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Categoria: Racconti

Pecore e lupi

Il lupo disse alla pecora che doveva nutrirsi di lei e delle sue compagne. Non per odio, ma per natura. La pecora, trovandolo inaccettabile decise di difendere il gregge. Si munì di piccoli lupi e di grandi uomini a difesa, poco importavano i morsi alle zampe e le bastonate e il freddo dato dal doloroso rasoio e i recinti e il filo spinato, in cambio della sicurezza.

Il lupo continuava, più stanco e più vecchio e con qualche cicatrice in più, a prendere una delle sue sorelle pecore ogni tanto.

Ma ora era una perdita accettabile per la protezione del gregge.

I grandi uomini vollero essere pagati per la sicurezza. Si presero la lana e il latte e gli agnelli. Si presero il coraggio e l’indipendenza della pecora e delle sue sorelle. Si presero la loro forza di lottare. A che serviva, ora erano difese.

Tutte queste cose erano perdite accettabili per la protezione del gregge.

Il lupo continuava, più stanco e più vecchio e con qualche cicatrice in più, a seguire la sua natura, a nutrirsi di una di loro ogni tanto. Sempre la stessa quantità, non era ingordo.

Qualcuna ogni tanto era accettabile per il bene del gregge.

Alla fine il lupo venne per lei. La pecora non lottò neppure, si lasciò prendere.

Era felice di essere una delle poche perdite accettabili per il bene del gregge.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Cosmogonia

Un braccio di fronte a uno specchio regge con eleganza la sua mano: ferma gli impulsi del movimento all’altezza del polso, in modo da lasciarla libera di dar voce alle dita con spontaneità. Quella stessa mano e le sue dita incontrano poi un’altra mano e altrettante dita, in un coro di spinte, un gioco di intese: pura armonia. Così un uomo e una donna si uniscono, di fronte a uno specchio, senza dir nulla, intingendosi l’uno del profumo dell’altra, dopo essersi dati il permesso di invadere gli spazi altrui. Gli sguardi si intrecciano, così come i passi che, senza sovrapporsi, si accompagnano con intuizione. Si sfiorano, ma non si toccano. Un piede lascia passare l’altro con cortesia e i corpi volteggiano, leggeri, mentre si lasciano raccontare dalla musica. Lui la porta a spasso per la sala, la accarezza, ma non la tocca. Si disseta della fragranza dei suoi capelli.

Pausa.

Il respiro di lei si fa via via più intenso e i suoi occhi, fiduciosi, si chiudono. Lui la fa volteggiare e per un attimo le lascia la presa -la lascia sola, al buio- tempo di un battito…

“Prendimi”.

Le mani di uomo le avvolgono i fianchi, mentre la coreografia li assorbe.
Sono di nuovo uno, in due -lei e lui-.
Sono di nuovo in tre -lei, lui e la musica- in sala stasera.

Il ritmo aumenta, lei affonda le dita sotto al colletto della giacca, si stringe a lui, mentre i muscoli sono sempre più contratti. Il sudore annebbia la vista. Gli odori si mescolano. Lui la sostiene per vederla volare tra le ultime note della canzone. Un urlo spontaneo muore dentro di loro, poi la musica li lascia soli.

Fermi, al centro della pista, una nelle braccia dell’altro.

“Solitudine, condivisione, rabbia, sudore, gioia, tristezza, crampi, porte sbattute, dolore, soddisfazione, amore, rimpianto, cadute, nottate, sbagli, rimproveri, vittorie, lividi, pianti, applausi”.

Si tengono.

Quanta vita, per un minuto di ballo.

Serena-Menghi

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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Il silenzio

Suona, il silenzio. Suona come vecchie mura in una giornata di vento. Come gli alberi, quando nessuno li osserva e si raccontano storie di secoli, di terra e di acqua. Come i sogni più nascosti e oscuri, che al mattino non ricordi, non vuoi ricordare, ma che la notte tendono i muscoli in spasimi di crampo, i denti a scricchiolare per rinchiudere parole che non saprai dire.

Il silenzio racconta. Narra di ogni assenza dalla vita, di ogni paura, di ogni maledetto giorno in cui ti sei negato la fame, la voglia, la follia di strappare al banale il sapore dell’esistenza. È lì, in agguato, ogni momento in cui scordi di riempire l’aria di parole.

