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Categoria: Cinema

La mummia 2017

Diretto da Alex Kurtzman
con Tom Cruise, Sofia Boutella, Annabelle Wallis e Russell Crowe

Al di là del fatto che ho visto tutti i film della precedente saga de “La mummia” con Brendan Fraser e che quindi ero curiosa di vedere il nuovo reboot, ciò che seriamente mi ha spinta a guardare questa nuova Mummia in realtà è stato solo un nome: Tom Cruise.

Quando mi hanno detto “è con Tom Cruise”, ho alzato il viso da ciò che stavo facendo e ho esclamato incredula: “Tom Cruise?! Che diamine c’entra con la mummia?”

Ebbene, ci azzecca poco o nulla in effetti. Abituati ai suoi film rocamboleschi e dalle azioni combattive fino all’ultimo respiro, vederlo in mezzo a mummie/zombie e investito di una simbologia antica, quale quella che lo vuole legato a Seth, il dio egizio della morte, provoca nello spettatore un effetto straniante.

Questo film ha ricevuto molte critiche per questo motivo, ma anche per altri, vuoi perché Cruise gli ha voluto dare la solita piega alla mission impossible, vuoi perché la prigione della mummia questa volta si trova in Mesopotamia, precisamente in Iraq, mentre in Egitto nemmeno ci mettono piede.

In effetti, ci sono particolari che andrebbero migliorati o che sanno un po’ di ridicolo (ad esempio il fatto che Russell Crowe impersonifichi il famoso Doctor Jekyll del celebre romanzo di Stevenson – insomma che ci sta a dire?), tuttavia non per questo boccerei l’intero film.

La trama è stata ben ordita, è ricca di colpi di scena e scorre bene dall’inizio alla fine. Tom Cruise in fin dei conti il suo lavoro lo sa fare e una novità mi ha piacevolmente sorpresa: la mummia questa volta è una donna. Impersonificata dalla bella Sofia Boutella, la sua storia è meno banale di altre. C’è sempre la lotta per il potere e per governare sull’Egitto, ma ciò che spinge Ahmanet (questo il nome della principessa egizia che verrà poi mummificata viva e rinchiusa in una prigione negli abissi della terra) a uccidere il padre-Faraone e a vendere la propria anima a Seth, è il simbolo della condanna subita per millenni da qualsiasi donna della Terra. Ahmanet era destinata a essere l’unica erede del Faraone, quindi regina assoluta di tutto l’Egitto, fino a quando una concubina del padre dà alla luce un figlio maschio.
A quel punto non vale più a niente essere forte, astuta, intelligente, pronta a prendere le redini del regno. Non vale a niente essere nata prima. È arrivato il figlio maschio, quindi lei non serve più a nulla.

La sua vendetta per questo sarà non solo crudele, ma mortale e senza redenzione.
Un film dunque che si dipana sull’eterna lotta tra male e bene e che analizza con sorprendente determinazione la sottile linea che separa l’odio e l’amore che albergano dentro ognuno di noi. I personaggi di Tom Cruise e Russell Crowe sono in fondo emblema di questo dualismo (Crowe, come detto, nei panni del Dr. Jekyll e Mr Hyde e Cruise come ladro di tesori antichi, ma al tempo stesso uomo di cuore pronto a salvare la vita dei suoi amici), così come lo è la stessa Ahmanet dilaniata dall’amore per il padre e dalla gelosia che la porta ad ucciderlo.

Ogni persona è un miscuglio di tenebra e luce e per questo significato che traspare chiaramente da ogni fotogramma, mi sento di voler premiare questo film pur con le sue debolezze.
I costumi sono curati, la scenografia e la fotografia molto efficaci e danno a tratti un tocco poetico – in particolare quando viene mostrato il deserto e viene dato uno sguardo sull’antico Egitto – che non guasta. Per quanto riguarda la parte horror, ne troverete ben poca, se non quasi nulla. Personalmente, quando vedevo Cruise sballottare qua e là pezzi di mummie e zombie mi scappava da ridere.

Però l’intreccio è superbo, basti dire che sono riusciti addirittura a inserire i crociati e il ritrovamento di una loro tomba sotto Londra. Niente male.

Insomma un bel film che, Cruise a parte, merita sicuramente una visione.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Frase distintiva: citando Spiderman, da un grande potere derivano grandi responsabilità.

A chi lo consiglio: agli appassionati di leggende e storie antiche.

Abbinamento suggerito: tè verde ghiacciato.
Francesca-Delvecchio

Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
La mia rubrica è Prospettive letterarie.
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Il colore nascosto delle cose

regia di Silvio Soldini
sceneggiatura di Davide Lantieri e Doriana Leondeff

Claustrofobico.
Forse perché la sala del cinema non era molto grande, o perché l'estate è stata piena di film all'aperto (o perché non sono abituata a portare gli occhiali da vista e con quel rettangolo attorno agli occhi mi sembrava di essere all'interno di una scatola), ma Il colore nascosto delle cose è stato un po' questo: claustrofobico.
A ripensarci, però, il motivo è abbastanza semplice. L'interpretazione di Valeria Golino è stata estremamente credibile.

Il colore nascosto delle cose, film presentato fuori concorso all'appena conclusa Mostra del cinema di Venezia e distribuito nelle sale italiane dallo scorso 8 settembre, è il dodicesimo film di Silvio Soldini.
È la storia di Emma e Teo, due circa quarantenni che si incontrano, si conoscono, si piacciono e si innamorano.
Semplice, facile e pulito.
Emma è un'osteopata e Teo un pubblicitario di successo. Oltre a  questo, Emma è cieca e Teo, oltre ad essere fidanzato, ha qualche problema interiore da risolvere.
A parte la cecità di Emma, anche qui non c'è nulla di nuovo o difficile. Il film infatti non si concentra molto sulla storia d'amore, ma più sui personaggi e su come questi gestiscono la loro vita e il loro incontro. Li guardiamo con la stessa lente d'ingrandimento che usa il regista.
È un film privo di ghirigori, non ha né fiocchetti, né picchi di originalità o brividi elettrizanti. Nonostante questo rimane comunque piacevole.
Si potrebbe definire essenziale.

