Magazine » Recensioni

Categoria: Recensioni

Sei come sei – Melania G. Mazzucco

Ho avuto l’onore di incontrare Melania Mazzucco qualche anno fa, quando ero una sfaccendata liceale; ho letto alcuni suoi libri, e sapevo che non avrebbe deluso le mie aspettative.

Questo libro racconta di una ragazzina diversa dalle altre,  Eva (adoro questo nome, significa vita, e “Vita” è un romanzo della stessa scrittrice) è l’amatissima figlia di due padri, due uomini pazzeschi, Giose e Christian. A causa della prematura scomparsa di quest’ultimo, la famiglia si spezza, trascinando la piccola Eva a vivere con gli zii a Milano e scaraventando Giose in un paesino dimenticato da Dio negli Appennini, raggiunto dalla giovane protagonista in seguito a un brutto incidente.

Padre e figlia, finalmente ricongiunti, affronteranno insieme un viaggio attraverso l’Italia, durante il quale Eva imparerà a conoscersi e a conoscere profondamente le sue radici, il legame tra i suoi padri e i sentimenti, la vera colla delle unioni.

Un romanzo tenero e sentito, che riconosce all’amore il potere su tutto, malgrado le diversità e gli attriti che esso può incontrare nel suo fluire.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Nosce te ipsum

A chi lo consiglio: Per chi vuole conoscersi nel profondo.
Abbinamento suggerito: Latte con curcuma.
Ester-Ventagli

Memorie di un Salbaneo

Redattrice
Mi chiamo Ester, ma scrivo come Memorie di un Salbaneo, cioè come viene chiamato un folletto dispettoso vestito di rosso che infastidiva i contadini, secondo le leggende venete. Per il Grafema Magazine scrivo recensioni di libri.
Leggi la mia biografia, visita il mio sito oppure

Così è la vita. Imparare a dirsi addio – Concita De Gregorio

I bambini sanno essere incredibilmente diretti. Le loro considerazioni così lucide, precise e definite hanno sugli adulti l'effetto di una torcia puntata dritta negli occhi.
Stordiscono.

Ora che so tutto su come si sono estinti i dinosauri posso sapere anche com'è morto mio nonno?
A quanti anni si muore?
Ma si muore per sempre?
Mamma, per favore, potrei morire prima io di te?
Ma la bomba atomica uccide tutti insieme in un colpo? Ma così, anche adesso, prima di colazione?

Così è la vita. Imparare a dirsi addio non risponde a queste domande, ma racconta che farlo è possibile. È possibile mantenere la delicatezza e la semplicità di un bambino pur affrontando temi seri e profondi, anzi, è proprio quando facciamo della semplicità e della delicatezza due pilastri che riusciamo a spiegare anche le cose inspiegabili.

«Il mio papà mi ha insegnato a piantare i bulbi dei fiori a testa in su, così ogni anno fioriscono. E siccome lui è morto ma io i bulbi li pianto e fioriscono ancora, allora non è per niente andato sulle nuvole. È andato nei fiori» dice Carmen, che ha sette anni.

Ecco. Questo è Così è la vita.
Concita De Gregorio, con la brillantezza, l'intelligenza e il senso di bellezza che caratterizzano lei e tutti i suoi lavori, tratta in questa inchiesta narrativa alcuni tabù del nostro tempo: la morte, la vecchiaia, la malattia, i funerali. Perché non c'è peggior angoscia del silenzio e dell'indifferenza, e non c'è miglior rimedio della condivisione per trasformare delle cadute in momenti di crescita, in allegria, in pienezza. Parla di una società ammalata di giovinezza.

Potrebbe sembrare un libro-macigno, è in realtà una piuma. E Concita è una farfalla che si appoggia delicata su tutto quello che fa male.

Nella prefazione ci sgrida, ma lo fa giocando d'astuzia, usando l'ironia. Dal primo capitolo il tono cambia e inizia un susseguirsi di cose belle, di esperienze personali, di racconti, di brevi pensieri condivisi. Parole semplici e umili accompagnano storie delicate e forti.

È adatto anche ai lettori poco allenati, a quelli che si stancano in fretta e che non amano i testi lunghi. Facile da leggere, ottimo come compagno di viaggio o come regalo di Natale.
Attenzione però! provoca sì sorrisi, ma anche riflessioni e lacrime, soprattutto agli animi sensibili.

Cosa mi è piaciuto
L'alieno
Zia Elvira (che presento qui)
Come mi sono sentita dopo averlo letto

Cosa non mi è piaciuto
Come mi sono sentita di fronte alla realtà

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5
Frase distintiva: Sorgenti di luce e fiori che sbocciano.

