo!

Ma soprattutto: che fine ha fatto Bob?

È già una droga.

Dannato David Lynch, ci hai fregati ancora.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5
Hel-looooooooooooooooooo! (Vedrete…)
A chi lo consiglio: a tutti. Twin Peaks non si giudica. Si ama incondizionatamente.
Abbinamento suggerito: acqua fresca, al limite una tisana leggera. Agli aspetti psicotropi ci pensa già Lynch.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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