Soldini, Emma e Teo non esagerano mai, né in bene né in male, ma vanno benissimo così. Un film dai toni controllati, coerenti e credibili.
Il livello è alzato dall'interpretazione degli attori. Valeria Golino mette in letargo gli occhi, li dimentica, cosa estremamente difficile per un attore, e racconta la quotidianità reale di una persona cieca. Adriano Giannini è bravo nell'interpretare un personaggio bello che si occupa di immagine e colpisce gli altri con la sua, ma lo è soprattutto nel creare degli atteggiamenti impacciati e naturali nei confronti di una situazione poco conosciuta.
Bravissima e incazzatissima Laura Adriani e tanto simpatica quanto amica Arianna Scommegna.

E se è vero che, come scrive Antoine de Saint-Exupéry, «non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi» allora è vero anche che è Emma a vedere benissimo e Teo, alla fine, ad aprirli.

Cosa mi è piaciuto

Reazioni e comportamenti che rispecchiano la realtà. Emma e Valeria Golino.

Cosa non mi è piaciuto

Le aspettative create.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-2-5

Un film carino per la tv, che non soddisfa le aspettative, ma salvato dagli attori.

A chi lo consiglio: a chi ha un debole per la Golino.
A chi vuole qualcosa di carino ma non impegnativo.
Non lo consiglio a chi piace essere sorpreso.

Abbinamento suggerito: un caffè durante l'intervallo.
Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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La torre nera

Di Nikolaj Arcel, con Idris Elba, Matthew McConaughey

Solo qualche giorno fa vi abbiamo parlato di quel gran film che è Dunkirk e mi sono chiesto:
“ma sarà possibile recensire solo film belli?”
La risposta naturalmente è no. Infatti oggi tocca a “La torre nera”, trasposizione cinematografica della fortunatissima serie fantastica di Stephen King.
Sì, avete capito bene, otto libri adattati in un film da una novantina di minuti. Potremmo anche chiuderla qui, ma perché smettere di farsi del male? Prendete un bel respiro e cominciamo ad affondare.
Per correttezza e per soddisfare i tanti diversi palati che si recano al cinema occorre spezzare questa recensione in due: una per il film vero e proprio e una per la sua relazione con l’opera originale.
Cominciamo quindi dal film e cominciamo dicendo che questo film è brutto, brutto forte. Avete presente quando vi viene quell’improvviso momento di tenerezza nei riguardi degli anni ’80 e rivalutate tutti quei film che magari erano, e restano, brutti, ma che con gli anni hanno assunto quella patina che da lontano sembra fascino (perché da vicino servirebbe l’antitetanica)? Ecco, questo film sembra uno di quelli che invece fate ipocritamente finta di dimenticare per giustificare la botta di nostalgia. “La torre nera” sembra proprio uno di quei film per ragazzi degli anni ’80, con una trama sconclusionata, senza alcuna motivazione sensata, con i cattivi che sono cattivi perché sì, con i mostri mostruosi, con il ragazzino che ha il potere ma ancora non lo sa, ruoli femminili stereotipati e ridicoli, un finale che hai già capito cosa, come e dove accadrà, approfondimento dei personaggi zero. Mancano giusto un nano e capelli cotonati come se non ci fosse un domani, grazie al cielo, in compenso però abbiamo una produzione al risparmio con effetti speciali e computer grafica pessimi (il che, per un film fantasy/fantascientifico, tende a essere un problema) e una fotografia degna del primo piano continuato di un muro di mattoni con stuccatura a malta.

Passando al cast, c’è la scelta inconcepibile di quello che dovrebbe essere il personaggio principale, ovvero Roland. Ora, già Idris Elba non è Denzel e francamente nemmeno Jamie Foxx (con entrambi, il confronto nel ruolo di pistoleri è davvero impietoso), poi in questo film è svogliato, anche se lo è un po’ tutta la sceneggiatura, fuori parte e pure un po’ fuori forma. Matthew McConaughey ci prova nel ruolo del cattivo ma anche lui si perde, gigioneggia e tutto sommato serve solo a innervosire ulteriormente i critici che devono usare il copia e incolla per non perdere dieci minuti a scrivere il suo cognome. Anche le scene di combattimento, due di numero, puzzano di vecchio, di già visto e sono girate in modo confuso e davvero poco creativo.

Per il film abbiamo detto abbastanza e, tutto sommato, non c’è scandalo. I cinema sono pieni di film mediocri o addirittura bruttini che se la cavano con una pacca sulla spalla di incoraggiamento. Il peggio viene però quando ci troviamo a parlare del suo rapporto con l’opera di provenienza.
Precisazione doverosa: non sono un fan di Stephen King. Quando penso a lui la prima parola che mi viene in mente è PROLISSO. Tuttavia è innegabile, quello che ha creato è un universo narrativo straordinario, completo e coerente. “La torre nera” non è solo un ciclo di otto romanzi e di svariati fumetti, ma è un vero e proprio sistema che include piano piano, con una serie di indizi disseminati nella carriera di una vita, tutta l’opera di King. Si può amare oppure no, ma sicuramente ci si deve approcciare con rispetto. Non solo per i fan.
Qui non è successo. Anzi.