A chi lo consiglio: A chi ama la bellezza
a chi ha voglia di una penna intelligente
a chi sta affrontando un lutto, un'assenza
a chi è arrabbiato e a chi è felice
ai genitori

Abbinamento suggerito: Latte di unicorno (insieme a un bambino)

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

L’anno della lepre di Arto Paasilinna

Come accade con le persone, ci sono libri che entrano nella nostra vita con un tempismo perfetto, altri che riappaiono quando siamo finalmente pronti ad apprezzarli davvero. L’anno della lepre si è riproposto alla mia lettura dopo venti lunghi anni, pazientemente trascorsi a prendere polvere nella libreria, sopravvivendo alle possibili archiviazioni per ben quattro traslochi.
Le avventure del giornalista Vatanen iniziano con un piccolo incidente stradale in cui, durante il rientro in città da un viaggio di lavoro insieme a un suo collaboratore, fotografo, investono una lepre, che fugge ferita nel bosco.
Vatanen esce dall’auto e metaforicamente dalla sua vita borghese, cinica e banale per inseguire questa piccola creatura, preoccupato per la sua incolumità. Si addentra nel bosco incurante delle grida del collega che gli chiede di tornare indietro ma che, senza troppo pensiero, poi lo abbandona al suo destino in mezzo alla natura ripartendo per la città.
Il protagonista si prenderà cura della lepre con amorevole premura, tenendola con sé in ogni momento, dividendo con lei cibo, tempo e incontri con i personaggi più disparati. Il tempo e i luoghi della storia sono condizionati da scelte spesso estemporanee di Vatanen che non accetta più, come nella vita di prima, di adattarsi a situazioni che non gli piacciono, che lo avevano portato a un’esistenza frustrante e priva di gioia autentica. Attraverso alcuni personaggi, l’autore conduce una critica verso la politica e la religione, con un umorismo apparentemente leggero ma tagliente. Emblematica la scena del prete che, scandalizzato dal fatto che la lepre abbia lasciato i suoi escrementi sull’altare, in una reazione inconsulta comincia a sparare senza colpirla, ma rovinando alcuni simboli sacri.
Dal punto di vista stilistico ho apprezzato che l’attenzione dell’autore sia concentrata più sul “viaggio” di cambiamento del protagonista invece che sulla caratterizzazione dei singoli personaggi. Anche l’unica situazione amorosa, infatti, è descritta senza approfondimento, per sottolineare che rappresenta solo una delle esperienze lungo il percorso formativo (un moderno bildungsroman) di Vatanen.
L’essere umano civilizzato, al confronto con il duo naif Vatanen/lepre, esce abbastanza ammaccato, spesso descritto in maniera caricaturale come falso e superficiale, a tratti capace di gesti deliberatamente cattivi (“Ma com'era possibile che esistesse gente di quella risma? Che gusto ci si prova ad essere così feroci, perché l'uomo si degrada in modo così crudele?”).
Qualcuno ha voluto leggere questo romanzo come un inno all’ambientalismo ma io ritengo che la natura, nel suo essere insieme pacifica e indomabile (si pensi all’inverno nordico), sia solo uno strumento per creare forte contrapposizione tra l’autenticità della nuova vita scelta dal protagonista e il bieco piattume della precedente esistenza, di cui compaiono brevemente i personaggi (la moglie noiosa, il direttore del giornale per cui lavorava) lasciati sapientemente a piccoli cammei in dissolvenza sullo sfondo della narrazione.
Interessante lo spunto autobiografico del romanzo: l’autore a un certo punto della sua vita ha effettivamente abbandonato il giornalismo perché non lo riteneva più uno strumento di comunicazione obiettivo, per dedicarsi a scrivere romanzi.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Frase distintiva: Puoi sempre scegliere di rinascere

A chi lo consiglio: A chi vuole sorridere della natura umana

Abbinamento suggerito: Vodka ghiacciata (o tisana alla cannella per gli astemi)

Elisa-Zafferani

Elisa Zafferani

Redattrice
40 anni. Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
Leggi la mia biografia oppure

Storie di gatti, James Herriot

Immaginate un casolare di campagna, vecchio e accogliente. Immaginate che la natura, sua compagna, gli cresca attorno. C'è un piccolo boschetto davanti al vecchio fienile e l'edera che si arrampica coprendo le finestre chiuse del primo piano, infine un piccolo argine alle spalle. È autunno quindi prevalgono i colori caldi: i marroni, i gialli, i rossi. Il lato sinistro, quello con l'edera, è di un colore infuocato, le foglie secche nascondono il vialetto di fronte al portico, i fiori sono addormentati, gli alberi hanno il colore del sole. Il casolare è abitato. All'interno una vecchia stufa a legna scalda la cucina che profuma di mele cotte e chiodi di garofano, un gatto-ciambella dorme sopra a una sedia impagliata.

