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Categoria: Racconti

Essere e non essere

Non ho niente da dire questa sera, assolutamente niente. È solo una sera qualunque, di un anno qualunque, e in qualunque modo io decida di riempire il mio tempo, nulla sarà in grado di darmi pace.

Ditemelo voi, cosa dite che io debba dire.

La maggior parte dei testi scritti narra di periodi bui, di sofferenze, di disgrazie, di drammi. Poi si cambia  scaffale e si legge d’amore, di grandi imprese, di eroi, di vicende che hanno cambiato per sempre il mondo. Ma ditemi un po’, cari lettori, chi mai parla del tempo vuoto? Chi si prende la briga di farci sentire “normali”, di tanto in tanto? Scrivere non è mai semplice, ma di certo viene molto più naturale raccontare di un qualcosa che accade, che sia dentro o fuori all’immaginazione, prima o dopo una intensa sbornia. Le azioni si rincorrono tra loro, si mettono in fila; non si deve far altro che chiudere gli occhi, disegnarle col naso sulla parete e lasciare che prendano vita, per poi svilupparle sul foglio.

E io che questa sera non ho né idee, né sogni, né guai, né vicende interessanti da dirvi, sono forse spacciata? Dovrei segregare la penna dentro al cassetto, ma di certo farei peggio. Chiudere il rubinetto delle emozioni potrebbe funzionare, ma di quelle mi nutro, e sarebbe come mettere me stessa dentro a quel maledetto cassetto. Così parlo a vanvera, o dovrei dire scrivo a vanvera – posso dirlo? – solo per il gusto di scrivere. La penna corre più forte della mia coscienza, l’anticipa, tant’è che spesso devo tornare indietro di qualche riga per leggere ciò che penso. E così il foglio non è più bianco, e così una serata non è più vuota, e così qualcosa è successo, nell’insuccesso di un noioso lunedì. Qualche punto rimane a penzolare dalla punta della penna, perché non sono abbastanza ubriaca di sonno per lasciarmi andare del tutto. I flussi di coscienza sono pericolosi a quest’ora della notte, e lei lo sa – la mia coscienza.

Sarei curiosa di sapere in quanti sono ancora qui a leggermi, in quanti se ne sono andati e poi in quanti mi invieranno una mail con il numero “di uno bravo” come dicono i simpatici. Sì, insomma, ho già riempito due pagine di quaderno senza poi dire nulla. Che sacrilegio tacere, ai giorni nostri. Non avere un’idea, una teoria, un progetto in ballo, non è concepibile. È necessario fare, fare, fare, disfare, ma poi rifare, rifare e poi disfare di nuovo, ma hai fatto! Ed è l’unica cosa che conta.

Essere non basta più.

Be’, Signori, io ho smesso.

Ho smesso di lottare per essere qualcuno: sono comunque qualcuno anche se sono nessuno. Ho smesso di scolpirmi dentro, storie di cui non mi interessa fare parte, ho smesso di portarmi dietro un copione da sbattere in faccia – nella maniera quanto più credibile – a chi vuole sapere, senza volerlo davvero, chi sono.

“Io sono, e fattelo bastare” urlerei. La prossima volta lo farò.

Io sono, anche senza fare troppo, e faccio, anche senza essere troppo.

Essere è tanto, è tutto. Non servono grandi imprese. “Hai sentito, Coscienza?”

Questa sera sono, io sono. Sono seduta sulla poltrona verde a scrivere di niente.

Vi ho annoiati? Mi dispiace.

 

No, non è vero.

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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Malinconia

Fermati. Fermatevi, lancette. Fermate quell’insistente vociare, quella scarica di mitraglia contro il vetro che vi separa dal mondo. Rinunciate, non serve. Il tempo si è fermato. Non per sua volontà o colpa. Diligente, continua ad alternare albe a tramonti. Sotto la sua sferza, i calendari si assottigliano, le stagioni continuano a rincorrersi. Solo in questa stanza, nel nostro reciproco girare in tondo, non ha più senso parlarne.

Tic. Tac. Tempo lento, tempo passato. Forse è vero, trascorro qui troppo del vostro ticchettare. Troppo tempo nel rimpianto di ciò che è perduto, nel sezionare ogni singolo errore. Come sarebbe cresciuta quella pianta con un rinforzo lì? E quell’altra, se l’avessi potata con più cura? Domande oziose del boscaiolo che osserva il lavoro della giornata, legna da ardere e ceppi che a malapena spuntano dal terreno. Eppure non riesco a farne a meno. Qui, in cerca di un riposo inquieto, vengo a passeggiare, ingannandomi su quanto poco ricordi questi sentieri, fingendo di sorprendermi, fingendo di poterne cambiare il tracciato. Sentire forte la mancanza di qualcosa che in fondo non è mai esistito, ma che con ostinazione continui a credere che debba essere lì, da qualche parte, caduto per sbaglio o per leggerezza ai margini del cammino. Basterebbe ritrovarlo, per spegnere quel senso di perdita, eppure sai che non c’è.

