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Categoria: Racconti

Ginger il gatto

Jenny conobbe Ginger il Gatto in una noiosa estate di qualche anno fa, quando in ufficio c’era poco lavoro e lei uscì a fumare la sigaretta delle dieci e trenta. Era solita fumare appoggiata alla vetrata, con la mano sinistra incastrata sotto il braccio con cui reggeva la sigaretta. Stava in piedi, con un piede incrociato sull’altro a guardare il caldo poggiarsi sulla strada. La visuale era sempre la stessa: la casa della signora Lelli, il magazzino di attrezzi edili e, più a destra, spostando lo sguardo, il nulla: una strada grigia, spoglia, vuota. Quando Jenny conobbe Ginger il Gatto, il nulla si tinse di arancione. Lo trovò seduto a guardarla da lontano, impassibile. La guardava fumare senza muovere un baffo.
“Finalmente una faccia amica” pensò Jenny spegnendo il mozzicone, ma quando fece qualche passo verso di lui per provare ad accarezzarlo, il gatto fuggì tra le auto parcheggiate. Pareva scomparso, dissolto nell’aria. “Accidenti”.
Il giorno seguente, alle dieci e trenta, Ginger il Gatto la aspettò, seduto nel suo angolo sul ciglio della strada.
«Perché non ti fai accarezzare?» chiese la ragazza, ma lui non rispose. Rimase al suo posto, pronto a scappare quando lei tentò per la seconda volta di avvicinarlo. «Va bene, ho capito, mi allontano. Ma non te ne andare».
Jenny e Ginger il Gatto, da quel momento, si diedero appuntamento ogni giorno, alla stessa ora. Chiacchieravano, chiacchieravano di tutto, così intensamente che Jenny perse la presunzione di invadere i suoi spazi. Il fatto di sapere che l’avrebbe trovato lì ad aspettarla la convinse che non avrebbe dovuto possederlo per gioire della sua presenza. Jenny lasciava libero Ginger il Gatto, e lui si sentiva libero di farsi trovare davanti all’ufficio, ogni giorno un poco più vicino.
Jenny gli lasciava una ciotola di cibo e una vaschetta con dell’acqua, sotto una tettoia di fianco all’entrata, felice di trovarla sempre vuota il giorno seguente.
Durante le rare mattine piovose, lei era molto triste. Usciva fuori a fumare con l’ombrello, ma Ginger il Gatto non andava a farle visita, e allora soffriva pensandolo tutto solo là fuori.
Provava a immaginarlo, seduto con la coda dondolante e gli occhi di un miele intenso. Non sapeva niente di quel gatto, eppure aveva come l’impressione che lui avesse le idee chiare su di lei.
Ci fu una mattina in cui Jenny ebbe dannatamente bisogno di Ginger il Gatto. Aveva piovuto per tre giorni consecutivi e non c’era stato modo nemmeno di salutarlo in lontananza. Ma quella mattina il sole era alto in cielo e Jenny scese in fretta dall’auto per correre in ufficio. Si fermò di fronte all’ingresso, impietrita, a cercare di scorgere l’amico all’orizzonte. Ma di Ginger il Gatto, nemmeno un’impronta.
Preoccupata, consumò le labbra in un richiamo felino, allungandosi fino al magazzino di fianco. La ciotola era ancora piena e i pensieri si fecero cupi. Non sapeva se soffrire di ansia o di delusione, indecisa tra le possibili spiegazioni della sua scomparsa. Accese una sigaretta, seduta sullo scalino all’entrata: in solitudine per la prima volta dopo molto tempo. “Si insomma, è solo uno stupido gatto” provò a dire il cervello al cuore, ma il cuore aveva tratto di già le sue conclusioni. Da quando l’aveva conosciuto, Ginger il Gatto non era mai stato in ritardo. Doveva essere successo qualcosa. Oppure semplicemente aveva deciso che non sarebbero piò stati amici. Era abituata agli addii, eppure le sarebbe mancato. Le sarebbe mancato come manca la speranza di possedere ciò che non hai, come manca la cioccolata quando sei a dieta stretta oppure come manca il sole quando piove da troppo. Con la differenza che il sole, prima o poi, torna sempre.
Spense la sigaretta a metà e così anche il flusso dei pensieri, fece un cartoccio e lo gettò lontano. I suoi colleghi forse si stavano chiedendo dove fosse finita. Entrò in ufficio e Stefano le parlò senza guardarla.
«Finalmente sei arrivata» le disse
Lei lo interruppe «Scusa, lo so ho fatto tardi. È che…»
«Finalmente sei arrivata» riprese lui «c’è qualcuno che ti sta aspettando da un’ora. Credo abbia fame!»