Questa immagine è Storie di gatti di James Herriot, veterinario e scrittore britannico che abbiamo raccontato qui.
Storie di gatti raccoglie le avventure di Herriot nel mondo felino, un mondo che Herriot ama che e che racconta con l'ironia e la dolcezza che lo distinguono.
Herriot utilizza un tono confidenziale e ammorbidisce il freddo del North Yorkshire proprio come fanno i gatti quando si acciambellano sulle nostre gambe infreddolite. A renderci partecipi insieme all'autore è Lesley Holmes che, con le sue delicate e dolci illustrazioni, riesce a far vedere i luoghi e i protagonisti delle storie che il veterinario-scrittore racconta.

Storie di gatti, in perfetto stile Herriot-Holmes, è un libro semplice e delicato, perfetto per il periodo autunnale o come intervallo tra letture che impegnano. È adatto anche a lettori giovani o poco allenati e ottimo come regalo.

Cosa mi è piaciuto
Herriot
L'atmosfera che crea e la passione che trasmette
I paesaggi
I gatti, che sono sempre una conferma

Cosa non mi è piaciuto
Alcuni finali tristi

La nostra opinione...

Frase distintiva: «Quando tornavo dai miei vagabondaggi c'erano sempre i miei gatti ad accogliermi, inarcando il dorso attorno alle gambe, facendo le fusa e sfregando il muso sulle mie mani.»

A chi lo consiglio: Ai gattofili
A chi vuole fare un regalo
A chi vuole coccolarsi prima di dormire
A chi teme il freddo

Abbinamento suggerito: Un infuso ai chiodi di garofano e cannella con una fetta di torta di mele

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Il Silenzio, Erling Kagge

A teatro c'è un momento che molti reputano talmente speciale da valere l'intero costo del biglietto. Il suo arrivo si percepisce in lontananza ma è un momento che dura pochissimi secondi: sono quelli che dividono le ultime voci degli spettatori dall'entrata in scena dell'attore.
Questo è il silenzio e durante uno spettacolo capita solamente una volta, all'inizio, perché negli spettatori c'è assenza di pensieri e di aspettative.
Paragonabile a questa pausa cerebrale ci sono degli attimi nominati spesso da Giovanni Allevi e, in questo testo, da un famoso calciatore: quelli pieni di nulla che si infilano tra l'esecuzione dell'ultima nota (o il gol) e l'esplosione del pubblico.

Erling Kagge, primo uomo a raggiungere il Polo Sud in solitaria e primo a raggiungere i tre poli (Sud Nord e una cima dell'Everest) è l'autore de Il Silenzio, un tanto piccolo quanto fondamentale libricino.
Kagge, durante una conferenza all'università di Saint Andrews in Scozia, decide di affrontare gli occhi curiosi degli studenti trattando un argomento insolito: il silenzio. La conferenza va talmente bene che la sera stessa Kagge si incontra al pub con alcuni dei ragazzi.
Davanti ai boccali di birra i ragazzi cominciano a fargli delle domande. Erling Kagge esce dalla serata con tre quesiti.

CHE COS'È IL SILENZIO?
DOVE LO SI TROVA?
PERCHÈ È PIÙ IMPORTANTE CHE MAI?

Il Silenzio. Uno spazio dell'anima raccoglie le 33 risposte che Erling Kagge è riuscito a darsi dopo quell'incontro.
Il tono che l'autore usa è molto confidenziale e rassicurante, quel tono che ci si aspetta da un papà norvegese. Riesce a mettere a proprio agio il lettore e lo rilassa mentre pone delle domande utili e necessarie (e sicuramente fastidiose per qualcuno). Le nostre riflessioni nascono dalle sue, che non annoiano mai, non si ripetono ma che sono a rapido assorbimento.
Sono pochi ma stupefacenti, invece, gli accenni che fa riguardo la sua impresa durata cinquanta giorni nel rumoroso silenzio di Madre Natura ghiacciata, al Polo Sud.

Un libro breve e pieno ma leggero e adatto anche a chi non legge spesso.
Kagge in poche pagine ci insegna che il silenzio non è un vuoto da riempire ma qualcosa di già pieno, e chi si sognerebbe dunque di riempire un vaso già stracolmo d'acqua? Ma soprattutto ci insegna che ognuno ha il proprio silenzio e che trovarlo significa (ri)trovare lo stupore e (ri)trovare se stessi.

Cosa mi è piaciuto

Le risposte 2, 5, 31
Quelle che mi son data
Il silenzio nell’acquerello di Nicola Magrin

Cosa non mi è piaciuto

La risposta 8

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Frase distintiva:Viviamo nel tempo del rumore. Il silenzio è sotto attacco.