Tic-tac. Tic-tac. Spartiacque sempre uguali di pensieri liberi dal tempo. Tic-tac, volando nel futuro, in cerca dell’eccitazione di tanti possibili sarà. Farò questo, farò quest’altro. Domani, da oggi in poi. In fondo il futuro esiste proprio per essere ottimisti. Ci sono solo traguardi, certo non fatica, lacrime, ricordi.

Tictac, tictac. Di nuovo qui, a cavallo di tempi come fughe. Presente, un non tempo, campo di battaglia di caso, caos e pensiero. Non bisogna essere dei saggi per sapere che questo è tutto ciò che conta nella realtà, l’unico tempo in cui ciò che afferri non evapora tra le tue dita. Non bisogna essere saggi per sapere che è questo il tempo dei sentimenti vissuti, che sgorghino in lacrime o risate poco importa. Non bisogna essere dei saggi neppure per ridere dell’idea che il tempo si possa fermare.

Voi lo sapete bene, care instancabili lancette, e infatti non mi date ascolto, continuate a ruotare indifferenti. Io però continuo a smarrirmi altrove, troppi di questi rapidi oggi mi sfuggono, troppa la voglia di ritrovare ciò che non ho perduto. Malinconia, la chiamate, quella che si aggiunge al nostro reciproco girare in tondo.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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I due soli

C’erano una volta, tanti, tantissimi anni fa, due giovani stelle. Due soli gialli, che si rotolavano attorno nell’universo. Dovete immaginare un tempo di galassie timide, di cieli vuoti, senza finestre da cui affacciarsi o morbidi letti d’erba su cui sdraiarsi per indovinare le luci al di là delle nuvole. A ben guardare, non c’erano nemmeno le nuvole, né pianeti in grado di trattenerle per farle correre nel vento. In questo cosmo nuovo, i due soli non riuscivano a stare lontani uno dall’altro. Non era una questione di forza di gravità, o di quelle cose che per comprenderle si studia, tanto, e si finisce per non riuscire più a stupirsi. Niente di tutto questo. Semplicemente, i due soli si volevano bene, si piacevano. Era un’avventura, avvicinarsi a capofitto. Scoppi di energia, lampi di luce, scosse emozionanti come dolci melodie che andavano da un cuore all’altro delle due stelle, unendole. Ancora di più, il momento magico. La gioia della vicinanza li portava a creare forme nuove e meravigliose, pianeti neonati, asteroidi, comete luminose. L’universo vuoto cominciava a riempirsi come per incanto intorno a loro. I soli erano felici, continuavano ad avvicinarsi gioendo di tutta questa bellezza che andava nascendo, ma solo con la voglia di essere ancora più stretti, in realtà. Ancora di più, orbita dopo orbita.

Venne infine il giorno in cui furono così vicini, così tanto, che per ognuno dei due niente era più visibile, se non l’altro. Fu un brutto giorno. Le meraviglie create scapparono via e si persero nell’universo, le comete si sciolsero e smisero di brillare. Le melodie che univano i due soli presero a farsi troppo intense, per diventare poi stonate. Litigarono, così furiosamente che non c’era angolo di quel cielo vuoto dove non arrivassero le loro urla. In fondo non capivano il motivo di quel litigio, ma nessuno dei due volle darla vinta all’altro, ognuno anzi prese a bruciare con intensità ancora maggiore. Tristi e arrabbiati, alla fine si allontanarono l’uno dall’altro.

Tante volte riprovarono, l’affetto tra loro era troppo grande per allontanarsi definitivamente. Ogni volta era un fiorire di nuove meraviglie, una nuova nascita dell’universo. Ogni volta finivano per avvicinarsi troppo e per litigare di nuovo, distruggendo tutto.

Non capivano ancora. Il loro ultimo incontro fu un tuonare di energie furibonde, tanto forti da far tremare di paura anche gli universi più lontani, persino quelli già cresciuti. Si allontanarono così tanto, pareva che nemmeno più orbitassero l’uno intorno all’altro, due puntini luminosi separati dalle distanze infinite dello spazio.

Passò così il tempo. I due soli si sbirciavano da lontano, solo quando erano convinti che l’altro non guardasse. La rabbia sbollì, venne la malinconia, poi la noia. Ancor prima di rendersene conto ognuno dei due soli era intento a creare il proprio cerchio di pianeti, comete, satelliti. A riempire il cielo vuoto intorno a sé. La noia strisciò via, lasciando spazio a una passione nuova, tranquilla, intima. I due soli, finalmente, stavano crescendo.

