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Categoria: Racconti

Il cielo in concerto

Nella frenesia dell’esistenza, ci sono momenti che muovono qualcosa dentro, zittiscono.
Limpidi nella notte – con la luna che fa da spettatrice – si tuffano leggeri, i fuochi d’artificio.
Passano attraverso la felpa e danno ritmo al cuore, dimostrando ai fulmini chi comanda davvero.

Poi il silenzio, un respiro.
Arrivano puntuali ogni anno, dopo la tempesta, e la gente – la stessa, un po’ diversa – è lì ad attenderli, in apnea.
Prendimi la mano, stringimi di più. Stai con me per sempre.

Fiori di campo disegnati sull’aria, cascate di diamanti e galassie di colori cancellano il contorno: il presente trionfa.
Il fiato mi manca, gli occhi brillano di un brillante brio. “Brrr, che freddo!”
La forza del suono stordisce la mente e nel buio della spiaggia – come astronauti – viaggiamo.
Spazio e tempo si fanno da parte. Gli occhi perdono l’orientamento in un caleidoscopio di stelle, alberi, fiocchi di neve che sembrano venire verso di noi, ci investono. I piedi affondano dentro sabbia umida, sono tanto piccola, il cielo mi mangia.
Migliaia di nasi fermi all’insù sperano che ogni spiraglio di luce non sia l’ultimo, che non finisca, che non arrivi mai domani. Fermo immagine e sul palco il cielo.

Di più, stringimi di più.

Le strade, i gelatai, i camerieri, i turisti, i bambini. Silenzio.
Le biciclette, gli uccelli, gli alberi, il mare.
E poi ancora i terrazzi, la musica.
Il tempo. Finalmente – anche se per poco – non ha nulla da dire.
Le parole mi mancano, non so che dire nemmeno io, ho detto tutto. Che devo scrivere ancora? Il senno mi ha lasciata e posso permettermi di non pensare – anche se per poco –.
Lancio il foglio, la penna, i vestiti. Lancio un grido, tanto nessuno mi sente. Libera.
Il soffitto è un affresco che crolla e io mi tuffo, mi intingo, mi lascio divorare.

All’improvviso, un mazzo di denti di leone illumina di giallo il mare, tramutandosi presto in una miriade di soffioni. Viene d’istinto soffiarci sopra, se pur da lontano.
Esprimo un desiderio, ma non ve lo dirò.
Ancora di più. Ovunque tu sia, qui sotto, trovami e stringimi di più.

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Serena-Menghi

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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Prendo il prossimo

Sette del mattino. Passate. Paese deserto, sole già alto a promettere i quaranta gradi pure oggi. Mal di testa. Dio, che bevuta. ‘Sti napoletani sono dei pazzi. La meravigliosa Ischia di notte, un po’ di vino e qualche canzone. Peccato che non mi ricordi nemmeno Procida, né all’andata né al ritorno. Figuriamoci Ischia.

Però è stato divertente. Almeno, mi pare che quando mi hanno mollato qua alla stazione stessimo ancora ridendo.

«Non ti preoccupare, alle sette parte il primo treno per Napoli, poi ce n’è uno ogni quarto d’ora, se ti addormenti». Fantastico. Non volevo mica fargli fare una deviazione fino al porto di Napoli. Con quello che avevamo in corpo poi come minimo facevamo un frontale con qualche pescatore.

Davvero fantastico. Adesso sono le sette e mezza e i binari sono deserti come il resto del paese. Il bar è chiuso. La biglietteria è chiusa. L’edicola è chiusa. In bagno ci sono andato già tre volte. Pulito, via. Acqua rigorosamente non potabile, quindi niente per ricacciare giù il cubalibrelimoncellotequilaettuttoquellochegirava.

Niente da fare, quindi agonizzo tranquillamente su una panchina. Aspetto.

Aspetto. E aspetto. Il treno non arriva. Il bar e l’edicola non aprono. Le sette diventano le otto. Poi le nove. Pigramente la Pozzuoli domenicale si risveglia attorno alla stazione.

E il treno ancora non arriva. Si alza l’afa. Le banchine di asfalto cominciano a tremolare, lo sbocco del sottopassaggio diventa un qualche tipo di confuso miraggio all’orizzonte.

Non tira un filo d’aria.

Dai fantasmi della banchina si stacca una figura, altrettanto spettrale. Il tempo di infilarsi sotto l’ombra della pensilina e riprende le sembianze di uomo. Avrà forse settant’anni, forse di più. Vestito bene, assurdamente bene e assurdamente troppo per la giornata. Completo marrone anni cinquanta, camicia. Unica concessione alla giornata, una cravatta intonata leggermente allentata al collo, il primo bottone della camicia slacciato. Pare che non sudi, mentre ignora tranquillamente la fila di panchine deserte e si dirige spedito verso la mia. Magari mi supera. Magari si sta facendo una tranquilla passeggiata della domenica mattina. Magari. Invece si ferma proprio accanto a me, sorride educatamente. Si siede.

«Buongiorno».

«’Giorno».

«Mi scusi, ma lei è del nord, vero? Milanese, magari».

«Sì». Tra il mal di testa, il caldo e tutto, mi aspettavo di metterci dieci minuti a interpretare le parole di questo tizio. Invece mi parla in un italiano perfetto, riscaldato appena da una traccia di accento. Mi incuriosisco, mio malgrado. «Sì, sono proprio milanese. Ma mi scusi, lei come ha fatto ad indovinare?»

«Vede» si concede un sorriso soddisfatto «ho intuito che fosse settentrionale quando mi ha guardato come se stessi per rapinarla» ride «alla mia età!»

«E che sono milanese?»

«Si è mangiato mezzo buongiorno. Solo voi potete avere questo genere di fame alla domenica».

Non mi lascia nemmeno il tempo di una risata, metà stupita e metà di cortesia.

«Allora, cosa ne pensa della nostra meravigliosa cittadina?»

«Mah, guardi, sono arrivato solo ieri sera e mi sono subito imbarcato per una breve crociera, per ripartire stasera. Non ho fatto in tempo a visitarla».

«Male. Molto male. Se voleva farsi una bevuta con gli amici sull’acqua poteva restare sul vostro idroscalo, senza venire fin quaggiù. Non sente l’odore della storia?»