A chi lo consiglio: A chi è innamorato della neve che silenzia i rumori
A chi pensa di non avere tempo

Abbinamento suggerito: Una cioccolata, densa e fumante.
Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Blade Runner 2049

DI DENIS VILLENEUVE, CON RYAN GOSLING, HARRISON FORD, JARED LETO

Sono passati trentacinque anni dall’uscita del film che rivoluzionò la fantascienza, poco più degli anni che separano il distopico 2019 di Ridley Scott da quello di Villeneuve. Per un evento del genere abbiamo scelto due paia di occhi e due diverse opinioni, per provare a capire se ci troviamo di fronte a un degno erede.

LUCA SEVERI

Il futuro è già qui, nel suo degrado così attuale, asettico e perfetto. È presente nell’impossibilità di scindere fra uomo e tecnologia, fra replicanti di serie A e serie B, nella vacuità dei rapporti interpersonali e del piacere, nella sovrapposizione, come nella scena di sesso, fra uomo e ologramma. Villeneuve racconta in modo potente l’idea di un futuro che ha incancrenito, pur perdendo il caos dell’originale, le meschinità di quello.
Se la trama di Blade Runner 2049 appare frammentaria, ciò che impressiona positivamente lo spettatore non è cosa viene inscenato, ma il come: a tratti poetico e delicato, ma potentissimo nel descrivere un’umanità allo stesso tempo tragica e resistente. La si trova disseminata ovunque e in nessun posto è davvero presente, infatti eccola emergere principalmente nei ricordi. Ne fa le spese l’agente K., interpretato efficacemente da Ryan Gosling, che seguendo i fili della memoria scoprirà di essere vittima di un ricordo reale, vissuto ma non in prima persona, che scatena il terremoto interiore del protagonista. Il cavallino di legno, che assomiglia vagamente a un altro feticcio del cinema contemporaneo, la trottola di Inception, è quel pezzo di memoria che nasconde un segreto e protegge un prodigio, Ana, la creatrice di ricordi.
Blade Runner 2049 non è un film classico di fantascienza, è una storia dal futuro con una finestra sul presente, che parla di radici, di amore per la verità, di rispetto per l’ambiente; in questo preciso senso è un film importante e pregevole.

GIORGIO ARCARI

Certi film arrivano, soprattutto con il tempo, a dei livelli di importanza persino superiori a quello immaginato dai loro creatori. È sicuramente il caso di Blade Runner, uno dei primi film a raccontarci con tanta chiarezza quanto fosse pericolosa la china intrapresa dall’umanità (laggiù, nei dorati e ottimisti anni ’80), quanto fosse difficile l’accettazione del diverso. Persino stilisticamente, la luce blu scelta da Scott si trovò a dominare la cinematografia di genere, e non solo, per almeno un decennio. Comprensibile dunque il timore di tanti appassionati all’approssimarsi di questo sequel, complice anche l’esperienza non proprio entusiasmante legata all’altra creatura di Scott, Alien. Timori in parte smentiti, in parte confermati. Cominciamo con il dire che ci troviamo davanti a un film impressionante. La regia di Villeneuve è semplicemente sontuosa, stilisticamente ricercata fin quasi all’eccesso. Le lunghissime scene silenti, riempite soltanto da una colonna sonora a tratti soffocante, la scelta delle riprese che sembrano qui e lì richiamare Kubrick e Akira di Otomo, i grigi e i marroni di fumo e polvere come nuovi toni dominanti a dare impressione, più che del pessimismo del primo episodio, quasi di nichilismo. Non credo di allontanarmi troppo dal vero ipotizzando che, tra le fonti di ispirazione del regista, ci sia stato anche “I figli degli uomini” di Cuaròn. Dal punto di vista della realizzazione e anche da quello della capacità comunicativa ci troviamo davanti a un film semplicemente superbo. Anche la prova degli attori è notevole: forse il meno efficace è proprio Harrison Ford, che compensa ampiamente con la sua iconicità, ma sia Gosling che Leto sono perfettamente nella parte, precisi e credibili senza uscire dalle righe di quella pesante cappa da “fine dei giorni” voluta dal regista. Il problema emerge quando passiamo ad osservare “cosa” il film voglia comunicare, non il come. Il peccato originale, qui, è la volontà di creare un franchise: lo si capisce quasi subito, diventa una certezza avvicinandosi al finale. La costruzione è volta di continuo a creare spazi per i prossimi film della saga. Troppi spifferi, troppe domande messe furbescamente tra i radi dialoghi per lasciare curiosità agli spettatori. Troppo palesemente voluta la debolezza della trama, perché questa possa svolgersi e rafforzarsi in tempi non consentiti da un solo film. Questo non rende solo fastidiosa la visione, ma tarpa le ali alla storia del protagonista, K, che idealmente sembra rispondere alle domande sotto traccia contenute nel meraviglioso e (secondo la leggenda) improvvisato dialogo di Rutger Hauer che chiude il primo film, quell’angosciata ricerca di umanità, o quantomeno del suo significato, che tanto ha messo in difficoltà, e avrebbe dovuto continuare a farlo, gli spettatori nel capire con chi simpatizzare. Una delle forze del primo Blade Runner fu appunto quella foschia da cui era impossibile estrarre colpa e innocenza in modo puro. Inserirle qui non ha fatto un gran favore al seguito. Un film, insomma, che riempie gli occhi ma non lascia moltissimo per la riflessione. Un film molto bello ma, forse, un po’ troppo senz’anima.