Ginger il Gatto dormiva, arancione, sulla sedia della sua scrivania.

Jenny lo lasciò sempre libero di andarsene, ma Ginger il Gatto ancora oggi si sente libero di restare.

 

Tratto da una storia vera.

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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Bosco senza fiabe (piccolo delirio del voler tornar bambini)

Robin Hood e i suoi amichetti, tutti appesi per il collo, tra le querce vizze e grigie.

Niente maghi, principi o cavalieri, tutti partiti alla testa di ladri e contadini, poeti ed accattoni. La guerra d’outremer continua e continua e non finisce mai e tutti fagocita.

Dame e principesse lasciano alla polvere ricami e sospiri dalle finestre della torre. Imbracciano le falci tra i campi, i martelli dei fabbri. Invecchiano, cupe e silenziose, stramazzando di fatica.

Tutto si spegne come in un autunno privato del rosso e dei suoi toni da un vampiro dispettoso. Elfi che non sanno più tirar d’arco e cacciare falcidiati dalla fame tra gli alberi ora ostili. Nani minatori, sempre più rintanati nelle montagne, generazione dopo generazione, divoratori di topi e pipistrelli, resi dementi dalla consanguinea intimità.

Suonano soltanto il silenzio e le pietre che si sgretolano nei castelli e nelle fortezze dai grandi camini spenti e freddi, mentre re e regine si nascondo tremanti dalla furia di comparse senza nome di mille favole, rivoluzione a una miseria che non c’era. Rivoluzione che non c’era. Persino le masse, non c’erano mai state prima.

Nessuno, nessuno qui prospera. L’antro malefico nella vecchia palude è rovinato su sé stesso, l’acquitrino seccato e duro, anonimo. L’uomo nero non è più lì, non tormenta e non spaventa più. Emerso anche lui dal bosco col sogno segreto di prosperare in quell’abbandono, ora raccoglie rape per tre pezzi di rame al giorno. La notte, suo vecchio dominio, se li ribeve con gli interessi. Almeno fino a quando continueranno a fargli credito.

Tutto va morendo.

Smettiamo di sognare, di essere un po’ bambini, di lasciare una porticina aperta a fate e draghi. Ci diciamo severamente, serenamente, che è tempo di crescere, di lasciare quei mondi a chi bambino lo è ancora. Li lasciamo marcire, marcendo un po’ anche noi che li abbiamo creati in ore ed ore di occhi sognanti. Li lasciamo marcire finché non dimentichiamo la strada per tornarci, e riportarvi i colori.

È proprio allora, che cominciamo a desiderarli di nuovo.

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Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Il gatto e la nuvola

Eccolo lì, quel vecchio gattaccio randagio. Al mattino è già lì, ronfante, al confine del minuscolo paese, sul vecchio muro che separa le case dallo strapiombo che dà alle campagne. Chissà dove dorme. Chissà dove, e soprattutto quando, mangia. Se ne sta lì tutto il giorno, eppure è rotondo. Certo è soddisfatto, come solo un gatto libero di lungo corso sa essere.

Pare che passi il suo tempo a guardare il cielo. Non è così. Non è esattamente così. Se stiamo più attenti, ci accorgiamo che osserva una piccola nuvola. A volte è un po’ più tonda e compatta, altre più lunga e stracciata, ma è proprio sempre la stessa nuvola, ogni giorno.

La nuvola, dal canto suo, sembra proprio lusingata da tutta quell’attenzione. Proprio lei, piccola e comune tra milioni di sorelle maestose, alte nel cielo, ha trovato un pubblico così attento. Ha trovato un amico.

Ci fosse Rodari, saprebbe ascoltarli e riferirci le storie meravigliose che quei due si raccontano. Ma noi, piccoli osservatori curiosi, possiamo solo guardare e, forse, immaginare.

