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Categoria: Recensioni

Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa, Mario Calabresi

«La lista di nozze comprende 22 letti per adulti, 9 lettini per bambini, culle per neonati, lenzuola, elettrocardiografo, microscopio, lettino operatorio, lampada operatoria, attrezzi per la chirurgia. Deve servire ad arredare la loro nuova casa, un minuscolo ospedale in mezzo a una savana molto arida, terra rossa e pochi arbusti spinosi, nel Nordest dell’Uganda. L’ospedale non esiste ancora e quel posto, chiamato Matany, non l’hanno mai visto, è solo un cerchietto rosso su una cartina.»

Parte così il libro di Mario Calabresi, con un'insolita lista di nozze. Ma non è un romanzo: Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa è un insieme di testimonianze di coraggio. E non è nemmeno semplicemente un bel libro: è una petardo di energia che ti scoppia nel petto e ti tira un calcio nel sedere che ti fa saltare in piedi, ti butta giù dalla sedia, ti fa cadere dal letto, ti fa uscire dal bagno.
Ti fa iniziare, cosa non si sa, ma sicuramente qualcosa.

La storia protagonista è quella di Gianluigi Rho e Mirella Capra, due giovani neolaureati, lei in pediatria e lui in ginecologia, che decidono di sposarsi e di partire con la loro lista di nozze per Cuamm, nel nordest dell'Uganda.
La lista di nozze che stilano comprende tutta l'attrezzatura necessaria per la sala chirurgica del reparto maternità che ancora non esiste, ma che Gigi e Mirella si stanno preparando a costruire.
Siamo nel 1970 e i due giovani ragazzi sono gli zii di Mario Calabresi che decide di illuminare la loro già luminosa storia.

Ma questo libro non parla solo della vita eroica di Gigi e Mirella vissuta nella bellezza e nella difficoltà della loro impresa, racconta anche di Elia, di Bianca, di Peter: ragazzi che non hanno avuto paura di diventare grandi, usando il coraggio per partire, per cambiare, ma anche per rimanere e per conservare.

Il libro di Mario Calabresi nasce come risposta alle domande dei ragazzi che l'autore incontra in alcuni licei piemontesi. È l'antidoto che ha sempre avuto sotto agli occhi e che decide di utilizzare contro lo scetticismo e lo scoraggiamento che vede in loro.

È un libro-luce che porta al lettore aria pulita, speranza, fiducia, entusiasmo per la vita.
Di facile lettura e coinvolgente è anche un messaggio che Calabresi manda: tutti noi siamo in grado di superare i piccoli o grandi problemi che incrociamo sul nostro cammino.

Cosa mi è piaciuto:
I brividi sulla pelle
La forza che infonde

Cosa non mi è piaciuto:
...

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Quando entusiasmo, gioia e vita esplodono dentro.

A chi lo consiglio: a ragazzi e ragazze giovani e meno giovani.
A chi ha bisogno di fiducia (o di un calcio nel sedere).
A chi sta per cominciare qualcosa, di piccolo o di grande.
A chi vuole fare/farsi un bel regalo.

Abbinamento suggerito: una buona tisana per coccolarsi.
Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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La mummia 2017

Diretto da Alex Kurtzman
con Tom Cruise, Sofia Boutella, Annabelle Wallis e Russell Crowe

Al di là del fatto che ho visto tutti i film della precedente saga de “La mummia” con Brendan Fraser e che quindi ero curiosa di vedere il nuovo reboot, ciò che seriamente mi ha spinta a guardare questa nuova Mummia in realtà è stato solo un nome: Tom Cruise.

Quando mi hanno detto “è con Tom Cruise”, ho alzato il viso da ciò che stavo facendo e ho esclamato incredula: “Tom Cruise?! Che diamine c’entra con la mummia?”

Ebbene, ci azzecca poco o nulla in effetti. Abituati ai suoi film rocamboleschi e dalle azioni combattive fino all’ultimo respiro, vederlo in mezzo a mummie/zombie e investito di una simbologia antica, quale quella che lo vuole legato a Seth, il dio egizio della morte, provoca nello spettatore un effetto straniante.

Questo film ha ricevuto molte critiche per questo motivo, ma anche per altri, vuoi perché Cruise gli ha voluto dare la solita piega alla mission impossible, vuoi perché la prigione della mummia questa volta si trova in Mesopotamia, precisamente in Iraq, mentre in Egitto nemmeno ci mettono piede.