Fu una gran sorpresa per entrambi, un giorno che si sorpresero a guardarsi. Non succedeva più da un bel po’ di tempo, erano così affaccendati, eppure scoprirono che la distanza tra loro si era quasi dimezzata senza che se ne accorgessero. Si sorrisero addirittura, sorrisi di stelle, lampi lontani di energia, dopodiché ognuno tornò a occuparsi dei propri mondi. Nuovi colori erano apparsi, azzurro, verde e tutti i colori dell’arcobaleno che li riempivano di meraviglia. Ancora di più, perché erano loro a crearli.

Infine, capirono. Capirono il motivo di tutti quei litigi, del non riuscire a stare vicini come desideravano. Un sole non è fatto per vivere in un universo vuoto. Ognuno deve riempire il proprio, scaldarlo di colori e di vita. Così continuarono a fare. Di tanto in tanto si guardavano, si sorridevano. Ma non ce n’era nemmeno bisogno, sapevano che lentamente si stavano riavvicinando. Sapevano anche che a un certo punto sarebbero stati di nuovo insieme, alla distanza giusta, i mondi dell’uno a rischiarare quelli dell’altro. Tutti insieme, a colorare ancora più quel nuovo universo.

 
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L’opera del Maestro

Una vita. Una vita intera tenuta nascosta. Una vita passata a decorare case di contadini con brutte madonne, a imbellettare le chiese di curati orgogliosi con mediocri vite di santi, a costruire piccole opere d’irrigazione. Povere opere per povera gente e, per quasi tutto il tempo, una vita debosciata e in ozio.
Almeno l’allievo – così gli piaceva considerarsi, anche se era poco più di un discreto carpentiere e pittore – l’aveva sempre visto così, mentre attendeva che morisse per prendersi le sue commesse. Non che ci fosse concorrenza nella valle, ma per quello non è che ci fossero nemmeno molti clienti.
Ora, dopo aver camminato di malavoglia per quasi tre ore dietro alla mula, fino a quella grotta in collina, si era reso conto di quanto il suo maestro fosse stato bravo a nascondersi e di quanto poco in realtà lo conoscesse.
Era vecchio, più di cinquant’anni, e una vita passata all’aperto, a respirare le polveri dei colori e altre schifezze lo aveva reso decrepito.
Curvo, pelato, la pelle macchiata dagli anni, se ne stava in mezzo al suo segreto sorridendo, soddisfatto e sdentato.
«Ti ho portato qui, ragazzo, per mostrarti tutto ciò che ho realizzato nella mia vita. Quadri, trattati, progetti di ingegneria. Di tutte queste opere non c’è eguale al mondo. Per trent’anni ho vissuto con umiltà, un voto alla Madonna per salvarmi dalla guerra, e ora che è stato rispettato voglio che tutti conoscano il mio genio. Passerò i miei ultimi anni nel lusso con i soldi dei principi».
L’allievo non si era ancora ripreso. Quello che vedeva era troppo per i suoi occhi. Mai aveva veduto simili colori, immagini così pure. Sfogliando un libro, il poco che riuscì a capire lo portò in un mondo impossibile, con macchine in grado di donare all’uomo poteri divini.
I minuti passavano, un vecchio compiaciuto e un giovane scioccato e imbarazzato.
«Ti ho portato qui» riprese il vecchio «perché è tempo di portare in paese tutte queste cose, così da cominciare a presentarle ai nobili. Io sono vecchio e ti dovrai occupare tu del lavoro di fatica. Sei un bravo ragazzo, onesto, anche se non sarai mai molto più di un imbianca muri».
«Comunque» concluse «non ti preoccupare. Ti sono affezionato. Ce ne sarà d’avanzo pure per te».
L’allievo taceva. Non ascoltava nemmeno. La sua attenzione era completamente assorbita dal mezzo sorriso di quella donna dipinta. Era bellissima. Lì dentro era tutto bellissimo. C’era una fortuna. Fama e fortuna.
«Hai finito di rifarti gli occhi? Bene, sarà il caso di cominciare a caricare la mula» rideva «se fai quello che ti dico, domenica potrai mangiare tutta la cacciagione che vorrai, ti andrebbe? Certo che ti andrebbe. Via comincia con questi».
Il vecchio si era girato per indicare una pila di rotoli disegnati. Il primo colpo sferrato con la pietra lo prese all’orecchio destro, sbattendolo in terra, di schiena. Il sasso calava di nuovo. Il vecchio pensò stupidamente che il suo allievo non era poi così onesto come pensava. Un altro colpo della pietra e non pensò più a niente. L’allievo osservò vacuo il corpo del vecchio. Lo prese e lo gettò nel dirupo appena fuori dalla grotta. Nessuno li aveva visti lasciare la valle insieme. Caricò qualche dipinto piccolo sulla mula per viaggiare leggero. Se si sbrigava poteva essere di nuovo a Vinci in due ore. Domani, sarebbe stato ricco e famoso.

