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Categoria: Francesca Delvecchio Prospettive Letterarie

Rubrica di Francesca Delvecchio

Referendum sì o referendum no?

Rubrica: Prospettive Letterarie

Restiamo uniti o ci diviamo?

“Catalogna libera”, “Brexit”: ognuno ha le proprie idee d’unione o d’indipendenza. Nei secoli passati, per avere l’una o l’altra si combattevano guerre. Oggi per fortuna si può esprimere la propria opinione in maniera pacifica.

Senza addentrarci troppo nel merito di Spagna e Inghilterra, direi di rimanere in Italia e di pensare alla nostra storia. Spesso sarebbe opportuno guardare al passato per imparare da esso e provare poi a muoversi nel presente.

Vi ricordate Ippolito Nievo? È stato uno scrittore italiano nato nel 1831, autore di poesie, racconti e romanzi, tra cui il famoso Le confessioni di un italiano; ma è stato anche un giovane che, all’età di ventotto anni, quando scoppia la II guerra d’Indipendenza, lascia Milano e si arruola con Garibaldi nell’Impresa dei Mille.

Grande combattente morale e ideologico in favore dell’unità, il destino non volle purtroppo esaudire i suoi sogni di vedere ufficialmente unito il suo paese. O meglio, contribuì come colonnello d’Intendenza a far riuscire l’impresa di Garibaldi, ma non fece in tempo a festeggiare la proclamazione del Regno d’Italia, avvenuta il 17 marzo 1861, in quanto morì per il naufragio dell’imbarcazione che lo stava portando dalla Sicilia a Napoli il 4 marzo dello stesso anno. Terribili certi casi della vita, no?

Nella sua breve vita, però, è riuscito a fare molto per il proprio paese. Oltreché combattere per esso, l’ha anche raccontato. Le confessioni di un italiano è uno di quei libri che non capisco come non vengano fatti leggere a scuola, insieme a Manzoni e a Dante. Insomma, parliamo di una parte importante della storia del nostro paese: la descrizione della Repubblica di Venezia, una città addormentata che non comprende quanto i tempi stiano cambiando, la rivoluzione francese che porta Napoleone in Italia, i moti del ’48-’49, le guerre di indipendenza, le annessioni, le ribellioni… tanti avvenimenti e tanti punti di vista, opinioni e sguardi racchiusi in un’opera che rasenta le 700 pagine, ma che ognuna di essa meriterebbe di essere letta.

Ciò che davvero mi spinge a stimare l’autore e il suo libro non è solo il racconto delle vicende italiane, ma l’opinione che abbraccia l’intera opera dall’inizio alla fine: l’Italia deve essere unita.

Così inizia il libro:

Io nacqui veneziano ai 18 ottobre del 1775, giorno dell’evangelista Luca; e morrò per la grazia di Dio italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo.
Ecco la morale della mia vita. E siccome questa morale non fui io ma i tempi che l’hanno fatta, così mi venne in mente che descrivere ingenuamente quest’azione dei tempi sopra la vita d’un uomo potesse recare qualche utilità a coloro, che da altri tempi son destinati a sentire le conseguenze meno imperfette di quei primi influssi attuati.

Non possiamo sapere o ricordare i sentimenti e le opinioni dei nostri connazionali che hanno combattuto per avere un paese unito, ma possiamo sempre informarci al riguardo e pensare a chissà quante vite sono andate perdute per un ideale. Un ideale che nella nostra epoca viene quasi disprezzato o reso qualcosa di vecchio e datato.

Come l’Italia, anche la Spagna ha combattuto le sue guerre e ci sono voluti anni di sforzi, leggi e impegno per provare ad unire l’Europa. Siamo sicuri che d’improvviso il passato non abbia più senso interrogarlo? Siamo certi che non ci siano lezioni da imparare o che sia legittimo dimenticare così facilmente, gli sforzi di donne e uomini che, in passato, hanno dato tutto per arrivare dove siamo noi oggi? Io non ne sarei così sicura.

 
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Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
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Crederci è metà dell’avere, provarci è l’altra faccia dell’essere

Rubrica: Prospettive Letterarie

Disoccupazione giovanile al 37% VS. i 70 chili di peso trasportati dall’asino irragionevole.