«Ha ragione» ammetto conciliante. In realtà più che altro sento l’odore del porto che bolle sotto il sole e quello dei rimasugli del sabato sera dal retro dei ristoranti di pesce. Non mi sembra carino farglielo notare, ma pare che non serva. Il vecchio ha degli occhi incredibilmente lucidi mentre mi guarda, sempre con quel sorriso cordiale. È come se avessi parlato ad alta voce.

«La puzza? Ma questa puzza è perfetta per la domenica mattina. Ieri questo pesce era vivo e nuotava, proprio qui davanti. E si è fatto prendere dalle reti. E sempre ieri, di sera, è servito a far felici tante persone. Pure io ieri sono andato sul lungomare per una frittura di pesce. ‘Na delizzia».

L’unica concessione del vecchio al suo dialetto mi fa sorridere. Mio malgrado ha catturato la mia attenzione, tanto che comincio a scordarmi il mal di testa e il piccolo mostro alcolico ancora annidato nelle viscere.

«Sa» continua, senza nessuna pretesa di una qualsiasi consecutività logica «io tengo ottantasei anni».

«Complimenti, non si direbbe proprio».

«Sì, sì, la ringrazio, ma non era questo che volevo dirle. Ho ottantasei anni e non mi sono mai mosso da qua. Ho fatto il balilla, ci radunavano nel parco laggiù in fondo. Durante la guerra stavo qua alla capitaneria. Mai sparato un colpo, mai fatto male ad anima viva. Sono stato a Napoli una volta sola, mi ci ha portato mia figlia per le cure. Ma stavo drogato all’andata e rimbambito al ritorno, non mi ricordo proprio niente. Quindi non vale, ha!» Mi dà una pacca sulla gamba, tutto contento. «Non mi sono mai mosso da Pozzuoli, le dico! Mai mosso con il corpo. Epperò sono un viaggiatore. Ho girato un po’ tutto il mondo. E lo sa come ho fatto?»

«Con la fantasia?» provo ad abbozzare «magari ha letto molti libri, molte avventure».

«Ma che bella risposta, poetica. Lei ha qualcosa dell’artista, ci avevo scommesso. Scrittore?» mi batte amichevolmente sul braccio, ma non mi dà proprio il tempo per qualche risposta timida sui miei esperimenti con la penna. «Io no, non ho tanta fantasia per immaginarmi i posti e le storie che non ho vissuto. No. Conosco il paese. E conosco il mare. So quando si arrabbierà, anche se è piatto come una tavola e non tira un alito d’aria. Conosco le cose veraci, come diciamo qui, non le fantasie. E conosco le persone. Proprio qui, da queste panchine, sa chi è passato in ottant’anni? Glielo dico io. È passato tutto il mondo. Tutto il mondo è venuto qui a passeggiare, a visitare questo mare e queste isole meravigliose. Tutto il mondo si è fermato su queste panchine, e ha parlato con me per qualche minuto. Come vede, un po’ qui, un po’ là, in una vita sono stato dappertutto senza bisogno di lasciare il paese. Oggi pure a Milano, anche se ci sono già... stato altre volte».

Sono affascinato da questo strano vecchio. Mi sento sorprendentemente bene mentre lo ascolto. In fondo, mi sto godendo più questo momento della crociera alcolica di questa notte. Intanto lui parla e parla, portandomi in giro per ogni caletta e vicolo del paese.

«Mi spiace però che con me non abbia fatto un gran viaggio». Gli rispondo ad un certo punto, interrompendolo. Ma che importa, la rigida logica non abita qui, stamattina. «Ha parlato solo lei».

«Ma che vuole, oramai non mi servono più tante parole per capire. Sono vecchio, sa?» Si gratta la testa, tra parole e silenzi, senza accorgermene si è fatto mezzogiorno, come proclamano tutte quante le campane di Pozzuoli. «L’unica cosa che non riesco a spiegarmi è cosa ci fa qui, se ha detto che deve tornare a casa».

«A dir la verità sto aspettando il treno per Napoli, per andare a prendere l’Eurostar. I miei amici mi hanno detto che dalle sette c’era un treno ogni quindici minuti, ma ancora non se ne è visto uno».

Ride. Ride divertito, con le lacrime agli occhi. Se non fosse così palesemente felice e partecipe, la prenderei come una presa in giro. Ma sta ridendo con me, non di me e io, pur non sapendo il motivo, mi unisco alla risata.

«Ma la domenica mattina qui non passano i treni» balbetta, asciugandosi gli occhi dopo la gran risata «lei intende la fermata della metropolitana, proprio qua dietro. È da lì che partono ogni quindici minuti. Il primo treno delle ferrovie che va a Napoli da qui parte oggi alle quattro».

Ora, be’, sì ora resto proprio senza parole, ma con tanti pensieri. Il primo e il secondo sono ringraziamenti a santi cadenti come stelle agli amici di questa notte. Ma che bello scherzo! Il terzo pensiero mi fa alzare in piedi di scatto, pronto a salutare e correre alla metropolitana per tornare a casa. Il quarto pensiero arriva da sé. Guardo il vecchio, ancora comodamente seduto e sorridente, ma con un impalpabile alone di tristezza per la separazione brusca. Il quarto, quattro, alle quattro.

«Alle quattro ha detto che parte, il treno?»

Annuisce, saggio e sorridente.

«Bene. Senta, intanto che arriva, che ne dice se per ringraziarla del giro che mi ha fatto fare la porto a fare un giretto a Milano? Non ci crederà ma anche noi abbiamo delle cose belle e il gusto per goderle, con calma».

Il vecchio non dice nulla, ma negli occhi raggianti si accende la luce dell’esploratore. Mi siedo di nuovo sulla panchina e incominciamo il viaggio, mentre la stazione deserta evapora nella calura del mezzogiorno.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Fermoimmagine

«Si apre?»

Il sudore mi percorreva la schiena, anche lui zitto.

«Oddio Cate non dirmi che si apre».
La serratura sembrò non porre troppa resistenza, la fortuna ci aveva consigliato la chiave giusta.
La porta si aprì e Cate con la maniglia tra le mani si voltò a guardarmi con la stessa emozione di uno scassinatore alla sua prima serratura. Entrammo.

La storia di una persona parte ancora prima della sua nascita. Alberi genealogici con più radici di un’intera foresta danno forma ai suoi occhi, alla voce, alla rotondità delle narici.

La tua risata da chi l’hai ereditata? Te lo sei chiesto?