Un compagno fedele, il silenzio. Come uno specchio. Come un diario. Come qualcosa che hai scritto, che rimane nella sconsolata attesa di essere letto.

Questo pensa, mentre cammina lento lungo l’argine. Vagando senza meta, quando i suoni non gli permettono di rimanere in casa. Chilometri tra la nebbia e le campagne, solo. Andata e ritorno, andata e ritorno, quando non è ancora alba e non è più tramonto e lo scorrere delle stagioni è dato soltanto da quanti abiti indossi.

Vagando lo accompagna, il silenzio. Ha in sé tutti i rimproveri, tutto il moralismo che da sempre sfugge nella sua pervicace solitudine. Ostinato gli resta compagno, incurante dei piccoli rumori animali, della terra che sfrigola cedendo sotto gli stivali.

Il silenzio. Solo lui gli è rimasto. Come il più vecchio degli amori. Un matrimonio adolescente che non può conoscere divorzio. È stato amore antico, abitudine, sopportazione, l’odio della ribellione. Con il tempo, come tante vecchie coppie, tutto questo è diventato bisogno. Oscuro e perverso, ma bisogno.

E bisogno lui ha, del silenzio, delle mille voci che gli spiaccica nel cervello, tenendo il suo cuore legato a questo mondo.

E il silenzio, sì, ha bisogno di lui. Gli serve, è la sua mano velata sulla bocca, la sua stretta attorno alla gola del mondo, a togliere la voce, a togliere il rumore.

«Ciao bello, che ci fai qui tutto solo? Hai bisogno di una mano?»

La puttana nigeriana non si alza nemmeno dalla scalcinata sedia di plastica, le cosce allargate a dichiarare la mancanza di mutande. Una piccola radio cigola, poggiata a terra.

«Hai bisogno tu di una mano. Stai facendo rumore» risponde. «A noi il rumore non piace».

Estrae un coltello dalla tasca. E fa silenzio.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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Essere e non essere

Non ho niente da dire questa sera, assolutamente niente. È solo una sera qualunque, di un anno qualunque, e in qualunque modo io decida di riempire il mio tempo, nulla sarà in grado di darmi pace.

Ditemelo voi, cosa dite che io debba dire.

La maggior parte dei testi scritti narra di periodi bui, di sofferenze, di disgrazie, di drammi. Poi si cambia  scaffale e si legge d’amore, di grandi imprese, di eroi, di vicende che hanno cambiato per sempre il mondo. Ma ditemi un po', cari lettori, chi mai parla del tempo vuoto? Chi si prende la briga di farci sentire “normali”, di tanto in tanto? Scrivere non è mai semplice, ma di certo viene molto più naturale raccontare di un qualcosa che accade, che sia dentro o fuori all’immaginazione, prima o dopo una intensa sbornia. Le azioni si rincorrono tra loro, si mettono in fila; non si deve far altro che chiudere gli occhi, disegnarle col naso sulla parete e lasciare che prendano vita, per poi svilupparle sul foglio.

E io che questa sera non ho né idee, né sogni, né guai, né vicende interessanti da dirvi, sono forse spacciata? Dovrei segregare la penna dentro al cassetto, ma di certo farei peggio. Chiudere il rubinetto delle emozioni potrebbe funzionare, ma di quelle mi nutro, e sarebbe come mettere me stessa dentro a quel maledetto cassetto. Così parlo a vanvera, o dovrei dire scrivo a vanvera - posso dirlo? - solo per il gusto di scrivere. La penna corre più forte della mia coscienza, l'anticipa, tant'è che spesso devo tornare indietro di qualche riga per leggere ciò che penso. E così il foglio non è più bianco, e così una serata non è più vuota, e così qualcosa è successo, nell’insuccesso di un noioso lunedì. Qualche punto rimane a penzolare dalla punta della penna, perché non sono abbastanza ubriaca di sonno per lasciarmi andare del tutto. I flussi di coscienza sono pericolosi a quest'ora della notte, e lei lo sa - la mia coscienza.

Sarei curiosa di sapere in quanti sono ancora qui a leggermi, in quanti se ne sono andati e poi in quanti mi invieranno una mail con il numero “di uno bravo” come dicono i simpatici. Sì, insomma, ho già riempito due pagine di quaderno senza poi dire nulla. Che sacrilegio tacere, ai giorni nostri. Non avere un'idea, una teoria, un progetto in ballo, non è concepibile. È necessario fare, fare, fare, disfare, ma poi rifare, rifare e poi disfare di nuovo, ma hai fatto! Ed è l'unica cosa che conta.