 
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Slegami

Il matrimonio, che gran parola. Come si decida di regalare la propria esistenza a qualcun altro è ancora un mistero per me. Ho sentito parlare di tizi che ai giorni nostri organizzano vere e proprie cerimonie per dichiarare amore eterno a loro stessi, “perché nessuno mi amerà mai come mi amo io”. Non hanno tutti i torti. Sempre mi sono domandata come alcuni legami riescano a resistere così a lungo e come – nell’intrigata intimità di una persona – si possa infilare qualcuno dentro al cuore, non letteralmente parlando. Come puoi prenderti un pezzo di me e portartelo via per il mondo? E se lo rivolessi indietro poi un giorno?

«Lil mi hai sentita?»
I pensieri si riaggomitolarono risucchiati da una voragine.
«Terra chiama Lil, terra chiama Lil».
Mi resi conto che c’era bisogno di me, la sposa stava aspettando il suo velo. Non saprei quantificare il tempo in cui restai a ciondolare dentro la mia testa.
«Sì, eccomi» scesi dalle nuvole «arrivo Effe».

Francesca – per me e solo per me Effe – da che ho ricordi, è sempre stata amica mia. La conobbi ad un corso in palestra quando eravamo due pazze venticinquenni e finimmo per parlare della vita su uno scoglio vicino al faro là al porto. Anche lei è per me un porto sicuro, una certezza. Qui non si parla di anni o di numeri, ma di una quotidianità che va avanti da un pezzo. Un bel legame direi, tanto per restare in tema.
Raggiunsi la sua stanza e la vidi fissare lo specchio, seduta sulla poltrona verde. Giocherellava con un boccolo di capelli bruni che morbido cadeva sul pizzo avorio del vestito. Mi avvicinai e fu come se non se ne fosse accorta.
«Effe?»
«Camilla siediti, devo dirti una cosa».
Non provai a dirle che era tardi e che mancava poco all’inizio della cerimonia. Mi aveva chiamata con il mio nome, aveva detto “Camilla” e questo non era mai un buon segno.
«Devo raccontarti una storia. Voglio che la tenga tu. Non può più essere mia, ma se non la racconto a qualcuno ho paura che vada persa. Ho deciso di raccontarla a te, posso fidarmi?»
Non risposi.
«Non sono mai stata solo di Lucas».
“Deve essersi scolata qualche litro di birra” pensai. La lasciai proseguire.
«Lil è tutta una questione di legami. I legami, mannaggia, sono la rovina delle persone».
Guardò fuori dalla finestra.

«Lo incontrai alla facoltà di farmacia, frequentava la mia stessa classe. Piaceva a tutte le ragazze del corso, per me era uno qualunque. In un primo momento non lo notai, anzi a dire il vero, per tutto il primo anno. Poi un giorno a laboratorio me lo trovai a fianco, non mi ero mai accorta che quegli occhi fossero così tanto blu. “Comunque piacere” mi disse “io sono Dan”. Non so spiegarti come quelle parole mi entrarono e non uscirono più. All’epoca ero fidanzata con un ragazzo più grande di me, un ballerino di free style che mi aveva fatto perdere la testa. Dan era semplicemente il mio migliore amico, non che compagno fidato di laboratorio. Tuttora non so dirti chi tra noi due fosse la mente e chi il braccio, forse eravamo semplicemente tutto, tutti e due».
Si voltò verso di me, sorrise di tristezza.

«E poi?» dissi.
«Durante l’ultimo anno di liceo, le cose tra me e il mio ragazzo iniziarono a non funzionare più tanto bene, ci lasciammo un sabato sera in cui lui aveva bevuto. Era arrabbiatissimo per essere arrivato secondo in una competizione di hip hop che era sicuro di vincere. Lo vidi sbraitare, barcollare con il bicchiere in mano, buttandosi addosso a qualsiasi ragazza carina gli si presentasse davanti. Lo lasciai con un messaggio il mattino seguente. Non lo vidi più».

Le domandai con gli occhi.

«Vuoi sapere di Dan? Ci sto arrivando Lil. Dan il giorno seguente mi disse che ci aveva iscritti a una lezione di ballo»
Iniziò a ridere fino alle lacrime.
«Si. Sempre gli avevo detto che avrei voluto tanto ballare e lui mi ci portò. Sai come andò a finire?»
Non ci fu bisogno che rispondessi.
«Si innamorò del ballo più di quanto lo amavo io, il ballo intendo» danzò per la stanza «il ballo è un modo per amarsi in silenzio, capisci? Andavamo a lezione tre volte a settimana. Mi disse che sarei stata l’unica donna della sua vita, durante un giro di valzer. Non risposi».

«Tu lo amavi?» mi permisi di interrompere.

«Ma sì che lo amavo, per quanto può amare una ragazzina di diciannove anni. Ma lui era il mio migliore amico, non potevo. Certe cose si capiscono solo quando ormai è tardi. Eravamo una coppia perfetta sul palco, due amici altrove. Mi bastava».