La storia di una persona è scritta sui muri in cui si è avvolta, nei campi che ha coltivato e nelle foto appese in cucina. Il fascino del bianco che abbraccia il nero, il color seppia del passato, l’odore di vissuto chiuso dentro le credenze. Un tempo le foto erano cosa ben rara, amo la spontaneità del ‘’buona la prima’’ – unica – e la pessima qualità di stampa che le rende così perfettamente imperfette, vive. Da un primo piano venuto male provi con la mente a disegnare un sorriso, chiedendoti se i pensieri di un tempo – le preoccupazioni – erano gli stessi che ora spengono il tuo. La carta tinta dal tempo che giallo lascia segni su ogni cosa, prende vita in mezzo alla stanza e racconta di amori, vittorie, quotidianità. La meraviglia della storia di una persona non andrebbe mai dimenticata. Scatoloni pieni di questo noi andavamo cercando.

Entrammo in casa e dentro di loro.
La casa dei nonni era disabitata da tempo. Il via vai di persone che ogni giorno entrava e usciva dalla veranda si era spento, spento era il lampione in giardino e così tutto il resto, da quando non c’erano più. Ognuno aveva portato con sè un pezzo di quella casa insieme al ricordo di un amore grande, lasciando però che un fermo immagine di quotidianità regnasse nel tempo in ogni angolo.
«Iniziamo da qui sotto» disse lei, aprendo il primo sportello del mobile in sala da pranzo.
«Bene» tossii fuori un po’ di polvere «cominciamo».
La nonna ci raccontava spesso di un posto segreto, un nascondiglio in cui custodiva e proteggeva un tesoro al quale mai eravamo riuscite a dare una forma. «Un giorno sarà per voi» aveva detto «tenetelo voi».
Così in quella sera d’estate avevamo deciso di scoprire quale altra meraviglia avevano conservato per noi.

Gli scaffali e i cassetti della sala da pranzo non contenevano nulla di nuovo.
«Guarda Cate» rimbombai da dentro il mobile «c’è una scatola».
«Leggi, svelta».
«SCUOLA ELEMENTARE… ANNO 1972…»
Ridemmo a lungo dei commenti delle maestre sul retro delle pagelle dei nostri padri e asciugandoci le lacrime tutto tornò come l’avevamo trovato.
«Ora capisco da chi ho preso il pessimo rapporto con la geografia».

Scene del passato dipinsero la cucina riflesse su bicchieri, sedie e cuscini, gli stessi su cui da piccole avevamo lasciato i sonni più innocenti.
Ci spostammo presto al piano di sopra dove ci accolsero i fiori della carta da parati in salotto. Guardai Cate per domandare al suo sguardo se anche lei stesse provando la mia stessa sensazione. Vidi presto mio padre e il suo seduti sul divano accanto ai nonni, che in silenzio ascoltavano alla radio il notiziario. Mi domandai come fosse stato abitare lì ogni giorno e come la luce avesse illuminato l’aria la domenica mattina. Quante parole le pareti avevano sentito. Tutto lì intorno raccontava una storia, una storia reale, inconsapevolmente anche nostra.
Sulla credenza di fianco al tavolo, un orologio da polso segnava – fermo – le sei e trenta, sei del mattino o della sera non ce lo disse mai.
Una delle pareti era tappezzata di foto, riconoscemmo i nostri occhi in due giovanotti spettinati.
«Qui non c’è nulla».

Sportelli e cassetti si lasciarono aprire, contenti della nostra visita.
In camera da letto taceva ogni cosa. I lenzuoli dormivano distesi all’ombra dell’imponente armadio color antico.
Ci immergemmo tra il profumo della nostra famiglia, assalite dall’inspiegabile emozione di chi scopre che c’è qualcuno che la gioventù l’ha già vissuta.
Chiesi a me stessa quante volte la nonna si fosse fatta bella aprendo l’anta dell’armadio e quante il nonno le avesse detto “lo sei’’.
Mi domandai quanto di non detto era rimasto impregnato nel cotone delle tende, “per quante notti il soffitto li avrà guardati aspettare il sonno?”

Se n’erano andati e qui tutto parlava di loro.

Ci scoprimmo a contemplare la stanza, tutte e due, dimenticando quello per cui eravamo venute.

Poi mi chinai.
«Cavolo, eccola» dissi senza respirare «forse l’ho trovato Cate, il tesoro!»
Posai la valigetta sul comò, liberandola da una gabbia di polvere. Riposava da anni sotto al letto.
«Aprila tu» fece lei.
«Serve la combinazione, accidenti».

Schiacciai tutti i pulsanti, tirai a caso ogni levetta e  – con la consapevolezza di non riuscire forse a farlo una seconda volta – la aprii, ma senza aprirla.
Avevamo tra le mani probabilmente lo scrigno della nostra famiglia, chissà quale cimelio, quale documento, gioiello. Chissà quale grandiosa scoperta avremmo posseduto per sempre.
«Apro?»
«Apri».

Sentivo il cuore di Cate battere insieme al mio, anche se in realtà – senza dircelo – il vero tesoro era ciò che ogni giorno quella casa aveva raccolto. Erano le impronte di una parte di noi, un libro di storia solo nostro, da studiare senza temere un’interrogazione.

Aprii la valigetta e sbirciai piano. Avrei voluto che il comodino scattasse una foto di noi e dei nostri volti increduli, impietriti di fronte al contenuto.
La chiusi e la riaprii di nuovo, nulla cambiò.

«Coltelli?» sbiascicai.
«Coltelli».

Ridendo di gusto ci buttammo sul letto, piene.
E Loro, lì sul muro a ridere di noi, vivi.

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Serena-Menghi

Serena Menghi

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Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
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La strada perfetta