Essere non basta più.

Be’, Signori, io ho smesso.

Ho smesso di lottare per essere qualcuno: sono comunque qualcuno anche se sono nessuno. Ho smesso di scolpirmi dentro, storie di cui non mi interessa fare parte, ho smesso di portarmi dietro un copione da sbattere in faccia - nella maniera quanto più credibile - a chi vuole sapere, senza volerlo davvero, chi sono.

“Io sono, e fattelo bastare” urlerei. La prossima volta lo farò.

Io sono, anche senza fare troppo, e faccio, anche senza essere troppo.

Essere è tanto, è tutto. Non servono grandi imprese. “Hai sentito, Coscienza?”

Questa sera sono, io sono. Sono seduta sulla poltrona verde a scrivere di niente.

Vi ho annoiati? Mi dispiace.

 

No, non è vero.

Serena-Menghi

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
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Malinconia

Fermati. Fermatevi, lancette. Fermate quell'insistente vociare, quella scarica di mitraglia contro il vetro che vi separa dal mondo. Rinunciate, non serve. Il tempo si è fermato. Non per sua volontà o colpa. Diligente, continua ad alternare albe a tramonti. Sotto la sua sferza, i calendari si assottigliano, le stagioni continuano a rincorrersi. Solo in questa stanza, nel nostro reciproco girare in tondo, non ha più senso parlarne.

Tic. Tac. Tempo lento, tempo passato. Forse è vero, trascorro qui troppo del vostro ticchettare. Troppo tempo nel rimpianto di ciò che è perduto, nel sezionare ogni singolo errore. Come sarebbe cresciuta quella pianta con un rinforzo lì? E quell'altra, se l'avessi potata con più cura? Domande oziose del boscaiolo che osserva il lavoro della giornata, legna da ardere e ceppi che a malapena spuntano dal terreno. Eppure non riesco a farne a meno. Qui, in cerca di un riposo inquieto, vengo a passeggiare, ingannandomi su quanto poco ricordi questi sentieri, fingendo di sorprendermi, fingendo di poterne cambiare il tracciato. Sentire forte la mancanza di qualcosa che in fondo non è mai esistito, ma che con ostinazione continui a credere che debba essere lì, da qualche parte, caduto per sbaglio o per leggerezza ai margini del cammino. Basterebbe ritrovarlo, per spegnere quel senso di perdita, eppure sai che non c'è.

Tic-tac. Tic-tac. Spartiacque sempre uguali di pensieri liberi dal tempo. Tic-tac, volando nel futuro, in cerca dell'eccitazione di tanti possibili sarà. Farò questo, farò quest'altro. Domani, da oggi in poi. In fondo il futuro esiste proprio per essere ottimisti. Ci sono solo traguardi, certo non fatica, lacrime, ricordi.

Tictac, tictac. Di nuovo qui, a cavallo di tempi come fughe. Presente, un non tempo, campo di battaglia di caso, caos e pensiero. Non bisogna essere dei saggi per sapere che questo è tutto ciò che conta nella realtà, l'unico tempo in cui ciò che afferri non evapora tra le tue dita. Non bisogna essere saggi per sapere che è questo il tempo dei sentimenti vissuti, che sgorghino in lacrime o risate poco importa. Non bisogna essere dei saggi neppure per ridere dell'idea che il tempo si possa fermare.

Voi lo sapete bene, care instancabili lancette, e infatti non mi date ascolto, continuate a ruotare indifferenti. Io però continuo a smarrirmi altrove, troppi di questi rapidi oggi mi sfuggono, troppa la voglia di ritrovare ciò che non ho perduto. Malinconia, la chiamate, quella che si aggiunge al nostro reciproco girare in tondo.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

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Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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I due soli