I giorni passano e passano e sembrano tutti uguali, nel sonnacchioso villaggio, mentre l’estate incurante completa il suo viaggio. Ogni giorno il gatto è lì, a guardare in alto. Anche la nuvola è lì, ogni giorno con qualcosa di nuovo per il suo amico affezionato. Una corsa su un vento fresco d’alta quota, una forma strana che forse il gatto indovinerà, un giocare a far piccolo il sole, coprendolo per un attimo. Arriva la sera e i due amici si salutano silenziosi e chissà dove vanno, a passare la notte.

L’estate ha finito la sua strada. Venti freddi e mandrie di sciocche nubi basse e grigie tengono lontana la nuvola dal suo amico. Quando finalmente torna, il muretto è vuoto, il gatto non c’è. E nemmeno il giorno dopo. E nemmeno quello dopo ancora. La nuvola, che durante la loro estate l’ha sempre trovato lì, si agita, prende forme strane e nervose, si mette a cercarlo per tutta la campagna. I vecchi del paesello, osservando quella nuvola che si muove infischiandosene dei venti, scuotono la testa e annunciano tempesta.

Cerca e cerca, alla fine trova il suo amico. È lì, nella campagna, chino tra i trifogli. Se n’è andato contento e soddisfatto, come ha sempre vissuto, con l’ultimo topo degli infiniti che ha acchiappato a riempirgli la pancia. Non avrebbe desiderato nulla di meglio, ma la sua amica non lo sa, nuvole e gatti non si capiscono fino in fondo. E lei, la nostra nuvola d’estate bianca e soffice, soffre per aver perso il suo compagno di giochi. Si gonfia e si gonfia e diventa grigia e diventa nera.

L’aria si ferma e lei si scioglie in pioggia. Piange e piange sul suo amico finché la terra si rivolta e copre entrambi, portando con sé una piccola ghianda matura.

Passa l’autunno e passa l’inverno. A primavera il paese è ancora lì e sembra sempre uguale a sé stesso.

Se però guardiamo bene, affacciandoci da quel muro che separa il villaggio dalle campagne, vediamo una giovane quercia che cresce in fretta. Una quercia che è un po’ la nostra nuvola e un po’ il nostro libero gattone. Crescerà e crescerà e rimarrà lì per tanto tempo. Tanto tempo, come è dato solo ai frutti degli incontri più insoliti e più belli.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Non guardarmi così

C’è un uomo che mi fissa mentre sto facendo la doccia. Ha il volto di profilo, ma io so che, con la coda dell’occhio, mi fissa. Che imbarazzo. Non so però se ha capito che mi sono accorta dei suoi sguardi, il vetro non è del tutto nitido, per fortuna. Mi copro con la schiuma, per quanto posso, e fisso il pavimento cercando di scomparire. Mi riesce bene la cosa, scomparire intendo, ma questa volta è di una doccia che stiamo parlando: dentro la confezione del bagnoschiuma non ci sto. Sparire dai ricordi delle persone, sì, questo lo so fare, però davvero ora non so come potermi togliere dalla visuale di quel tizio. Ma chi è?
Odio essere fissata. Le persone, quando ti fissano, è perché ti studiano. Osservano i tuoi movimenti, cercando di capire qualcosa di te, ti mettono alla prova. E io ora, nuda di ogni filtro, devo sorreggere lo sguardo di uno sconosciuto – un attimo che gli correggo un po’ il naso, non mi piace così, troppo aquilino – che per la prima volta mi guarda e vuole farsi un’idea di me. Come può nel tempo di una doccia, se nemmeno io, in tanti anni, ho finito di conoscermi?
L’acqua bollente mi riga la faccia di un color paonazzo, la sento andare a fuoco, ma la lascio fare. Il vapore sbatte sul soffitto, fa caldo qui dentro e lui non molla. Mi guarda con la puzza sotto al naso – ora molto meglio di prima – e mi domando cosa mai potrà passargli per la mente. Mi troverà ridicola? In effetti, potrei esserlo, con l’alone di mascara che cola dagli occhi, per la poca voglia di togliermi il trucco.
Mi risciacquo con cura i capelli mentre penso a come liberarmi di lui. Ho l’impressione che, se glielo chiedessi, seppur con gentilezza, non servirebbe a nulla. Mi fissa spavaldo, mi rimprovera.
“Lo so che sono in ritardo, la smetta” gli dico, o penso; mi viene il dubbio.
Devo in qualche modo uscire dalla doccia e liberarmi di lui, o finirò per sciogliermi con tutto questo caldo. Mi guarda come io mi guarderei, con lo stesso fare severo di chi non trova interessante quel che ha davanti. «Scusi» ora glielo dico: «Se permette, preferirei dirmelo da sola che devo perdere qualche chilo. E per la cronaca, può anche girarsi dall’altra parte».
Ma che fa, ride? Questo è troppo.
Prendo la cornetta della doccia e gliela punto contro. Addio: l’acqua, offesa quanto me, porta via il capello appiccicato sul vetro e così anche la sagoma di quell’uomo.