Silenzio. La luce dell’ultimo minuto, prima che sia notte, quando il viola invade tutto. Quando i confini delle cose sono di una nitidezza impossibile, mentre rapidamente perdono i colori per unirsi all’abbraccio del nero. Il sole è già sparito, il rosa e l’arancio del tramonto ti hanno lasciato. In quel momento, rallenti. Non importa dove tu debba andare. Non importa la fretta, o quanto tu possa tardare. Non rallenti perché la strada si fa più difficile all’arrivo della notte. Non rallenti nemmeno per osservare il panorama. Non importa nemmeno dove tu sia, in fondo. Sei solo su quella strada, grande o piccola che sia, dritta come una lancia o tortuosa che sia. È già il momento di accendere le luci, lo sai. Ma non lo fai, non ancora. Rallenti. Non troppo. Gli alberi, i cespugli, le case, le persone e le anime che ti contornano smettono di essere una sequenza di macchie connesse e confuse e assumono perfetta individualità. Basta questo, non serve rallentare oltre, fino a perdere il senso del movimento. Basta questo. Stai percorrendo la strada perfetta, nell’istante perfetto. Nel modo perfetto. Acceso. Spento. Acceso. Spento. Luci dubbiose di semafori, liberi dal proprio dovere, ti illuminano senza rallentarti. E stai percorrendo la strada perfetta. Lampi di memoria accendono la tua mente. Così rapidi da non tramutarsi in immagini, figuriamoci in ricordi. Sono vaghe sensazioni di colori dietro agli occhi, odori e sapori che sospirano alla tua gola per svanire subito. I dolci fantasmi di quanto di bello ti ha sfiorato tornano leggeri ad accarezzarti. Una lieve, invisibile, pelle d’oca. Lampi leggeri che non ti distolgono dalla presenza assoluta in quell’istante. Stai percorrendo la strada perfetta. E in quel momento, al di là di ogni balzello di razionalità, accade. Sei felice. All’improvviso, senza motivo. Non hai raggiunto nessun obiettivo, non hai conquistato nulla. Non sei neppure arrivato a destinazione, stai guidando. E sei felice. Sei felice senza il pensiero di esserlo, senza il pensiero di nulla. Sei felice nella pancia, nei muscoli che si sciolgono uno dopo l’altro. Nelle orecchie, accarezzate dal ronzio del motore che esplora i regimi più bassi. Sei in quinta, il cambio è dimenticato. Le mani abbracciano il volante, come un fratello ritrovato dopo tanto tempo. Il piede ha smesso di flirtare e bisticciare con l’acceleratore, yin e yang ora, sono in perfetto, baciato equilibrio. Stai percorrendo la strada perfetta e null’altro in quel momento conta. Forse poco più avanti sarai fermato da uno stop, da un lento camion. Forse ti accorgerai di non vedere più nulla, mentre anche l’adorabile viola svanisce nel nero e dovrai accendere le fredde luci, ricordandoti di dove devi arrivare, e quando. Forse, addirittura, il mondo verrà a distrarti con lo squillo del telefono. Di certo, di lì a poco quel momento passerà, la tua mente tornerà a funzionare con i suoi pensieri e le sue memorie. Probabilmente, quella felicità pazza e meravigliosa sfumerà in un buonumore, addirittura nell’apatia. La strada perfetta terminerà, poco più avanti. Ma ora non lo sai, non te ne importa. Dimenticherai che puoi essere felice, per nulla, solo per la leggera carezza della vita. Non te ne importa. Ora, proprio ora, puoi giocare con l’immortalità e l’eterno. Sei in grado, un big bang come cuore, di esplodere questo momento all’infinito, in miliardi di momenti, in miliardi di strade perfette da percorrere?

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Scacchiera

Qualcuno le aveva messo in testa una corona e l’aveva spinta con una manata nello spazio delimitato da quadrati bianchi e neri.
La stavano osservando. Era una situazione molto imbarazzante. La luce era soffusa ma un fascio di luce le puntava la testa e la costringeva a tenere gli occhi socchiusi. Dal punto in cui si trovava poteva vedere la torre, l’alfiere e il re dell’avversario. Aleggiava un silenzio penoso.
Toccava a lei?
Poteva muovere i suoi passi di lato, era la regina, no? Non ricordava bene le regole.
Le tornò in mente quel gioco che faceva da bambina, come si chiamava?
“Uno, due, tre... stella!”
Chi conta volta la schiena a tutti, gli altri avanzano fino a quando la conta finisce: uno, due, tre, stella. Allora chi conta si gira di scatto e tutti gli altri devono rimanere fermi, come statue, in una posa qualsiasi, pena il retrocedere fino alla partenza. Chi arriva a toccare la schiena di chi conta urla: “Stella!”
Oh sì, quello era il gioco che avrebbe voluto fare in quell’istante.
Uno, due, tre... Viiiaaaaa. Non si sarebbe girata, né fermata. Avrebbe preso il largo e percorso strade inusuali, vestito abiti imprevedibili, parlato lingue sconosciute.
Qui la situazione era diversa, nessuno aveva l’aria di volersi divertire. L’ambiente era maledettamente serio, nessuno avrebbe chiuso gli occhi per contare. Però qualcuno sbadigliava.
Il signore in fondo, l’alfiere con il pastorale in mano, si grattava annoiato la punta dell’elmo.
Quello sul cavallo strisciava l’indice sull’armatura all’altezza del gomito come a voler togliere una macchia. Accanto, la torre si controllava le unghie spingendo le pellicine di una mano con le unghie dell’altra, poi osservava il risultato tenendo il braccio teso e la mano aperta.
L’attenzione si era abbassata, forse poteva provare a uscire di scena.
Doveva trovare il coraggio, non poteva passare il resto della sua vita a fare un gioco che non le piaceva. Non voleva essere lì. Non voleva quella corona in testa. Perché nessuno aveva chiesto il suo parere?
«Ti va di provare a fare la regina?»
«No, grazie» avrebbe risposto lei.
«Ma come, a chi non piacerebbe fare la regina? Vuoi fare il cavallo? Il pedone?» stupore, incredulità. «Vabbè, fai qualcosa, non puoi stare seduta tutto il tempo ai margini del perimetro a guardare e basta!»
Non si può? Chi l’ha detto?
Era il momento giusto per allungare in modo impercettibile il piede fino alla casella vicina.
Doveva pensare e ricordare, difendersi dall’alfiere, dalla torre, dal re…
Ora ricordava le regole: non fare vedere le proprie intenzioni, muoversi come per fare una cosa ma pensarne completamente un’altra. Sorridere a tutti ma solo per educazione - niente trasporto emotivo che quello distrae e alla fine ti fanno secca -. Fare riverenze educate ai superiori, distruggere senza scrupoli i pezzi minori. Studiare le mosse altrui, fare strategie, consultare gli esperti. Non avere pietà.
Forse poteva farcela, un bel respiro e poi avrebbe potuto meritatamente dedicarsi alle sue passioni: viaggi, letture, coltivare un orticello, fare decoupage, studiare le lingue antiche…
Dopo però, ora non poteva sbagliare, perché fino a quando non avesse vinto almeno una partita si sarebbe ritrovata lì, su quella scacchiera, in un ruolo o in un altro.
Tanto valeva provarci.
Uno, due, tre…
Stella!