Ventottenni, trentenni, ma anche ventiduenni, ventitreenni, insomma una generazione. Ragazzi e ragazze che hanno studiato e hanno raggiunto traguardi che i loro genitori nemmeno potevano ambire. Giovani che ancora studiano, vanno a scuola o all’università con il desiderio di costruirsi un futuro degno dei loro sogni. Ancora: ragazzi che hanno deciso di inserirsi giovanissimi nel mondo del lavoro, chi lasciando la scuola, chi dopo il diploma. Vedete varietà in questo esiguo elenco, non è vero?

Io no. Credo che la barca sia la medesima per tutti.
Se hai sempre e solo lavorato non hai una laurea e non sei considerato abbastanza acculturato o intelligente per certi tipi di lavoro. (ATTENZIONE: avere una laurea non significa essere intelligenti. Intelligente è colui che usa il cervello, non chi mastica un vocabolario e lo ingoia col peso dell’arroganza).

Se, invece, hai studiato e ti sei impegnato anima e cuore per ottenere un qualche pezzo di carta da incorniciare, sicuramente è qualcosa di cui essere fieri, ma rimane il fatto che non hai esperienza nel mondo del lavoro. Il tempo impiegato sui libri ti ha assorbito e non è stato utilizzato per imparare un mestiere.

Una piccola parentesi andrebbe aperta per i migliori di questo lungo elenco: chi studia e lavora, ma se stai studiando, il lavoro che fai per mantenerti non è di sicuro quello per cui ti stai preparando con lo studio (almeno nella maggior parte dei casi è così), quindi siamo sempre da capo.

Ora vi racconto la storia dell’asino che porta 70, 80 o 100 kg di peso ma non ragiona, anzi non lo faccio io, lo fa Ignazio Silone in Fontamara. Ebbene: siamo nel periodo fascista in un paesino immaginario del Sud Italia. Ad un certo punto del romanzo si narra di una nuova ordinanza del podestà: in tutti i locali pubblici è vietato parlare di politica. I fontamaresi sono dei “cafoni”, cioè dei contadini analfabeti, sfruttati e derisi da un manipolo di galantuomini, esponenti del governo locale. Subiscono una serie infinita di ingiustizie nella loro vita. A causa dell’ignoranza che li contraddistingue, purtroppo è molto semplice prendersi gioco di loro e ingannarli. Tutto ciò che possono fare è parlare delle disgrazie che accadono, raccontarsele a vicenda e farsi sostegno, non riuscendo però a trovare un modo per migliorare la situazione.

Quando arriva il nuovo ordine non lo capiscono nemmeno: non sanno in fondo cosa sia la politica. Così, perché la legge venga rispettata, si modifica il cartello affisso contenente l’ordinanza con: “Per ordine del Podestà sono proibiti tutti i ragionamenti”. Non si può più ragionare di lavoro, tasse, salari, leggi, bisogna tacere e non ragionare più. Dal momento in cui lo fai, il che significa “dal momento in cui inizi a lamentarti”, non possono venirne fuori altro che guai. Si deve fare come l’asino che porta peso: lui non comprende, o forse fa finta, esegue e basta. Di sicuro non verrà picchiato o punito e in cambio chiede solo un po’ di paglia da mangiare.

Berardo Viola, uno dei personaggi più importanti del romanzo e “cafone intelligente” (cioè che usa la testa), sostiene che coi padroni non si possa ragionare. «Tutti i guai dei cafoni vengono dai ragionamenti. Il cafone è un asino che ragiona» afferma. Quindi come si fa, non si deve ragionare? Certo che lo si deve fare, ma agendo in silenzio e senza lamentarsi.

Berardo è convinto: «Un padrone non si fa mai commuovere da ragionamenti. Un padrone si regola secondo l’interesse. […] Per la pulitura del grano, la paga dei ragazzi è stata scesa da sette a cinque lire. Dietro mio consiglio, i ragazzi non hanno protestato, ma invece di sradicare la gramigna, l’hanno semplicemente ricoperta di terra. Dopo le pioggie d’aprile i padroni si sono avvisti che la gramigna era più alta del grano. Quel poco che credevano di aver guadagnato diminuendo la paga, lo perderanno dieci volte fra alcune settimane, quando trebbieranno. […] È inutile protestare. È inutile discutere. Non c’è una sola maniera di mietere il grano, ma dieci maniere: ogni maniera corrisponde a un determinato salario. Il salario è buono? La mietitura sarà buona. Il salario è cattivo? La mietitura sarà pessima».