L'opinione di Luca...

voto-Grafema-4-5

L'opinione di Giorgio...

Voto-Grafema-3-5

Frase distintiva: “A volte, per amare qualcuno, devi diventare un estraneo”

A chi lo consiglio: A chi crede in un approccio emozionale alla fantascienza. Ma soprattutto ai replicanti. In touch with your robot feelings (LUCA) 

A chi lo consiglio: A chi non vuole porsi troppi dubbi sul destino del nostro mondo, ma vuole essere rassicurato sul fatto che andrà male (GIORGIO)

Abbinamento suggerito: Chinotto, la bevanda che era, è e sempre sarà (LUCA)

Abbinamento suggerito: Uno scotch whisky, Kilchoman, in un pesante bicchiere di cristallo (GIORGIO)

Luca_Severi

Luca Severi

Sagittario, nato nel 1984. Laureato in Filosofia, nutro una grande passione per la scrittura, il running e l’arte del cazzeggio. Adoratore della senape.
Per il Grafema Magazine scrivo articoli di cultura e recensioni musicali.
Leggi la mia biografia oppure

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

The Shannara Chronicles: il fantabidone che non mancava (e purtroppo è tornato)

Ok, il titolo non lascia molto spazio ai dubbi. Bisogna dire però che sono grato a questa serie: dopo varie recensioni di titoli belli e pregevoli, finalmente ho la possibilità di tornare a una sana stroncatura.

E qui, da stroncare, c’è praticamente tutto.

Cominciamo col dire che pure il materiale di provenienza è di pessima qualità. Tutto nasce dalla serie di romanzi di Terry Brooks. Lunghissima, composta da libri lunghiiiiiiiissimi, tediosa oltre ogni dire (lunghissimo l’ho già usato?) , la sintesi perfetta degli elementi peggiori dei peggiori sfornapolpettoni (ah già, li chiamano “best seller”) sul mercato. Prolisso come Clive Cussler, prevedibile come Wilbur Smith, invadente (come numero di uscite) come Tom Clancy, che ricordiamo essere un autorino da un’uscita all’anno anche diversi anni dopo la morte. Cosa che, nonostante l’aspetto paranormale, non ha migliorato di una virgola la qualità delle uscite.

Brooks racchiude tutto questo e lo rielabora per proporci un mappazzone stantio dell’opera di Tolkien, senza averne minimamente le capacità né il genio immaginifico, limitandosi a sostituire la brillante cosmogonia de il Silmarillion con la genialata dell’ambientazione post apocalittica. Bravo Terry, non ci aveva mai pensato nessuno. Davvero. Credimi.

Tutta questa meraviglia l’ha poi usata per una quantità invereconda di pagine, più di trenta libri che dicono in sostanza sempre la stessa roba, in uno stillicidio che a me francamente ricorda questo

 

Corto geniale, tra l’altro.

Comunque sia, le disgrazie non vengono mai da sole. Qualcuno avrà pensato: “Se di grandi libri si possono fare pessime trasposizioni, forse può essere vero anche il contrario, giusto o no?”

No.

Perché, mirabilmente, la serie riesce a essere anche peggiore e, dopo una prima stagione che ha toccato il fondo, l’inizio della seconda si fa trovare intenta a scavare.

Perché tanta crudeltà, direte voi?

Intanto per l’idea balzana di trasformare il tutto in un teen drama. Non è un crimine realizzare lavori destinati ai ragazzi, quando questo ha un senso e sono fatti bene. Ma farlo così, per mero calcolo di marketing (non a caso la prima stagione è andata in onda, negli States, su MTV. Ve li ricordate i bei tempi di Daria, Beavis&Butthead, Scrubs? Ecco, una prece), incollando dinamiche narrative in scenari che non c’entrano assolutamente nulla e creando così uno scollamento totale tra azione e personaggi, be’, è semplicemente triste.