L’opera è completamente snaturata per puntare a un pubblico molto giovane. La durezza e anche la violenza tipiche, necessarie per quel mondo di fatto svaniscono. Il giovane Jake Chambers (Tom Taylor, sgradevolmente somigliante al protagonista di D.A.R.Y.L., tanto per restare in tema anni ‘80) diventa il protagonista in pratica assoluto scalzando di fatto la meravigliosa, complessa e tormentata figura del pistolero Roland, che a sua volta subisce una trasformazione in negativo di fatto offensiva. Gli si toglie ogni senso, gli si toglie l’ossessione per la torre nera che di fatto è il motore dell’intera narrazione. È doveroso anche fare un ulteriore inciso sulla scelta dell’attore. Non me ne voglia Elba, ma la scelta è davvero incomprensibile se non per un goffo tentativo di inserire un attore di colore dove proprio non c’entra nulla. Nei romanzi, Roland è la copia sputata di Clint Eastwood dell’epoca dei western. Ora, Clint ha la sua età adesso, ma il figlio Scott gli assomiglia in modo incredibile ed è anche un attore non da buttar via (prima che gridiate allo scandalo, vi ricordo cosa diceva Sergio Leone a proposito delle doti attoriali del padre: Eastwood ha due espressioni, una con il cappello e una senza il cappello). Certo, non è legge rispettare i canoni dei libri di origine, ma per quale diavolo di ragione si è scelto di rinunciare a quella che è una vera e propria istituzione, un’icona quasi per la sua riconoscibilità, in favore di una immagine che non ha riscontro, che non ha alle spalle una profondità di costruzione, non ha una sua “anima”, in pratica che non crea empatia alcuna? Mistero. Stesso discorso per il cattivo, di una complessità incredibile nei libri e qui ridotto in pratica a una forza naturale, nel senso che non ci sono motivazioni per le sue azioni, non ha una storia, non ha un perché. Fa e basta, perché sì. McConaughey è bravo, bravo davvero, ma persino lui non riesce a dargli alcuno spirito.

In sostanza, questo film si chiama “La torre nera” ma non si capisce assolutamente cosa sia la torre, a cosa serva, che diavolo ci faccia lì, perché qualcuno dovrebbe distruggerla e qualcun altro difenderla, perché perché perché…
Risposte non ce ne sono.
Un film senza senso.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-0-5

e il mio personalissimo sigillo “damnatio memoriae”

Frase distintiva: “Un film grossolano, imbarazzante e offensivo. I like it!” (Donald Trump)

A chi lo consiglio: a quello che settimana scorsa mi ha lasciato un bozzo sul cofano della macchina.

Abbinamento suggerito: caffè. Tanto Caffè. Servirà.
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Dunkirk

Di Christopher Nolan, con Kenneth Branagh, Harry Styles, Tom Hardy, Cillian Murphy

Ci sono film che vengono presentati al pubblico, mesi prima dell’uscita nelle sale, con l’ingombrante appellativo di “capolavoro”. È il caso della nuova fatica di Nolan, alla ricerca della consacrazione dopo una carriera che, a 47 anni, può già definirsi eccezionale.

La storia è naturalmente nota ai più. A fine maggio del 1940, l’avanzata dei mezzi corazzati tedeschi ha letteralmente travolto le forze francesi e inglesi, che si ritrovano trincerate nella cittadina di Dunkerque (Dunkirk, per l’appunto, in inglese). A soli quindici chilometri dalla città, però, i nazisti vengono fermati da uno degli ordini più controversi di Hitler. Si parlerà di ragioni tattiche, molti invece penseranno poi al primo dei tanti tentativi di ricerca di pace del leader nazista con il Regno Unito. Fatto sta che agli inglesi, una volta concesso un momento di respiro, sarà possibile salvare il grosso dell’esercito, circa 400.000 uomini, dalla disfatta totale (grazie a uno sforzo enorme sia della marina militare che, soprattutto, civile) e, in prospettiva, gettare le basi di quella che poi sarà la sconfitta stessa del terzo Reich cinque anni più tardi. Probabilmente l’unica evacuazione della storia che, propagandata come vittoria, alla fine si è davvero rivelata tale.

Passiamo ora al film. Nolan mette in campo tutta la sua maestria e il suo amore per la narrazione psicologica e ci offre un film che parla sì di guerra, ma non è affatto un film di guerra. Innanzitutto la durata: poco più di un’ora e quaranta. Impensabile qualsiasi paragone con altri film che hanno fatto la storia, da “Il giorno più lungo” a “Salvate il soldato Ryan”, fino a “La sottile linea rossa”. Sembra un dettaglio da poco, ma è invece sostanziale. Il tempo serve quando si deve raccontare una storia, imbastirla, articolarla e svolgerla. Serve quando è necessario far emergere l'epica. Quello che vediamo sullo schermo invece è un grande affresco, un'istantanea, uno sguardo gettato nel calderone della seconda guerra mondiale e subito ritirato. Un affresco nel quale il regista “gioca” con i quattro elementi. Più uno. Quattro elementi ostili, la terra che impantana e dove c’è l’esercito tedesco (che non si vede mai), il mare che è salvezza ma è anche mortale, con i sommergibili (che non si vedono mai) in agguato. L’aria da cui piovono bombe e mitragliate. Qualche aereo si vede, ma è come se fosse un fattore naturale, impersonale come una condizione climatica avversa. Il fuoco che uccide: i proiettili, le bombe, gli incendi. Al centro di tutto Nolan sceglie quindi un quinto elemento, l’uomo. Credo di non aver mai visto un film che concedesse così tanto spazio ai primi piani. C’è azione, naturalmente, anche se non molta. Ci sono effetti speciali, molto ben fatti, ma passano assolutamente in secondo piano. Non è un film quasi muto, come pareva dai primi commenti degli addetti ai lavori, ma non è certo la parola a farla da padrona. Sono gli occhi, le espressioni, le emozioni. Nolan chiede moltissimo ai suoi attori e questi rispondono brillantemente. Anche, al netto delle ironie, Harry Styles degli One Direction, impeccabile nel ruolo di Alex.