I giovani di oggi sono un po’ come i fontamaresi, ma al contrario: sono istruiti, hanno voglia di fare, imparare, lavorare. Si dà la colpa al sistema, allo stato, alla crisi, all’economia, ai politici, ma come ribadito anche nell’ultimo editoriale, sul Grafema Magazine non si parla di politica.

Eppure in un modo o nell’altro vengono sempre sfruttati e trattati come l’ultima ruota del carro, non capendo mai e poi mai che in verità è il contrario.

Le mie parole non vogliono essere un inno alla rivolta… o forse sì, a pensarci bene. Ma con rivolta non intendo l’andare in piazza a sbandierare due/tre cartelloni, anche perché poi finisce sempre allo stesso modo: “i giovani non hanno voglia di lavorare”; “questi sono ragazzi nati nel benessere e si lamentano”; “ai miei tempi…”

Be’ caro signore o cara signora che parli dei tuoi tempi come se tutto fosse stato migliore e la gente avesse avuto più voglia di fare. Ai nostri tempi non è tutto più facile per niente. Ai nostri tempi ci sono difficoltà che ai tuoi nemmeno esistevano. Ai tuoi tempi c’era la guerra? Ai nostri anche, si chiama terrorismo.
Ai tuoi tempi c’era l’emigrazione? Ci si adattava al lavoro che c’era? Anche oggi, anche oggi!
La gente non vuole capire che sembra tutto diverso, ma invece rimane sempre tutto uguale! (Gattopardo docet). L’unica cosa su cui non posso dire niente, è che in linea di massima oggi gli italiani non muoiono di fame.

Ai giovani allora dico: RIBELLATEVI. Ma non fatelo da stupidi, fatelo da intelligenti. Non serve a nulla lamentarsi. Dimostrate che ce la potete fare e inseguite i vostri sogni. Vi auguro che si avverino e se ce la metterete tutta, sicuramente un domani sarete fieri di voi stessi.

Dimostrate che si sbagliano. Anche se è difficile, anche se effettivamente i problemi lavorativi sono grandi, non mollate. La ruota gira per tutti.

Siate severi con voi stessi, non accontentatevi. Continuate a studiare anche se state lavorando, imparate dagli errori. Vi butteranno giù mille volte, ma rialzatevi sempre. Fatelo per migliorare, per essere pronti in ogni caso, perché la vita vi metterà continuamente alla prova, ma sarà sempre una prova per dimostrarvi che ce la potete fare.

Io ci credo, fatelo anche voi.

Buona vita.

 
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Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
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Linkin Park: il valore di una vita

Rubrica: Prospettive Letterarie

Non tutte le notizie derivanti dal mondo dello spettacolo ci provocano la stessa reazione. Alcune scorrono indifferenti, altre stimolano curiosità e stupore. Poi ce ne sono certe che sono tanto strampalate da non sembrare vere. È chiaro che tutto è soggettivo, ma per quanto mi riguarda venire a conoscenza del suicidio di Chester Bennington dei Linkin Park è stato un colpo terribile, così come può esserlo stato per altri la morte di Robin Williams, Chris Cornell o altre figure altrettanto note.

Gli stadi che si percorrono quando scopri che uno dei tuoi idoli è un debole e ha buttato via il dono più grande, sono diversi: si parte dall’incredulità, si passa per lo sgomento e l’incomprensione, per poi arrivare alla rabbia, frammista a disprezzo per il gesto compiuto.
Io sono dell’idea che non si vive solo per se stessi, ma che vita significa anche rapportarsi con altre persone e avere rispetto per tutto ciò che gli altri fanno per noi, perché non siamo solo noi che facciamo qualcosa per gli altri. Ad esempio, un padre ha immense responsabilità nei confronti dei propri figli e della moglie, o almeno così dovrebbe essere.

Eppure siamo in una società talmente incentrata sull’ego, che tutto ciò che è al di fuori di noi non ha più importanza. Mi sono chiesta tante volte che senso abbia uccidersi, ma il togliersi la vita non è una novità per nessuno. Tanti altri artisti in passato l’hanno fatto. Uscendo dal ramo della musica: Vincent Van Gogh, Ernest Hemingway, Virginia Woolf, l’elenco sarebbe lungo.