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Serena Menghi

Redattrice
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Storiella stonata

Storiella stonata. Di quelle che non riesci a scrivere, mentre la mano si stanca a tracciar righe sulle parole appena gettate, il foglio che diventa rapido un campo di battaglia. Non lo getti via. Forse sei tanto arrogante da voler riuscire al primo colpo, forse soltanto ti spaventa il vuoto di un nuovo foglio bianco da riempire. Una storia che non vuoi leggere, una figlia che già stai ripudiando, mentre ancora preme e lotta per uscire. Di che cosa scrivo, che cosa voglio dire? Forse dar vita a un altro dei miei grandi perdenti, forse surfare sulla cresta dell’autobiografico, per non scivolare nella china dello sfogo? È una storia molto semplice, banale. La storia di un uomo, di un viaggiatore, vincente e realizzato. Una vita che trascorre attraverso i cinque continenti, spinto dalla foga di esplorare, conoscere, scoprire, assaggiare, farsi amici di tutti i generi e tutte le latitudini. È uno di quegli uomini di cui non si parla nemmeno nei libri, molto più un personaggio cinematografico. Fino al momento in cui l’incontriamo non ha guai, non ha problemi, se non forse che nel suo io, in fondo in fondo, tutti questi luoghi in giro per il mondo cominciano a sembrargli un po’ tutti uguali. C’è ben di peggio nella vita, non trovate? Per di più, non è nemmeno vecchio, ma lo incrociamo nel cuore della sua esistenza.

Verrebbe quasi da chiedersi perché allora questa storiella stanca si sia trascinata su quest’uomo. In effetti a lei, alla storia, di quest’uomo non importa nulla. È interessata solo ai suoi occhi, solo a un suo rapido sguardo.

Lo incontra a Milano, la sua casa, anche se solo sul passaporto. È su un tram. Fuori dal vetro la città scorre come una vecchia videocassetta difettosa, incastrata in un videoregistratore cigolante. Veloce, lenta, scatti nervosi. Non ci troviamo in centro, questa non è una storia da cartolina. Siamo nella periferia sud, tra grandi strade, palazzi ancor più grandi e sguardi bassi e piccoli, frettolosi. Il tram si ferma. I suoi occhi si fissano sugli occhi di un ragazzo, in piedi alla fermata. Registrano un pugno di secondi ed è tutto ciò che importa alla nostra storia. Quei pochi secondi in cui il nostro protagonista, la nostra incolpevole telecamera, registra la gioia incontenibile, l’amore folle che gli occhi del ragazzo donano al mondo, prima di essere travolto dall’abbraccio e dai baci di una donna altrettanto follemente felice. Questo è quanto. La nostra storiella, stanca e zoppicante, ha fatto tutta questa strada solo per vedere questo momento, questo piccolo miracolo. A lei non importa di chi può storcere il naso sulla banalità dell’amore. Sa che dopo aver visto una minuscola, così importante cosa, può fermarsi felice.

Le porte si chiudono, il tram riparte. Forse il nostro inconsapevole protagonista penserà che in nessun posto al mondo c’è una persona che lo aspetta con tutta quella gioia chiusa dentro agli occhi, pronta a esplodere per lui. O forse scuoterà sorridendo la testa, tornando alla sua vita vincente e realizzata. Non lo sappiamo, la nostra storia ha finito il suo piccolo viaggio affannato. Non ci spiega nulla, non ci fa nessuna morale. Non ne ha l’ardire. Ha osservato, però. È poco, è molto. Questo lo lascia sentire a noi.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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Solitarie riflessioni

Spesso l’unica visione che ho di lei è la sua immagine fugace, il mattino.

