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Categoria: Cinema

The war – il pianeta delle scimmie

Di Matt Reeves, con Woody Harrelson, Andy Serkis.

Ferragosto, scimmia mia non ti conosco. Ammetto che non avevo alcuna voglia di guardare e recensire questo film, ma poi ho studiato le alternative e ho visto che erano ben due film con Nicolas Cage.

Cosa che credo infranga anche qualche legge.

Tant’è, mi ritrovo con una scelta quasi obbligata. Non avevo interesse a guardarlo soprattutto per la critica letta sinora. Tutti esaltano questo film, fotografia, citazioni come se piovesse, motion capture che anima e dà espressività alle scimmie perfette, cinema puro. Il tutto saldamente impiantato su una trama universalmente descritta come “semplice” e “lineare”.

Sentite anche voi la puzza di fregatura?

Bene, perché il film è tutto quanto le recensioni promettono e molto di più. O di meno, a seconda dei punti di vista.

La storia: un colonnello umano cattivissimo vuole ammazzare le scimmie guidate dal saggio Cesare. Durante un blitz gli uccide moglie e figlio. Cesare giustamente non la prende bene e parte con un piccolo gruppo di compagni per vendicarsi. Fine. Abbiamo fatto in fretta, no?

Comunque sia, le prime cose da dire sono senza dubbio positive. Gli effetti speciali sono eccezionali, le scimmie sono più reali del reale. Fotografia eccellente e tecnica di ripresa allo stesso livello. In realtà, a dispetto del titolo e di due fasi all’inizio e alla fine, questo non è un film di guerra. L’impianto è piuttosto quello del western tradizionale, in maniera piuttosto smaccata, e anche questo è realizzato molto bene.

Passando poi al nocciolo del film, è impossibile non soffermarsi sulle citazioni. Il film ne è pieno, intriso. Pure troppo. Carino come gioco mettersi a riconoscerle ma, un po’ come quei dolcetti mediorientali, l’eccesso di dolcezza/citazioni nausea in fretta. In The War c’è moltissimo Conrad con il suo Cuore di Tenebra e altrettanto, o forse più, Coppola. Il personaggio di Woody Harrelson è ricalcato sul colonnello Kurtz (anzi, Apocalypse Now è espressamente citato nel film, il che crea un curioso metariferimento. Non è a quanto pare il personaggio a essere ricalcato, ma è il personaggio di Harrelson che, avendo visto il film, lo scimmiotta), pur senza avere il magnetismo allucinato del personaggio di Brando. C’è Shindler’s List, c’è moltissimo western, con espliciti riferimenti a Ford e Leone, anche se non è chiaro se siano diretti o siano piuttosto filtrati dall’ultima opera di Tarantino (The Hateful Eight). In fase di avvio c’è perfino una citazione smaccata alla sequenza di apertura de Il Gladiatore. Infine, saltando una quantità di dettagli che sarebbero noiosi per i non nerd cinematografici, c’è tantissima Bibbia. In sostanza, anzi, togliendo una spolverata di nuovo testamento, possiamo vedere l’intero film come una rivisitazione del libro dell’Esodo in salsa scimmiesca.

Tanta carne al fuoco, dunque, e prima di passare alle dolenti note bisogna anche applaudire lo sforzo di riportare la serie nei binari della continuity, riportando tutti gli eventi di questa serie prequel alle condizioni di base che verranno narrate poi nel capostipite della saga, quel Pianeta delle scimmie del 1968 interpretato da Charlton Heston.

Sufficiente? Naturalmente no, perché arriviamo finalmente a quello che la maggioranza della critica ha liquidato con leggerezza a “semplice e lineare”, la trama.

E la trama, gente, fa schifo. Non ho ben capito quando esattamente fare film senza una costruzione approfondita e interessante sia diventato “fare cinema nel suo senso più puro”, come ho letto da qualche parte. Forse sarò io, che di storie ci vivo e che quindi le giudico fondamentali, ma qui assistiamo a due ore e venti di noia pura e prevedibilissima. E questo è il meno.