C'erano una volta, tanti, tantissimi anni fa, due giovani stelle. Due soli gialli, che si rotolavano attorno nell'universo. Dovete immaginare un tempo di galassie timide, di cieli vuoti, senza finestre da cui affacciarsi o morbidi letti d'erba su cui sdraiarsi per indovinare le luci al di là delle nuvole. A ben guardare, non c'erano nemmeno le nuvole, né pianeti in grado di trattenerle per farle correre nel vento. In questo cosmo nuovo, i due soli non riuscivano a stare lontani uno dall'altro. Non era una questione di forza di gravità, o di quelle cose che per comprenderle si studia, tanto, e si finisce per non riuscire più a stupirsi. Niente di tutto questo. Semplicemente, i due soli si volevano bene, si piacevano. Era un'avventura, avvicinarsi a capofitto. Scoppi di energia, lampi di luce, scosse emozionanti come dolci melodie che andavano da un cuore all'altro delle due stelle, unendole. Ancora di più, il momento magico. La gioia della vicinanza li portava a creare forme nuove e meravigliose, pianeti neonati, asteroidi, comete luminose. L'universo vuoto cominciava a riempirsi come per incanto intorno a loro. I soli erano felici, continuavano ad avvicinarsi gioendo di tutta questa bellezza che andava nascendo, ma solo con la voglia di essere ancora più stretti, in realtà. Ancora di più, orbita dopo orbita.

Venne infine il giorno in cui furono così vicini, così tanto, che per ognuno dei due niente era più visibile, se non l'altro. Fu un brutto giorno. Le meraviglie create scapparono via e si persero nell'universo, le comete si sciolsero e smisero di brillare. Le melodie che univano i due soli presero a farsi troppo intense, per diventare poi stonate. Litigarono, così furiosamente che non c'era angolo di quel cielo vuoto dove non arrivassero le loro urla. In fondo non capivano il motivo di quel litigio, ma nessuno dei due volle darla vinta all'altro, ognuno anzi prese a bruciare con intensità ancora maggiore. Tristi e arrabbiati, alla fine si allontanarono l'uno dall'altro.

Tante volte riprovarono, l'affetto tra loro era troppo grande per allontanarsi definitivamente. Ogni volta era un fiorire di nuove meraviglie, una nuova nascita dell'universo. Ogni volta finivano per avvicinarsi troppo e per litigare di nuovo, distruggendo tutto.

Non capivano ancora. Il loro ultimo incontro fu un tuonare di energie furibonde, tanto forti da far tremare di paura anche gli universi più lontani, persino quelli già cresciuti. Si allontanarono così tanto, pareva che nemmeno più orbitassero l'uno intorno all'altro, due puntini luminosi separati dalle distanze infinite dello spazio.

Passò così il tempo. I due soli si sbirciavano da lontano, solo quando erano convinti che l'altro non guardasse. La rabbia sbollì, venne la malinconia, poi la noia. Ancor prima di rendersene conto ognuno dei due soli era intento a creare il proprio cerchio di pianeti, comete, satelliti. A riempire il cielo vuoto intorno a sé. La noia strisciò via, lasciando spazio a una passione nuova, tranquilla, intima. I due soli, finalmente, stavano crescendo.

Fu una gran sorpresa per entrambi, un giorno che si sorpresero a guardarsi. Non succedeva più da un bel po' di tempo, erano così affaccendati, eppure scoprirono che la distanza tra loro si era quasi dimezzata senza che se ne accorgessero. Si sorrisero addirittura, sorrisi di stelle, lampi lontani di energia, dopodiché ognuno tornò a occuparsi dei propri mondi. Nuovi colori erano apparsi, azzurro, verde e tutti i colori dell'arcobaleno che li riempivano di meraviglia. Ancora di più, perché erano loro a crearli.

Infine, capirono. Capirono il motivo di tutti quei litigi, del non riuscire a stare vicini come desideravano. Un sole non è fatto per vivere in un universo vuoto. Ognuno deve riempire il proprio, scaldarlo di colori e di vita. Così continuarono a fare. Di tanto in tanto si guardavano, si sorridevano. Ma non ce n'era nemmeno bisogno, sapevano che lentamente si stavano riavvicinando. Sapevano anche che a un certo punto sarebbero stati di nuovo insieme, alla distanza giusta, i mondi dell'uno a rischiarare quelli dell'altro. Tutti insieme, a colorare ancora più quel nuovo universo.