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Angela-Faraoni

Angela Faraoni

Redattrice
Sono del segno dei gemelli. Amo i colori, ma anche il bianco e nero. Amo osservare i particolari, ma anche rinchiudermi nel mio mondo e non esserci per nessuno.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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Dopo la tempesta

Quel giorno rimasi sulla spiaggia a guardare l’arrivo della tempesta. Non c’era odio, non c’era follia nello sconvolgersi degli elementi. Soltanto assoluta, sovrumana indifferenza, come bambini sferzati per peccati che devono ancora commettere. Quando alla fine mi decisi ad andare via – dalla spiaggia, dal paese, da ogni singola cosa o persona capace di parlarmi di lei – a salutarmi restavano solo i vetri delle auto, chiazzati d’acqua e di sale dal vento, e le imposte sbarrate delle case. Tutto chiuso, sigillato, rinforzato, a proteggere dalla paura, a separare l’urlo del vento da quello delle televisioni.
Solo una finestra sbatteva ancora, la sua.
Rimasi lì, fermo al centro della strada, aspettando. Odiandomi. Aspettai mentre le prime gocce di pioggia cominciavano a colpirmi, mentre sabbia e polvere mi graffiavano gli occhi. Aspettavo di vederla un’altra volta ancora, solo un attimo, che lei mi vedesse mentre partivo, che mi urlasse di non farlo. Le finestre sbattevano e sbattevano, ma lei non arrivò a chiuderle.
Il primo tuono mi salutava beffardo. A fatica riuscii ad infilarmi nell’auto stipata di tutta la mia vita e lasciai il paese e il mare. Forse proprio in quel momento era alla finestra, ma non guardai indietro.
Non sono mai tornato, almeno fino a oggi.
Sono passati dieci anni.
«Per cambiare è cambiato poco. I negozi sono sempre quelli, turisti non ne arrivavano prima, figurati adesso che non ci sono soldi. Anche il sindaco è ancora lo stesso» ride Francesco, il barista che mi ha visto crescere, che mi ha visto giocare intere fortune in duecento lire ai videogiochi nel retrobottega, testimone o meglio dire complice delle prime sbornie. Anche lui è cambiato poco. Un po’ più grasso, un po’ più grigio, un po’ più scalcinato il bar, ma nella sostanza è tutto come una volta. Lui è lo stesso impiccione di sempre. «Abbiamo letto di te sui giornali, una volta ti abbiamo anche visto in televisione. La Carla ha tutti i tuoi libri». Carla è la moglie, oltre a essere quella che mi ha fatto da mamma dopo che morì la mia, dopo che mio padre sparì non so bene dove. «Non ti sei fatto vivo mai, la Carla c’è stata malissimo. Sarai anche diventato un grand’uomo, ma sei proprio uno stronzo».
«Hai ragione Francé». Sono sicuro che Francesco ci sia stato persino più male della moglie, ma ammetterlo sarebbe un attentato alla sua proverbiale virilità, lo renderebbe praticamente un busone. Certo che ha ragione, le uniche due persone che tenessero a me le ho gettate con il resto dell’acqua sporca. «Sono uno stronzo. Me ne dovevo andare, lo sai perché, poi il tempo passava ed era sempre più difficile prendere il telefono. Alla fine la cosa più semplice è stata mettersi da parte ed essere altro».
«Non parlare difficile con me» Francesco attacca qualcosa destinato a finire in un vaffanculo più che meritato, ma viene interrotto dall’ingresso della massaia perfetta, della donna che ha riversato tutto l’affetto per figli mai avuti su di me, che mi ha raccolto dopo ogni casino che ho combinato da ragazzo. La Carla, insomma. Lei mi sommerge, lo stesso fanno i ricordi.

Qualche ora dopo, finalmente in pace con loro e con il mondo, con in corpo una dose decennale di colesterolo – chissà che schifezze mangi in città, ha ripetuto Carla implacabile, tra una portata e l’altra – esco a completare la nuova comunione con il paese. Riconosco quelli che incontro, qualcuno mi saluta, tutti mi guardano. La giornalaia si fa autografare un mio libro. Una edizione economica orrenda, non mi ricordo di averla mai vista né tantomeno autorizzata. D’altra parte ultimamente sono stato molto distratto. Arrivo al mare e la sola novità degna di nota è l’unico bagno attrezzato, chiuso e abbandonato. La spiaggia ora è tutta libera, piena di conchiglie, legna e schifezze portate dal mare. Piatto e tranquillo, il mare, non come l’ultima volta che l’ho visto. Deserto. Arrivo fino al bagnasciuga e lascio liberi i pensieri di correre avanti, in acqua, sperando che non tornino tutti ad affollare la mia mente.
«Sei qui in vacanza?» Mi hanno chiesto Carla e Francesco.
«Non lo so».
«Sei qui per restare?»
«Non lo so».
«Perché sei tornato?».
«Non lo so, davvero. So solo che dovevo farlo».
«Lei è ancora qui, sai?» dice Carla sfidando l’occhiataccia del marito «non è mai andata via».
«Non mi interessa. È passato tanto tempo».
«Certo». Certo che stai dicendo cazzate, dice quel tono.
Perché sono tornato? Non avevo dubbi quando è stato il momento di andare via. Via da questo posto, scrittore, ma avrei potuto scrivere anche qui, non siamo nel medioevo. Via per vedere il mondo. Certo, come no. Aeroporti e luoghi senza volti da ricordare. Successo? Il mio nome dappertutto, una casa enorme che la donna delle pulizie si gode molto più di me, un frigorifero come custode delle continue scadenze dei suoi tesori, un letto rapido a disfarsi delle donne che lo ingombrano. Sono un fallito di successo, è per questo che me ne sono andato, tanto peggio per lei che non è voluta venire via con me. Fanculo a lei e alle sue idee, alle sue radici, alla sua calma e ai suoi sorrisi e alle sue lacrime. Non mi ha detto resta, non mi ha detto niente. Era indifferente come la tempesta, quel giorno. Gliel’ho fatta vedere io. Fanculo.
Allora perché sono tornato?
«Devi fare un salto su in sede, domani. C’è la riunione con gli sponsor per il tour promozionale». Il dovere mi ha trovato, alla fine. È buffo, eppure non riesco a ricordarmi l’ultima volta che il mio editore si sia degnato di parlarmi di libri, fossero pure quelli degli altri. In compenso sono il suo prodotto di punta. Bofonchio qualcosa simile a un sì e riattacco.
Sono qui da due mesi, ormai, e ancora non ho capito cosa sia tornato a fare. Occupo la casa dei miei, in fondo l’ho sempre pagata, giro, prendo il sole, non scrivo una riga. Se non fossi quello che sono direi che mi limito saggiamente a esistere. L’ho vista, naturalmente. In giro, al mercato. Sorride, forse, un cenno con la mano, un giorno che quasi sbattevamo l’una contro l’altro mi ha anche detto ciao. Subito dopo ci siamo allontanati alla massima velocità concessa dalla decenza. Non ci siamo mai parlati, non serve, è davvero passato tanto tempo, è una storia vecchia.
La sogno quasi tutte le notti.
Tanto vale approfittare della chiamata alle armi per tornare in città. In fondo che resto a fare? Carico le borse in auto, assicuro che non sparirò di nuovo a Francesco e Carla, che nel frattempo è tornata ad essere La Carla. Certe abitudini sono come cicatrici che tornano a mostrarsi appena ti abbronzi. Vado a salutare il mare. Oggi è arrabbiato, tira un gran vento, ma non c’è tempesta, non c’è nemmeno una nuvola. Nessun senso di déjà-vu mentre torno alla macchina, non si sta ricreando la partenza di dieci anni fa, le strade non sono deserte e le imposte non sono sbarrate.
Una finestra, però, sbatte. Di nuovo. Di nuovo non posso fare a meno di restare lì a fissarla come uno sciocco, attendendo. Attendendo cosa, che lei compaia? E anche se fosse? È una storia vecchia, morta e sepolta.
Vorrei ridere della mia idiozia e andarmene ma proprio in quel momento, come un cliché che non mi sognerei mai di mettere in un mio libro, lei appare.
Mi guarda, mi sorride. Non chiude la finestra.
È ancora bellissima.
Ci fissiamo come due ragazzini, il tempo sufficiente ad accorgermi che la tempesta ha cambiato suono, come quando va a spegnersi. Quella dentro, quella che mi porto dietro da dieci anni. Fuori il vento si è fatto ancora più forte, ma il sole splende.
Dovevo andare da qualche parte, dovevo fare, dovevo. Non importa.
Sono tornato a casa.