Cosa vediamo in questo film, quindi? Piccoli atti, in realtà. Piccoli atti di umanità, di vigliaccheria, di coraggio, di dedizione. Quelli che probabilmente si sono visti a decine di migliaia sulle spiagge francesi in quei giorni. In questo, probabilmente, "Dunkirk" è il film di guerra più “vero” che mi sia capitato di vedere dai tempi di “Uomini Contro”, capolavoro sulla prima guerra mondiale di Francesco Rosi (con uno straordinario Gian Maria Volonté). Vediamo l’essere umano messo di fronte a scelte impossibili o, più spesso, proprio alla mancanza di scelte, prima ancora che vie di fuga. Vediamo il cedimento o la reazione di fronte alla rassegnazione. Come si diceva prima, una evacuazione non è una vittoria, è una sconfitta, e Nolan ce lo fa capire benissimo.

Dal punto di vista tecnico il film è semplicemente perfetto. Il regista sfrutta ampiamente lo sfalsamento temporale tra i vari punti di vista (e quindi i diversi piani di azione), il che al momento lascia un po’ smarrito lo spettatore, ma tutto è perfettamente tarato a portare i vari attori al crocevia di destini che li farà incontrare tutti, in un modo o nell’altro. Se proprio si dovesse trovare un difetto, direi che lo sfasamento iniziale tra quello che accade “in tempo reale” e quelli che sono, a tutti gli effetti, dei flashback, è leggermente troppo grande, ma si sta veramente cercando il pelo nell’uovo.

La prospettiva cambia di continuo dal fante che continua a cercare di sfuggire e viene inesorabilmente ributtato sulla spiaggia (Styles) al pilota di Spitfire che deve coprire la ritirata (un Tom Hardy in forma come al solito, praticamente sempre con in faccia la maschera da pilota – una citazione alla precedente collaborazione con Nolan, in cui interpretava Bane in "Il ritorno del cavaliere oscuro"? – che con i soli occhi dice un miliardo di cose. Meraviglioso), dal comandante coraggioso (un Branagh un po’ invecchiato, a dire il vero), alla coraggiosa ciurma di civili che salpa per salvare i soldati.

Questo non è un film di guerra. Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo. È un film sull’attesa, con una ambientazione di guerra. È attesa in ogni secondo, in ogni sguardo, asfissiante ed estenuante. È un film sull’umanità, profonda, fatto da un occhio a tratti spietato e a tratti quasi commosso.

Non so dire se sarà un capolavoro anche domani. La sensazione che si ha uscendo dal cinema, però, è che lo è sicuramente oggi.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Frase distintiva: Dunkirk è la metafora del mostro nell’armadio, dell’uomo nero sotto al letto. Quello che succede quando ti costringi a guardare se ci sia davvero, anche se ti rendi conto che avresti dovuto farlo molto tempo prima e ora è quasi troppo tardi. Quasi.

A chi lo consiglio: a tutti. Mai dimenticare.

Abbinamento suggerito: un tè caldo.
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

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The war – il pianeta delle scimmie

Di Matt Reeves, con Woody Harrelson, Andy Serkis.

Ferragosto, scimmia mia non ti conosco. Ammetto che non avevo alcuna voglia di guardare e recensire questo film, ma poi ho studiato le alternative e ho visto che erano ben due film con Nicolas Cage.

Cosa che credo infranga anche qualche legge.

Tant’è, mi ritrovo con una scelta quasi obbligata. Non avevo interesse a guardarlo soprattutto per la critica letta sinora. Tutti esaltano questo film, fotografia, citazioni come se piovesse, motion capture che anima e dà espressività alle scimmie perfette, cinema puro. Il tutto saldamente impiantato su una trama universalmente descritta come “semplice” e “lineare”.

Sentite anche voi la puzza di fregatura?

Bene, perché il film è tutto quanto le recensioni promettono e molto di più. O di meno, a seconda dei punti di vista.

La storia: un colonnello umano cattivissimo vuole ammazzare le scimmie guidate dal saggio Cesare. Durante un blitz gli uccide moglie e figlio. Cesare giustamente non la prende bene e parte con un piccolo gruppo di compagni per vendicarsi. Fine. Abbiamo fatto in fretta, no?

Comunque sia, le prime cose da dire sono senza dubbio positive. Gli effetti speciali sono eccezionali, le scimmie sono più reali del reale. Fotografia eccellente e tecnica di ripresa allo stesso livello. In realtà, a dispetto del titolo e di due fasi all’inizio e alla fine, questo non è un film di guerra. L’impianto è piuttosto quello del western tradizionale, in maniera piuttosto smaccata, e anche questo è realizzato molto bene.

Passando poi al nocciolo del film, è impossibile non soffermarsi sulle citazioni. Il film ne è pieno, intriso. Pure troppo. Carino come gioco mettersi a riconoscerle ma, un po’ come quei dolcetti mediorientali, l’eccesso di dolcezza/citazioni nausea in fretta. In The War c’è moltissimo Conrad con il suo Cuore di Tenebra e altrettanto, o forse più, Coppola. Il personaggio di Woody Harrelson è ricalcato sul colonnello Kurtz (anzi, Apocalypse Now è espressamente citato nel film, il che crea un curioso metariferimento. Non è a quanto pare il personaggio a essere ricalcato, ma è il personaggio di Harrelson che, avendo visto il film, lo scimmiotta), pur senza avere il magnetismo allucinato del personaggio di Brando. C’è Shindler’s List, c’è moltissimo western, con espliciti riferimenti a Ford e Leone, anche se non è chiaro se siano diretti o siano piuttosto filtrati dall’ultima opera di Tarantino (The Hateful Eight). In fase di avvio c’è perfino una citazione smaccata alla sequenza di apertura de Il Gladiatore. Infine, saltando una quantità di dettagli che sarebbero noiosi per i non nerd cinematografici, c’è tantissima Bibbia. In sostanza, anzi, togliendo una spolverata di nuovo testamento, possiamo vedere l’intero film come una rivisitazione del libro dell’Esodo in salsa scimmiesca.

Tanta carne al fuoco, dunque, e prima di passare alle dolenti note bisogna anche applaudire lo sforzo di riportare la serie nei binari della continuity, riportando tutti gli eventi di questa serie prequel alle condizioni di base che verranno narrate poi nel capostipite della saga, quel Pianeta delle scimmie del 1968 interpretato da Charlton Heston.