 
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L’opera del Maestro

Una vita. Una vita intera tenuta nascosta. Una vita passata a decorare case di contadini con brutte madonne, a imbellettare le chiese di curati orgogliosi con mediocri vite di santi, a costruire piccole opere d’irrigazione. Povere opere per povera gente e, per quasi tutto il tempo, una vita debosciata e in ozio.
Almeno l’allievo – così gli piaceva considerarsi, anche se era poco più di un discreto carpentiere e pittore – l’aveva sempre visto così, mentre attendeva che morisse per prendersi le sue commesse. Non che ci fosse concorrenza nella valle, ma per quello non è che ci fossero nemmeno molti clienti.
Ora, dopo aver camminato di malavoglia per quasi tre ore dietro alla mula, fino a quella grotta in collina, si era reso conto di quanto il suo maestro fosse stato bravo a nascondersi e di quanto poco in realtà lo conoscesse.
Era vecchio, più di cinquant’anni, e una vita passata all’aperto, a respirare le polveri dei colori e altre schifezze lo aveva reso decrepito.
Curvo, pelato, la pelle macchiata dagli anni, se ne stava in mezzo al suo segreto sorridendo, soddisfatto e sdentato.
«Ti ho portato qui, ragazzo, per mostrarti tutto ciò che ho realizzato nella mia vita. Quadri, trattati, progetti di ingegneria. Di tutte queste opere non c’è eguale al mondo. Per trent’anni ho vissuto con umiltà, un voto alla Madonna per salvarmi dalla guerra, e ora che è stato rispettato voglio che tutti conoscano il mio genio. Passerò i miei ultimi anni nel lusso con i soldi dei principi».
L’allievo non si era ancora ripreso. Quello che vedeva era troppo per i suoi occhi. Mai aveva veduto simili colori, immagini così pure. Sfogliando un libro, il poco che riuscì a capire lo portò in un mondo impossibile, con macchine in grado di donare all’uomo poteri divini.
I minuti passavano, un vecchio compiaciuto e un giovane scioccato e imbarazzato.
«Ti ho portato qui» riprese il vecchio «perché è tempo di portare in paese tutte queste cose, così da cominciare a presentarle ai nobili. Io sono vecchio e ti dovrai occupare tu del lavoro di fatica. Sei un bravo ragazzo, onesto, anche se non sarai mai molto più di un imbianca muri».
«Comunque» concluse «non ti preoccupare. Ti sono affezionato. Ce ne sarà d’avanzo pure per te».
L’allievo taceva. Non ascoltava nemmeno. La sua attenzione era completamente assorbita dal mezzo sorriso di quella donna dipinta. Era bellissima. Lì dentro era tutto bellissimo. C’era una fortuna. Fama e fortuna.
«Hai finito di rifarti gli occhi? Bene, sarà il caso di cominciare a caricare la mula» rideva «se fai quello che ti dico, domenica potrai mangiare tutta la cacciagione che vorrai, ti andrebbe? Certo che ti andrebbe. Via comincia con questi».
Il vecchio si era girato per indicare una pila di rotoli disegnati. Il primo colpo sferrato con la pietra lo prese all’orecchio destro, sbattendolo in terra, di schiena. Il sasso calava di nuovo. Il vecchio pensò stupidamente che il suo allievo non era poi così onesto come pensava. Un altro colpo della pietra e non pensò più a niente. L’allievo osservò vacuo il corpo del vecchio. Lo prese e lo gettò nel dirupo appena fuori dalla grotta. Nessuno li aveva visti lasciare la valle insieme. Caricò qualche dipinto piccolo sulla mula per viaggiare leggero. Se si sbrigava poteva essere di nuovo a Vinci in due ore. Domani, sarebbe stato ricco e famoso.

 
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Slegami

Il matrimonio, che gran parola. Come si decida di regalare la propria esistenza a qualcun altro è ancora un mistero per me. Ho sentito parlare di tizi che ai giorni nostri organizzano vere e proprie cerimonie per dichiarare amore eterno a loro stessi, “perché nessuno mi amerà mai come mi amo io”. Non hanno tutti i torti. Sempre mi sono domandata come alcuni legami riescano a resistere così a lungo e come – nell’intrigata intimità di una persona – si possa infilare qualcuno dentro al cuore, non letteralmente parlando. Come puoi prenderti un pezzo di me e portartelo via per il mondo? E se lo rivolessi indietro poi un giorno?