In effetti, ci sono particolari che andrebbero migliorati o che sanno un po’ di ridicolo (ad esempio il fatto che Russell Crowe impersonifichi il famoso Doctor Jekyll del celebre romanzo di Stevenson – insomma che ci sta a dire?), tuttavia non per questo boccerei l’intero film.

La trama è stata ben ordita, è ricca di colpi di scena e scorre bene dall’inizio alla fine. Tom Cruise in fin dei conti il suo lavoro lo sa fare e una novità mi ha piacevolmente sorpresa: la mummia questa volta è una donna. Impersonificata dalla bella Sofia Boutella, la sua storia è meno banale di altre. C’è sempre la lotta per il potere e per governare sull’Egitto, ma ciò che spinge Ahmanet (questo il nome della principessa egizia che verrà poi mummificata viva e rinchiusa in una prigione negli abissi della terra) a uccidere il padre-Faraone e a vendere la propria anima a Seth, è il simbolo della condanna subita per millenni da qualsiasi donna della Terra. Ahmanet era destinata a essere l’unica erede del Faraone, quindi regina assoluta di tutto l’Egitto, fino a quando una concubina del padre dà alla luce un figlio maschio.
A quel punto non vale più a niente essere forte, astuta, intelligente, pronta a prendere le redini del regno. Non vale a niente essere nata prima. È arrivato il figlio maschio, quindi lei non serve più a nulla.

La sua vendetta per questo sarà non solo crudele, ma mortale e senza redenzione.
Un film dunque che si dipana sull’eterna lotta tra male e bene e che analizza con sorprendente determinazione la sottile linea che separa l’odio e l’amore che albergano dentro ognuno di noi. I personaggi di Tom Cruise e Russell Crowe sono in fondo emblema di questo dualismo (Crowe, come detto, nei panni del Dr. Jekyll e Mr Hyde e Cruise come ladro di tesori antichi, ma al tempo stesso uomo di cuore pronto a salvare la vita dei suoi amici), così come lo è la stessa Ahmanet dilaniata dall’amore per il padre e dalla gelosia che la porta ad ucciderlo.

Ogni persona è un miscuglio di tenebra e luce e per questo significato che traspare chiaramente da ogni fotogramma, mi sento di voler premiare questo film pur con le sue debolezze.
I costumi sono curati, la scenografia e la fotografia molto efficaci e danno a tratti un tocco poetico – in particolare quando viene mostrato il deserto e viene dato uno sguardo sull’antico Egitto – che non guasta. Per quanto riguarda la parte horror, ne troverete ben poca, se non quasi nulla. Personalmente, quando vedevo Cruise sballottare qua e là pezzi di mummie e zombie mi scappava da ridere.

Però l’intreccio è superbo, basti dire che sono riusciti addirittura a inserire i crociati e il ritrovamento di una loro tomba sotto Londra. Niente male.

Insomma un bel film che, Cruise a parte, merita sicuramente una visione.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Frase distintiva: citando Spiderman, da un grande potere derivano grandi responsabilità.

A chi lo consiglio: agli appassionati di leggende e storie antiche.

Abbinamento suggerito: tè verde ghiacciato.
Francesca-Delvecchio

Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
La mia rubrica è Prospettive letterarie.
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È questo l’islam che fa paura, Tahar Ben Jelloun

Un giorno alla fine di una conferenza all'università di Fès, uno studente si alzò e mi fece questa domanda:
"Lei crede in Dio?"
Mi presi un momento di silenzio e risposi:
"È una domanda indiscreta; non sono tenuto a risponderle."
Si sollevò un vocio agitato nell'anfiteatro.
Era il 1977.
La considero la prima manifestazione di intolleranza religiosa del Marocco.

Parte con questa prefazione È questo l'Islam che fa paura, piccolo-grande libro pubblicato nel gennaio 2015, poco dopo l'attentato alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo.

L'autore del libro è Tahar Ben Jelloun, poeta, romanziere, giornalista, docente di filosofia e saggista nato e cresciuto in Marocco, ma francese di adozione dai primi anni '70.

Jelloun è conosciuto, oltre che per i suoi tantissimi testi, per la sua scrittura che semplice e chiara affronta temi difficili e delicati.

Piccole parole facili e gentili che fanno strada a dei trasporti eccezionali.

Sono parole che hanno e danno fiducia, aiutando a mettere a fuoco un problema che ci sta facendo perdere la lucidità.

Come l'autore ha fatto con altri suoi lavori, È questo l'Islam che fa paura è un dialogo "artificiale" con la figlia adolescente, la risposta ad una serie di domande che lei gli porge, ma che noi tutti faremmo ad un possibile amico musulmano.