Passiamo poi ai personaggi, che sono un incubo. Profondità, tratteggio, caratteristiche, definizione. No grazie. Ognuno agisce in un certo modo perché sì. Passi anche per il cattivo, che almeno è un demone e poveretto fa il suo mestiere, ma gli altri? Il nobile trama e briga nell’ombra come da contratto metalmeccanici, il mago fa i magheggi e si comporta come un venditore di multiproprietà, ma per un bene superiore. Il protagonista non perde occasione, in ogni puntata, IN OGNI PUNTATA, di frantumarci le p…azienza con il fatto che lui vorrebbe essere normale e fare una vita normale e gne gne gne. Naturalmente per questo le donne lo amano. Tutte. Roba che ad averlo saputo prima le suffragette si ritiravano in una comune hippie invece di darsi tanto disturbo.

Passiamo infine alla trama. Nella prima serie abbiamo una bella serie di casini, qualche battaglia, la certezza di non avere speranza di salvezza. Salvezza che infine arriva, alla disperata, grazie alla magia (nemmeno uno spoiler!). Come comincia la seconda serie? Naturalmente con l’intenzione di vietare la magia e con la caccia ai maghi.

Quella coerenza bella che ti tiene inchiodato al divano. A parte la totale mancanza di logica è proprio la struttura della sceneggiatura a essere debolissima. Probabilmente un po’ per la scelta di posizionamento (sì, fa parte di quel gruppo di lavori che ritengono che rivolgersi ai giovani sia sinonimo di “parlare a dei dementi”), un po’ per l’insipienza degli sceneggiatori. La costruzione non è per nulla armonica ma a scatti, con una serie di grossi eventi e un lungo, straziante trascinarsi della narrazione tra uno e il successivo. Probabilmente, se invece di una serie avessero fatto l’album delle figurine, sarebbe stato più appassionante.

In ultimo, un rapido riferimento all’ambientazione. Per essere fighi e suggestivi la serie è stata cronologicamente “avvicinata” ai giorni nostri, rispetto al libro. Le tracce dell’apocalisse nucleare sono ancora ben visibili, esistono costruzioni, residuati, addirittura carcasse di auto. Probabilmente pochi secoli di distanza. E vabbè, direte voi. Peccato che nel frattempo l’uomo abbia avuto la possibilità di evolversi, addirittura dividersi in più rami attraverso un ciclo di mutazioni e di selezione. A fianco dell’Homo Sapiens troviamo le specie figlie, Nani, Troll, Gnomi. Roba che il buon Carletto Darwin, ovunque sia, dev’essere andato a picchiare tantissimo Lamarck. Così, per sfogare il disappunto.

Voi invece evitate la frustrazione. Guardate altro.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-1-5

Per trovare un aspetto positivo ho dovuto scorrere la lista fino a spuntare “pochi nani e pochissime asce”.

A chi lo consiglio: a chi criticava la trasposizione de “Il signore degli anelli” perché troppo d’azione. Questo è tutto vostro, tanti cari auguri.

Abbinamento suggerito: Vino rosso, peperonata, due grappe e caffè corretto sambuca. Se tutto va bene non arrivate alla sigla di apertura.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

 
A Ottobre i nuovi corsi e laboratori.

Cosa aspetti?
Iscriviti ed entra
nel mondo del Grafema!

Paterson. I riti che salvano la vita.

Elogio alla quotidianità, elogio alla felicità quotidiana. Elogio all'amore quando diventa quotidianità e rimane amore e felicità.

Questo è Paterson, film del 2016 del regista Jim Jarmusch.

Il film racconta di Paterson, giovane autista del pullman numero 23 dell'omonima cittadina americana, e della sua tranquilla e felice quotidianità. Paterson e l'affettuosa e creativa Laura sono sposati, hanno un cane, Marvin, e una piccola casa nella piccola cittadina. Paterson si sveglia ogni giorno alla stessa ora, ogni giorno percorre la stessa strada che lo divide dal lavoro e ogni giorno guida il suo pullman attraverso la città seguendo sempre lo stesso percorso. Quando la sera rientra chiacchiera con la bella e dolce Laura, cenano, porta fuori il cane e prima di tornare si ferma sempre allo stesso bar a bere la solita birra. Tutto ispira la sua unica e vera passione: la poesia. Annota tutto nel "taccuino segreto", ma per il semplice piacere di farlo, senza che nessun altra idea lo sfiori.

Jim Jarmusch è di certo un regista minimalista. Per apprezzare lui e il suo lavoro gli occhi dello spettatore devono essere attenti, ma non avidi, curiosi, ma non morbosi: devono essere gli occhi pazienti di chi accoglie domande piuttosto che cercare risposte.