«Lil mi hai sentita?»
I pensieri si riaggomitolarono risucchiati da una voragine.
«Terra chiama Lil, terra chiama Lil».
Mi resi conto che c’era bisogno di me, la sposa stava aspettando il suo velo. Non saprei quantificare il tempo in cui restai a ciondolare dentro la mia testa.
«Sì, eccomi» scesi dalle nuvole «arrivo Effe».

Francesca – per me e solo per me Effe – da che ho ricordi, è sempre stata amica mia. La conobbi ad un corso in palestra quando eravamo due pazze venticinquenni e finimmo per parlare della vita su uno scoglio vicino al faro là al porto. Anche lei è per me un porto sicuro, una certezza. Qui non si parla di anni o di numeri, ma di una quotidianità che va avanti da un pezzo. Un bel legame direi, tanto per restare in tema.
Raggiunsi la sua stanza e la vidi fissare lo specchio, seduta sulla poltrona verde. Giocherellava con un boccolo di capelli bruni che morbido cadeva sul pizzo avorio del vestito. Mi avvicinai e fu come se non se ne fosse accorta.
«Effe?»
«Camilla siediti, devo dirti una cosa».
Non provai a dirle che era tardi e che mancava poco all’inizio della cerimonia. Mi aveva chiamata con il mio nome, aveva detto “Camilla” e questo non era mai un buon segno.
«Devo raccontarti una storia. Voglio che la tenga tu. Non può più essere mia, ma se non la racconto a qualcuno ho paura che vada persa. Ho deciso di raccontarla a te, posso fidarmi?»
Non risposi.
«Non sono mai stata solo di Lucas».
“Deve essersi scolata qualche litro di birra” pensai. La lasciai proseguire.
«Lil è tutta una questione di legami. I legami, mannaggia, sono la rovina delle persone».
Guardò fuori dalla finestra.

«Lo incontrai alla facoltà di farmacia, frequentava la mia stessa classe. Piaceva a tutte le ragazze del corso, per me era uno qualunque. In un primo momento non lo notai, anzi a dire il vero, per tutto il primo anno. Poi un giorno a laboratorio me lo trovai a fianco, non mi ero mai accorta che quegli occhi fossero così tanto blu. “Comunque piacere” mi disse “io sono Dan”. Non so spiegarti come quelle parole mi entrarono e non uscirono più. All’epoca ero fidanzata con un ragazzo più grande di me, un ballerino di free style che mi aveva fatto perdere la testa. Dan era semplicemente il mio migliore amico, non che compagno fidato di laboratorio. Tuttora non so dirti chi tra noi due fosse la mente e chi il braccio, forse eravamo semplicemente tutto, tutti e due».
Si voltò verso di me, sorrise di tristezza.

«E poi?» dissi.
«Durante l’ultimo anno di liceo, le cose tra me e il mio ragazzo iniziarono a non funzionare più tanto bene, ci lasciammo un sabato sera in cui lui aveva bevuto. Era arrabbiatissimo per essere arrivato secondo in una competizione di hip hop che era sicuro di vincere. Lo vidi sbraitare, barcollare con il bicchiere in mano, buttandosi addosso a qualsiasi ragazza carina gli si presentasse davanti. Lo lasciai con un messaggio il mattino seguente. Non lo vidi più».

Le domandai con gli occhi.

«Vuoi sapere di Dan? Ci sto arrivando Lil. Dan il giorno seguente mi disse che ci aveva iscritti a una lezione di ballo»
Iniziò a ridere fino alle lacrime.
«Si. Sempre gli avevo detto che avrei voluto tanto ballare e lui mi ci portò. Sai come andò a finire?»
Non ci fu bisogno che rispondessi.
«Si innamorò del ballo più di quanto lo amavo io, il ballo intendo» danzò per la stanza «il ballo è un modo per amarsi in silenzio, capisci? Andavamo a lezione tre volte a settimana. Mi disse che sarei stata l’unica donna della sua vita, durante un giro di valzer. Non risposi».

«Tu lo amavi?» mi permisi di interrompere.

«Ma sì che lo amavo, per quanto può amare una ragazzina di diciannove anni. Ma lui era il mio migliore amico, non potevo. Certe cose si capiscono solo quando ormai è tardi. Eravamo una coppia perfetta sul palco, due amici altrove. Mi bastava».