Sufficiente? Naturalmente no, perché arriviamo finalmente a quello che la maggioranza della critica ha liquidato con leggerezza a “semplice e lineare”, la trama.

E la trama, gente, fa schifo. Non ho ben capito quando esattamente fare film senza una costruzione approfondita e interessante sia diventato “fare cinema nel suo senso più puro”, come ho letto da qualche parte. Forse sarò io, che di storie ci vivo e che quindi le giudico fondamentali, ma qui assistiamo a due ore e venti di noia pura e prevedibilissima. E questo è il meno.

Già, perché è perfettamente comprensibile che in questo episodio il punto di vista sia stato completamente incentrato sulle scimmie, relegando gli umani a sfondo. Si capisce il tentativo di invertire il punto di vista, di mostrare come il bene e il male si possano annidare in ogni comunità a dispetto della “razza”, si capisce che per fare questo e per stratificare i personaggi scimmieschi gli umani debbano essere relegati a figure del tutto bidimensionali, sante come la piccola Nova (altro riferimento al Pianeta delle Scimmie originale) o demoniache come il Colonnello, mentre tutti gli altri fanno numero e sono completamente indefiniti e pure un po’ idioti. Quindi? Qualsiasi cosa ci volesse raccontare di nuovo questo episodio non arriva minimamente. Anzi, se proprio andassimo a cercare un qualche profumo di epica, la possiamo solo immaginare negli umani, non certo nelle scimmie. Sono gli uomini, paradossalmente, a essere messi nella condizione di essere interessanti. Una razza che si sta per estinguere e ne è fondamentalmente cosciente, come reagisce? Il film ce lo mostra malissimo, relegando il tutto a cliché utili alla narrazione biblica dell’esodo di Cesare/Mosè e del suo popolo verso la terra promessa. Anche il punto di vista da parte delle scimmie sarebbe potuto essere interessante in questa ottica. È senza dubbio in corso un genocidio, ma da parte di chi, in effetti? Quale delle due razze si sta effettivamente estinguendo? In una scena del film, forse la più efficace, il Colonnello la butta pure lì, ma poi la cosa passa e viene successivamente ignorata.

Insomma, The War più che un film è un enorme contenitore, realizzato benissimo peraltro, che però si rivela una scatola quasi del tutto vuota. Non lascia niente allo spettatore, se non la soddisfazione un po’ onanistica di aver chiuso il ciclo del franchise Il pianeta delle scimmie. Chiuso per ora, poi, che si fa sempre in tempo a inventarsi qualcos’altro per spremerlo ulteriormente. Ma fino ad allora, ritengo che questo film finirà rapidamente nel limbo delle opere senza infamia e senza lode, dimenticato nel giro di qualche settimana. A proposito, Reeves è stato scelto (al posto di Ben Affleck) per girare il prossimo The Batman.

Sinceramente per i fan del pipistrello dubito sia una buona notizia.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-2-5
Frase distintiva: “Non ho iniziato io questa guerra”. Dal pubblico si alza una voce “sì pero ora basta, che mo’ ve lo buco sto pallone”.

A chi lo consiglio: a chi viene trascinato al cinema con la forza in questi giorni e comunque non vuole vedere un film con Nicolas Cage.

Abbinamento suggerito: un B52, la bevanda più simile al napalm che ci sia, di primo mattino. Se si deve essere citazionisti, facciamolo fino in fondo.

Sei pronto per l'inizio dei corsi di scrittura creativa del Grafema ad Ottobre?

Che aspetti? Scrivici per saperne di più, oppure clicca qui. 🙂

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

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Spider-man: homecoming

Di Jon Watts, con Tom Holland, Robert Downey Jr., Michael Keaton, Marisa Tomei

L’estate è ormai tradizionalmente uno dei momenti d’oro dei cinecomics e noi, come promesso, dopo la recensione dedicata alla DC e al più che discreto Wonder Woman passiamo alla concorrenza, alla Casa delle Idee. Alla Marvel, insomma.

Homecoming, ritorno a casa. Titolo furbo, che gioca con il nome del ballo di fine anno, uno degli elementi della trama, ma soprattutto con il ritorno a “casa” dell’amichevole Spidey di quartiere: dopo il “prestito” da parte di Sony (che detiene i diritti sul personaggio) in occasione di Capitan America: civil war, questo film sancisce il rientro a pieno titolo di Spider-man nell’universo cinematografico Marvel e nella corazzata Marvel Studios.
E i risultati si vedono, eccome.

Spider-Man: Homecoming è probabilmente uno dei migliori film di supereroi a oggi, progettato perfettamente per celebrare il ritorno del Ragno. Non ha paura di discostarsi dal canone del fumetto, per regalarci finalmente un protagonista credibile. Prima ancora di Spider-Man, il suo alter-ego Peter Parker.
Peter torna alle origini, è un ragazzo nemmeno quindicenne che ha appena incontrato i suoi poteri (tra l’altro, ci viene risparmiata l’ennesima narrazione del suo incontro con il ragno radioattivo. Benissimo così) e il suo mentore, Tony Stark alias Iron Man, che dopo averlo usato per lo scontro con Capitan America lo rimette “all’asilo”, a confrontarsi con scippatori e ladri di biciclette. Quello che vediamo è un ragazzo durante la sua iniziazione a eroe, goffo, che commette errori, ansioso di entrare in azione ma sostanzialmente ancora inadeguato. Tom Holland, nell’interpretarlo, è semplicemente perfetto.

Non è più, però, il nerd reietto dei fumetti. I tempi sono cambiati, i secchioni hanno guadagnato un fascino che un tempo non avevano. Peter ha amici, una vita, una zia che non è più la May perennemente ottuagenaria ma la meravigliosa Marisa Tomei. Questa attualizzazione è il successo più grande del film. Non toglie nulla al concetto del fumetto, ma lo rende godibile da tutte le generazioni, comprese le ultime. Forse, questo Spider-man quindicenne, è il primo vero personaggio Marvel con cui gli adolescenti di oggi possono identificarsi.

