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Categoria: Recensioni

Exit West, Mohsin Hamid

Distanza dalla propria terra, dal proprio paese, distanza tra le case della stessa città. Distanza tra le persone, tra un "noi" e un "loro".

Exit West è un romanzo attuale più che mai e si posiziona nel mezzo della distanza tra i suoi protagonisti, una distanza che aumenta e diminuisce di continuo, in modo ingiusto e innaturale.

La storia è quella di Nadia e Saeed, giovani innamorati che vivono in un'innominata città mediorientale colpita dalla guerra civile. È la storia della loro fuga attraverso il mondo e attraverso delle porte "magiche" che permetteranno loro di scappare da un tipo di violenza, per arrivare a conoscerne delle altre.

Due ragazzi che imparano a conoscersi, ma nel giro di pochissimi giorni scopriranno anche la paura, la disperazione, la fame, il sesso, che dimenticano quasi subito per lasciar spazio alla sola voglia di sopravvivere.

Mohsin Hamid scrive con delicata accuratezza, è asciutto, essenziale ma premuroso. Le parole che sceglie sono fari in una letteratura che, senza paura e senza un minimo di pesantezza, sensibilizza e lo fa in sordina.

Una volta terminato il libro, che scorre con piacere e si legge velocemente, rimangono negli occhi le due figure protagoniste, Nadia e Saeed, che ritroviamo in quei ragazzi dalla pelle color liquirizia che vediamo sui nostri telegiornali, tra le notizie che fanno rabbrividire.

L'autore sceglie uno strano modo per far viaggiare i personaggi della sua storia, il fatto che siano porte magiche, quindi qualcosa di inspiegabile, invita il lettore a ragionare su quanto ci sia da spiegare riguardo le migrazioni alle quali assistiamo. Quali sono le porte "magiche" dei nostri giorni? Chi le apre? Chi decide?

Nadia e Saeed non appaiono al lettore come profughi o come qualcosa di diverso, ma mantengono la loro identità: quella di donna emancipata e lavoratrice, lei, e quella di lavoratore e figlio, lui.

Mohsin Hamid riesce con estrema semplicità a farci mettere nei panni dei protagonisti perché la storia che racconta inizia con qualcosa di universale, e grazie a questo aggancio di partenza riusciamo ad immedesimarci in loro anche quando parlano di qualcosa che non abbiamo mai vissuto.

È questa la potenza di Exit West: gli occhiali empatici che fa indossare permettono di vedere la storia alle spalle delle persone.

Cosa mi è piaciuto:

I dettagli che infila Mohasin Hamid nel testo.

Vivere l'intimità di Nadia e Saeed, anche quando cambia.

Cosa non mi è piaciuto:

L'evoluzione di Saeed e del loro rapporto.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-3-5
Exit West - distanze, distanze ovunque.
A chi lo consiglio: a chi è empatico per vivere una storia intensa, a chi non lo è per aprire gli occhi.
Abbinamento suggerito: acqua, tanta acqua: che disseta, che pulisce, che toglie la polvere.
Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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The war – il pianeta delle scimmie

Di Matt Reeves, con Woody Harrelson, Andy Serkis.

Ferragosto, scimmia mia non ti conosco. Ammetto che non avevo alcuna voglia di guardare e recensire questo film, ma poi ho studiato le alternative e ho visto che erano ben due film con Nicolas Cage.

Cosa che credo infranga anche qualche legge.

Tant’è, mi ritrovo con una scelta quasi obbligata. Non avevo interesse a guardarlo soprattutto per la critica letta sinora. Tutti esaltano questo film, fotografia, citazioni come se piovesse, motion capture che anima e dà espressività alle scimmie perfette, cinema puro. Il tutto saldamente impiantato su una trama universalmente descritta come “semplice” e “lineare”.

Sentite anche voi la puzza di fregatura?

Bene, perché il film è tutto quanto le recensioni promettono e molto di più. O di meno, a seconda dei punti di vista.

La storia: un colonnello umano cattivissimo vuole ammazzare le scimmie guidate dal saggio Cesare. Durante un blitz gli uccide moglie e figlio. Cesare giustamente non la prende bene e parte con un piccolo gruppo di compagni per vendicarsi. Fine. Abbiamo fatto in fretta, no?

Comunque sia, le prime cose da dire sono senza dubbio positive. Gli effetti speciali sono eccezionali, le scimmie sono più reali del reale. Fotografia eccellente e tecnica di ripresa allo stesso livello. In realtà, a dispetto del titolo e di due fasi all’inizio e alla fine, questo non è un film di guerra. L’impianto è piuttosto quello del western tradizionale, in maniera piuttosto smaccata, e anche questo è realizzato molto bene.