Jelloun analizza in maniera esaustiva Islam, Isis, islamofobia, i musulmani moderati e i combattenti, la violenza, la rabbia e molto altro, insieme a tutte quelle domande sospese in aria dall'attentato dell'11 settembre.

La forza di questo libro sta nella sua semplicità.

Facile da capire e da leggere, è un testo impegnato ma non impegnativo, che non annoia, ma anzi fa venir voglia di approfondire il discorso, di chiedere ancora e di iniziare a fare qualcosa.

Jelloun ci mette davanti alle nostre responsabilità, spiegandocele senza presunzione, ma con amore verso la vita e verso gli altri.

Proprio come ogni padre fa con i propri figli, pazientemente ci insegna.

Ascoltarlo (e leggerlo) è un piacere.

 

Cosa mi è piaciuto

Le parole che usa: facili, nette, alla portata di tutti

I miti che sfata

La consapevolezza che distribuisce

Cosa non mi è piaciuto

Le domande che non ho potuto fargli

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Frase distintiva: Libri che scalano montagne, che sono torce nel buio.
Parole che sono sveglie.
Autori che sono Papà.

A chi lo consiglio: a chi vuole capire qualcosa in più.
A chi è pieno di domande e speranze.
A chi non chiude le porte e a chi le chiude.

Abbinamento suggerito: Atay (tè verde alla menta, una bevanda tradizionale del Marocco servita bollente in piccoli bicchieri di vetro, con foglie di menta fresca e moltissimo zucchero. Un gusto molto forte che aiuta a combattere il caldo.)

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
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El ministero del tiempo: l’europa sa fare buone serie tv?

Oggi vi propongo una chicca, una serie tv spagnola (ormai alla terza stagione) al momento ancora inedita in Italia, anche se facilmente reperibile, e che entrerà a breve a far parte dell’offerta di Netflix.

Il tema non è nulla di rivoluzionario: si parla di viaggi nel tempo.
Anche il contesto non è approfondito: non ci sono macchinari strani, ci sono semplicemente delle porte (solo in Spagna) che permettono di passare a un po’ tutte le epoche. Delle specie di wormhole per viaggiare nello spazio-tempo? Chissà. Tutto quello che sappiamo è che sono sempre esistite e che da secoli gli spagnoli hanno un ministero segreto che le controlla per evitare che la storia venga modificata da eventi più o meno casuali e lo fa reclutando agenti in tutte le epoche. In particolare seguiamo le imprese di Alonso, spadaccino del XVI secolo, di Julian, paramedico dei tempi nostri e Amelia, una donna avanti per i suoi tempi, ovvero fine ‘800.
Fin qui niente di nuovo, quasi banale.

La serie è girata con un budget non stellare (cosa che cambierà dalla terza serie, proprio in forza dell’accordo con Netflix), con un formato tipicamente europeo (sopra l’ora di durata per episodio) e senza particolari pretese in tema di effetti speciali o di trame intricate. Anzi, qui e lì non si possono non notare certe ingenuità di regia e sceneggiatura che farebbero sorridere i ben più scafati americani.

Quindi, perché una chicca?
Per il modo in cui la serie è concepita. Perché ha uno scopo educativo (infatti gode del patrocinio cultural, la stessa cosa che da noi arriva a progetti meritevoli ma anche un po’ a cani e porci), dato che in ogni puntata i protagonisti vengono in contatto con i grandi personaggi e i grandi eventi della storia spagnola, e lo persegue senza pesantezza, senza retorica (ok, magari nella puntata con Cervantes un po’ la mano è scappata) e soprattutto senza Beppe Fiorello. La nota ironica è molto marcata, tanto che a volte sembra di scivolare nel dramedy e non solo ci viene presentato il passato come una serie di diapositive di momenti importanti: la linea storica è vitale anche al presente e mostra la reazione della spagna alla grande crisi economica oltre a svelare, pian piano, un secondo livello di lettura che permette di conoscere meglio il popolo spagnolo. Parliamo in sostanza del “trauma” della Spagna di oggi, una delle più grandi potenze della storia relegata a nazione non certo di primo piano, una sorta di rimpianto per un passato glorioso che non è sconosciuto anche a noi italiani, ma sicuramente più forte. L’umorismo smaliziato di fronte ai grandi avvenimenti dei personaggi, sia inventati che reali (meraviglioso il grande pittore Velasquez, ingaggiato per fare gli identikit, insopportabile nella sua pedanteria), ci racconta molto di un popolo che non fatichiamo a riconoscere come “cugino”, ma che in realtà è più distante da noi di quanto non si pensi.