C’è un passaggio ne I dolori del giovane Werther, l’opera che per prima ha consegnato celebrità a Goethe, in cui si affronta questo discorso. Werther è innamorato di Lotte, la quale però è già stata promessa in sposa ad Alberto. Nonostante la ragazza gli conceda un bacio, il loro amore è impossibile, in quanto Lotte dovrà sposarsi col suo promesso. Alberto, dal canto suo, non è un rivale visto in maniera negativa, bensì viene rispettato da Werther e considerato quasi un amico. Sul finale del libro avviene tra i due uomini un dialogo incentrato sul tema del suicidio.

Riferendosi a un paio di pistole che Werther chiede in prestito, Alberto esordisce:

«Non riesco a capire come un uomo possa essere così scemo da spararsi, solo a pensarci vado in bestia».

Al che Werther risponde: «Ma è mai possibile, che voi uomini, per poter parlare di una cosa, dobbiate sempre dire: questo è stupido, questo è ragionevole, questo va bene, questo va male? Che significa tutto ciò? Avete forse individuato una volta per tutte i rapporti interdipendenti di un’azione? Sapete dunque dipanare con chiarezza le cause che l’hanno provocata, per le quali doveva accadere? Se fosse così, non sareste così sbrigativi con i vostri verdetti».

«Mi concederai,» disse Alberto, «che certe azioni rimangono riprovevoli qualunque sia il motivo che le ha messe in moto. […] Non si può considerare nient’altro che una debolezza, ecco. È certo più facile morire che sopportare con fermezza una vita tormentosa».

Stavo per troncare la discussione, perché non c’è niente che riesca a mandarmi fuori dai gangheri come quando uno arriva lì e ti spiattella un insignificante luogo comune quando io invece sto parlando con il cuore in mano, afferma Werther.

Le posizioni dei due personaggi, è evidente, sono opposte. Uno condanna a priori il gesto, l’altro invece lo accarezza, affermando ancora che: «La natura umana ha i propri limiti: può sopportare gioia, dolore e affanno fino a un certo grado e crolla appena esso viene superato».

Il libro si conclude con il suicidio del giovane Werther, che non può avere per sé l’innamorata e a quanto pare non riesce a sopportare tale condizione di dolore, la quale invece se fosse stata affrontata e superata in maniera positiva non avrebbe fatto altro che fortificare il carattere del personaggio e renderlo impermeabile ad altre future condizioni sfavorevoli.

I motivi che portano una persona a privarsi della vita possono essere infiniti e sconosciuti. Ad esempio, Virginia Woolf soffriva da sempre di depressione e per quanto l’abbia combattuta e si sia appoggiata alle persone care per aggrapparsi a quella vita che sentiva sfuggirle, alla fine non ce l’ha fatta.

Non entrerò nel merito. Non so se Virginia abbia fatto male, forse non ha potuto fare di meglio.
Per quanto mi dispiaccia, lo stesso discorso vale anche per il cantante dei Linkin Park.

Il punto è un altro. Il punto è che quando fai concludere la tua vita, senza attendere che si concluda da sola, non importa quanto sei stato famoso, cosa hai fatto per gli altri o cosa hai ottenuto. Vieni ricordato per come sei morto. Se non riesci a sopportare sei un debole e anche se non lo sei, vieni comunque visto come tale. A volte i famosi divengono dei miti, ad esempio Kurt Cobain, altre volte, soprattutto quando passa molto tempo, ci si dimentica per cosa sei stato famoso e ci si ricorda solo che ti sei tolto la vita.

Ne vale la pena?