«Ma quando noi due ci conoscemmo, tu eri fidanzata con Lucas» pensai a voce alta «e poi che vuoi dire con “troppo tardi”? Troppo tardi per cosa?»

«Dan si fidanzò con una ragazza, molto carina. Lei ovviamente mi odiava, classiche scene tra fidanzata e migliore amica. Ma a me non importava. Andava bene così. Il nostro rapporto rimase lo stesso, lui me l’aveva detto: l’unica donna della sua vita… » si spense.

“Roba da film”, pensai.

«Nel frattempo conobbi altri ragazzi, che lasciai e ripresi più volte. Confessai a mia sorella che non mi importava realmente di nessuno, sapevo che Dan sarebbe stato il mio destino. Glielo dissi seduta fuori dalla gelateria lì all’angolo, la stessa dove piansi a dirotto circa un mese dopo».

Eravamo sedute per terra come due bambine all’ora del tè. Io con in mano il cuscino e lei il cuore.

«Te lo prometto» le dissi «terrò questa storia per sempre».

«Un giorno arrivai a lezione di ballo puntuale. Ero in ritardo: ci davamo tutti appuntamento sempre almeno dieci minuti prima per prenderci un caffè e fare due moine davanti allo specchio. Quel giorno ero arrivata tardi e mi catapultai dentro la sala, con ancora una scarpa a metà piede. “Eccomi”. Ma lui non c’era. Dove mai poteva essersi cacciato? L’insegnante mi ordinò di mettermi in fila con le altre ragazze e lo cercai di nuovo con lo sguardo mentre i piedi seguivano la musica».

«Arrivò?»

«Arrivò. In ritardo, come mai era successo. Arrivò e faticò a guardarmi in faccia, mi salutò con gli occhi lucidi. Rideva. Non era lui, doveva essere successo qualcosa» storse il naso.
«Ballammo senza mai fermarci per due ore. Lo guardavo dal basso – nonostante le scarpe col tacco – mentre mi guidava per la pista, lo strinsi un po’ di più. A fine lezione, dopo aver salutato tutti lo rincorsi all’uscita per chiedere spiegazioni. “Che hai fatto?” continuavo a chiedere. Poi me lo disse, come gli uomini dicono le cose. Mi disse che la sua fidanzata aspettava un figlio da lui; me lo disse come si comunica il risultato di una partita».

Venne da piangere anche a me.

«Piansi per giorni, Lil. Il resto lo porto dentro di me, se non ti dispiace. Ti basti sapere che i legami ti logorano dentro, se non sono quelli giusti. Mi telefona spesso, anche dopo anni, sempre quando ne ho bisogno; non so come faccia a saperlo. L’altro ieri è venuto in negozio solo per dirmi che aveva il colesterolo alle stelle. Ti sembra normale?»

«E Lucas?»

«Lucas lo conobbi in un giorno di sole. Mi promise che non mi avrebbe mai lasciata e io non avevo bisogno di altro. Lo amo da impazzire, è l’uomo della mia vita».

La accompagnai tra le braccia di suo padre e piansi un po’ vedendola percorrere la navata.

 

“I legami, Lil, i legami vanno oltre ogni cosa”.

 
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Serena-Menghi

Serena Menghi

Redattrice
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Settembre

Settembre è il mese grigio, dove il bianco e il nero si mescolano e creano caos facendo l'amore. Luce e ombra si incontrano, la notte è più chiara e si illumina un poco, mentre il giorno si spegne appena quel tanto che basta per trovarsi più simili, più vicini.
L'eccitazione estiva lascia il passo a un velo di serietà autunnale e il passaggio fra i due porta, insieme alle prime foglie caduche, una ventata di malinconia. Io scelgo di vivere questo momento accogliendoti, Settembre. Mi hai turbato e sei già finito. Ogni anno ti incontro e ti trovo nuovo perché io sono nuovo, mi sfiori e non più mi travolgi. Ho un sorriso pronto per te che ruba spazio alle lacrime. Ci vediamo fra un anno circa, ciao Settembre.