Sei pronto per l'inizio dei corsi di scrittura creativa del Grafema ad Ottobre?

Che aspetti? Scrivici per saperne di più, oppure clicca qui. 🙂

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Giallo

Le primule ne sapevano una più del diavolo, sempre in terrazzo a guardare in giù.
Non successe mai che qualcuno le annaffiasse un poco di troppo.
Quel giorno, ne conobbero una nuova da raccontare.
Per molto tempo aveva aperto gli occhi nell’ombra del suo angolo in quella cucina color d’inverno.
Il caffè, il pane tostato, i calzini sul termosifone.
Piatti e bicchieri dormivano fino a tardi. Solo le tazze erano già sveglie all’alba e dal lavello a testa in giù gli rivolgevano i più caldi dei saluti, ma non scaldavano granché.
Tendeva l’orecchio per ascoltare le ruote delle auto calpestare le pozzanghere lungo la via, prima quelle davanti, poi quelle dietro. “Ha piovuto anche questa notte”.
Il vetro piangeva per lui, lacrime di rugiada. Alle sue spalle sempre pronto a sbattergli in faccia la verità, lo specchio gli mostrava il grigiore del suo volto.
Lui lo fissava e gli pareva per un attimo di nuotare in mezzo al riflesso del cielo, anche esso grigio.
“Il grigio è il colore peggiore” pensò.
Grigio non è bianco, ma non è abbastanza per essere nero.
Grigio è il colore dei capelli quando ti accorgi che la vita non è infinita.
Grigio è fumo negli occhi, se piangi e non lo vuoi dire.
Grigio è la roccia della salita più dura.
Grigio è tristezza, apatia.
“Grigio sono io che ho perso la purezza. Ho perso il bianco dei miei sogni. Mi sono perso nei ricordi, e non trovo più la via. Grigio sono io chiuso dentro queste quattro mura, chiuso dentro la paura di non essere mai più.”

Passava il tempo a vivere i rumori in quel mondo chiamato “Là Fuori”. Incantato, ascoltava la notte litigare con il giorno e poi ecco il rimprovero del cielo. “PO-PO-POOOM” e il silenzio. Le primule lo avevano chiamato ‘fulmine’. Così era arrivato il grigio, come un fulmine in una giornata felice.
E poi ci furono solo grandine e temporali. La pioggia suonava sulla tettoia, senza tregua, sinfonie di angoscia e il vento partecipava percuotendo i rami spogli degli alberi.
A parte questo, non c’era vita. Non più.

Né dentro, né fuori.

Ma poi arrivò, come tutto arriva, la parte bella della storia.
Un giorno poi cambiò, come tutto cambia, lo sfondo freddo dell’inverno.
Aprì gli occhi, stropicciandoli bene.
La luce colpì presto quella mattina.
La bella stagione finalmente aveva sciolto la neve sul davanzale della finestra. Le nuvole erano tornate a danzare in bianco là fuori, su una melodia diversa, gioiosa, quanto l’umore del cielo. Le salutò in lontananza, incredulo, dal suo angolo non più tanto cupo. Passavano leggiadre da un lato all’altro della finestra, così come le scene di un film in televisione.

E poi ecco che entrò, limpido, il Giallo.
Lo vide entrare con una prepotenza splendida, curandosi di abbracciare ogni centimetro.
“È così che arrivano le cose belle? Senza bussare?”
Si voltò per mostrare allo specchio la sua contentezza, quando invece vide se stesso di nuovo, e nuovo. La luce riflessa sullo specchio gli aveva disegnato addosso un abito giallo incantevole e di colpo si sentì capace di ogni cosa.
Il Giallo tornava sempre, anzi, non se ne sarebbe andato più. Ora poteva indossarlo, anche nella più spaventosa delle tempeste.

Sia dentro che fuori.

«Novità?» chiese la rondine alle primule.
«Questa è la storia» disse la più anziana «di un Tulipano bianco che un giorno scoprì di portare il colore del sole».

Ricordiamo che a Ottobre iniziano nuovamente i corsi di scrittura creativa del Grafema. Per informazioni scrivici, oppure visita la pagina dedicata.