Lento, ripetitivo, discreto, sussurrato, Paterson chiede allo spettatore calma e offre qualcosa di straordinariamente normale al quale nessuno sembra più essere abituato e che, nel momento in cui basta, è la cosa più bella del mondo.
Jarmusch abitua lo spettatore ad entrare discretamente nella giornata dei due protagonisti attraverso un fermoimmagine che si ripete intimo: Paterson e Laura si svegliano ogni mattina abbracciati. Il nostro risveglio con loro diventa un respiro che addolcisce gli occhi prima di cominciare.

Questo è il tempo che il regista ci dà per abituarci, così come ce lo dà Paterson nel bar: ogni sera rimaniamo con lui un po' di più. Anche Laura, pur producendo ogni giorno pattern diversi su supercifi diverse, parte sempre dagli stessi elementi, come una rassicurazione.

Jarmusch isola lo spettatore, isola i suoi personaggi, le situazioni, i luoghi. Ogni cosa ha il proprio spazio vitale attorno.
Utilizza la non-violenza come un Gandhi-regista che non introduce mai scene di sesso, nemmeno tenero, tra la giovane coppia. E infine stupisce con quei pochi "colpi di scena" che sembrano ritagli di carta colorata incollati nelle pagine di un quotidiano in bianco e nero.

Cosa mi è piaciuto

I ritratti di Marvin fatti da Laura
Le sveglie mattutine
Il giapponese dell'ultima scena
I fiammiferi
Le poesie di Paterson
La delicatezza

Cosa non mi è piaciuto

La grafica e la fotografia che potevano essere più poetiche

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5
Paterson è la prova che le poesie si possono distruggere, la poesia no.

A chi lo consiglio: A chi non ha fretta
A chi sa apprezzare le piccole cose
A chi ha bisogno di frenare

Abbinamento suggerito: Un muffin decorato di Laura

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa, Mario Calabresi

«La lista di nozze comprende 22 letti per adulti, 9 lettini per bambini, culle per neonati, lenzuola, elettrocardiografo, microscopio, lettino operatorio, lampada operatoria, attrezzi per la chirurgia. Deve servire ad arredare la loro nuova casa, un minuscolo ospedale in mezzo a una savana molto arida, terra rossa e pochi arbusti spinosi, nel Nordest dell’Uganda. L’ospedale non esiste ancora e quel posto, chiamato Matany, non l’hanno mai visto, è solo un cerchietto rosso su una cartina.»

Parte così il libro di Mario Calabresi, con un'insolita lista di nozze. Ma non è un romanzo: Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa è un insieme di testimonianze di coraggio. E non è nemmeno semplicemente un bel libro: è una petardo di energia che ti scoppia nel petto e ti tira un calcio nel sedere che ti fa saltare in piedi, ti butta giù dalla sedia, ti fa cadere dal letto, ti fa uscire dal bagno.
Ti fa iniziare, cosa non si sa, ma sicuramente qualcosa.

La storia protagonista è quella di Gianluigi Rho e Mirella Capra, due giovani neolaureati, lei in pediatria e lui in ginecologia, che decidono di sposarsi e di partire con la loro lista di nozze per Cuamm, nel nordest dell'Uganda.
La lista di nozze che stilano comprende tutta l'attrezzatura necessaria per la sala chirurgica del reparto maternità che ancora non esiste, ma che Gigi e Mirella si stanno preparando a costruire.
Siamo nel 1970 e i due giovani ragazzi sono gli zii di Mario Calabresi che decide di illuminare la loro già luminosa storia.

Ma questo libro non parla solo della vita eroica di Gigi e Mirella vissuta nella bellezza e nella difficoltà della loro impresa, racconta anche di Elia, di Bianca, di Peter: ragazzi che non hanno avuto paura di diventare grandi, usando il coraggio per partire, per cambiare, ma anche per rimanere e per conservare.

Il libro di Mario Calabresi nasce come risposta alle domande dei ragazzi che l'autore incontra in alcuni licei piemontesi. È l'antidoto che ha sempre avuto sotto agli occhi e che decide di utilizzare contro lo scetticismo e lo scoraggiamento che vede in loro.

È un libro-luce che porta al lettore aria pulita, speranza, fiducia, entusiasmo per la vita.
Di facile lettura e coinvolgente è anche un messaggio che Calabresi manda: tutti noi siamo in grado di superare i piccoli o grandi problemi che incrociamo sul nostro cammino.

Cosa mi è piaciuto:
I brividi sulla pelle
La forza che infonde

Cosa non mi è piaciuto:
...

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Quando entusiasmo, gioia e vita esplodono dentro.

A chi lo consiglio: a ragazzi e ragazze giovani e meno giovani.
A chi ha bisogno di fiducia (o di un calcio nel sedere).
A chi sta per cominciare qualcosa, di piccolo o di grande.
A chi vuole fare/farsi un bel regalo.

Abbinamento suggerito: una buona tisana per coccolarsi.
Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

 
A Ottobre i nuovi corsi e laboratori.