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Francesca Delvecchio

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Al risveglio è sempre meglio indossare i pensieri migliori

Rubrica: Prospettive Letterarie

C’è un sogno ricorrente che fate quando meno ve lo aspettate? Potrebbe essere sempre lo stesso, magari l’incubo di venire interrogati dal professore più odiato durante le superiori oppure un soggetto più o meno sempre uguale che piomba all’improvviso nel vostro sogno, rendendolo a volte caotico, altre avventuroso. La richiesta è quanto mai vaga, lo riconosco, per questo vi dirò cosa si intrufola spesso e volentieri nella mia testa quando dormo: i gatti!
Ebbene sì, avete capito bene. Gatti in tutte le salse: grandi, piccoli, colorati, neri, amichevoli, stizzosi. Sarà che è l’animale domestico che preferisco, ma non pensavo di essere così fissata con la loro presenza. Ne sogno a migliaia, mi sveglio e mi dico “Caspita, anche questa volta dei gatti!”, poi mi dimentico il sogno e vivo la mia giornata. Per questo motivo non ricordo in alcun modo cosa facciano questi dannati gatti nel mio inconscio, ma rimane il fatto che loro ci sono.
Ricordate che nell’articolo precedente vi avevo promesso che avrei scritto a proposito dell’Isolachenoncè?
Be’, pensando ai miei gatti, a volte mi viene da pensare a Wendy che quando sogna e gioca, immagina di allevare un cucciolo di lupo abbandonato, oppure a Michele, indaffarato nella propria capanna di indiani col suo fenicottero e a Gianni che i fenicotteri invece li uccide con il fucile, dalla sua barca rovesciata sulla spiaggia.
Penso a loro, perché tutto sommato l’Isolachenoncè può essere definita come una sorta di mondo dei sogni. Wendy, Michele e Gianni quando la vedono per la prima volta la riconoscono. Si mostra così come l’hanno sempre conosciuta, perché prima di vederla l’avevano immaginata, creata. L’isola è uno stato mentale, un rifugio. L’ultima spiaggia prima di entrare nel mondo degli adulti, prima di dimenticarla del tutto e crederla una semplice fantasia per bambini. È la stanza dei giochi, è l’avverarsi dei sogni, è la parentesi di ammonizione agli adulti. Che in essa abitino pirati, indiani, sirene, Peter Pan stesso o persino i gatti fa di quel luogo fantasioso e bizzarro, il posto in cui la creatività dell’essere umano, i suoi ricordi e gli scherzi dell’inconscio si incontrano e diventano un tutt’uno.
L’Isolachenoncè, in fondo, è dentro ognuno di noi e anche se cresciamo e tutto d’un tratto ci ritroviamo adulti, con responsabilità, una casa, magari una famiglia e ci sembra non ci sia più posto o tempo per lei, per quel sogno dell’immaginazione in cui tornare spensierati e ludici, ebbene ho capito che non bisogna abbattersi.
Con lo scorrere dei giorni e delle esperienze ho compreso che anche l’adulto più caparbio e ostile riesce a divertirsi in quelle rare fasi in cui tutto a lui è congeniale e riesce quindi a sentirsi sorprendentemente a proprio agio. Finalmente sa emozionarsi di fronte a quella piccola cosa che lo appassiona, finalmente sa ridere ed essere allegro. Poi magari tutto dura pochissimo e quell’adulto ritorna in sé, dimentica il bambino che porta dentro e la realtà lo strappa a quella spensieratezza nuova e felice. Ma il punto è un altro. Il punto è che per essere felici basta volerlo.

Peter Pan è il frutto di un mondo che incarna quello dei desideri nascosti e che vengono poi tralasciati quando si cresce e si diventa adulti. E allora perché io continuo a sognare i gatti? Calcolando il fatto che a casa ne ho ben sette, direi che la risposta alla mia domanda non è: perché vorresti avere un gatto.
Ma rimane la risposta giusta ai miei sogni di bambina, quando di gatti non ne avevo e sognavo di averli.
Dunque per me è proprio questa l’Isolachenoncè, è il sentirsi felici nonostante tutto, ritrovarsi bambini nei sogni, oppure in momenti dall’atmosfera unica e straordinaria. È mettere da parte le preoccupazioni quando si va a dormire, esattamente come fa la signora Darling con i propri figli, perché riordinare ogni notte i cervelli dei loro bambini, dopo che si sono addormentati, è uno dei lavori più importanti delle buone mamme.
L’Isolachenoncè è svegliarsi al mattino e cominciare il nuovo giorno con la stessa energia di qualche anno fa, quando la nostra unica preoccupazione era giocare.
Come afferma Barrie: Quando vi destate il mattino, le cattiverie e i sentimenti pericolosi con i quali vi siete coricati sono stati piegati in maniera da occupare uno spazio piccolissimo o riposto nell’angolo più remoto delle vostre menti. In bella vista, invece, bene esposti e sciorinati al sole, all’aria, stanno i pensieri migliori, pronti per essere indossati.
Da piccoli provvedevano i nostri genitori a farci indossare i pensieri più belli, ma ora siamo grandi e dobbiamo farlo per noi stessi e per chi ancora deve crescere e diventare un adulto migliore.