Passando poi al nocciolo del film, è impossibile non soffermarsi sulle citazioni. Il film ne è pieno, intriso. Pure troppo. Carino come gioco mettersi a riconoscerle ma, un po’ come quei dolcetti mediorientali, l’eccesso di dolcezza/citazioni nausea in fretta. In The War c’è moltissimo Conrad con il suo Cuore di Tenebra e altrettanto, o forse più, Coppola. Il personaggio di Woody Harrelson è ricalcato sul colonnello Kurtz (anzi, Apocalypse Now è espressamente citato nel film, il che crea un curioso metariferimento. Non è a quanto pare il personaggio a essere ricalcato, ma è il personaggio di Harrelson che, avendo visto il film, lo scimmiotta), pur senza avere il magnetismo allucinato del personaggio di Brando. C’è Shindler’s List, c’è moltissimo western, con espliciti riferimenti a Ford e Leone, anche se non è chiaro se siano diretti o siano piuttosto filtrati dall’ultima opera di Tarantino (The Hateful Eight). In fase di avvio c’è perfino una citazione smaccata alla sequenza di apertura de Il Gladiatore. Infine, saltando una quantità di dettagli che sarebbero noiosi per i non nerd cinematografici, c’è tantissima Bibbia. In sostanza, anzi, togliendo una spolverata di nuovo testamento, possiamo vedere l’intero film come una rivisitazione del libro dell’Esodo in salsa scimmiesca.

Tanta carne al fuoco, dunque, e prima di passare alle dolenti note bisogna anche applaudire lo sforzo di riportare la serie nei binari della continuity, riportando tutti gli eventi di questa serie prequel alle condizioni di base che verranno narrate poi nel capostipite della saga, quel Pianeta delle scimmie del 1968 interpretato da Charlton Heston.

Sufficiente? Naturalmente no, perché arriviamo finalmente a quello che la maggioranza della critica ha liquidato con leggerezza a “semplice e lineare”, la trama.

E la trama, gente, fa schifo. Non ho ben capito quando esattamente fare film senza una costruzione approfondita e interessante sia diventato “fare cinema nel suo senso più puro”, come ho letto da qualche parte. Forse sarò io, che di storie ci vivo e che quindi le giudico fondamentali, ma qui assistiamo a due ore e venti di noia pura e prevedibilissima. E questo è il meno.

Già, perché è perfettamente comprensibile che in questo episodio il punto di vista sia stato completamente incentrato sulle scimmie, relegando gli umani a sfondo. Si capisce il tentativo di invertire il punto di vista, di mostrare come il bene e il male si possano annidare in ogni comunità a dispetto della “razza”, si capisce che per fare questo e per stratificare i personaggi scimmieschi gli umani debbano essere relegati a figure del tutto bidimensionali, sante come la piccola Nova (altro riferimento al Pianeta delle Scimmie originale) o demoniache come il Colonnello, mentre tutti gli altri fanno numero e sono completamente indefiniti e pure un po’ idioti. Quindi? Qualsiasi cosa ci volesse raccontare di nuovo questo episodio non arriva minimamente. Anzi, se proprio andassimo a cercare un qualche profumo di epica, la possiamo solo immaginare negli umani, non certo nelle scimmie. Sono gli uomini, paradossalmente, a essere messi nella condizione di essere interessanti. Una razza che si sta per estinguere e ne è fondamentalmente cosciente, come reagisce? Il film ce lo mostra malissimo, relegando il tutto a cliché utili alla narrazione biblica dell’esodo di Cesare/Mosè e del suo popolo verso la terra promessa. Anche il punto di vista da parte delle scimmie sarebbe potuto essere interessante in questa ottica. È senza dubbio in corso un genocidio, ma da parte di chi, in effetti? Quale delle due razze si sta effettivamente estinguendo? In una scena del film, forse la più efficace, il Colonnello la butta pure lì, ma poi la cosa passa e viene successivamente ignorata.

Insomma, The War più che un film è un enorme contenitore, realizzato benissimo peraltro, che però si rivela una scatola quasi del tutto vuota. Non lascia niente allo spettatore, se non la soddisfazione un po’ onanistica di aver chiuso il ciclo del franchise Il pianeta delle scimmie. Chiuso per ora, poi, che si fa sempre in tempo a inventarsi qualcos’altro per spremerlo ulteriormente. Ma fino ad allora, ritengo che questo film finirà rapidamente nel limbo delle opere senza infamia e senza lode, dimenticato nel giro di qualche settimana. A proposito, Reeves è stato scelto (al posto di Ben Affleck) per girare il prossimo The Batman.

Sinceramente per i fan del pipistrello dubito sia una buona notizia.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-2-5
Frase distintiva: “Non ho iniziato io questa guerra”. Dal pubblico si alza una voce “sì pero ora basta, che mo’ ve lo buco sto pallone”.

A chi lo consiglio: a chi viene trascinato al cinema con la forza in questi giorni e comunque non vuole vedere un film con Nicolas Cage.

Abbinamento suggerito: un B52, la bevanda più simile al napalm che ci sia, di primo mattino. Se si deve essere citazionisti, facciamolo fino in fondo.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Narciso e Boccadoro, Hermann Hesse

Hermann Hesse scriveva capolavori. Dico banalità? E dire che è solo il secondo romanzo che leggo.

Come tante altre letture prima, Narciso e Boccadoro aspettava solo che fossi pronta ad accoglierlo. Non prima, non dopo; è arrivato al momento giusto.