“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” diceva al giovane Parker lo zio Ben e non crediamo sia un caso che, in questo episodio, non compaiano né la frase né lo zio, con il suo bagaglio di senso di colpa sulla formazione del Ragno. Il film scorre quindi con una leggerezza esaltante, con le scene brillanti che superano, come è giusto che sia, quelle di azione, tanto che anche i fan più vecchiotti dimenticano in fretta i cambiamenti rispetto al “canone”, il fatto che il costume non sia più un banale costume ma una vera e propria armatura computerizzata progettata da Stark (con la sua intelligenza artificiale, Karen, che fa da perfetto contraltare a Jarvis, quella di Iron Man), che Mary Jane non sia più la rossa con il suo anacronistico invito – “vai a prenderli, tigre” – ma una brillante darkettona, che il migliore amico di Peter sia un nerd decisamente fuori forma e non più il miliardario che poi diventerà uno dei venticinque (o giù di lì) Goblin.

Ho detto Goblin? Questo porta al cattivo del film e, anche qui, abbiamo finalmente una piacevole novità. L’avvoltoio è il primo villain davvero credibile dell’universo cinematografico Marvel. Ha una genesi efficace, le giuste motivazioni, tanto che a tratti si arriva persino a solidarizzare con lui. Un disperato portato alla malvagità dalle contingenze, potremmo dire. Aiuta moltissimo anche il suo interprete, Michael Keaton.

Piccola digressione a proposito: Keaton ha fatto un percorso unico nel mondo del cinema supereroistico. È il Batman di Tim Burton negli anni ’90, è poi il protagonista del meraviglioso Birdman di Iñárritu, per chiudere poi il cerchio con l’avvoltoio. Ed è eccezionale in tutti questi ruoli.
Chiude il successo del film il numero impressionante di chicche e citazioni che nasconde, dall’avvio in versione go-pro (che riprende la scena dello scontro di Civil War) agli affettuosi sberleffi allo Spider-Man più canonico, dalle chiacchierate tra Peter e l’intelligenza artificiale della tuta fino alle apparizioni di Capitan America nei video educativi. Se tenete conto che, a questo punto della cronologia, Capitan America è un fuorilegge, il riferimento all’uso dei media è davvero interessante e mi ha ricordato la (per me) geniale interpretazione dei media che Paul Verhoeven inserì nel poco apprezzato e forse poco compreso Starship Troopers.

Insomma, è possibile dare cinque stelline a un film di supereroi? Sì, è possibile, senza togliere nulla a film più profondi è impegnati. Regalatevi un paio d’ore di intrattenimento brillante con, finalmente, il primo supereroe veramente del nuovo millennio.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Frase distintiva: Spidey volteggia sulle note di Blitzkrieg bop dei Ramones. E ho detto tutto.

A chi lo consiglio: ai fan più accaniti e conservatori dello Spider-man, anzi no scusate, dell’Uomo Ragno dei fumetti. Anche io ero così e mi sono ricreduto.

Abbinamento suggerito: una coca e popcorn, che un poco adolescenti, questo film, fa tornare.
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Sei pronto per l'inizio dei corsi di scrittura creativa del Grafema ad Ottobre?

Che aspetti? Scrivici per saperne di più, oppure clicca qui. 🙂

Wonder Woman

Di Patty Jenkins, con Gal Gadot e Chris Pine

Ci volevano le donne per tirar fuori un film decente dall’universo espanso della DC Comics.

Intendiamoci, non che Wonder Woman sia un bel film, ma se lo paragoniamo all’abisso che si è creato dopo la meravigliosa trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan, siamo di fronte a una svolta. Man of Steel, Batman Vs Superman, Suicide Squad sono stati tre film terribili, confusi, che non hanno soddisfatto né gli amanti dei fumetti né quelli dei cinecomics.

La storia delle origini di Diana Prince invece funziona, il film diverte, non ha i buchi spaventosi di sceneggiatura dei suoi predecessori e a tratti addirittura emoziona.

Insomma, ci volevano proprio le donne per tirar fuori qualcosa di buono da un mercato che ancora è percepito come prettamente maschile.

Pur non essendo un capolavoro.

L’inizio è un po’ sconcertante, lo ammettiamo. Un quarto d’ora di spiegone è qualcosa che non si vedeva al cinema da un bel pezzo, soprattutto in un film d’azione. Passato questo, però, la trama comincia a macinare. Merito soprattutto della regista (Patty Jenkins, autrice peraltro del bellissimo Monster, premio oscar con Charlize Theron) che, pur non essendo la pioniera dell’action movie in rosa (sempre sia lodata Kathryn Bigelow), mescola sapientemente rapidità e delicatezza.

L’ambientazione, sul finire della prima guerra mondiale, non si pone giustamente troppi problemi di verosimiglianza storica – è un fumetto, in fondo – e ci propone una versione dei cattivi tanto, troppo simile ai nazisti cinematografici. Ma va bene così.

Diana (l’attrice e modella Gal Gadot. Bella, bellissima, quasi in modo eccessivo), principessa delle amazzoni, vive quasi da reclusa in un’isola nascosta al mondo. Si allena, in attesa di salvare il mondo dal ritorno del dio della guerra, in un’atmosfera senza tempo. Peccato che il mondo, nel frattempo, sia andato avanti, più che altro a massacrarsi allegramente. Sarà l’arrivo di Steve Trevor (interpretato da Chris Pine, che abbiamo già visto come capitano Kirk nel reboot di Star Trek) a cambiare le carte in tavola. Diana lascerà l’isola protetta per andare a porre fine alla Grande Guerra, scoprendo nel viaggio che il male non è solo opera di Ares ma alberga in ogni persona.