«Ma quando noi due ci conoscemmo, tu eri fidanzata con Lucas» pensai a voce alta «e poi che vuoi dire con “troppo tardi”? Troppo tardi per cosa?»

«Dan si fidanzò con una ragazza, molto carina. Lei ovviamente mi odiava, classiche scene tra fidanzata e migliore amica. Ma a me non importava. Andava bene così. Il nostro rapporto rimase lo stesso, lui me l’aveva detto: l’unica donna della sua vita… » si spense.

“Roba da film”, pensai.

«Nel frattempo conobbi altri ragazzi, che lasciai e ripresi più volte. Confessai a mia sorella che non mi importava realmente di nessuno, sapevo che Dan sarebbe stato il mio destino. Glielo dissi seduta fuori dalla gelateria lì all’angolo, la stessa dove piansi a dirotto circa un mese dopo».

Eravamo sedute per terra come due bambine all’ora del tè. Io con in mano il cuscino e lei il cuore.

«Te lo prometto» le dissi «terrò questa storia per sempre».

«Un giorno arrivai a lezione di ballo puntuale. Ero in ritardo: ci davamo tutti appuntamento sempre almeno dieci minuti prima per prenderci un caffè e fare due moine davanti allo specchio. Quel giorno ero arrivata tardi e mi catapultai dentro la sala, con ancora una scarpa a metà piede. “Eccomi”. Ma lui non c’era. Dove mai poteva essersi cacciato? L’insegnante mi ordinò di mettermi in fila con le altre ragazze e lo cercai di nuovo con lo sguardo mentre i piedi seguivano la musica».

«Arrivò?»

«Arrivò. In ritardo, come mai era successo. Arrivò e faticò a guardarmi in faccia, mi salutò con gli occhi lucidi. Rideva. Non era lui, doveva essere successo qualcosa» storse il naso.
«Ballammo senza mai fermarci per due ore. Lo guardavo dal basso – nonostante le scarpe col tacco – mentre mi guidava per la pista, lo strinsi un po’ di più. A fine lezione, dopo aver salutato tutti lo rincorsi all’uscita per chiedere spiegazioni. “Che hai fatto?” continuavo a chiedere. Poi me lo disse, come gli uomini dicono le cose. Mi disse che la sua fidanzata aspettava un figlio da lui; me lo disse come si comunica il risultato di una partita».

Venne da piangere anche a me.

«Piansi per giorni, Lil. Il resto lo porto dentro di me, se non ti dispiace. Ti basti sapere che i legami ti logorano dentro, se non sono quelli giusti. Mi telefona spesso, anche dopo anni, sempre quando ne ho bisogno; non so come faccia a saperlo. L’altro ieri è venuto in negozio solo per dirmi che aveva il colesterolo alle stelle. Ti sembra normale?»

«E Lucas?»

«Lucas lo conobbi in un giorno di sole. Mi promise che non mi avrebbe mai lasciata e io non avevo bisogno di altro. Lo amo da impazzire, è l’uomo della mia vita».

La accompagnai tra le braccia di suo padre e piansi un po’ vedendola percorrere la navata.

 

“I legami, Lil, i legami vanno oltre ogni cosa”.

 
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Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
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Settembre

Settembre è il mese grigio, dove il bianco e il nero si mescolano e creano caos facendo l’amore. Luce e ombra si incontrano, la notte è più chiara e si illumina un poco, mentre il giorno si spegne appena quel tanto che basta per trovarsi più simili, più vicini.
L’eccitazione estiva lascia il passo a un velo di serietà autunnale e il passaggio fra i due porta, insieme alle prime foglie caduche, una ventata di malinconia. Io scelgo di vivere questo momento accogliendoti, Settembre. Mi hai turbato e sei già finito. Ogni anno ti incontro e ti trovo nuovo perché io sono nuovo, mi sfiori e non più mi travolgi. Ho un sorriso pronto per te che ruba spazio alle lacrime. Ci vediamo fra un anno circa, ciao Settembre.

 
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Frank Calamaio

Redattore
Fin dalla prima infanzia le tracce di inchiostro trovate nel sangue mi hanno portato a capire una cosa: devo smetterla di ciucciarmi le penne!! E comunque fra un analisi e l’altra mi piaceva scrivere… I miei articoli sul Grafema Magazine sono dedicati alla comicità e la mia rubrica è Penna ridens. Leggi la mia biografia oppure