Il tema della dualità natura-spirito, istinto-fede, è alla base di molte opere di Hesse: Narciso e Boccadoro rappresentano i due poli opposti di questa dicotomia, anche se il libro vedrà spiccare Boccadoro come protagonista principale.

Narciso è un monaco, devoto alla lingua greca e alla religione. Nato e cresciuto nel seno sicuro e protettivo del monastero, dove insegna greco e in un secondo momento sarà eletto abate, Narciso vive un'esistenza ascetica, dedita solo ai suoi libri, alle scienze. L'incontro con il giovane Boccadoro, istintivo e verace, dotato della straordinaria abilità di sentire forti le emozioni, avviene proprio all'interno della comunità monastica, dove Boccadoro è stato spedito dal padre al fine di espiare le colpe della madre morta. Madre che si ripresenta di continuo, figura dai limiti poco delineati, più un sogno che una creatura reale. La vita non è facile per Boccadoro nel monastero, sogna di vagare, conoscere, sperimentare, inseguire un sogno artistico e di vita piena. Così, si allontana dalla vita religiosa e inizia una vita vagabonda, fatta di espedienti per poter sopravvivere, di donne amate fugacemente, di passione artistica. In lui vive forte il desiderio di rappresentare la madre e l'arte diviene così il mezzo prescelto per poterla descrivere. Dopo un periodo di apprendistato come scultore presso maestro Nicola, Boccadoro riprende la vita errabonda fino a quando non incontrerà l'orrore della peste, che lo costringe a misurarsi con il male del mondo; in seguito alla mancata corrispondenza sentimentale di Agnese, l'algida e spigolosa moglie del conte, e a una rovinosa caduta a cavallo, Boccadoro ritrova in sé l'immagine della madre che a lungo aveva cercato di rappresentare, riscoprendo anche in sé il vero valore dell'amore, che così volentieri aveva elargito nella sua giovinezza.

Romanzo toccante, commovente ma ricco di spunti per la vita spirituale di ciascuno di noi, Narciso e Boccadoro legge nel lettore invitandolo a leggere se stesso.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Frase distintiva: leggete in voi stessi e scopritevi.

A chi lo consiglio: a chi sta compiendo un percorso di maturazione personale.

Abbinamento suggerito: té caldo.
Ester-Ventagli

Memorie di un Salbaneo

Redattrice
Mi chiamo Ester, ma scrivo come Memorie di un Salbaneo, cioè come viene chiamato un folletto dispettoso vestito di rosso che infastidiva i contadini, secondo le leggende venete. Per il Grafema Magazine scrivo recensioni di libri.
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The 100

È estate, fuori fa caldo e buona parte della nuova programmazione partirà solo a settembre. Trono di spade escluso, ovviamente, ma non si vive di soli sbudellamenti. O comunque ne servono di più, che al massimo GOT regala un’oretta a settimana. Quindi siamo nel momento ideale per recuperare vecchie serie.

Quella che vi presento oggi ha persino il pregio di non essere finita. Le prime quattro stagioni sono andate e la quinta, che vedremo dall’anno prossimo, è in lavorazione.

The 100 è una serie post-apocalittica che racconta la storia di Clarke (interpretata da Eliza Taylor) e dei suoi amici che vagano allegramente per un mondo distrutto da una guerra atomica.

Scampati alla guerra sulle stazioni spaziali orbitali, i resti della razza umana devono fare i conti con il deteriorarsi delle strutture e decidono di mandare cento ragazzi, i più turbolenti e sacrificabili, sulla terra per verificare se sia tornata abitabile.

La storia parte da qui e si configura apparentemente come un teen drama abbastanza banale. Anche l’ambientazione non è certo originale, così come la storia delle prime puntate. All’inizio si guarda perciò con un po’ di scetticismo, anche se le ambientazioni e i grandi mezzi impiegati da HBO nel produrla aiutano molto: un po’ Mad Max, un po’ Hunger Games.

L’evoluzione della trama è però in agguato. La serie abbandona gradualmente la forte connotazione adolescenziale (anche in modo intelligente: la narrazione si indurisce, mentre i protagonisti vengono temprati dall’ambiente ostile) e comincia a trattare le tematiche più varie, dai rapporti tra popolazioni diverse e diverse ideologie alla sessualità, dalla ferocia che si raggiunge per proteggersi alla perversione della tecnologia.

Al centro di tutto troviamo un nucleo di personaggi estremamente efficace, interpretati da ottimi attori. La già citata Clarke che, nel corso delle serie, diventa la temuta e rispettata guerriera Wanheda. Bellamy, Raven e Octavia, le sue spalle ideali e soprattutto Lincoln, espressione di quelli sopravvissuti sulla terra (interpratato da Ricky Little che rivediamo, bravissimo, in American Gods).