Una bella serie che merita di essere recuperata, quindi, ma non solo. È anche uno spunto di riflessione sulla fatica che facciamo noi europei a produrre buone serie tv. Tolta questa e poche altre (per onestà, bisogna dire che una la produciamo anche noi, ovvero Montalbano, a cui andrebbe aggiunta anche The Young Pope, per quanto poco di italiano questa abbia) il panorama del vecchio continente è desolante. Poco più che telenovelas, attori cani, trame risibili, spese faraoniche per includere nel cast il volto noto del momento. Questo per l’Italia e, in gran parte, per la Francia. Della Germania ne vogliamo veramente parlare?

El Ministero del Tiempo andrebbe guardato e diffuso anche solo per questo: per dimostrare che anche noi sappiamo produrre opere commerciali, pregevoli, divertenti e persino con un fine educativo, andando a pescare nella sconfinata massa di storia, vicende, romanzieri, poeti e chi più ne ha più ne metta, di questo nostro vecchissimo continente.
E venderle, persino agli americani.

In effetti, non ci servirebbe proprio tornare indietro nel tempo per cambiare la storia, ci basterebbe cominciare a utilizzarla.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Cambiare il passato porta conseguenze imprevedibili.

A chi lo consiglio: a chiunque abbia mai esclamato “Che americanata!”

Abbinamento suggerito: una cerveza y patatas bravas, claro!
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Splendore, Margaret Mazzantini

Il primo appuntamento non si scorda mai. Nemmeno quello con un autore. Soprattutto se l'autore si chiama Margaret Mazzantini.

"Splendore" narra della corsa all’amore lunga una vita di due ragazzi, vicini di casa, compagni di scuola, amanti; Guido e Costantino provengono da due famiglie diverse, da due gruppi sociali diversi (fa così Rivoluzione Francese parlare di ceti, ma pare che le caste non siano ancora state abolite, per lo meno ideologicamente), ma soprattutto destinati a esistenze diverse. E l’omosessualità, nella Roma degli anni ’70 e ’80 poi, non ha lo stesso valore che aveva avuto nell’antichità. L’universo romano qui narrato è lo specchio di una società che non ammette devianze o diversità.

Mentre Guido, dalla cui voce si sdipana il tessuto della storia, figlio di un medico, si allontanerà dalla realtà italiana asfissiante e retrograda per cercare una nuova vita nell’elettrica Londra, Costantino resterà a Roma, dove adempierà ai soliti doveri tradizionali cristallizzati nei secoli (“trova un lavoro, trova moglie, procrea ecc.” il solito mantra, insomma). I due, tuttavia, si rincorrono continuamente nelle loro vite e negli interstizi del tempo, nonostante la scelta “di comodo” che entrambi intraprendono, ossia quella di sposarsi e creare una famiglia con un elemento dell’altro sesso. I due si vivono in angusti momenti, si separano, si ritrovano. Una corsa lunga una vita, per poter far brillare anche per pochissimo il loro amore.

L’effetto donato dal romanzo è quello di crescere con i due protagonisti, attraverso le parole ansimanti di nostalgia e sofferte di Guido, da cui traspare una Roma ottusa e borghese, incapace di aprirsi alla diversità, una Londra stravagante e per certi versi hardcore, e la descrizione di una passione che resterebbe senza voce.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-3-5
Non è mai un errore.
A chi lo consiglio: a chi vive una passione impossibile.
Abbinamento suggerito: Merlot.
Ester-Ventagli

Memorie di un Salbaneo

Redattrice
Mi chiamo Ester, ma scrivo come Memorie di un Salbaneo, cioè come viene chiamato un folletto dispettoso vestito di rosso che infastidiva i contadini, secondo le leggende venete. Per il Grafema Magazine scrivo recensioni di libri.
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Le nostre anime di notte, Kent Haruf

E allora parla con me.
Di qualcosa in particolare?
Qualcos'altro su di te.
Non ti sei ancora stancata?
Ancora no. Quando succederà, te lo farò sapere.
Fammici pensare. Lo sai che il cane è sul letto di Jamie?
Me l'aspettavo.
Te lo sporcherà tutto.
Lo laverò. E adesso parla con me. Dimmi qualcosa che non ho ancora mai sentito.

Parla con me.

Non è forse amore il desiderio di chiacchierare sottovoce al buio prima di addormentarsi?

Addie Moore e Louis Waters sono due anziani, sono vedovi, e sono vicini di casa.

Lei, Addie, è una donna sui settant'anni, dai capelli bianchi, con qualche chilo addormentato sui fianchi e con un caratterino niente male, che ha smesso da tempo di fare quello che gli altri si aspettano per seguire solo i suoi desideri.