Il suo mugolio nello spegnere la sveglia, lampi di corpo più o meno coperti, una corsa sotto la doccia, un frizzare davanti all’armadio, nello scegliere abiti adatti alla giornata. Le sue imprecazioni, un maschiaccio a volte, tanto da dover trattenere una risata, quando fa tardi, di fronte a un gancetto riottoso, verso il mondo che la attende dì lì a poco, fuori dalle finestre, quando è così grigio che sembra faccia piovere cenere, invece che acqua. Pochi istanti seduta qui accanto, il viso accarezzato ora da una crema, pennelli, matite, a sottolineare gioia e luce, anche quando gioia non è. Pochi istanti, l’ultima occhiata, un mezzo sorriso come di saluto, prima di essere inghiottita dalla vita, fuori.

Pochi istanti, sì, eppure io esisto solo per quelli.

Non parla quasi mai quando siamo nella stessa stanza, non serve. Tranne forse nell’anticamera di una giornata che la eccita, la spaventa. Quei giorni che pensiamo tanto importanti da poter cambiare tutti gli altri giorni, che ricopriamo di colori sui calendari. Gliel’ho visto fare tante volte in questi anni che ne ho perso il conto, ho perso il conto degli intrecci tra queste eccitazioni programmate e lo stupore dei mille giorni imprevedibili.

Provo a ricordarli, quando lei è via. Quasi sempre da solo, anche se di tanto in tanto il gatto viene a riposarsi qui vicino, stremato dalle sue segrete avventure domestiche.

Ero con lei quando siamo venuti in questa casa. La prima casa, l’indipendenza, la libertà. Un pugno di metri quadrati poco ingombrati da mobili disegnati appositamente per urlare la loro produzione in serie. Eppure casa, essere grande, essere donna. Da lì, torrione e castello, alla conquista del futuro, o almeno del suo stupore. Sono stato con lei nelle sue prime esplorazioni del mondo, nei suoi trionfi e nelle sue disfatte. L’ho sentita urlare di gioia dopo una telefonata, promessa di un lavoro tanto cercato e sognato e ho visto i suoi occhi fissarmi vuoti e smarriti, dopo un’altra telefonata giunta a strapparglielo via. Ho sospirato dei suoi sospiri di passione, ombre fuse e confuse in poche o molte notti, e ho pianto con lei per giorni interi, amori rifiutati, amori perduti, traditi. Ho riso con lei, nel calore di una casa dolcemente invasa dagli amici, e sono stato l’unica immagine di una prigione altrimenti vuota e immobile.

L’ho vista fiorire, ripiegarsi su sé stessa e poi fiorire di nuovo. Stonare vecchie canzoni a squarciagola, quando non c’erano altri modi di proclamare la propria felicità. L’amarezza a offendere gli angoli della bocca, nascosta a tutto il mondo. Tranne che a me, depositario di ogni suo segreto. Ho imparato del suo farsi strada là fuori, dell’importanza della sua schiena dritta e della furia cieca per quelle poche, pochissime volte che è stata costretta a piegarla. L’ho imparato da qui dentro, osservandola nel curarsi le ferite. Ho visto, nelle sue parole, cicatrici altrimenti invisibili. Di tanto in tanto l’ho anche perduta, nell’apatia di giorni colpevolmente identici, privi di senso, senza che avessi il minimo potere per risvegliarla. Lo ha fatto lei, come sempre, con le sue sole forze. Un respiro profondo, quel mezzo sorriso segreto ed enigmatico al mondo, eccezion fatta per noi due, e di nuovo avanti. Ancora. E ancora.

Lì fuori potrete avere mille idee su chi sia possibile definire eroe. La mia è molto semplice. Lei. Fatta di colori, colori infiniti. Colori che ogni giorno si immergono nel bianconero del mondo. A volte lo rendono un po’ più vivido, a volte ne sono diluiti. Folli, ostinati, prima ancora che infiniti. Ogni mattina sono di nuovo lì. Pronti a ricominciare.

Buio che filtra dalle imposte chiuse, il gatto miagola alla porta di ingresso. Lui la sente, prima ancora che lei si renda conto di essere arrivata a casa. Pochi minuti e la porta si apre. Sono abituato a essere ignorato, nelle ore che trasformano la sera in notte. Mi distraggo nella luce che filtra dall’altra stanza, nei rumori di una quotidianità che volge verso il suo sereno terminare. È sola, questa sera. Da qualche mese un nuovo compagno cammina con lei. A volte me la ruba, lasciandomi solo la notte. Capisco che succederà, sentendo la vecchia vicina di casa entrare per occuparsi del gatto. Più spesso è lui a unirsi alla nostra compagnia. Forse col tempo finirò per volergli bene, se rimarrà. Certo non come a lei, questo è impossibile, ma quasi, anche se non mi dice nulla, nessun segreto. Si limita a osservarmi vacuo, il mattino, nel farsi il nodo alla cravatta. Forse è timido.