Al netto degli inevitabili cali di tensione in alcuni punti delle prime quattro serie e di alcuni twist narrativi un po’ forzati, le vicende dei cento tengono incollati alla poltrona. Certo, quella sensazione costante di “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” a volte diventa eccessiva, a volte verrebbe voglia di picchiare questi protagonisti che sembrano fare scelte appositamente per continuare a farsi ammazzare, dare la caccia, essere catturati, fritti nell’olio e conditi col prezzemolo e sì, a volte tutto questo sembra molto gratuito. Per il resto del tempo la metafora però regge: come trattiamo i nostri giovani? Che mondo gli stiamo lasciando? L’occhio degli sceneggiatori in questo non è pietoso per nulla, ma cinico e disincantato. La risposta è che si dovranno arrangiare, gli adulti non li aiuteranno, anzi, faranno di tutto per ostacolarli in una sorta di orgiastico suicidio razziale. Certo, forse l’attuale situazione USA-Nord Corea non instilla la stessa paura dell’apocalisse che c’era durante la Guerra Fredda, ma intorno a noi la situazione è abbastanza calda da apprezzare il messaggio di una serie tv che ha comunque il pregio di lanciarlo senza prendersi eccessivamente sul serio. Vi consiglio quindi di recuperare le puntate già trasmesse, in attesa della quinta (e forse ultima anche se la sesta è allo studio, dipenderà dai risultati) stagione.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-3-5

Frase distintiva:

  - Non credo che sappiano cosa sia la pace.

  - Il comandante lo sa.

  - È una ragazzina. Sono guidati da una ragazzina.

  - ... anche noi.

A chi lo consiglio: sorprendentemente, per una serie che mantiene nette connotazioni teen, agli adulti. Ha un messaggio soprattutto per loro.
Abbinamento suggerito: Mi prepari un po' d'alcol medicinale allungato con acqua piovana, e lei beva quello che desidera. (Il Dottor Stranamore)
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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Le otto montagne, Paolo Cognetti

Un'unica e infinita estate: due amici di stagione che superano gli inverni, gli autunni, le primavere di tutti gli anni della loro vita, insieme.

«Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa».

Paolo Cognetti con il suo romanzo ci insegna che la vita, come l'acqua di un torrente, scorre. A volte lo fa dolcemente, altre volte con potenza, altre volte è un piccolo rivolo e altre ancora è congelata sotto a uno strato di neve, ma continua a passare andando giù a valle.

Le otto montagne è appartenere a un posto continuando a muoversi. Parla di radici profonde come quelle degli alberi, dei luoghi che sono "casa". È il susseguirsi delle stagioni e degli anni rimanendo fedeli a una, ma è anche la storia di quello che impariamo dai nostri genitori e che poi trasformiamo e adattiamo alla nostra vita.

L'autore vincitore del Premio Strega 2017, ci spiega come ci sia una quota per ogni persona. Si parte dal bosco, appena sopra la valle, con la sua dolcezza e le relazioni tra piante e animali, per arrivare fino in cima, dove esiste solo il rapporto muto e privato con la fatica: luogo lunare fatto di sassi levigati e croci di legno.

«E più sali, più ti allontani dal mondo e dalle cose che, lì in basso, ti tormentano».

Le otto montagne racconta la storia di un'amicizia tra due ragazzi, Piero e Bruno, e della montagna che li vede crescere in due modi apparentemente diversi.

Sono due ragazzi della stessa età, Piero vive e cresce a Milano con i genitori veneti innamorati delle montagne che gli trasmetteranno la loro passione, Bruno vive a Grana, un paesino di montanari dove la famiglia del suo amico prenderà in affitto una casa per scappare dalla città nei mesi estivi.

È una storia che dura una vita perché il lettore cresce insieme a loro, due ragazzini che diventano adulti.

Tutto è raccontato dal punto di vista di Piero, che infatti non viene mai messo a fuoco. L'unico modo che abbiamo di conoscerlo è attraverso gli occhi degli altri, di Bruno soprattutto, e così sarà anche per lui.

Piero farà conoscere Bruno, farà conoscere sua madre, suo padre e la sua montagna, ma l'immagine di quello che farà lui negli anni e nei momenti lontano da lei rimarranno passaggi nebbiosi, veloci e poco nitidi. In qualche modo è il tempo all'alpeggio che rallenta, riprende a scorrere insieme al respiro, entra nuovamente nella messa a fuoco del protagonista, che infatti ce lo trasmette.

La bravura di Paolo Cognetti si appoggia su più di una cosa: la solennità e la calma dei luoghi che riesce a trasmettere, i dettagli, mai troppi o pesanti, che permettono di vedere attraverso gli occhi di Piero, la capacità di raccontarci un'amicizia intera in duecento pagine.

Cosa mi è piaciuto

Il ruolo fondamentale delle montagne.

La scrittura dettagliata ma che non si ferma.

Le scene nitide.

Cosa non mi è piaciuto

Non aver potuto conoscere Piero nella vita lontano da Grana.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Le otto montagne: una al centro delle altre.

A chi lo consiglio:
A chi ama la montagna.
A chi non ama la montagna perché inizierà a farlo.
Ai solitari.
A chi vuole fare un regalo.

Abbinamento suggerito: grappa fatta in casa o latte di mucca appena munto.

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Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
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Momenti di trascurabile felicità, Francesco Piccolo

Geniale.