Ricordiamo che a Ottobre iniziano nuovamente i corsi di scrittura creativa del Grafema. Per informazioni scrivici, oppure visita la pagina dedicata.

Francesca Delvecchio

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Peter Pan, la fanciullezza che gli adulti dimenticano

Rubrica: Prospettive Letterarie

L’eterno bambino, il mito dell’infanzia, di coloro che non vogliono crescere e capiscono prima del tempo che giungere nel mondo degli adulti è qualcosa di irreversibile. Sono sempre stata una fan di Peter Pan, ho amato la sua ideologia, la forza ribelle che scaturisce dall’opposizione a un mondo sempre più cupo e grigio rispetto a quello libero e colorato della fantasia e dell’immaginazione. Mi sono però sempre e solo fidata delle trasposizioni cinematografiche: il cartone della Disney, il celeberrimo film Hook e tutti gli altri tentativi di dare occhi e immagine fino a Pan, un film che racconta una storia diversa, nata dalla fantasia di qualcun altro, ma certamente non di Barrie, il solo e unico autore di questa storia magica.

Il punto è proprio questo: non ho mai voluto leggere il libro di Peter Pan, perché pensavo non potesse aggiungere niente a tutto quello che già sapevo sul ragazzino delle fate. Poi ho scoperto che sbagliavo. Ho letto il libro e mi si è aperto un mondo, in parte conosciuto, in parte no.

Le tematiche dell’opera di Barrie sono tantissime e tutte brillanti, puntuali, entusiasmanti proprio come solo la mente di un bambino sa essere, anche se ovviamente non manca la consapevolezza dell’adulto, intrisa dei suoi immancabili sensi di responsabilità e contegno.

Cosa potrei sviscerare al meglio per dimostrarvi quanto Peter Pan sia un’opera completa e che può sopravvivere al corso del tempo, mantenendo la sua fama di classico? Potrei entrare dentro l’animo oscuro di Capitano Uncino e accorgermi di quanto sia un personaggio pirandelliano; potrei parlare del coccodrillo che col suo tic tac è molto più insidioso di Peter Pan stesso e di come potrebbe essere personificato col Destino. Oppure potrei raccontarvi dell’Isolachenoncè, che non è solo il mondo dell’immaginazione, ma è molto di più. Forse questo lo farò nel prossimo articolo.

Ad ogni modo, credo che la caratteristica più illuminante derivi dal fatto che il romanzo di Barrie non esisterebbe senza il suo personaggio principale, senza il suo protagonista, così come è buona norma quando quest’ultimo combacia con il titolo del libro. Anche se sembra una cosa scontata da dire (in fondo quale storia può dirsi tale senza protagonisti ben riusciti?) non lo è se si scava un po’ più a fondo.

Peter Pan è il libro e grazie a lui tutto sta in piedi, dall’inizio alla fine, ma non è una personalità piatta come potrebbe sembrare di primo acchito. Il bello di Peter è che è doppio, polidimensionale. Se non qualcosa in più.

In fondo, siamo onesti, Peter non è altro che un bambino viziato, testardo, perseverante e dai modi dittatoriali. Eppure lui è inconsapevole di essere tutto ciò. Con la scusa dell’abbandono da parte della madre, odia tutte le madri e di conseguenza costringe i Bimbi Smarriti a fare come lui.

Visto con gli occhi dell’adulto Peter Pan risulta essere solamente un figlio unico e i bambini che non hanno fratelli o sorelle tendono ad essere gelosi, a voler comandare, ma anche a sentirsi terribilmente soli quando non hanno l’appoggio da parte degli altri. Tuttavia, sono anche orgogliosi all’ennesima potenza e non ammetteranno mai di aver torto. Non lo fanno apposta, è davvero più forte di loro. Ad esempio, i Bimbi Smarriti devono attenersi strettamente alle regole di gioco di Peter, pena severe punizioni, e anche se il labile confine di Peter tra fantasia e realtà li induce spesso non solo ad aver paura di lui e delle sue reazioni, ma anche ad un comportamento ancora più finto della finzione stessa, essi non arrivano mai a dire qualcosa che guasti l’incantesimo del gioco e nemmeno a supporlo.