Serena-Menghi

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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Equilibrio

La tua penna lascia linee come fili sulle pagine bianche.
Fanno curve e diventano parole, con la gomma le cancelli, provi a riscriverle e goccioline di sudore si formano sulla fronte. Non è mai stato così difficile.
Lasci penna e foglio e scappi via.
Sogni di camminare sospesa a un filo, teso sopra i tetti della città, come un funambulo.
Cammini disinvolta e sorridente.
Godi degli applausi che scrosciano dalle mani di chi ti guarda da sotto.
Un passo dietro l’altro con agilità. Tacco, punta, tacco, punta. Sorridi, senza imbarazzo.
Volgi lo sguardo lontano per darti un’aria sicura e distaccata.
Fissi un punto che vorrei conoscere anch’io.
Quando raggiungi tali altezze, appari diversa, sicura di te. Per l’occasione ti trucchi gli occhi. Senza esitazioni non guardi dove il piede va ad appoggiarsi e la gente esclama - Deve esserci un trucco! - qualcuno invece sussurra - Che brava - e tu sei al massimo del vanto.
Poi ti fermi, il filo oscilla, la barra nelle tue mani ondeggia, la gente dal basso mormora - Oooooh - e tutti allargano gli occhi. C’è chi stringe le mani, chi fa un passo indietro. Qualcuno prega che in quel momento tu non cada, che tu possa arrivare alla fine del filo. E alla fine del filo ci arrivi, sempre.
Ma alla fine del foglio no, non ci arrivi. È diverso. Sul foglio le linee fanno giri strani e tu precipiti dentro un buco bianco. Il filo lasciato sul foglio si aggroviglia e cede, il discorso non regge, perdi l’attenzione, vacilli e cadi. Nessuno prega per te. Rimani con quelle parole in testa, che quando sono uscite dalla bocca non sembravano quelle che avevi in mente. L’applauso non parte. Qualcuno tira pomodori. Provi imbarazzo e senti goccioline di sudore sulla fronte. Corri via.
Vorresti camminare sulle parole come fossero fili tirati. Invece no. Se ne fossi capace, dalla tua bocca non uscirebbero parole ingiustificate e senza senso, le idee non resterebbero impigliate negli anfratti della tua mente e le guance non si colorerebbero di rosso, come le volte che provi a esprimere la tua opinione in presenza di altri. Se le parole stessero ai tuoi piedi come quel filo, ti sentiresti sicura ed elegante. Ti coloreresti gli occhi e le labbra e guarderesti lontano verso quel punto che sai solo tu, per darti un’aria sicura. La tua penna come quell’asta ti aiuterebbe a trovare l’equilibrio, invece di risvegliare ferite, e la gente esclamerebbe - Stupenda! -
Non prenderai per molto tempo una penna in mano.
Non parlerai per anni davanti alla folla. Povera ragazza.
Ti prego, siediti di nuovo! Riscrivi, cancella, traccia ancora linee che sembrino parole.
Guarda lontano, cerca quel punto che sai solo tu, e aspetta!
Come un funambulo sulla fune, muovi i tuoi primi passi incerti, continua a provare, le parole giuste arriveranno.
Se non saranno parole, saranno segni, graffi, macchie di Rorschach che esprimono te. Credi che non valga la pena?
Invece te ne sei andata, mi ha detto qualcuno. Ti hanno visto andare via con il Grande Circo, non ti sei nemmeno girata una volta indietro mentre il Carro partiva.
Avrai sicuramente stretto gli occhi e guardato lontano per darti un’aria sicura.
Io qui a intrecciare linee sul foglio come se fossero funi per restare in equilibrio.

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Angela-Faraoni

Angela Faraoni

Redattrice
Sono del segno dei gemelli. Amo i colori, ma anche il bianco e nero. Amo osservare i particolari, ma anche rinchiudermi nel mio mondo e non esserci per nessuno.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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Tra la mente e le labbra, abita il segreto

Fu in un Natale di un ‘’C’era una volta’’ che imparai la dura legge dei segreti.
Dunque tu mi dici una cosa che non va detta. Ma se tu me la dici, non l’hai forse detta?

Ad ogni modo mi esercitai a lungo davanti allo specchio, quando mentivo la mamma lo scopriva sempre. A detta sua, la linea rossa delle bugie sfrecciava potente sulla mia fronte, spessa tanto quanto la pinzellacchera che avevo detto – pinzellacchera: strano modo del maestro Attilio di chiamare le sciocchezze – anche se francamente non la vidi mai. Negli anni studiai diverse tecniche per riuscire a vederla prima della sua scomparsa, ma decisi di rinunciare quella volta in cui, tentando di tenerla stretta con le mani sul volto, corsi allo specchio in soggiorno e vidi tatuato sulla fronte solo lo spigolo del tavolo.
Io sapevo.
Un segreto va protetto, custodito.
«A volte si è costretti a mentire per una buona causa» mi aveva spiegato Papà quando avevo domandato se saremmo andati dritti all’inferno non dicendo alla Mamma cosa le avevamo comprato per Natale.
Sapevo, ma dovevo fingere di non sapere.
Uscimmo dal negozio il sabato della Vigilia – in fila indiana – io, il pacco e dietro Papà, color rosso carta. Effettivamente la pelata paonazza luccicava più del regalo, ma questa storia dei segreti cominciava a piacermi e dunque non glielo dissi. Caricammo in macchina il bottino, pronti per tornare a casa. Ripassammo un’ultima volta la lezione.
«Dove siamo stati?»
«Al parco» dissi ammiccando.
«Perfetto».
Mi allacciò le cinture e salendo in macchina mi sorrise dallo specchietto un’ultima volta. Ricambiai e mi infilai la berretta. “Stavolta ti frego, linea rossa”.
Morivo dalla voglia di spifferare tutto, ma ero diventata grande e i grandi si sa, sanno mentire bene. Lo fanno sempre. Per esempio lo Zio che tutti conoscono per Piero in realtà si chiama Agostino, Papà detesta la crostata di Mamma, anche se davanti a lei dice che è buonissima, la Zia per sette giorni al mese porta il pannolino, ma mi ha detto di non dirlo a nessuno.