Momenti di trascurabile felicità regala consapevolezza, è un insieme di schegge di vita: brillante, divertente, personale, ironico, allegro. Francesco Piccolo, scrittore e sceneggiatore italiano, crea un elenco di situazioni felici che contagiano.

La prima reazione che questo piccolo libro potrebbe suscitare nel lettore è di sbigottimento e perplessità, ma, man mano che le situazioni scorrono una dopo l'altra, lo sbigottimento e la perplessità diventano divertimento, sorpresa, incredulità. Infatti, nel momento in cui ci si abitua alle situazioni che l'autore crea e si entra nella sua quotidianità, che è un po' quella di tutti, non si può far altro che ridere e divertirsi.

Francesco Piccolo sembra quasi che non stia scrivendo per nessuno, lo fa semplicemente per divertimento, ma il risultato che ottiene colpisce in pieno.

È un inno alle piccole cose che ti fanno amare la vita, a quei momenti irrinunciabili come la domenica mattina, la colazione con la brioches, i temporali estivi.

È la bellezza delle cose assurde, come comprare un gelato "cattivo" per resistere alla tentazione di mangiarlo, e di quelle comuni come dire «dai, sentiamoci allora» e non farlo mai.

L'autore parla di una quotidianità autoironica, nella quale tutti si possono riconoscere e si possono finalmente prendere in giro.

Piccoli paragrafi fatti di frasi brevi e dirette, rendono Momenti di trascurabile felicità un libro facile da leggere anche per i lettori poco allenati.

Cosa mi è piaciuto

Le risate che regala

Cosa non mi è piaciuto

Nulla

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Questo libro è una doccia fredda dopo una giornata di lavoro, al sole. Con 40 gradi.

A chi lo consiglio: a chi si vuole divertire. A chi vuole qualcosa di leggero ma importante. Perfetto come regalo.
Abbinamento suggerito: Gunpowder Plot (Gin – polvere da sparo).

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Gloria-Perosin

Gloria Perosin

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Spider-man: homecoming

Di Jon Watts, con Tom Holland, Robert Downey Jr., Michael Keaton, Marisa Tomei

L’estate è ormai tradizionalmente uno dei momenti d’oro dei cinecomics e noi, come promesso, dopo la recensione dedicata alla DC e al più che discreto Wonder Woman passiamo alla concorrenza, alla Casa delle Idee. Alla Marvel, insomma.

Homecoming, ritorno a casa. Titolo furbo, che gioca con il nome del ballo di fine anno, uno degli elementi della trama, ma soprattutto con il ritorno a “casa” dell’amichevole Spidey di quartiere: dopo il “prestito” da parte di Sony (che detiene i diritti sul personaggio) in occasione di Capitan America: civil war, questo film sancisce il rientro a pieno titolo di Spider-man nell’universo cinematografico Marvel e nella corazzata Marvel Studios.
E i risultati si vedono, eccome.

Spider-Man: Homecoming è probabilmente uno dei migliori film di supereroi a oggi, progettato perfettamente per celebrare il ritorno del Ragno. Non ha paura di discostarsi dal canone del fumetto, per regalarci finalmente un protagonista credibile. Prima ancora di Spider-Man, il suo alter-ego Peter Parker.
Peter torna alle origini, è un ragazzo nemmeno quindicenne che ha appena incontrato i suoi poteri (tra l’altro, ci viene risparmiata l’ennesima narrazione del suo incontro con il ragno radioattivo. Benissimo così) e il suo mentore, Tony Stark alias Iron Man, che dopo averlo usato per lo scontro con Capitan America lo rimette “all’asilo”, a confrontarsi con scippatori e ladri di biciclette. Quello che vediamo è un ragazzo durante la sua iniziazione a eroe, goffo, che commette errori, ansioso di entrare in azione ma sostanzialmente ancora inadeguato. Tom Holland, nell’interpretarlo, è semplicemente perfetto.

Non è più, però, il nerd reietto dei fumetti. I tempi sono cambiati, i secchioni hanno guadagnato un fascino che un tempo non avevano. Peter ha amici, una vita, una zia che non è più la May perennemente ottuagenaria ma la meravigliosa Marisa Tomei. Questa attualizzazione è il successo più grande del film. Non toglie nulla al concetto del fumetto, ma lo rende godibile da tutte le generazioni, comprese le ultime. Forse, questo Spider-man quindicenne, è il primo vero personaggio Marvel con cui gli adolescenti di oggi possono identificarsi.

“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” diceva al giovane Parker lo zio Ben e non crediamo sia un caso che, in questo episodio, non compaiano né la frase né lo zio, con il suo bagaglio di senso di colpa sulla formazione del Ragno. Il film scorre quindi con una leggerezza esaltante, con le scene brillanti che superano, come è giusto che sia, quelle di azione, tanto che anche i fan più vecchiotti dimenticano in fretta i cambiamenti rispetto al “canone”, il fatto che il costume non sia più un banale costume ma una vera e propria armatura computerizzata progettata da Stark (con la sua intelligenza artificiale, Karen, che fa da perfetto contraltare a Jarvis, quella di Iron Man), che Mary Jane non sia più la rossa con il suo anacronistico invito – “vai a prenderli, tigre” – ma una brillante darkettona, che il migliore amico di Peter sia un nerd decisamente fuori forma e non più il miliardario che poi diventerà uno dei venticinque (o giù di lì) Goblin.