Tutto molto bello, nella teoria, ma nella pratica si vedono ancora i grandi limiti degli sceneggiatori dalla banda DC comics. Se il processo di presa di consapevolezza di Wonder Woman funziona bene (memorabile la scena in cui distrugge un campanile, una eccellente metafora della violenza della guerra che va oltre il bene e il male, il giusto e lo sbagliato) e anche il personaggio di Steve Trevor è ben realizzato, il tentativo di rendere l’opera almeno in parte corale è raffazzonato. I comprimari sono appena accennati, hanno una caratterizzazione macchiettistica (il cecchino che non riesce a sparare, l’attore, il nativo americano!) che non ha alcuna motivazione plausibile e nessuna utilità ai fini pratici della trama. Il cattivo “a sorpresa” è telefonato sin dalla prima mezz’ora di film e quando appare sul finale è sorprendente più o meno come l’ennesimo matrimonio tra Ridge e Brooke in Beautiful. Per colmare il gap nei confronti dell’universo cinematografico targato Marvel (che è appena uscito con uno strepitoso Spiderman-Homecoming, che vedremo nei prossimi giorni) c’è ancora tantissima strada da fare.

Però, un bel passo avanti. Lode alle donne, fumettose e in carne e ossa, che l’hanno realizzato.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-3-5

“Se vedi qualcosa che va male nel mondo puoi intervenire e puoi non fare niente. Con niente ho già tentato”.

A chi lo consiglio: a tutti gli amanti dell’universo DC Comics, finalmente un po’ di luce in fondo al tunnel per questo nuovo corso.

Abbinamento suggerito: una caraffa bella gelata di vino retsina, per amplificare quell’assaggio di Grecia che il film ci regala.
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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Nerve

Di Henry Joost e Ariel Schulman
Con Emma Roberts, Juliette Lewis, Dave Franco

La storia: La giovane e timida Vee rimane coinvolta in Nerve. Un gioco illegale, fatto di sfide sempre più difficili e pericolose, seguitissimo sul web. Scoprirà che smettere di giocare è più difficile del previsto.

Lo spunto, pur non essendo davvero originale, è interessante. Colpisce anche la sincronicità dell’uscita con il delirio collegato all’allarme “Blue Whale”, ma il tema stesso della sempre maggiore commistione tra vita reale e virtuale, soprattutto tra le nuove generazioni, già basterebbe a fornire una quantità di materiale da esplorare.

Purtroppo, non è andata così.

Nerve è un minestrone indigesto in cui si è deciso di mettere dentro tutto. C’è l’abuso della rete e della telefonia mobile, la critica alla perdita di valori tra i più giovani, la sempre di moda citazione del grande fratello orwelliano, immagini da cartolina notturna di New York (the city that never sleeps, come cantava Sinatra. Anche qui roba fresca, per quanto ami Sinatra beninteso), la superficialità che nasconde i problemi esistenziali, la storia d’amore tra il bello e tenebroso e la timida con il cuore da leonessa, gli hacker cattivi, gli hacker buoni, qualche maschera di Guy Fawkes così a caso, un po’ di thriller, il lieto fine, il finale aperto, tutti sono cattivi, i cattivi in realtà sono buoni, le code in autostrada e non ci sono più le mezze stagioni.

No, ok, forse le ultime due non ci sono, ma c’è di peggio: Juliette Lewis che, dopo una vita di ruoli meravigliosi da spostata, ritroviamo nel ruolo di mamma preoccupata. Sì, lo so, sto piangendo pure io.

Naturalmente nessun tema è sviluppato efficacemente, tutto quanto viene mescolato in un teen drama confuso che parte con i toni della commedia leggera, si riveste di critica sociale strada facendo e chiude con un tentativo di thriller che vorrebbe creare pathos ma ti porta semplicemente a farti domande esistenziali.

Tipo, ma che cavolo ci faccio in questo cinema?

Tipo, ma non era meglio andare a farsi una birra?

Tipo, ma Albano e Romina torneranno insieme?

Soprattutto il terzo quesito riesce a tenerti avvinto, mentre il film si trascina stancamente verso la più interminabile ora e mezza degli ultimi tempi.

La regia non è nemmeno così terribile. Banale anche questa, con l’abuso di riprese soggettive, effetti videocamera da smartphone e riprese da dietro schermi virtuali di pc e cellulari (che anche qui, una o due passi, bravo, bella idea. Ma TUTTE le riprese così…). Però non terribile.

I personaggi sono piatti, non strutturati, cambiano caratteristiche così, senza motivo, da un momento all’altro. Le prove d’attore sono altrettanto mediocri. Unico che si salva è Dave Franco, fratello meno talentuoso di James ma quantomeno in ruolo. Tutti gli altri non pervenuti, compresa Juliette Lewis.

Juliette perché, perché l’hai fatto? Lacrimuccia.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-1-5

Un memorabile esempio di come avere un tema d’attualità caldissimo e sprecarlo mandando tutto in vacca.

A chi lo consiglio: a chi ha bisogno di espiare una piccola colpa e se la vuole cavare con poco, 7,50€ di biglietto. Il mercoledì in molti luoghi anche con meno.

Abbinamento suggerito: la mezza naturale che pagherai uno sproposito al bar del cinema. Se devi punirti è bene farlo fino in fondo.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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King Arthur – Il potere della spada

Regia di Guy Ritchie. Con Jude Law, Charlie Hunnam, Eric Bana.

Inaugurare la rubrica di recensioni cinematografiche non è facile. Cosa scegliere, il documentario, il film impegnato, quello meno noto, il blockbuster? Curioso peraltro che il termine blockbuster sia sopravvissuto come sinonimo di “opera, tipicamente frutto di produzione dai vasti mezzi, che riscontra un grande successo di pubblico” anche dopo lo spettacolare fallimento della catena di videonoleggi che si era fregiata di quel nome. Quando si dice ottimismo mal riposto. Ma sto divagando...