I rumori si attenuano, arriva quel momento magico, solo nostro. A volte è fatto di pochi istanti, il suo sguardo distratto nel levarsi il trucco ed i pensieri della giornata. Altre volte racconta tutto, a me o al suo diario, posato proprio qui di fronte. Stasera ne apre le pagine, scrive poche righe, poi alza gli occhi su di me. Le legge. No, le recita. Sorride, ci sorridiamo. «Voglio abbracciare il sole e baciare la luna. Voglio che ogni pianeta mi sveli il suo più nascosto segreto e che ogni stella mi mostri il suo vero colore. Voglio il vuoto siderale. Voglio che questa piccola biglia azzurra brulicante di caos sia sconfinata». Poetessa, non lo so. Non so neppure se siate delusi dalle mie parole. Forse eravate ad attendervi strane magiche avventure, non un quotidiano esistere. Ma io sono soltanto uno specchio, non certo quello magico delle fiabe, una umile lastra di vetro abbracciata a un foglio argentato, con piccole luci intorno. E lei, che da sempre si riflette in me, io amo e accompagno. Unica, sì, unica anche dentro un milione di giorni uguali, il mio eroe di colori. Non ho bisogno di essere magico per sapere di migliaia di altri specchi intenti a pensare la stessa cosa, nel loro apparente indifferente riflettere. Conosciamo, custodiamo con cura quei preziosi, segreti sorrisi.

Ricordi di specchio, mentre un poco di luna mi aiuta a riflettere il suo addormentarsi.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
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Morlock