Louis ha più o meno la stessa età, è un ex professore del liceo locale ed ex aspirante poeta, è un uomo buono con un po' di pancia, che ogni mattina strappa le erbacce dal suo giardino e ogni due settimane si incontra con gli amici al bar.

Addie la sera beve un bicchiere di vino bianco. Louis una birra fresca.

Le nostre anime di notte è la storia di Addie e Louis, due persone non più giovani che non solo scoprono di non essersi inariditi con l'avanzare degll'età, ma anche di avere  ancora nuove esperienze ed emozioni da provare e il coraggio per farlo.

È una storia che combatte il finto perbenismo di Holt, piccola contea nelle pianure del Colorando orientale, e lo fa con una cosa piccola ma tanto forte quanto ribelle che alcuni approvano, come l'anziana signora Ruth, alcuni invidiano e altri condannano.

Kent Haruf usa Holt come dimora per i suoi romanzi e crea un mondo dove la speranza vive nei personaggi nonostante l'ambiente che li circonda sia spesso pieno di desolazione.

Il testo di Le nostre anime di notte è asciutto, privo quasi di descrizioni, senza giri di parole. Haruf e, tramite lui, Addie e Louis, parlano chiaro, si spiegano, fanno domande precise e curiose per avere risposte giuste e sincere.

Sfacciata ma vera è Addie, sfacciata e vera è la proposta che fa a Louis e sfacciati e veri sono loro in mezzo agli abitanti di Holt.

La bellissima particolarità del romanzo sta nel fatto che se fosse un film Le nostre anime di notte, non avrebbe nulla di diverso dal libro perché le frasi che l'autore scrive sono esattamente quelle che i due protagonisti dicono e quelle che sentiremmo sullo schermo.

Cosa mi è piaciuto:

Il tipo di amore. La forte delicatezza di tutta la storia.

Il capitolo 19: l'hamburger da Shattuck's Café sulla Highway 34 e la partita di softball.

Addie e Louis, moltissimo.

Cosa non mi è piaciuto:

Gene.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5
Il senso d'urgenza che percepite in questa storia è quello dell'amore e della vita.

A chi lo consiglio: a chi ha voglia di una lettura molto veloce ma di una storia appassionante.

Abbinamento suggerito: CocaCola e pop corn, magari seduti in macchina.
 
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Gloria-Perosin

Gloria Perosin

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Star Trek: Discovery

Segni di grande portento sono apparsi a profetizzare mirabili eventi in questi ultimi tempi.

Le serie tv assurte a produzioni tra le più ricche di Hollywood.

I nerd mutati da “sfigati” a canoni di stile e tendenza.

Leonard Nimoy, Mr. Spock, banalmente dato per scomparso e invece passato nello spazio esterno alla Federazione.

J.J. Abrams fortunatamente a far danni all’altro franchise, Star Wars. In altre parole, quella roba che dicono sia fantascienza e invece è fantasy.

E sarà notte e sarà mattina e anche i Klingon potranno sposarsi, ma soltanto a una certa età.

Insomma, tutto lo spazio, di qui all’ultima frontiera, si andava preparando all’arrivo della nuova serie tv dell’universo di Star Trek, rimasto congelato sin dalla fine della precedente (nel 2005), cioè Enterprise.

Star Trek: Discovery è arrivato.

Capirete, questa non è la tradizionale serie tv che ci si accinge a recensire. Star Trek è un evento, un punto di riferimento per milioni di fan appassionati, esigenti e attenti a tutte le sfumature, alla coerenza di una storia che l’anno scorso ha compiuto cinquant’anni, a un arco narrativo quantificabile in secoli, in personaggi memorabili, in svariati capitani, avventure, decine di razze aliene e una sola infinita missione, quella di esplorare strani nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima.

Un minuto di raccoglimento, giusto il tempo di asciugarsi la lacrimuccia (io) e di realizzare (voi) che questa recensione la sta scrivendo un fan. Insomma, uno di quelli che, dopo il reboot dello Star Trek cinematografico era davanti alla casa di Abrams col forcone e la torcia.

Virtualmente intendo.

Forse.

Ma bando alle ciance e, a metà tra eccitazione e preoccupazione, ecco che arrivano le prime due puntate.

La storia si colloca qualche anno prima della serie originale (quella del capitano Kirk, per intenderci) e si concentra sul personaggio del primo ufficiale Michael Burnham (interpretato dalla bellissima Sonequa Martin-Green. Sì, il nome maschile del personaggio è voluto), inizialmente in forze alla USS Shenzou e che passerà poi, ça va sans dire, sulla Discovery.