Ho scelto l’ultima incarnazione della leggenda di Re Artù perché, se non tutti, almeno un po’ di questi generi li tocca. Diciamoci la verità: ormai la storia, almeno per sommi capi, la conoscono tutti. Ma proprio proprio tutti quanti. Potrà cambiare l’occhio di chi la racconta, ma l’approccio documentaristico è inevitabile.

Concentriamoci quindi sull’occhio, che è quello di Guy Ritchie. Il quarantottenne regista britannico ormai ci ha fatto capire che gli interessano due cose. Due. Raccontare la vita dei piccoli criminali dei sobborghi popolari (c’è una frase del grande Terry Pratchett che sembra aver fatto sua: le persone non sono fondamentalmente buone o fondamentalmente cattive. Le persone sono fondamentalmente persone) e fare un uso folle, smodato e divertentissimo di flashback e flashforward. Questo ha portato alla nascita dei suoi due primi, strepitosi, lungometraggi, Lock&Stock e The Snatch, che l’hanno sparato subito nell’olimpo dei nuovi grandi registi. Velocemente, troppo velocemente, tanto che il successivo “Travolti dal destino”, remake di “Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto” della Wertmüller, sarà un flop di pubblico e soprattutto di critica, proprio per la mancanza dei suoi due piatti forti. Poco male, Ritchie si rifarà negli anni successivi cucendo addosso a Robert Downey Jr due Sherlock Holmes perfetti, due storie di gangster metropolitani in perfetta linea con la sua cinematografia, e ripetendo il successo con il più recente Operazione U.N.C.L.E., gioiellino che forse non ha ricevuto il meritato riscontro e che ci ha peraltro fatto scoprire che Henry Cavill (l’attore di Superman) è in effetti un attore e non la versione dopata di un manichino di H&M.

Arriviamo dunque a King Arthur: Il potere della spada. Il giochino funziona ancora?

Be’, sì e no. Vediamo perché.

Funziona alla grande quando Ritchie resta nel suo ambiente. La sequenza (quasi) iniziale di un Artù che cresce in un bordello di una Londra perfettamente ricostruita e comunque stranamente simile a quella di Lock&Stock è ben sviluppata. Il gioco che lo vede crescere in età e nel suo percorso di criminale da quattro soldi in pochi colpi di cinepresa è magistrale. Il livello raggiunto dal regista è semplicemente impressionante. Tutto ciò che riguarda questo schema funziona egregiamente per tutto il film. I delinquentelli di animo nobile, la “cerca” che mette insieme gli eroi pescandoli dai luoghi più disparati, l’uso di un linguaggio di certo fuori contesto storico ma altrettanto di certo efficace, il consueto montaggio alternato che mostra prima di spiegare e spiega a giochi fatti. Ci sono due o tre scene, compresa una delle più importanti, che ti incollano allo schermo e non puoi fare a meno di esclamare “cheFFFigata”. Con tre f. Maiuscole.

Anche il cattivo funziona. Jude Law, già abitualmente ben valorizzato da Ritchie (era il Dottor Watson dei due Sherlock Holmes), è evidentemente ancora in stato di grazia dal periodo The Young Pope. Cinico, duro, spietato e scanzonato a un tempo. Senza dubbio il migliore del mazzo.

Purtroppo, però, ci sono anche le dolenti note. In primo luogo il resto del cast. Quasi tutti gli attori offrono una prestazione piuttosto dozzinale, a partire dal protagonista, Charlie Hunnam. Se è credibile nel suo essere svagato di tutta la prima parte del film, diventa irritante nella seconda. Dov’è il carisma del leader suo malgrado? Dov’è il percorso di crescita e di presa di consapevolezza? D’accordo che in questa versione si punta molto sul fatto che la regalità gli venga appioppata a tradimento, ma dopo la seconda volta che lo sketch viene ripetuto la bocca comincia inevitabilmente a storcersi.

Il secondo, e fondamentale, punto debole del film è la magia. Vi scandalizzerò, direte che non si può fare a meno di Merlino, della Dama del Lago e soprattutto del potere della spada che ci sarà bene un motivo per cui dà il sottotitolo al film, no?

No, l’ho detto. Fatemi causa.

Ritchie con la magia proprio non ci sa fare. Le scene in cui entra in campo sono forzate e artefatte, sgradevoli per la narrazione al punto da sembrare delle soluzioni facili per coprire dei buchi di sceneggiatura. La scena iniziale incespica (a proposito, Guy, pure con le scene di battaglia prudenza, mi raccomando) e di fatto mortifica il cameo di Eric Bana nel ruolo di Uther, appiattisce come già detto il percorso di presa di consapevolezza di Artù e, al netto di effetti speciali comunque molto belli, manda in vacca il finale. Troppo comodo, troppo scontato. Non dico che si sarebbe dovuta togliere del tutto (invece sì, lo dico, ma tra parentesi. Butto il sasso e ritiro la mano: chissà se centrerò la dama del lago?), ma si poteva usare in modo molto più sottile e meno fracassone. Capisco le esigenze di produzione, ma Ritchie ha tutte le qualità per mostrarci che, alla fine, i suoi piccoli e meravigliosi delinquenti di periferia sanno sempre cavarsela grazie alla loro testa. E a un po’ di fortuna.

Resta comunque un film da vedere. Non il migliore del regista, non il peggiore. Brillante e divertente, con ottimi dialoghi (anche se, per gli amanti dei suoi primi lavori, non esenti da qualche autocitazione) e una freschezza sufficiente a rilanciare il franchise, come si dice oggi, di Re Artù. Non riuscito come quello di Sherlock Holmes, ma non può andare sempre così bene, no?

La nostra opinione...

Voto-Grafema-2-5

-Che succede adesso?

 -Lo sai che succede… diventi rapidamente leggenda.  

A chi lo consiglio: a quelli convinti che Nico il Greco sia vivo e lotti insieme a noi e a quelli a cui piacciono i cOni.

Abbinamento suggerito: non mi spingo a proporvi della onesta birra inglese, a temperatura ambiente. Ma non andate oltre la Guinness. Un paio di pinte.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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