Già, perché è perfettamente comprensibile che in questo episodio il punto di vista sia stato completamente incentrato sulle scimmie, relegando gli umani a sfondo. Si capisce il tentativo di invertire il punto di vista, di mostrare come il bene e il male si possano annidare in ogni comunità a dispetto della “razza”, si capisce che per fare questo e per stratificare i personaggi scimmieschi gli umani debbano essere relegati a figure del tutto bidimensionali, sante come la piccola Nova (altro riferimento al Pianeta delle Scimmie originale) o demoniache come il Colonnello, mentre tutti gli altri fanno numero e sono completamente indefiniti e pure un po’ idioti. Quindi? Qualsiasi cosa ci volesse raccontare di nuovo questo episodio non arriva minimamente. Anzi, se proprio andassimo a cercare un qualche profumo di epica, la possiamo solo immaginare negli umani, non certo nelle scimmie. Sono gli uomini, paradossalmente, a essere messi nella condizione di essere interessanti. Una razza che si sta per estinguere e ne è fondamentalmente cosciente, come reagisce? Il film ce lo mostra malissimo, relegando il tutto a cliché utili alla narrazione biblica dell’esodo di Cesare/Mosè e del suo popolo verso la terra promessa. Anche il punto di vista da parte delle scimmie sarebbe potuto essere interessante in questa ottica. È senza dubbio in corso un genocidio, ma da parte di chi, in effetti? Quale delle due razze si sta effettivamente estinguendo? In una scena del film, forse la più efficace, il Colonnello la butta pure lì, ma poi la cosa passa e viene successivamente ignorata.

Insomma, The War più che un film è un enorme contenitore, realizzato benissimo peraltro, che però si rivela una scatola quasi del tutto vuota. Non lascia niente allo spettatore, se non la soddisfazione un po’ onanistica di aver chiuso il ciclo del franchise Il pianeta delle scimmie. Chiuso per ora, poi, che si fa sempre in tempo a inventarsi qualcos’altro per spremerlo ulteriormente. Ma fino ad allora, ritengo che questo film finirà rapidamente nel limbo delle opere senza infamia e senza lode, dimenticato nel giro di qualche settimana. A proposito, Reeves è stato scelto (al posto di Ben Affleck) per girare il prossimo The Batman.

Sinceramente per i fan del pipistrello dubito sia una buona notizia.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-2-5
Frase distintiva: “Non ho iniziato io questa guerra”. Dal pubblico si alza una voce “sì pero ora basta, che mo’ ve lo buco sto pallone”.

A chi lo consiglio: a chi viene trascinato al cinema con la forza in questi giorni e comunque non vuole vedere un film con Nicolas Cage.

Abbinamento suggerito: un B52, la bevanda più simile al napalm che ci sia, di primo mattino. Se si deve essere citazionisti, facciamolo fino in fondo.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Spider-man: homecoming

Di Jon Watts, con Tom Holland, Robert Downey Jr., Michael Keaton, Marisa Tomei

L’estate è ormai tradizionalmente uno dei momenti d’oro dei cinecomics e noi, come promesso, dopo la recensione dedicata alla DC e al più che discreto Wonder Woman passiamo alla concorrenza, alla Casa delle Idee. Alla Marvel, insomma.

Homecoming, ritorno a casa. Titolo furbo, che gioca con il nome del ballo di fine anno, uno degli elementi della trama, ma soprattutto con il ritorno a “casa” dell’amichevole Spidey di quartiere: dopo il “prestito” da parte di Sony (che detiene i diritti sul personaggio) in occasione di Capitan America: civil war, questo film sancisce il rientro a pieno titolo di Spider-man nell’universo cinematografico Marvel e nella corazzata Marvel Studios.
E i risultati si vedono, eccome.

Spider-Man: Homecoming è probabilmente uno dei migliori film di supereroi a oggi, progettato perfettamente per celebrare il ritorno del Ragno. Non ha paura di discostarsi dal canone del fumetto, per regalarci finalmente un protagonista credibile. Prima ancora di Spider-Man, il suo alter-ego Peter Parker.
Peter torna alle origini, è un ragazzo nemmeno quindicenne che ha appena incontrato i suoi poteri (tra l’altro, ci viene risparmiata l’ennesima narrazione del suo incontro con il ragno radioattivo. Benissimo così) e il suo mentore, Tony Stark alias Iron Man, che dopo averlo usato per lo scontro con Capitan America lo rimette “all’asilo”, a confrontarsi con scippatori e ladri di biciclette. Quello che vediamo è un ragazzo durante la sua iniziazione a eroe, goffo, che commette errori, ansioso di entrare in azione ma sostanzialmente ancora inadeguato. Tom Holland, nell’interpretarlo, è semplicemente perfetto.