Iniziamo col dire che ci troviamo davanti a una “reincarnazione” di Star Trek decisamente più incentrata sull’azione rispetto alle serie precedenti. La trama principale ci parla di guerra, una guerra inaspettata contro l’impero Klingon, che si riunisce e si rinforza dopo un secolo di sbandamento, e ci viene mostrata in tutta la sua durezza fin dai primi episodi. A farci da guida durante l’avvio della serie troviamo una vecchia conoscenza (Sarek, il padre di Spock) e Michelle Yeoh che, oltre a una produzione cinematografica e televisiva impressionante, da “la tigre e il dragone” a oggi si è anche ricordata di invecchiare con una grazia e una eleganza incantevoli.

Tecnicamente, Discovery è ineccepibile. Innanzitutto le risorse a disposizione sono platealmente di un altro ordine di grandezza rispetto alle serie precedenti (anche se la crescita di investimento già si percepiva in Enterprise). Quindi effetti speciali perfetti, ricostruzioni di navi e ambienti di altissimo livello e make-up degli alieni di grande efficacia. Proprio a questo proposito, troviamo forse l’unico dettaglio che ha fatto storcere il naso ai fan più puristi. I Klingon hanno subito un “restyling” abbastanza radicale rispetto a quanto visto negli anni. Appaiono ora molto, decisamente molto più alieni di prima: dimenticate la goffa cresta e il pizzetto dell’amatissimo Worf di Next Generation. I klingon di Discovery sono brutti e cattivi e soprattutto profondamente alieni, nell’aspetto e nel comportamento.

Gli episodi sono diretti con mano sicura, la storia è affascinante e complessa, ricca di sotto trame che si aprono e che naturalmente restano sospese in vista dei prossimi episodi, i personaggi sono delineati benissimo con pochi tratti e con un minimo ricorso a flash back e spiegoni, fatta salva la necessità di spiegare l’eccezionalità della protagonista (l’unica umana mai educata su Vulcano, costantemente in bilico tra emotività e razionalità). L’uso della violenza, non aliena all’universo di Star Trek ma sempre trattata come una sorta di aberrazione, come una instabilità da risolvere, è fatto in modo intelligente, che lascia sconcertati gli stessi personaggi che si riconoscono come esploratori, non come soldati. La capacità della produzione di Discovery di creare empatia con il nuovo equipaggio è fortissima e già dalle prime battute ci si comincia ad affezionare alle figure di spicco e ai mitici guardiamarina, quelli che, da che Star Trek è Star Trek, sai già che ci lasceranno le penne prima o poi.

Lascia un po’ sconcertati la nuova costruzione della serie, che abbandona la classica impostazione fatta di puntate autoconclusive per avviare una storia destinata a dipanarsi lungo l’intera “season”, per dirla all’americana. Qualcuno se ne è lamentato, personalmente la giudico una modifica inevitabile per conformarsi ai nuovi canoni delle serie tv. Sarebbe stato molto peggio un prodotto anacronistico e stantio.

Capolavoro quindi? No, non possiamo dimenticare la carenza di originalità e il vantaggio di pescare da un universo sconfinato, però sembra che sarà una bellissima serie.

Lunga vita e prosperità, Discovery.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

“Questo è spazio della Federazione. La ritirata non è contemplata.”

A chi lo consiglio: ma davvero qualcuno di voi vuole perderselo?

Abbinamento suggerito: un ottimo cocktail klingon. Sbizzarritevi a questo indirizzo.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
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The Tick

Di Ben Edlund, con Peter Serafinowicz e Griffin Newman

Viviamo in un’epoca di transizione per le serie tv. I grandi produttori americani di prodotti per la tv dominano ancora la scena, anche se gli operatori che nascono dalla rete si fanno sempre più forti. A ben guardare, va in effetti sparendo la differenza tra i due media, mentre le produzioni di Netflix e, in misura minore, di Amazon si fanno sempre più imponenti.

Un avvio in apparenza fin troppo pomposo per la proposta di oggi, che fa capo proprio ad Amazon, una serie leggera e ironica basata sulle avventure di The Tick (la zecca), uno sconclusionato quanto potente supereroe e della sua spalla Arthur.
La serie è ancora inedita in italiano ma, dopo la puntata pilota del 2016, da agosto 2017 è cominciata la distribuzione della prima serie, composta da sei episodi.