Ho detto Goblin? Questo porta al cattivo del film e, anche qui, abbiamo finalmente una piacevole novità. L’avvoltoio è il primo villain davvero credibile dell’universo cinematografico Marvel. Ha una genesi efficace, le giuste motivazioni, tanto che a tratti si arriva persino a solidarizzare con lui. Un disperato portato alla malvagità dalle contingenze, potremmo dire. Aiuta moltissimo anche il suo interprete, Michael Keaton.

Piccola digressione a proposito: Keaton ha fatto un percorso unico nel mondo del cinema supereroistico. È il Batman di Tim Burton negli anni ’90, è poi il protagonista del meraviglioso Birdman di Iñárritu, per chiudere poi il cerchio con l’avvoltoio. Ed è eccezionale in tutti questi ruoli.
Chiude il successo del film il numero impressionante di chicche e citazioni che nasconde, dall’avvio in versione go-pro (che riprende la scena dello scontro di Civil War) agli affettuosi sberleffi allo Spider-Man più canonico, dalle chiacchierate tra Peter e l’intelligenza artificiale della tuta fino alle apparizioni di Capitan America nei video educativi. Se tenete conto che, a questo punto della cronologia, Capitan America è un fuorilegge, il riferimento all’uso dei media è davvero interessante e mi ha ricordato la (per me) geniale interpretazione dei media che Paul Verhoeven inserì nel poco apprezzato e forse poco compreso Starship Troopers.

Insomma, è possibile dare cinque stelline a un film di supereroi? Sì, è possibile, senza togliere nulla a film più profondi è impegnati. Regalatevi un paio d’ore di intrattenimento brillante con, finalmente, il primo supereroe veramente del nuovo millennio.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Frase distintiva: Spidey volteggia sulle note di Blitzkrieg bop dei Ramones. E ho detto tutto.

A chi lo consiglio: ai fan più accaniti e conservatori dello Spider-man, anzi no scusate, dell’Uomo Ragno dei fumetti. Anche io ero così e mi sono ricreduto.

Abbinamento suggerito: una coca e popcorn, che un poco adolescenti, questo film, fa tornare.
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

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Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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Tutti i figli di Dio danzano, Murakami Haruki

“Certi amori non finiscono/fanno dei giri immensi/e poi ritornano”, canta Venditti. E questa verità è facilmente applicabile al mio rapporto con questo straordinario, geniale autore giapponese. L’ho accantonato per TROPPO tempo. TROPPO. Infatti questo libro mi occhieggiava dallo scaffale con aria un po’ scanzonata, quasi a dirmi: “Tanto lo so che mi leggerai, oh sì cocca”.
E così è stato. E c’è poco da fare, Murakami Haruki è un genio senza precedenti. Non è un romanzo, bensì una raccolta di racconti, in tutto sei, tutti gravitanti attorno al terremoto che colpì Kobe nel 1995; i personaggi che popolano l’universo di queste storie si muovono su un palcoscenico grottesco, irreale, composto da strane creature, bizzarre e assurde situazioni e ancor più assurdi sogni.
I personaggi di Murakami sono, oserei dire, kafkiani: immersi nella banalità quotidiana, pallide esistenze, fluttuanti nella vita, si ritrovano ad assistere a una calamità naturale che richiede da loro una trasformazione, un indurimento della pelle. Conoscono vie d’uscite grazie all’incontro casuale con strane creature, quasi incubi, che aprono loro la mente e li liberano da una vita fatta di piatta routine, dando loro l’opportunità di affrontare con maggiore decisione e responsabilità la vita. Vivono quasi senza sentimenti, ma sono chiamati a scoprirli nel momento del bisogno; non sanno di dover danzare, non sanno di essere figli di Dio.
Murakami è per chi vuole evadere, per chi ha paura di affrontare la vita grigia che riguarda molti: è la lettura giusta per immaginare di poter essere salvati dai sogni agitati che si fanno di notte.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Frase distintiva: Mai dare nulla per scontato.

A chi lo consiglio: a chi sente il bisogno di meravigliarsi.

Abbinamento suggerito: saké.
Ester-Ventagli

Memorie di un Salbaneo

Redattrice
Mi chiamo Ester, ma scrivo come Memorie di un Salbaneo, cioè come viene chiamato un folletto dispettoso vestito di rosso che infastidiva i contadini, secondo le leggende venete. Per il Grafema Magazine scrivo recensioni di libri.
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Another brick in the Great Wall

Per la rubrica fantasma “Fatti insignificanti”, stamattina mi è successa una cosa: ho fatto la doccia. Generalmente mi disturba la mattina, quindi sarebbe già strana così, ma poi, mentre mi asciugavo i capelli, ho udito provenire dal fon di marca IDWT non il getto d’aria tiepida bensì, inconfondibile, la musichetta iniziale del Trono di Spade. Con la sua epicità simpatica, direttamente dal mio asciugacapelli. Siamo in piena estate, ma a quanto pare

Winter is Coming [AGAIN]

La vigilia è di quelle che fanno ribollire il pentolone dei social.