Non è più, però, il nerd reietto dei fumetti. I tempi sono cambiati, i secchioni hanno guadagnato un fascino che un tempo non avevano. Peter ha amici, una vita, una zia che non è più la May perennemente ottuagenaria ma la meravigliosa Marisa Tomei. Questa attualizzazione è il successo più grande del film. Non toglie nulla al concetto del fumetto, ma lo rende godibile da tutte le generazioni, comprese le ultime. Forse, questo Spider-man quindicenne, è il primo vero personaggio Marvel con cui gli adolescenti di oggi possono identificarsi.

“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” diceva al giovane Parker lo zio Ben e non crediamo sia un caso che, in questo episodio, non compaiano né la frase né lo zio, con il suo bagaglio di senso di colpa sulla formazione del Ragno. Il film scorre quindi con una leggerezza esaltante, con le scene brillanti che superano, come è giusto che sia, quelle di azione, tanto che anche i fan più vecchiotti dimenticano in fretta i cambiamenti rispetto al “canone”, il fatto che il costume non sia più un banale costume ma una vera e propria armatura computerizzata progettata da Stark (con la sua intelligenza artificiale, Karen, che fa da perfetto contraltare a Jarvis, quella di Iron Man), che Mary Jane non sia più la rossa con il suo anacronistico invito – “vai a prenderli, tigre” – ma una brillante darkettona, che il migliore amico di Peter sia un nerd decisamente fuori forma e non più il miliardario che poi diventerà uno dei venticinque (o giù di lì) Goblin.

Ho detto Goblin? Questo porta al cattivo del film e, anche qui, abbiamo finalmente una piacevole novità. L’avvoltoio è il primo villain davvero credibile dell’universo cinematografico Marvel. Ha una genesi efficace, le giuste motivazioni, tanto che a tratti si arriva persino a solidarizzare con lui. Un disperato portato alla malvagità dalle contingenze, potremmo dire. Aiuta moltissimo anche il suo interprete, Michael Keaton.

Piccola digressione a proposito: Keaton ha fatto un percorso unico nel mondo del cinema supereroistico. È il Batman di Tim Burton negli anni ’90, è poi il protagonista del meraviglioso Birdman di Iñárritu, per chiudere poi il cerchio con l’avvoltoio. Ed è eccezionale in tutti questi ruoli.
Chiude il successo del film il numero impressionante di chicche e citazioni che nasconde, dall’avvio in versione go-pro (che riprende la scena dello scontro di Civil War) agli affettuosi sberleffi allo Spider-Man più canonico, dalle chiacchierate tra Peter e l’intelligenza artificiale della tuta fino alle apparizioni di Capitan America nei video educativi. Se tenete conto che, a questo punto della cronologia, Capitan America è un fuorilegge, il riferimento all’uso dei media è davvero interessante e mi ha ricordato la (per me) geniale interpretazione dei media che Paul Verhoeven inserì nel poco apprezzato e forse poco compreso Starship Troopers.

Insomma, è possibile dare cinque stelline a un film di supereroi? Sì, è possibile, senza togliere nulla a film più profondi è impegnati. Regalatevi un paio d’ore di intrattenimento brillante con, finalmente, il primo supereroe veramente del nuovo millennio.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Frase distintiva: Spidey volteggia sulle note di Blitzkrieg bop dei Ramones. E ho detto tutto.

A chi lo consiglio: ai fan più accaniti e conservatori dello Spider-man, anzi no scusate, dell’Uomo Ragno dei fumetti. Anche io ero così e mi sono ricreduto.

Abbinamento suggerito: una coca e popcorn, che un poco adolescenti, questo film, fa tornare.
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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Wonder Woman

Di Patty Jenkins, con Gal Gadot e Chris Pine

Ci volevano le donne per tirar fuori un film decente dall’universo espanso della DC Comics.

Intendiamoci, non che Wonder Woman sia un bel film, ma se lo paragoniamo all’abisso che si è creato dopo la meravigliosa trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan, siamo di fronte a una svolta. Man of Steel, Batman Vs Superman, Suicide Squad sono stati tre film terribili, confusi, che non hanno soddisfatto né gli amanti dei fumetti né quelli dei cinecomics.

La storia delle origini di Diana Prince invece funziona, il film diverte, non ha i buchi spaventosi di sceneggiatura dei suoi predecessori e a tratti addirittura emoziona.

Insomma, ci volevano proprio le donne per tirar fuori qualcosa di buono da un mercato che ancora è percepito come prettamente maschile.

Pur non essendo un capolavoro.