 
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Frank-Calamaio

Frank Calamaio

Redattore
Fin dalla prima infanzia le tracce di inchiostro trovate nel sangue mi hanno portato a capire una cosa: devo smetterla di ciucciarmi le penne!! E comunque fra un analisi e l’altra mi piaceva scrivere… I miei articoli sul Grafema Magazine sono dedicati alla comicità e la mia rubrica è Penna ridens. Leggi la mia biografia oppure

La parata dei salici

Primo gennaio. Tanti, infiniti primi giorni dell'anno. Da sempre, nel mio piccolo paese si tiene la parata.
«È per non dimenticare» dicono, «non dimenticare mai». Non dimenticare il dolore. Non dimenticare cosa ci è stato tolto, cosa abbiamo perso.
Non dimenticare chi siamo.
Un ramo, un ramo di salice. Tagliato tanto lungo quanto forte è stato il dolore. Un ramo per ogni sofferenza, per ogni mancanza, per ogni perdita. Preziosi broccati scuri a far luttuose fascine. Ogni uomo se li carica in spalla, ogni donna sul proprio carretto a mano. Poi via, lentamente, in silenzio. Ogni vicolo è attraversato da questa onda di nero orgoglio. Nessuno, qui, dimentica. Non il primo giorno dell'anno, non durante la parata.
Non c'è perdono. Non esiste, nel mio paese. Neppure per se stessi. Neppure per chi ha ceduto, schiacciato dal tempo e dai rimorsi delle fascine. Eredi, figli dei figli, le aggiungono alle loro, ai loro dolori, perpetuando all'infinito un presente che non vuole dimenticare.
Così, in fondo, si è formata la nobiltà di questo paese. Così, con il prestigio del male fatto, subito, che si accumula sulle spalle delle famiglie nel primo giorno di ogni anno sempre uguale. Il giorno in cui le finestre sono spalancate, incuranti del freddo e gli occhi non luccicano di sospetto attraverso gli scuri. Ma solo perché sono tutti in strada, apparentemente incuranti. In realtà ben fissi sui vicini. Su quanto mettono in piazza.
Così, da noi, si sceglie anche chi seguire. In testa al corteo c'è il sindaco, sempre lo stesso sindaco di tutti i miei ricordi. È vecchio, ormai. Si è portato i due figli per farsi aiutare a spingere il carretto, per non dover scegliere cosa mettere in piazza, quali perdite, forse quali scandali. Per non lasciare a casa nulla. I figli si detestano tra loro. Sarà un avvocato che deciderà come spartire il doloroso prestigio degli antenati, morto il padre.
Tra loro, in testa, e i bambini, in fondo, tutta l'umanità del paese. Ai bimbi viene spento il sorriso in fretta, da queste parti. Già molti di loro hanno una rispettabile fascina da portarsi. Una marachella, un capriccio. E una umiliazione, un rametto per ognuna di esse.
La chiesa in piazza è il teatro per il finale. La parata si dirige lì, per unire in matrimonio i nuovi dolori ai vecchi. Per la comunione delle sofferenze più giovani con quelle della cristianità intera.
Mi trovano lì, esattamente come dieci anni fa, quando me ne andai. Allora fui lo scandalo più grande, nello spezzare i mucchi di rami di salice. Miei. Dei miei antenati. La mia famiglia qui era nobile e rispettata e in pochi istanti io, ultimo e scapestrato rampollo, la distrussi.
Portai con me, nel mondo di fuori, soltanto un rametto. Un rametto di cui nessuno al mondo, neppure del paese, conoscesse il significato. Eppure il paese venne con me e con quel ramo, senza mollare la presa.
Quando me li trovo lì davanti, il sindaco e il prete, i vecchi e i giovani, gli scuri bambini, so di averli perdonati anni fa. Mi resta un solo ramo, tra le dita. Quello che ho portato via e che ora ho riportato a casa.
Perdono me stesso. Lo spezzo. In due, poi in quattro. Poi in pezzi più piccoli.
Di quel che è successo dopo, non ho prova. Davanti a me gli abitanti del paese si sono fatti vecchi, poi decrepiti. Poi soltanto ombre, fino a sparire. Lo stesso, ho visto nei loro occhi, stava succedendo a me, dal loro punto di vista. Anche il mio paese è scomparso, con le ultime luci del tramonto.
La notte mi ha trovato lì, lungo un fiume tranquillo, tra il frusciare dei salici. Se ombre mi hanno osservato andar via, non le ho viste, né avvertite.
Ho lasciato quei luoghi che non erano più un paese e sono tornato al mondo, finalmente vivo.

 
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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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