La difficoltà di un articoletto sulla settima di GoT sta nel decidere: di che trattare?

Ci sono talmente tanti temi e tutti così profumati che le dita scivolano sui tasti troppo

l   e   n   t    a      m   e   n     t     e

per seguire il pensiero.

C’è che da un po’ di tempo se ne parla parecchio. Non so dire se sia per curiosità, se davvero il fiato sia sospeso, se – come nel mio caso suppongo – si tratti di semplice benevolenza, ma siamo di fronte a qualcosa che negli Stati Uniti viene etichettata tranquillamente come “big”.

I motivi per aderire alla visione sono stati e continuano a essere molteplici. Chi aveva già letto Martin si è lanciato sul Trono di spade per rivivere la trama dei libri, furbescamente scritti dal vecchio, furbescamente rappresentati sul piccolo schermo. GoT ha tutto del fantasy e molto delle soap/dramas: potere, dinastie, lotte di classe, di razza, di religione. Ma anche bonazze, misticismo, deflorazioni, incesto, superstizione, magia, deformazione, bonazzi, draghi, un sacco di sangue, psicosi. Vi ritroviamo, spinte al parossismo, anche le nostre manie.

Ammetto che la figaggine delle doctae puellae ivi contenute sia stata elemento trainante, stagione dopo stagione, per iniziare entusiasticamente la successiva. L’ho sempre fatto con un po’ di ritardo, per chiedere alle avanguardie se Daenerys mostrasse le zinne nella nuova stagione. No, ma c’è un’altra smandrappa che levati. Devo dire che sono rimasto molto affezionato a quella della prima stagione.

Veniamo ora ai temi caldi e ai conti in sospeso che le sei precedenti stagioni ci hanno lasciato e che promettono di risolversi o di aumentare la pila di cadaveri. Ho chiesto aiuto per questo a Giorgio Minotti, che oltre ad avere un’ottima memoria è un belloccio stile Jon Snow e mi ha aiutato a mettere a fuoco.

«Avrei preferito essere paragonato a Khal Dhrogo…»

La fine della quinta stagione ci aveva lasciati sgomenti con l'ennesima uccisione di uno dei personaggi più importanti (appunto il caro Giovanni Neve), a ulteriore prova del sadismo di Martin verso la famiglia Stark e soprattutto verso lo spettatore/lettore.

Resuscitato da Melisandre all’inizio della sesta stagione, Jon decide di lasciare i guardiani della barriera.

Sansa Stark riesce finalmente a fuggire dal castello di Grande Inverno, grazie a Theon Greyjoy, il quale sembra per un attimo aver recuperato i gioielli di famiglia; i due verranno presi in custodia dalla massiccia Brienne e dal suo simpatico scudiero Podrick.  Da qui, Sansa verrà scortata da Jon Snow con il proposito di riconquistare Grande Inverno.

Nel frattempo Arya, che era fuggita nel vecchio continente (a Braavos), continua ad allenarsi per diventare un’assassina coi controcazzi.

Infine Bran, che aveva raggiunto la grotta del corvo con tre occhi, continua a drogarsi pesantemente avendo allucinazioni temporali, grazie alla guida spirituale di Max Von Sydow, mica Maccio Capatonda: in pratica assiste a episodi della storia dei suoi parenti e capisce tante cosette, ad esempio che in realtà Jon Snow non è suo fratellasto bensì suo cugino, figlio di Rhaegar Targaryen e della sorella del padre. Quindi un altro Targaryen, per giunta cugino di Daenerys! Conosciamo la storica predisposizione dei Targaryen all’incesto, quindi tutto porta a pensare che prima o poi finiranno per trombare.

Nel frattempo la situazione ad Approdo del Re si fa veramente pesante. Il credo comandato dall'Alto Passero, dopo aver catturato e umiliato pubblicamente la regina madre Cersei Lannister, diventa sempre più potente.

Nel vecchio continente, la bionda Daenerys era stata portata via dal dragone nero per poi essere lasciata in mezzo al deserto e trovata da una banda di Dothraki. Secondo la legge dei Dothraki, la vedova di un khal deve vivere il resto della sua vita con le altre vedove a Vaes Dothrak. La vita di un khal non è molto lunga a giudicare dal numero di vedove…

Daenerys non è contentissima di questa svolta per la sua carriera di conquistatrice. Decide cosi di fare un bel barbecue in pieno stile Targaryen. Sul finire di stagione deciderà di partire finalmente verso il nuovo mondo per riconquistare i domini dei suoi antenati.

La sesta stagione si conclude con alcuni eventi spettacolari che non trovano posto nei romanzi.