La parata dei salici

Primo gennaio. Tanti, infiniti primi giorni dell’anno. Da sempre, nel mio piccolo paese si tiene la parata.
«È per non dimenticare» dicono, «non dimenticare mai». Non dimenticare il dolore. Non dimenticare cosa ci è stato tolto, cosa abbiamo perso.
Non dimenticare chi siamo.
Un ramo, un ramo di salice. Tagliato tanto lungo quanto forte è stato il dolore. Un ramo per ogni sofferenza, per ogni mancanza, per ogni perdita. Preziosi broccati scuri a far luttuose fascine. Ogni uomo se li carica in spalla, ogni donna sul proprio carretto a mano. Poi via, lentamente, in silenzio. Ogni vicolo è attraversato da questa onda di nero orgoglio. Nessuno, qui, dimentica. Non il primo giorno dell’anno, non durante la parata.
Non c’è perdono. Non esiste, nel mio paese. Neppure per se stessi. Neppure per chi ha ceduto, schiacciato dal tempo e dai rimorsi delle fascine. Eredi, figli dei figli, le aggiungono alle loro, ai loro dolori, perpetuando all’infinito un presente che non vuole dimenticare.
Così, in fondo, si è formata la nobiltà di questo paese. Così, con il prestigio del male fatto, subito, che si accumula sulle spalle delle famiglie nel primo giorno di ogni anno sempre uguale. Il giorno in cui le finestre sono spalancate, incuranti del freddo e gli occhi non luccicano di sospetto attraverso gli scuri. Ma solo perché sono tutti in strada, apparentemente incuranti. In realtà ben fissi sui vicini. Su quanto mettono in piazza.
Così, da noi, si sceglie anche chi seguire. In testa al corteo c’è il sindaco, sempre lo stesso sindaco di tutti i miei ricordi. È vecchio, ormai. Si è portato i due figli per farsi aiutare a spingere il carretto, per non dover scegliere cosa mettere in piazza, quali perdite, forse quali scandali. Per non lasciare a casa nulla. I figli si detestano tra loro. Sarà un avvocato che deciderà come spartire il doloroso prestigio degli antenati, morto il padre.
Tra loro, in testa, e i bambini, in fondo, tutta l’umanità del paese. Ai bimbi viene spento il sorriso in fretta, da queste parti. Già molti di loro hanno una rispettabile fascina da portarsi. Una marachella, un capriccio. E una umiliazione, un rametto per ognuna di esse.
La chiesa in piazza è il teatro per il finale. La parata si dirige lì, per unire in matrimonio i nuovi dolori ai vecchi. Per la comunione delle sofferenze più giovani con quelle della cristianità intera.
Mi trovano lì, esattamente come dieci anni fa, quando me ne andai. Allora fui lo scandalo più grande, nello spezzare i mucchi di rami di salice. Miei. Dei miei antenati. La mia famiglia qui era nobile e rispettata e in pochi istanti io, ultimo e scapestrato rampollo, la distrussi.
Portai con me, nel mondo di fuori, soltanto un rametto. Un rametto di cui nessuno al mondo, neppure del paese, conoscesse il significato. Eppure il paese venne con me e con quel ramo, senza mollare la presa.
Quando me li trovo lì davanti, il sindaco e il prete, i vecchi e i giovani, gli scuri bambini, so di averli perdonati anni fa. Mi resta un solo ramo, tra le dita. Quello che ho portato via e che ora ho riportato a casa.
Perdono me stesso. Lo spezzo. In due, poi in quattro. Poi in pezzi più piccoli.
Di quel che è successo dopo, non ho prova. Davanti a me gli abitanti del paese si sono fatti vecchi, poi decrepiti. Poi soltanto ombre, fino a sparire. Lo stesso, ho visto nei loro occhi, stava succedendo a me, dal loro punto di vista. Anche il mio paese è scomparso, con le ultime luci del tramonto.
La notte mi ha trovato lì, lungo un fiume tranquillo, tra il frusciare dei salici. Se ombre mi hanno osservato andar via, non le ho viste, né avvertite.
Ho lasciato quei luoghi che non erano più un paese e sono tornato al mondo, finalmente vivo.

 
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Giorgio Arcari

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Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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Fantanarchia

Questa è una storia molto semplice.

C’è questo re. Non che sia particolarmente buono o particolarmente cattivo. Non ammazza i suoi sudditi per divertirsi e non scatena guerre per goderne. Non che sia illuminato, se una qualche porcata avvantaggia il suo potere state pur certi che la porterà a compimento.

Magari però nel farlo non se la spassa, ecco.

Una sera questo re è seduto sul suo trono, pieno di preoccupazioni. Quelle terre che ha conquistato continuano a ribellarsi e più si ribellano più lui fa bruciare villaggi e città e più villaggi e città bruciano più si ribellano.

Non se ne esce. Il re ha bevuto un sacco di vino e ha un mal di testa feroce, ma non riesce a distrarsi.

Che diavolo.

La servetta nuova, fresca dall’ultima incetta di schiavi. Bella, rotonda, con gli occhi ardenti. Il re caccia tutti dalla sala tranne lei. La fa avvicinare, le ordina di fargli un pompino. Lei, servizievole, obbedisce e in pochi istanti il re comincia a gemere. Un altro ordine e fa salire la servetta sopra di sé, sopra al trono. Finalmente gli pare di riuscire a rilassarsi, si lascia andare e chiude gli occhi.