L’inizio è un po’ sconcertante, lo ammettiamo. Un quarto d’ora di spiegone è qualcosa che non si vedeva al cinema da un bel pezzo, soprattutto in un film d’azione. Passato questo, però, la trama comincia a macinare. Merito soprattutto della regista (Patty Jenkins, autrice peraltro del bellissimo Monster, premio oscar con Charlize Theron) che, pur non essendo la pioniera dell’action movie in rosa (sempre sia lodata Kathryn Bigelow), mescola sapientemente rapidità e delicatezza.

L’ambientazione, sul finire della prima guerra mondiale, non si pone giustamente troppi problemi di verosimiglianza storica – è un fumetto, in fondo – e ci propone una versione dei cattivi tanto, troppo simile ai nazisti cinematografici. Ma va bene così.

Diana (l’attrice e modella Gal Gadot. Bella, bellissima, quasi in modo eccessivo), principessa delle amazzoni, vive quasi da reclusa in un’isola nascosta al mondo. Si allena, in attesa di salvare il mondo dal ritorno del dio della guerra, in un’atmosfera senza tempo. Peccato che il mondo, nel frattempo, sia andato avanti, più che altro a massacrarsi allegramente. Sarà l’arrivo di Steve Trevor (interpretato da Chris Pine, che abbiamo già visto come capitano Kirk nel reboot di Star Trek) a cambiare le carte in tavola. Diana lascerà l’isola protetta per andare a porre fine alla Grande Guerra, scoprendo nel viaggio che il male non è solo opera di Ares ma alberga in ogni persona.

Tutto molto bello, nella teoria, ma nella pratica si vedono ancora i grandi limiti degli sceneggiatori dalla banda DC comics. Se il processo di presa di consapevolezza di Wonder Woman funziona bene (memorabile la scena in cui distrugge un campanile, una eccellente metafora della violenza della guerra che va oltre il bene e il male, il giusto e lo sbagliato) e anche il personaggio di Steve Trevor è ben realizzato, il tentativo di rendere l’opera almeno in parte corale è raffazzonato. I comprimari sono appena accennati, hanno una caratterizzazione macchiettistica (il cecchino che non riesce a sparare, l’attore, il nativo americano!) che non ha alcuna motivazione plausibile e nessuna utilità ai fini pratici della trama. Il cattivo “a sorpresa” è telefonato sin dalla prima mezz’ora di film e quando appare sul finale è sorprendente più o meno come l’ennesimo matrimonio tra Ridge e Brooke in Beautiful. Per colmare il gap nei confronti dell’universo cinematografico targato Marvel (che è appena uscito con uno strepitoso Spiderman-Homecoming, che vedremo nei prossimi giorni) c’è ancora tantissima strada da fare.

Però, un bel passo avanti. Lode alle donne, fumettose e in carne e ossa, che l’hanno realizzato.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-3-5

“Se vedi qualcosa che va male nel mondo puoi intervenire e puoi non fare niente. Con niente ho già tentato”.

A chi lo consiglio: a tutti gli amanti dell’universo DC Comics, finalmente un po’ di luce in fondo al tunnel per questo nuovo corso.

Abbinamento suggerito: una caraffa bella gelata di vino retsina, per amplificare quell’assaggio di Grecia che il film ci regala.
Giorgio-Arcari

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Nerve

Di Henry Joost e Ariel Schulman
Con Emma Roberts, Juliette Lewis, Dave Franco

La storia: La giovane e timida Vee rimane coinvolta in Nerve. Un gioco illegale, fatto di sfide sempre più difficili e pericolose, seguitissimo sul web. Scoprirà che smettere di giocare è più difficile del previsto.

Lo spunto, pur non essendo davvero originale, è interessante. Colpisce anche la sincronicità dell’uscita con il delirio collegato all’allarme “Blue Whale”, ma il tema stesso della sempre maggiore commistione tra vita reale e virtuale, soprattutto tra le nuove generazioni, già basterebbe a fornire una quantità di materiale da esplorare.

Purtroppo, non è andata così.

Nerve è un minestrone indigesto in cui si è deciso di mettere dentro tutto. C’è l’abuso della rete e della telefonia mobile, la critica alla perdita di valori tra i più giovani, la sempre di moda citazione del grande fratello orwelliano, immagini da cartolina notturna di New York (the city that never sleeps, come cantava Sinatra. Anche qui roba fresca, per quanto ami Sinatra beninteso), la superficialità che nasconde i problemi esistenziali, la storia d’amore tra il bello e tenebroso e la timida con il cuore da leonessa, gli hacker cattivi, gli hacker buoni, qualche maschera di Guy Fawkes così a caso, un po’ di thriller, il lieto fine, il finale aperto, tutti sono cattivi, i cattivi in realtà sono buoni, le code in autostrada e non ci sono più le mezze stagioni.