Le strade luccicavano a ritmo del Natale e io mi domandavo quale segreto si nascondesse dietro i cappotti, i baffi, gli occhiali dei passanti che rimanevano indietro. Li guardavo scomparire dal finestrino man mano che la macchina avanzava e pensai che dopotutto non aveva importanza, io avevo il mio e bastava. Così rigirai il collo come un gufo e mi accorsi con stupore che stavamo per svoltare nella via di casa, di già.
Papà spense il motore e restò fermo per qualche secondo. Mi guardò. «AL PAAAARCO» dissi.
Entrammo dalla porta dell’ingresso in silenzio – il pacco, Papà e io – e facemmo capolino in cucina per scoprire con entusiasmo che la Mamma non era ancora rientrata dal lavoro.
Quando aprì la porta, ci trovò seduti a tavola con tre grissini per uno in mano. Il pacco era sotto l’albero, fiero di noi.
«Dove siete stati questa mattina?» fu la seconda domanda dopo «Perché la tavola non è ancora apparecchiata?»
Toccava a me. Il cuore voleva mandarmi fuori di senno, in comunella con la gocciolina di sudore che mi solleticava la guancia – uscendo dalla berretta che avevo deciso di non togliere –. Potevo farcela, dovevo. Dopotutto mi ero esercitata per tutta la mattina. Papà, sfidando la legge della natura, mi guardava con la coda dell’occhio sinistro in attesa della mia battuta e con l’altro intratteneva la Mamma.
Guardai la Mamma, guardai Papà col pensiero, e poi di nuovo la Mamma.
«AL PARCO» disse la mia mente «Al…Al…Al parco» biascicai.
«Ah, bene» disse lei, e fece per andare a togliersi il cappotto in camera.
Papà e io soffocammo un urlo di vittoria. Lancia grissini e berretta. Bicchieri, pentole e stoviglie intonarono una Ola dagli scaffali mentre mi rigiravo la maglia sulla testa, in ginocchio come fa Papà quando segna il Milan – ai tempi potevo permettermi di non portare il reggiseno –.
«Eccola che arriva!»
Ricomponemmo la scena iniziale in mezzo secondo – solo i miei capelli erano rimasti in piedi – e la Mamma ci trovò come ci aveva lasciati, sorridenti e con la tavola sparecchiata. Pranzammo con un sottofondo di Natale, mi riempii con due scucchiaiate di pasta e un bicchiere di emozione. Tra un’occhiata di intesa e qualche risatina da sotto i baffi, sparecchiammo la tavola e confabulando – sempre Papà e io – andammo in salotto.
«SORPRESAAAAA!!» urlammo, quando anche Lei – la Mamma – ci raggiunse «Questo è per te».
«Per me?» chiese stupita «davvero?»
In cerchio seduti di fronte al camino scrutavamo il grande pacco rosso.
Sapevo, ma dovevo non sapere.
Mi tenevo stretta la bocca per essere sicura che niente, nemmeno una vocale, potesse scapparmi.
La tensione piano piano si allentò, eravamo fuori pericolo. La sorpresa era riuscita e mancavano poche ore a Natale.
«Dai dimmi cos’è».
«No».
«Dai. Un indizio».
Guardai Papà che mi fece gli occhiacci e dunque tornai sui miei passi.
«HO DETTO NO».
«E va bene» disse lei alzandosi e imbucando la porta «se proprio non me lo dici me ne vado in cucina».
Quando ormai era sparita nel corridoio:
«Sarà sicuramente qualcosa di buono».
Risi.
«Ma dai Mamma, che dici? I vasi non si mangiano mica».

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Serena-Menghi

Serena Menghi

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Estasi

Si poteva credere che fosse nata solo per quello. Ultima della sua razza, antica come la galassia, rifugiata su quel piccolo pianeta, meta ormai da millenni di un difficile pellegrinaggio. I suoi nomi erano infiniti. Bastava che la sua storia raggiungesse un angolo della galassia e la fantasia dei popoli faceva il resto. Regina di Saba, Salomè. Dalla Terra migliaia di accecati avventurieri erano partiti per quel viaggio impossibile. Nessuno era mai tornato. La creatura non aveva bisogno di darsi un nome. Era unica, anche se la compagnia non le mancava. L’universo andava a lei. O lui. O qualsiasi genere che traesse piacere dall’atto sessuale esistente nell’universo. Era compatibile con tutti e a ognuno prometteva la conoscenza della sensualità suprema, il sesso più incredibile. E l’orgasmo eterno.
Dalla terra partivano soprattutto uomini, maschi, e Stephen era uno di loro. Via con altri duecento compagni, alla volta dell’estasi. Li aveva visti morire uno dopo l’altro, tappa dopo tappa. In dieci, troppo pochi per governare la nave, si erano schiantati sul pianeta.
Stephen era l’unico sopravvissuto.
Non che gli importasse per la nave. Non sarebbe tornato indietro. Per i compagni, era più eccitante così. Si sentiva prescelto da lei. Da lei, sì, per un umano maschio era indubbiamente una lei e Stephen sentiva il suo canto che lo attirava. Attraverso il deserto. Attraverso le città abbandonate. Attraverso l’enorme ziqqurat, nella sala centrale, grande e buia. Lei era lì. Non la poteva ancora vedere, ma la sentiva. Parlò.
«Benvenuto, Stephen Trujillo del sistema Sol. Hai fatto un lungo viaggio per arrivare a me, tu che ti definisci umano».
Stephen si rendeva vagamente conto di sentire la sua voce direttamente dentro la testa. Solo il fruscio delle parole nella mente lo aveva portato a un parossismo di eccitazione. «Sì» confuso «sono venuto a servirti e venerarti e ti imploro di condividere con me il tuo segreto».
«Molto bene, Stephen Trujillo di Sol, ora saprai cosa spinge a me i popoli delle galassie. Il tuo piacere e la tua sorpresa saranno infiniti. Spogliati. Chiudi gli occhi. Non aprirli mai. I tuoi sensi ora mi appartengono».
Stephen si spogliò. E gli occhi li chiuse. Il suo corpo toccato, leggermente, investito da un calore umido, circondato da un profumo esotico. Venne immediatamente, ansimando. «Cazzo. Perdonami...»
Aprì gli occhi. Infiniti piccoli barbigli lo tastavano. Un’enorme grotta umida sopra di lui. Denti, file infinite di denti infiniti. Nell’ombra, un’idea di un interminabile corpo vermiforme.
Quasi urlò.
Qualche ora più tardi, la creatura si stava ancora lamentando. Maledizione alla sua gola. Eppure lo sapeva. Lo sapeva che quella buffa creaturina rosa era piena di ossa all’interno. Non era la prima di quella specie che attirava. Doveva assolutamente smettere di ingoiare. E cominciare a masticare con calma. Di malavoglia, e ancora dolorante, si preparò a lanciare un’altra rete telepatica nell’universo. Per attirare la sua prossima preda. Anzi, come dicevano su Sol? Il suo prossimo amante.

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Giorgio-Arcari

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