In quel momento la servetta, appena arrivata da uno di quei villaggi bruciati senza nome e senza importanza, tira fuori dalle vesti rimboccate uno stiletto e lo pianta nell’orecchio del re, su fino al cervello, mentre ancora lo cavalca.

Morte istantanea. Negli spasmi il corpo del re si libera in un orgasmo sussultante. La servetta svanisce nella notte.

Qualche settimana dopo scoprirà di essere rimasta incinta.

Anni dopo il figlio di quell’orgasmo post mortem tramerà e lotterà e ucciderà e altre città saranno bruciate, tutto per prendere possesso del regno, con il solo diritto di essere stato concepito sul trono già vacante di un re già morto.

Ora, questa storia ha due morali.

La prima è sempre la stessa. Il potere sugli altri non è mai un potere buono, fotti il potere.

La seconda è quella che non ci piace mai ascoltare. Se da questo trai potere a tua volta, quanto pensi che ne basti prima che sia tu il prossimo da fottere?

 
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Favola della fine del tempo

Devono passare ancora tanti anni, mille milioni o giù di lì, prima che un bambino possa ascoltare questa favola iniziare con “C’era una volta”.

Questa è una storia del futuro futurissimo, di quando si potrà andare al mare o in montagna in un batter d’occhio e non servirà più tenere la luce accesa sul comodino la notte, la si potrà avere direttamente nei sogni. In questo tempo tutti studiano quanto gli va, tanto è già stato scoperto tutto, compreso il segreto di invecchiare solo quando lo si pensa per cinque volte di seguito.

La signora che vedete lì in fondo, per esempio, è laureata in scienze della noia, ovvero tutte quelle cose curiose che ai nostri tempi crediamo leggi e invece sono solo pareri, tipo la fisica, la chimica, il raffreddore e i debiti. È lì, davanti alle rose del suo cortile. La sera prima, tornando a casa, si era fermata a dir loro che era arrivato maggio e stamattina invece, guarda un po’, nemmeno un bocciolo.

«Ohibò che cosa strana» commenta la donna, che è anche professoressa di ipnosi delle piante da fiore e da frutto. Spiega alle piante che si devono sbrigare a fiorire, che sta arrivando l’estate (in realtà le stagioni non ci sono più da sette volte sette vite di gatto, ma i fiori mica lo sanno) ed entro sera si aspetta una bella fioritura per rallegrare la tavola della cena. Dopodiché va a fare la spesa sulla luna.

Alla sera ritorna e, sorpresa, le rose sono persino più vizze che al mattino.

«Così non va bene, se non fiorite stanotte domani vi taglio!» dice loro la donna infuriata.

«Tagliaci pure, ma non faremo un fiore!» rispondono decise le rose.

«Ma voi parlate».

«Certo che parliamo. È dalla notte dei tempi che voi ci parlate, abbiamo imparato. Cosa credi, che siamo stupide?»

«No, no, ci mancherebbe. Ma perché non parlate mai?»

«Ma noi parliamo, tra di noi, con gli insetti e gli altri animali. Siete voi uomini che siete noiosi».

«Oh bella, noi uomini noiosi, noi che siamo sempre in giro, mica come voi che avete le radici. Vi sbagliate, care rose. Ma comunque sia, vi ho ordinato di fiorire, perché non lo fate?»

«Siamo in sciopero» dice un ramo.

«Vogliamo l’inverno» dice un altro.

«Dunque tu sei una di quelle persone che credono di ipnotizzarci» dice il tronco, che fa un po’ da portavoce. «Ma noi cresciamo e fioriamo quando ci parlate per gentilezza, anche se non avete niente di interessante da dire. Non prendiamo ordini da nessuno. Ora però si è passato il limite. Vogliamo l’inverno, vogliamo riposarci. Sciopero!»

«Sciopero! Sciopero!» cantano i rami, pigolano le foglie.

“Questo è un problema, un gran problema” pensa la donna mentre viene sommersa dalle urla delle rose “qui sarà meglio avvertire i saggi”. Non fa in tempo a chiamarli che quelli arrivano, facendosi largo tra la folla che intanto si è formata intorno al rumoroso giardino. Alti, vecchi e nobili, ognuno di loro ha alle sue spalle un valletto con un carro che gli trasporta la barba.

Ascoltano, guardano e se ne vanno senza una parola. In realtà è da settemila piccioni che i saggi hanno imparato tutto e passano il loro tempo a fare a gara a chi ha la barba più lunga. Sanno così tanto tutto che non gli serve nemmeno più pensare. E questa cosa, nei libri, non c’è.

«Come faremo» dice uno «se i meli smettono di fare le mele?»