Cosa aspetti?
Iscriviti ed entra
nel mondo del Grafema!

La mummia 2017

Diretto da Alex Kurtzman
con Tom Cruise, Sofia Boutella, Annabelle Wallis e Russell Crowe

Al di là del fatto che ho visto tutti i film della precedente saga de “La mummia” con Brendan Fraser e che quindi ero curiosa di vedere il nuovo reboot, ciò che seriamente mi ha spinta a guardare questa nuova Mummia in realtà è stato solo un nome: Tom Cruise.

Quando mi hanno detto “è con Tom Cruise”, ho alzato il viso da ciò che stavo facendo e ho esclamato incredula: “Tom Cruise?! Che diamine c’entra con la mummia?”

Ebbene, ci azzecca poco o nulla in effetti. Abituati ai suoi film rocamboleschi e dalle azioni combattive fino all’ultimo respiro, vederlo in mezzo a mummie/zombie e investito di una simbologia antica, quale quella che lo vuole legato a Seth, il dio egizio della morte, provoca nello spettatore un effetto straniante.

Questo film ha ricevuto molte critiche per questo motivo, ma anche per altri, vuoi perché Cruise gli ha voluto dare la solita piega alla mission impossible, vuoi perché la prigione della mummia questa volta si trova in Mesopotamia, precisamente in Iraq, mentre in Egitto nemmeno ci mettono piede.

In effetti, ci sono particolari che andrebbero migliorati o che sanno un po’ di ridicolo (ad esempio il fatto che Russell Crowe impersonifichi il famoso Doctor Jekyll del celebre romanzo di Stevenson – insomma che ci sta a dire?), tuttavia non per questo boccerei l’intero film.

La trama è stata ben ordita, è ricca di colpi di scena e scorre bene dall’inizio alla fine. Tom Cruise in fin dei conti il suo lavoro lo sa fare e una novità mi ha piacevolmente sorpresa: la mummia questa volta è una donna. Impersonificata dalla bella Sofia Boutella, la sua storia è meno banale di altre. C’è sempre la lotta per il potere e per governare sull’Egitto, ma ciò che spinge Ahmanet (questo il nome della principessa egizia che verrà poi mummificata viva e rinchiusa in una prigione negli abissi della terra) a uccidere il padre-Faraone e a vendere la propria anima a Seth, è il simbolo della condanna subita per millenni da qualsiasi donna della Terra. Ahmanet era destinata a essere l’unica erede del Faraone, quindi regina assoluta di tutto l’Egitto, fino a quando una concubina del padre dà alla luce un figlio maschio.
A quel punto non vale più a niente essere forte, astuta, intelligente, pronta a prendere le redini del regno. Non vale a niente essere nata prima. È arrivato il figlio maschio, quindi lei non serve più a nulla.

La sua vendetta per questo sarà non solo crudele, ma mortale e senza redenzione.
Un film dunque che si dipana sull’eterna lotta tra male e bene e che analizza con sorprendente determinazione la sottile linea che separa l’odio e l’amore che albergano dentro ognuno di noi. I personaggi di Tom Cruise e Russell Crowe sono in fondo emblema di questo dualismo (Crowe, come detto, nei panni del Dr. Jekyll e Mr Hyde e Cruise come ladro di tesori antichi, ma al tempo stesso uomo di cuore pronto a salvare la vita dei suoi amici), così come lo è la stessa Ahmanet dilaniata dall’amore per il padre e dalla gelosia che la porta ad ucciderlo.

Ogni persona è un miscuglio di tenebra e luce e per questo significato che traspare chiaramente da ogni fotogramma, mi sento di voler premiare questo film pur con le sue debolezze.
I costumi sono curati, la scenografia e la fotografia molto efficaci e danno a tratti un tocco poetico – in particolare quando viene mostrato il deserto e viene dato uno sguardo sull’antico Egitto – che non guasta. Per quanto riguarda la parte horror, ne troverete ben poca, se non quasi nulla. Personalmente, quando vedevo Cruise sballottare qua e là pezzi di mummie e zombie mi scappava da ridere.

Però l’intreccio è superbo, basti dire che sono riusciti addirittura a inserire i crociati e il ritrovamento di una loro tomba sotto Londra. Niente male.

Insomma un bel film che, Cruise a parte, merita sicuramente una visione.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Frase distintiva: citando Spiderman, da un grande potere derivano grandi responsabilità.

A chi lo consiglio: agli appassionati di leggende e storie antiche.

Abbinamento suggerito: tè verde ghiacciato.
Francesca-Delvecchio

Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
La mia rubrica è Prospettive letterarie.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

 
A Ottobre i nuovi corsi e laboratori.

Cosa aspetti?
Iscriviti ed entra
nel mondo del Grafema!