  1. Arya si ribella ai suoi stessi insegnanti e uccide sia la sua “sparring partner” sia il suo maestro dal nome impronunciabile, Jakenagarcomesefosseantani. Acquisisce l'abilità di modificare il proprio aspetto fisico come il suddetto e torna a completare la sua mega vendetta. Uccide il vecchio signore delle torri gemelle che aveva ammazzato il fratello alle nozze rosse, ma prima gli prepara un timballo con le carni di suo figlio… cotto e mangiato.
  2. Jon Snow insieme con i bruti cerca di riprendere Grande Inverno. Sta per subire una sonora sconfitta, quando i cavalieri di Nido delle Aquile, comandati da Ditocorto, distruggono i soldati di Ramsay Snow/Bolton. Jon andrà personalmente a picchiarlo per la somma goduria di tutti. Ramsay sarà dato in pasto ai suoi stessi cani da Sansa, che dimostra finalmente una forza d'animo degna dei sette regni.
  3. Cersei, che era odiata da tutti, dopo la sonora umiliazione subita dai bigotti del Credo ha acquisito una certa simpatia, in contrasto con l'ordine religioso dei Passeri, finti umili che in realtà desiderano il potere come ogni altro personaggio e famiglia. Per vendicarsi, fa predisporre Altofuoco sotto il tempio di Baelor, dove si sarebbero trovati tutti i maggiori esponenti dell'ordine per il suo processo e quello di Loras. Lei non si presenta e fa saltare tutto in aria. Morti tutti gli oppositori in un colpo solo, Cersei è incoronata Regina.

Tutto considerato, la settima stagione avrà probabilmente due temi principali: la riconquista da parte di Daenerys e l'avanzamento degli estranei oltre la barriera.

Prima o poi Daenerys e Jon scopriranno di essere cugini e finiranno per sposarsi o qualcosa di simile. Dopo aver sconfitto Cersei il nuovo nemico comune saranno gli estranei. Estranei=ghiaccio; Draghi=fuoco: lo scontro sarà tra questi elementi.

Forse vedremo Jon a cavallo di uno dei Draghi, essendo di sangue Targaryen. Uno verrà cavalcato da Daenerys. Ne resta uno. Tyrion, l'altro grande protagonista della serie, è rimasto molto defilato in questa sesta stagione, ma nella settima promette di tornare alla ribalta ».

Non ci resta che augurare a tutti una buona visione,

In Daenerys We Trust

 

Grazie a Giorgio Minotti per la collaborazione.

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Luca_Severi

Luca Severi

Sagittario, nato nel 1984. Laureato in Filosofia, nutro una grande passione per la scrittura, il running e l’arte del cazzeggio. Adoratore della senape.
Per il Grafema Magazine scrivo articoli di cultura e recensioni musicali.
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Umami, Laia Jufrasa

Acido. Amaro. Dolce. Salato.

Umami.

Umami non è soltanto il titolo di questo romanzo, il primo della giovanissima autrice messicana Laia Jufresa, è anche il nome poco conosciuto del quinto sapore con cui costantemente veniamo in contatto.

La storia è l'insieme delle storie di chi abita Villa Campanario, un comprensorio costruito da Alfonso e Noelia a Città del Messico.

A Villa Campanario le case hanno il nome dei cinque sapori: in Casa Acido abitano Beto e Pina, padre e figlia, in Casa Amaro vive Marina, giovane pittrice che non dipinge ma inventa i nomi dei colori, Casa Dolce è utilizzata per le lezioni di musica tenute da Linda e Victor, musicisti che abitano con i figli in Casa Salato. Casa Umami è la casa di Anfolso, antropologo studioso del quinto sapore.

Quello che lega i personaggi della storia non è un avvenimento ma uno stato d'animo, una mancanza. Umami è la storia del dolore quotidiano, leggero, sottile e costante, con il quale tutti i protagonisti del romanzo convivono: è il denominator comune di Villa Campanario.

Chi ha perso una figlia e una sorella, chi una moglie, chi si è allontanato da un padre, chi da una madre. Laia Jufrasa ci accompagna nel vialetto polveroso del comprensorio e ci porta davanti a ogni casa, facendoci guardare dalla porta aperta i suoi personaggi, facendoci leggere i loro pensieri e scoprire le loro vite, che, abitando in una sorta di condominio orizzontale, sono inevitabilmente intersecate.

I punti di vista sono quelli dei personaggi, cinque in tutto. I capitoli sono brevi e facili da leggere.

La bravura di Laia sta nell'affrontare le cose un po' alla volta, senza farci sentire il bisogno di sapere di più di quello che dice e senza svelarci tutto in una volta. Con la sua scrittura paziente, delicata e discreta è come se sbucciasse una cipolla: esamina uno strato e lo toglie, ne trova un altro, lo scompone, e toglie anche quello, tutto per arrivare al centro, dei protagonisti e del comprensorio.

Nonostante questa storia parli di perdita e dolore, lo fa in maniera piacevole e del tutto normale. 

Cosa mi è piaciuto:

Marina e i suoi colori. Le abitudini di tutti i personaggi, strani e curiosi. Il silenzio del comprensorio.

Cosa non mi è piaciuto:

Il finale che sembra sospeso.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Umami è il sapore delle storie ben raccontate.

A chi lo consiglio: a chi piace il silenzio. A chi piace osservare-studiare i comportamenti delle persone.
Abbinamento suggerito: da gustare con una birra ghiacciata servita con una fetta di limone messicano.
Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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