«E la lattuga?» chiede un altro «come la mettiamo con la lattuga?»

Insomma, passano giorni a disperarsi e giorni a darsi la colpa l’un l’altro e a offendersi. Infine, pieni di paura, decidono di tornare dalle rose e arrendersi alle loro richieste, prima che lo sciopero cominci a coinvolgere tutte le piante.

Escono dalla loro biblioteca, fatta di ghiaccio e asteroidi, un po’ nera e un po’ brillante. Caricano le barbe sui carretti e tornano al cortile in rivolta. Sorpresa delle sorprese, trovano il roseto in fiore, un profumo gagliardo nell’aria e un nugolo di bambini che giocano.

Se ne stanno lì con tanto d’occhi e la bocca spalancata, senza sapere che dire o che fare. Che strano, l’aria è fresca e frizzante e quella cosa strana che gli sbatte contro sembra proprio vento.

«Ma se l’abbiamo vietato tre eoni fa» esclama uno.

«Tutto questo è intollerabile» commentano gli altri «assolutamente poco tecnologico».

In quel momento una zanzara gli ronza davanti e li mette gentilmente al corrente dei fatti.

«Quando siete andati via da qui, ai tempi di mia nonna, nessuno sapeva che pesci prendere, tranne i bambini. Hanno detto di spegnere tutte le magie noiose, che sarebbe andato tutto bene. Infatti è andata così. Abbiamo avuto un inverno di pupazzi di neve e cioccolata calda. E questa è la primavera».

«Io la conosco la primavera» interviene un saggio «l’ho studiata su un libro».

«Lo sappiamo, l’abbiamo studiato tutti quel libro» risponde un altro «ma tutte quelle… ehm… magie servivano proprio ad aver sempre il tempo migliore, senza sorprese».

«Le sorprese sono una bella cosa» risponde la zanzara «il tempo infatti si è rimesso ad andare dritto come dovrebbe e non a girare in tondo come un pallone bucato. Comunque sia, io sono soltanto una zanzara, non ne capisco troppo. Anzi, se permettete…» e va allegramente a pungere il più noioso dei saggi.

Così, con un vecchio saggio che si gratta e con gli altri che ricominciano a pensare (e che pensieri, gente! Qualcuno decide di andare a pesca, altri in bicicletta. Qualcun altro ancora si ferma direttamente lì tra le rose profumate a prendere il sole), così, insomma, finisce questa storia. Come andrà a finire non ci è dato sapere, troppo in là nel tempo non si vede, ma io credo che con il mondo un po’ meno in ordine laggiù saranno felici, anche di stare in casa a guardare la pioggia di tanto in tanto. A star fermi troppo a lungo cominci a riempirti di polvere e finisci che diventi una statua. Per questo i bambini crescono in fretta e bisogna dar loro retta nelle questioni di tempo, che di futuro ne sanno sempre più di noi.

 
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Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Istantanee

Un vecchio angelo era seduto di fronte al suo nemico. Il piccolo cortile del piccolo bar. Due birre fresche.
Non avevano preso accordi. Un giorno non avevano scatenato la loro solita tempesta di lotta eterna, si erano seduti a chiacchierare. Come va, come non va.
Si conoscevano da prima del tempo, immortali e invincibili, si scontravano in terra e in cielo.
L’uno per l’altro, erano quanto di più simile a un amico, a un migliore amico, avessero.
L’avversario giocava a tracciar segni attraverso l’umidore della bottiglia. Intorno a loro, guardava, quegli esseri dalla vita tanto breve e insignificante stavano come istantanee di fronte alla sua eternità.
Un bimbo piangeva, osservando sconsolato il suo gelato sciogliersi tra la ghiaia.
Quattro vecchi giocavano a carte, tanto più alte le loro voci quanto più calava il vino nella brocca.
Da sempre, sempre, combatteva quell’angelo che era sempre stato vecchio, per possedere quelle persone.
L’angelo faceva lo stesso.
Da quel giorno, aggrappati nella tempesta a quelle prime chiacchiere, ne avevano parlato spesso. Perché si battevano?
Perché, si battevano?
Perché l’avevano sempre fatto. Perché quello era ciò che erano. Nulla c’era a guidarli. Nessuno li comandava. Ridevano intimamente delle convinzioni di quelle istantanee umane. Dell’alto dei cieli e degli abissi infernali.
Non lo trovavano più così divertente, da quando avevano cominciato a parlarne.
Il vecchio angelo finì di scolare la sua birra. Il bimbo che piangeva era ora un vecchio giocatore di carte. Aveva preso il posto delle istantanee dei vecchi, oramai polvere.
Anche l’avversario si affrettò a finire la sua birra, gettando occhiate intorno a lui. La radio a valvole era diventata un televisore ultrapiatto.
«Che si fa domani» dissero contemporaneamente, infinitamente affabili «combattiamo?»

 
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