Io me lo ricordo, il sole. Ricordo il suo calore, quel senso di rosso mentre lo fissi con gli occhi chiusi, strizzati. Ricordo la sensazione del vento sul corpo, il viso volto verso il cielo ad accogliere le grandi gocce di pioggia di un temporale estivo. Ricordo la neve e il suo avvolgere silenzioso, osservata da dietro vetri pizzicati dalla brina, dentro coperte calde, lenzuola fresche e odorose di bucato. Ricordo la stanchezza, il dolce torpore che arriva con il crepuscolo, le mille veglie gioiose a sfidare la notte.
Sì, ricordo, li ho vissuti con voi. Con voi e per voi, anni come giorni leggeri. Viaggiare senza sosta, senza temere la fatica. Sempre una nuova emergenza da affrontare, per salvarvi da voi stessi e da questo mondo che aveva cominciato a respingervi come un virus, un’infezione maligna. Anni che si sono accumulati ad anni, nel cercare di ricostruire l’amore di Gaia per i suoi figli. Ero vivo, felice. Null’altro desideravo e nulla ho mai chiesto indietro, ero felice.
Quasi riuscii.
Troppo poco peso agli anni infami che scorrevano veloci, troppo distratto dalla sacra missione. Troppo amore per voi, inermi tra le convulsioni del pianeta offeso. Troppo, troppo a lungo mi sono fermato. Non invecchio come voi, il mio tempo non è un battito d’ali distratto. Altro era il mio scopo, diversa la carne in cui venni forgiato.
Mostro, lessi prima nei vostri occhi. Demone, udii poi nelle vostre parole. Il mio amore per voi non più ricambiato con amore ma con sospetto e paura, infine con odio.
Solo pastore, solo una guida, perché vi siete perduti. Non ci fu ascolto per le mie parole, per il tentativo di spiegarvi. Solo terrore, solo invidia accecante, stolta, per quello che le vostre vite non possedevano, non potevano possedere. Quelle vite che amavo, meravigliose proprio perché così effimere, eppure uniche, una per una.
Provaste a studiarmi, a rubare l’essenza del mio essere, ma la mia scienza era aliena alla vostra, come un filo d’erba non può carpire i segreti del cuore di una pietra.
Venne quindi il tempo di uccidermi, incapaci di sopportare le mie parole e il mio permanere al vostro passare. Non fu possibile. Vi amavo, ma non fu possibile accontentarvi. Il mio esistere aveva motivo solo nella mia missione, la mia creazione e la mia distruzione nel salvarvi, non nel rinfrancare le vostre spaventate ignoranze.
Giunse, infine, il tempo di tradirmi. Solo pastore, solo guida ero. Nel farlo, tradiste voi stessi. Mentre i miei insegnamenti, i miei sforzi, venivano messi al bando, la flebile tregua con Gaia fu rotta. Cacciato nella solitudine, mentre i secoli mi rendevano null’altro che un oscuro mito, voi cercaste l’annientamento.
Quasi, arrivaste al punto di trovarlo.
Non vi ho abbandonati. Secoli e millenni cominciarono a scorrere, mentre dal mio esilio nelle viscere del pianeta cercavo di riparare alle vostre follie. Mentre dimenticavo il bacio del sole e del vento. Troppo profonde erano le ferite di Gaia e io ero solo. Tutto a un tratto, sembrava che il tempo non fosse più sufficiente, che fosse troppo tardi.
Fu allora che generai i miei figli, razza mista di argilla e dei recessi più oscuri del mio creato. Dal vostro amore smarrito che ancora ricambiavo, li composi.
Sono vissuti fino ad oggi con me, nella terra, nell’oscurità. Temono il sole e l’aria leggera e tutto quanto di bello ho dovuto abbandonare eoni fa. Viaggiano nascosti dalla roccia, al mio comando, per riparare alla vostra follia. Ancora non avete capito, ancora con tanta forza cercate di distruggervi, ma grazie ai miei figli fino a oggi sono riuscito a salvarvi.
Troppo grande il mio amore per voi per abbandonarvi, tanto da accettare di tornare nei vostri incubi pieni d’odio.
Perché è del mio amore, della carne del mio amore, che i miei figli si sostentano.
Sono stanco. Sempre più spesso mi abbandono a queste gallerie oscure, ai miei infiniti ricordi, a nuove inquietudini. Sempre più spesso sono i miei figli a lottare per mantenere il flebile equilibrio di questo mondo. Il loro compito è infinito, come il mio. Infinito, almeno fino a quando ritroverete da soli gli insegnamenti che cercai di darvi all’inizio dei tempi. Fino ad allora vi proteggeranno. Fino ad allora, notte dopo notte, come ombre, come lupi, vi prenderanno, per alimentare con la vostra carne il fuoco di questa sacra missione.
Voi li temete, li odiate. Ma null’altro che amore per voi venne a muovere tutto questo.
Solo un pastore, solo una guida ero per voi.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Pecore e lupi

Il lupo disse alla pecora che doveva nutrirsi di lei e delle sue compagne. Non per odio, ma per natura. La pecora, trovandolo inaccettabile decise di difendere il gregge. Si munì di piccoli lupi e di grandi uomini a difesa, poco importavano i morsi alle zampe e le bastonate e il freddo dato dal doloroso rasoio e i recinti e il filo spinato, in cambio della sicurezza.

Il lupo continuava, più stanco e più vecchio e con qualche cicatrice in più, a prendere una delle sue sorelle pecore ogni tanto.

Ma ora era una perdita accettabile per la protezione del gregge.

I grandi uomini vollero essere pagati per la sicurezza. Si presero la lana e il latte e gli agnelli. Si presero il coraggio e l’indipendenza della pecora e delle sue sorelle. Si presero la loro forza di lottare. A che serviva, ora erano difese.

Tutte queste cose erano perdite accettabili per la protezione del gregge.

Il lupo continuava, più stanco e più vecchio e con qualche cicatrice in più, a seguire la sua natura, a nutrirsi di una di loro ogni tanto. Sempre la stessa quantità, non era ingordo.

Qualcuna ogni tanto era accettabile per il bene del gregge.

Alla fine il lupo venne per lei. La pecora non lottò neppure, si lasciò prendere.

Era felice di essere una delle poche perdite accettabili per il bene del gregge.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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Cosmogonia

Un braccio di fronte a uno specchio regge con eleganza la sua mano: ferma gli impulsi del movimento all’altezza del polso, in modo da lasciarla libera di dar voce alle dita con spontaneità. Quella stessa mano e le sue dita incontrano poi un’altra mano e altrettante dita, in un coro di spinte, un gioco di intese: pura armonia. Così un uomo e una donna si uniscono, di fronte a uno specchio, senza dir nulla, intingendosi l’uno del profumo dell’altra, dopo essersi dati il permesso di invadere gli spazi altrui. Gli sguardi si intrecciano, così come i passi che, senza sovrapporsi, si accompagnano con intuizione. Si sfiorano, ma non si toccano. Un piede lascia passare l’altro con cortesia e i corpi volteggiano, leggeri, mentre si lasciano raccontare dalla musica. Lui la porta a spasso per la sala, la accarezza, ma non la tocca. Si disseta della fragranza dei suoi capelli.