The Tick gioca elegantemente sul confine tra parodia e serie originale: i riferimenti ai grandi classici sono moltissimi e irriverenti (soprattutto nei confronti del “mostro sacro” Watchmen, ma anche dell’universo DC comics e in particolare di Superman) ma, al contrario di The Orville, che abbiamo recensito recentemente, qui non ci troviamo davanti al fastidio di una scopiazzatura ma a una storia che ha una sua propria dignità, intrigante.

Già questo è un risultato per nulla scontato. Il tema supereroi è infatti quanto di più affollato si possa immaginare al momento e, nella lotta tra Marvel e Dc, lo spazio che rimane è veramente esiguo (una delle vittime è stata per esempio Powers, serie interessante con un punto di vista abbastanza inedito, che forse avrebbe meritato di più). Edlund sembra invece aver trovato la quadra. Innanzitutto nel formato, più da sit-com che da serie tv. Meno di mezz’ora a puntata, pochi fronzoli, lo spettatore proiettato direttamente al centro dell’azione senza che ci si perda troppo in approfondimenti, lasciati a pochissimi e mirati flashback. Tanto movimento, quindi, tanti combattimenti ma la scena è costantemente nelle mani della Zecca. Fortissimo, con una assurda tutina blu con le antenne, il nostro supereroe si può definire solo in un modo: giulivo. Allegro, brillante, non smette un attimo di parlare e di tirar fuori le più assurde reinterpretazioni di quelle che sono le frasi piene di retorica dei supereroi degli anni ’40 e ’50. Costantemente, con tutti. È così sconclusionato da essere esilarante. Di contro il suo tutt’altro che volenteroso assistente, Arthur, ci viene presentato nel modo più disastroso possibile (un complottista dal passato tragico e dallo stato psicologico parecchio precario). The Tick gli si attacca addosso come… be’, come una zecca (scusate, non ho resistito), alternando richiami a un destino più grande con profferte di amicizia al limite dell’imbarazzante. O forse ben oltre il limite, a dire il vero. L’umorismo a tratti è molto “british” e ricorda anzi un altro grande successo della stagione scorsa, quella dell’investigatore olistico Dirk Gently.
Anche i cattivi giocano moltissimo sulla combinazione di personaggi stereotipati all’estremo (il malvagio supremo, the Terror) e altri personaggi al limite del grottesco (miss Pelucchi, con il potere di controllare l’elettricità e l’inconveniente di quella statica, che le rende difficoltoso vestirsi di nero).

La serie quindi ci piace, ci piace parecchio. Non è però tutto oro ciò che luccica o meglio, potrebbe non esserlo. C’è molta carne al fuoco e mantenere questo livello non sarà facile senza cedere dalla parte dell’azione o da quella dell’umorismo. Per ora, però, ci troviamo davanti a un super-dramedy dalle grandissime potenzialità.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-3-5

Frase distintiva: “Sei già alla fase tre, Arthur: l’Eroe che si oppone alla Chiamata. Ma è il destino che ti sta chiamando: accetta la chiamata a tuo carico, Arthur.”

A chi lo consiglio: a chi era in attesa di qualcosa di diverso in un mare di titoli molto simili tra loro.

Abbinamento suggerito: un paio di tequila bum bum.
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Il colore nascosto delle cose

regia di Silvio Soldini
sceneggiatura di Davide Lantieri e Doriana Leondeff

Claustrofobico.
Forse perché la sala del cinema non era molto grande, o perché l'estate è stata piena di film all'aperto (o perché non sono abituata a portare gli occhiali da vista e con quel rettangolo attorno agli occhi mi sembrava di essere all'interno di una scatola), ma Il colore nascosto delle cose è stato un po' questo: claustrofobico.
A ripensarci, però, il motivo è abbastanza semplice. L'interpretazione di Valeria Golino è stata estremamente credibile.

Il colore nascosto delle cose, film presentato fuori concorso all'appena conclusa Mostra del cinema di Venezia e distribuito nelle sale italiane dallo scorso 8 settembre, è il dodicesimo film di Silvio Soldini.
È la storia di Emma e Teo, due circa quarantenni che si incontrano, si conoscono, si piacciono e si innamorano.
Semplice, facile e pulito.
Emma è un'osteopata e Teo un pubblicitario di successo. Oltre a  questo, Emma è cieca e Teo, oltre ad essere fidanzato, ha qualche problema interiore da risolvere.
A parte la cecità di Emma, anche qui non c'è nulla di nuovo o difficile. Il film infatti non si concentra molto sulla storia d'amore, ma più sui personaggi e su come questi gestiscono la loro vita e il loro incontro. Li guardiamo con la stessa lente d'ingrandimento che usa il regista.
È un film privo di ghirigori, non ha né fiocchetti, né picchi di originalità o brividi elettrizanti. Nonostante questo rimane comunque piacevole.
Si potrebbe definire essenziale.