No, ok, forse le ultime due non ci sono, ma c’è di peggio: Juliette Lewis che, dopo una vita di ruoli meravigliosi da spostata, ritroviamo nel ruolo di mamma preoccupata. Sì, lo so, sto piangendo pure io.

Naturalmente nessun tema è sviluppato efficacemente, tutto quanto viene mescolato in un teen drama confuso che parte con i toni della commedia leggera, si riveste di critica sociale strada facendo e chiude con un tentativo di thriller che vorrebbe creare pathos ma ti porta semplicemente a farti domande esistenziali.

Tipo, ma che cavolo ci faccio in questo cinema?

Tipo, ma non era meglio andare a farsi una birra?

Tipo, ma Albano e Romina torneranno insieme?

Soprattutto il terzo quesito riesce a tenerti avvinto, mentre il film si trascina stancamente verso la più interminabile ora e mezza degli ultimi tempi.

La regia non è nemmeno così terribile. Banale anche questa, con l’abuso di riprese soggettive, effetti videocamera da smartphone e riprese da dietro schermi virtuali di pc e cellulari (che anche qui, una o due passi, bravo, bella idea. Ma TUTTE le riprese così…). Però non terribile.

I personaggi sono piatti, non strutturati, cambiano caratteristiche così, senza motivo, da un momento all’altro. Le prove d’attore sono altrettanto mediocri. Unico che si salva è Dave Franco, fratello meno talentuoso di James ma quantomeno in ruolo. Tutti gli altri non pervenuti, compresa Juliette Lewis.

Juliette perché, perché l’hai fatto? Lacrimuccia.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-1-5

Un memorabile esempio di come avere un tema d’attualità caldissimo e sprecarlo mandando tutto in vacca.

A chi lo consiglio: a chi ha bisogno di espiare una piccola colpa e se la vuole cavare con poco, 7,50€ di biglietto. Il mercoledì in molti luoghi anche con meno.

Abbinamento suggerito: la mezza naturale che pagherai uno sproposito al bar del cinema. Se devi punirti è bene farlo fino in fondo.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

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Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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King Arthur – Il potere della spada

Regia di Guy Ritchie. Con Jude Law, Charlie Hunnam, Eric Bana.

Inaugurare la rubrica di recensioni cinematografiche non è facile. Cosa scegliere, il documentario, il film impegnato, quello meno noto, il blockbuster? Curioso peraltro che il termine blockbuster sia sopravvissuto come sinonimo di “opera, tipicamente frutto di produzione dai vasti mezzi, che riscontra un grande successo di pubblico” anche dopo lo spettacolare fallimento della catena di videonoleggi che si era fregiata di quel nome. Quando si dice ottimismo mal riposto. Ma sto divagando...

Ho scelto l’ultima incarnazione della leggenda di Re Artù perché, se non tutti, almeno un po’ di questi generi li tocca. Diciamoci la verità: ormai la storia, almeno per sommi capi, la conoscono tutti. Ma proprio proprio tutti quanti. Potrà cambiare l’occhio di chi la racconta, ma l’approccio documentaristico è inevitabile.

Concentriamoci quindi sull’occhio, che è quello di Guy Ritchie. Il quarantottenne regista britannico ormai ci ha fatto capire che gli interessano due cose. Due. Raccontare la vita dei piccoli criminali dei sobborghi popolari (c’è una frase del grande Terry Pratchett che sembra aver fatto sua: le persone non sono fondamentalmente buone o fondamentalmente cattive. Le persone sono fondamentalmente persone) e fare un uso folle, smodato e divertentissimo di flashback e flashforward. Questo ha portato alla nascita dei suoi due primi, strepitosi, lungometraggi, Lock&Stock e The Snatch, che l’hanno sparato subito nell’olimpo dei nuovi grandi registi. Velocemente, troppo velocemente, tanto che il successivo “Travolti dal destino”, remake di “Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto” della Wertmüller, sarà un flop di pubblico e soprattutto di critica, proprio per la mancanza dei suoi due piatti forti. Poco male, Ritchie si rifarà negli anni successivi cucendo addosso a Robert Downey Jr due Sherlock Holmes perfetti, due storie di gangster metropolitani in perfetta linea con la sua cinematografia, e ripetendo il successo con il più recente Operazione U.N.C.L.E., gioiellino che forse non ha ricevuto il meritato riscontro e che ci ha peraltro fatto scoprire che Henry Cavill (l’attore di Superman) è in effetti un attore e non la versione dopata di un manichino di H&M.