Pausa.

Il respiro di lei si fa via via più intenso e i suoi occhi, fiduciosi, si chiudono. Lui la fa volteggiare e per un attimo le lascia la presa -la lascia sola, al buio- tempo di un battito…

“Prendimi”.

Le mani di uomo le avvolgono i fianchi, mentre la coreografia li assorbe.
Sono di nuovo uno, in due -lei e lui-.
Sono di nuovo in tre -lei, lui e la musica- in sala stasera.

Il ritmo aumenta, lei affonda le dita sotto al colletto della giacca, si stringe a lui, mentre i muscoli sono sempre più contratti. Il sudore annebbia la vista. Gli odori si mescolano. Lui la sostiene per vederla volare tra le ultime note della canzone. Un urlo spontaneo muore dentro di loro, poi la musica li lascia soli.

Fermi, al centro della pista, una nelle braccia dell’altro.

“Solitudine, condivisione, rabbia, sudore, gioia, tristezza, crampi, porte sbattute, dolore, soddisfazione, amore, rimpianto, cadute, nottate, sbagli, rimproveri, vittorie, lividi, pianti, applausi”.

Si tengono.

Quanta vita, per un minuto di ballo.

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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Il silenzio

Suona, il silenzio. Suona come vecchie mura in una giornata di vento. Come gli alberi, quando nessuno li osserva e si raccontano storie di secoli, di terra e di acqua. Come i sogni più nascosti e oscuri, che al mattino non ricordi, non vuoi ricordare, ma che la notte tendono i muscoli in spasimi di crampo, i denti a scricchiolare per rinchiudere parole che non saprai dire.

Il silenzio racconta. Narra di ogni assenza dalla vita, di ogni paura, di ogni maledetto giorno in cui ti sei negato la fame, la voglia, la follia di strappare al banale il sapore dell’esistenza. È lì, in agguato, ogni momento in cui scordi di riempire l’aria di parole.

Un compagno fedele, il silenzio. Come uno specchio. Come un diario. Come qualcosa che hai scritto, che rimane nella sconsolata attesa di essere letto.

Questo pensa, mentre cammina lento lungo l’argine. Vagando senza meta, quando i suoni non gli permettono di rimanere in casa. Chilometri tra la nebbia e le campagne, solo. Andata e ritorno, andata e ritorno, quando non è ancora alba e non è più tramonto e lo scorrere delle stagioni è dato soltanto da quanti abiti indossi.

Vagando lo accompagna, il silenzio. Ha in sé tutti i rimproveri, tutto il moralismo che da sempre sfugge nella sua pervicace solitudine. Ostinato gli resta compagno, incurante dei piccoli rumori animali, della terra che sfrigola cedendo sotto gli stivali.

Il silenzio. Solo lui gli è rimasto. Come il più vecchio degli amori. Un matrimonio adolescente che non può conoscere divorzio. È stato amore antico, abitudine, sopportazione, l’odio della ribellione. Con il tempo, come tante vecchie coppie, tutto questo è diventato bisogno. Oscuro e perverso, ma bisogno.

E bisogno lui ha, del silenzio, delle mille voci che gli spiaccica nel cervello, tenendo il suo cuore legato a questo mondo.

E il silenzio, sì, ha bisogno di lui. Gli serve, è la sua mano velata sulla bocca, la sua stretta attorno alla gola del mondo, a togliere la voce, a togliere il rumore.

«Ciao bello, che ci fai qui tutto solo? Hai bisogno di una mano?»

La puttana nigeriana non si alza nemmeno dalla scalcinata sedia di plastica, le cosce allargate a dichiarare la mancanza di mutande. Una piccola radio cigola, poggiata a terra.

«Hai bisogno tu di una mano. Stai facendo rumore» risponde. «A noi il rumore non piace».

Estrae un coltello dalla tasca. E fa silenzio.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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