Soldini, Emma e Teo non esagerano mai, né in bene né in male, ma vanno benissimo così. Un film dai toni controllati, coerenti e credibili.
Il livello è alzato dall'interpretazione degli attori. Valeria Golino mette in letargo gli occhi, li dimentica, cosa estremamente difficile per un attore, e racconta la quotidianità reale di una persona cieca. Adriano Giannini è bravo nell'interpretare un personaggio bello che si occupa di immagine e colpisce gli altri con la sua, ma lo è soprattutto nel creare degli atteggiamenti impacciati e naturali nei confronti di una situazione poco conosciuta.
Bravissima e incazzatissima Laura Adriani e tanto simpatica quanto amica Arianna Scommegna.

E se è vero che, come scrive Antoine de Saint-Exupéry, «non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi» allora è vero anche che è Emma a vedere benissimo e Teo, alla fine, ad aprirli.

Cosa mi è piaciuto

Reazioni e comportamenti che rispecchiano la realtà. Emma e Valeria Golino.

Cosa non mi è piaciuto

Le aspettative create.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-2-5

Un film carino per la tv, che non soddisfa le aspettative, ma salvato dagli attori.

A chi lo consiglio: a chi ha un debole per la Golino.
A chi vuole qualcosa di carino ma non impegnativo.
Non lo consiglio a chi piace essere sorpreso.

Abbinamento suggerito: un caffè durante l'intervallo.
Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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La piazza del diamante, Mercè Rodoreda

Natàlia vive a Barcellona ed è lì che conosce Quimet, in piazza del Diamante.

Lui è esuberante, sicuro di sé. Lei è ingenua, candida. Quimet sa che Natàlia diverrà sua moglie già al primo sguardo, lei invece non immagina che vita l’aspetta.
Non può sapere che la Repubblica verrà sconfitta per essere sostituita dalla guerra. La miseria la travolgerà, insieme alla sua famiglia e Quimet basterà per tirarla fuori dal vortice della fame? Quella fame nera, tanto difficile da sopportare, che forse dopotutto è meglio uccidersi con l’acido muriatico?

Natàlia e Quimet sono come i colombi che decidono di allevare nel proprio appartamento. Costruiscono per loro una colombaia in terrazzo e ne acquistano di tutti i tipi: volano, tubano, covano, aumentano di numero, ma poi il loro tempo giunge al termine, così come quella vita famigliare che non riesce più ad essere come prima.

I colombi volano via, muoiono. Natàlia non può più sopportarli, forse perché non sopporta il marito o forse perché, quando lui parte per combattere, non ha più senso allevarli senza di lui.

Mercè Rodoreda traccia uno spaccato di Spagna difficile da conoscere per chi non è spagnolo, eppure riesce a guidare il lettore con semplicità e calma, come se dopotutto il raccontare non possa essere altro che il dire le cose elementari della vita. Natàlia è una donna con piccole aspettative e quasi si adatta all’esistenza, senza mai chiedere, né lamentarsi. Tiene tutto dentro e narra ciò che le accade come un fiume. Si lascia trasportare dalla corrente e lo sciabordio è una narrazione lineare e senza intoppi.

Probabilmente per tutto il libro il lettore si può chiedere perché la protagonista viva così, in apnea, senza quasi vivere davvero, ma poi alla fine del libro si comprende tutto e la vita di Natàlia diviene metafora di anni difficili per la Spagna e non solo. Un periodo storico che sicuramente è stato vissuto in apnea da molti, se non da tutti.

Un libro diverso dai soliti ambientati durante la guerra civile. La storia vista dagli occhi di una donna. Sicuramente una lettura veloce e diretta.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-3-5

“La notte, invece di pensare ai colombi e alla mia stanchezza, che spesso non mi lasciava dormire, pensavo agli occhi di Mateu, con quel colore di mare. Il colore del mare quando c’era il sole e con Quimet correvamo in moto e, senza accorgermene, pensavo a cose che mi sembrava di capire ma che non riuscivo a capire... o imparavo cose che cominciavo appena a sapere...”

A chi lo consiglio: a chi ha poco tempo per leggere durante la frenesia delle giornate, ma vuole concerdesi qualche momento per una vita d’altri tempi.
Abbinamento suggerito: un bicchiere di Sangria, dolce ma con toni amari, così com’è il libro.
Francesca-Delvecchio

Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
La mia rubrica è Prospettive letterarie.
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