Arriviamo dunque a King Arthur: Il potere della spada. Il giochino funziona ancora?

Be’, sì e no. Vediamo perché.

Funziona alla grande quando Ritchie resta nel suo ambiente. La sequenza (quasi) iniziale di un Artù che cresce in un bordello di una Londra perfettamente ricostruita e comunque stranamente simile a quella di Lock&Stock è ben sviluppata. Il gioco che lo vede crescere in età e nel suo percorso di criminale da quattro soldi in pochi colpi di cinepresa è magistrale. Il livello raggiunto dal regista è semplicemente impressionante. Tutto ciò che riguarda questo schema funziona egregiamente per tutto il film. I delinquentelli di animo nobile, la “cerca” che mette insieme gli eroi pescandoli dai luoghi più disparati, l’uso di un linguaggio di certo fuori contesto storico ma altrettanto di certo efficace, il consueto montaggio alternato che mostra prima di spiegare e spiega a giochi fatti. Ci sono due o tre scene, compresa una delle più importanti, che ti incollano allo schermo e non puoi fare a meno di esclamare “cheFFFigata”. Con tre f. Maiuscole.

Anche il cattivo funziona. Jude Law, già abitualmente ben valorizzato da Ritchie (era il Dottor Watson dei due Sherlock Holmes), è evidentemente ancora in stato di grazia dal periodo The Young Pope. Cinico, duro, spietato e scanzonato a un tempo. Senza dubbio il migliore del mazzo.

Purtroppo, però, ci sono anche le dolenti note. In primo luogo il resto del cast. Quasi tutti gli attori offrono una prestazione piuttosto dozzinale, a partire dal protagonista, Charlie Hunnam. Se è credibile nel suo essere svagato di tutta la prima parte del film, diventa irritante nella seconda. Dov’è il carisma del leader suo malgrado? Dov’è il percorso di crescita e di presa di consapevolezza? D’accordo che in questa versione si punta molto sul fatto che la regalità gli venga appioppata a tradimento, ma dopo la seconda volta che lo sketch viene ripetuto la bocca comincia inevitabilmente a storcersi.

Il secondo, e fondamentale, punto debole del film è la magia. Vi scandalizzerò, direte che non si può fare a meno di Merlino, della Dama del Lago e soprattutto del potere della spada che ci sarà bene un motivo per cui dà il sottotitolo al film, no?

No, l’ho detto. Fatemi causa.

Ritchie con la magia proprio non ci sa fare. Le scene in cui entra in campo sono forzate e artefatte, sgradevoli per la narrazione al punto da sembrare delle soluzioni facili per coprire dei buchi di sceneggiatura. La scena iniziale incespica (a proposito, Guy, pure con le scene di battaglia prudenza, mi raccomando) e di fatto mortifica il cameo di Eric Bana nel ruolo di Uther, appiattisce come già detto il percorso di presa di consapevolezza di Artù e, al netto di effetti speciali comunque molto belli, manda in vacca il finale. Troppo comodo, troppo scontato. Non dico che si sarebbe dovuta togliere del tutto (invece sì, lo dico, ma tra parentesi. Butto il sasso e ritiro la mano: chissà se centrerò la dama del lago?), ma si poteva usare in modo molto più sottile e meno fracassone. Capisco le esigenze di produzione, ma Ritchie ha tutte le qualità per mostrarci che, alla fine, i suoi piccoli e meravigliosi delinquenti di periferia sanno sempre cavarsela grazie alla loro testa. E a un po’ di fortuna.

Resta comunque un film da vedere. Non il migliore del regista, non il peggiore. Brillante e divertente, con ottimi dialoghi (anche se, per gli amanti dei suoi primi lavori, non esenti da qualche autocitazione) e una freschezza sufficiente a rilanciare il franchise, come si dice oggi, di Re Artù. Non riuscito come quello di Sherlock Holmes, ma non può andare sempre così bene, no?

La nostra opinione...

Voto-Grafema-2-5

-Che succede adesso?

 -Lo sai che succede… diventi rapidamente leggenda.  

A chi lo consiglio: a quelli convinti che Nico il Greco sia vivo e lotti insieme a noi e a quelli a cui piacciono i cOni.

Abbinamento suggerito: non mi spingo a proporvi della onesta birra inglese, a temperatura ambiente. Ma non andate oltre la Guinness. Un paio di pinte.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

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