Però, se si guarda Peter Pan con gli occhi di un bambino tutto cambia. Peter personifica la forza dell’esuberanza e del voler a tutti i costi vivere un’avventura, che sia la vita o la morte. Ricordate la famosa citazione: “la morte sarà una grande avventura”? Questo è Peter e Pan, dopotutto, era il dio greco della natura che amava ridere e giocare. Ma Pan era anche un diavoletto, non solo per l’aspetto caprino, bensì per la sua indole scherzosa che lo portava a combinare guai. Solo dopo, nel corso dei secoli, è stato dotato di altri significati ed è stato accomunato a Dioniso, il dio del vino e dell’ebrezza.

Al di là dei miti greci e del dionisiaco ripreso come accezione riguardante la predominanza dei sensi sull’intelletto (giusto per citare D’Annunzio, gli esteti e Nietzsche), Peter Pan è l’eterno compagno di giochi con cui non serve aver davvero qualcosa da fare per giocare. Se non si ha niente basta inventarselo. Che si tratti di dover creare un nuovo gioco, cenare o chiamare un dottore e non si hanno gli oggetti adatti per farlo, magari non c’è niente da cucinare o un vero dottore sull’isola non esiste, non c’è problema. Si fa per finta, finché la finzione diventa realtà.

È proprio questo che fa grande e geniale un personaggio come quello di Peter Pan: dal niente crea tutto, un mondo che per di più può essere condiviso e accresciuto dalla fantasia e dai sogni degli altri.

È il personaggio fulcro di tutto il libro, a metà tra reale e immaginario. Ad esempio, la mamma di Wendy, la signora Darling, non crede che lui esista, eppure lo vede quando le riporta, pur malvolentieri, i figli dall’avventura sull’Isolachenoncè.

Peter è un miscuglio di ricordi di quell’infanzia che non vuole essere perduta, nonostante sia confinata in un regno a parte, e dell’età adulta che paradossalmente vive in lui nonostante tutto. Sì perché ciò che mi ha più sconcertata di Peter è il fatto che lui dimentichi, proprio come gli adulti.

Avete presente quando vostro figlio o nipote vi ricorda qualcosa di bello che avete vissuto insieme, oppure un dettaglio di una faccenda che per voi è stata insignificante, mentre per lui era importante e voi non lo ricordate? Peter è uguale. Fa le cose e le dimentica. I Bimbi Smarriti e Wendy sono disorientati di fronte a questa sua peculiarità, perché anche loro sono ancora nella dimensione dell’infanzia e se c’è qualcosa che non riescono a fare è dimenticare una grande avventura, una battaglia con i pirati o un incontro con le sirene. Sono gli adulti quelli che dimenticano, che passano oltre, che non hanno tempo. Peter è anche questo, è paradossale, ma è la sua forza.

Forse Peter dimentica ogni volta che uno dei bambini che credono in lui smette di farlo, esattamente come da qualche parte una fata muore quando qualcuno afferma che esse non esistono.

Tuttavia, anche se Peter sbiadisce e piano piano vola via, dimenticando Wendy, Gianni, Michele, Trilly, qualcosa dentro di lui non può scomparire ed è l’Isolachenoncè.

Penserete che essa esista solo grazie a lui o in sua funzione, ma questo in fondo non è del tutto vero.

L’isola è dentro ognuno di noi.

Al prossimo appuntamento con le Prospettive letterarie vi racconterò il perché.

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Perché Mary Shelley ha scritto Frankenstein?

Rubrica: Prospettive Letterarie

Il tema dell’amicizia e della famiglia

Può un qualunque uomo rappresentare per me quel che era Clerval, o una qualunque donna può essere un’altra Elizabeth? Anche dove gli affetti non sono provocati imperiosamente da qualche merito superiore, i compagni della nostra infanzia mantengono un certo dominio sulla nostra mente che le amicizie successive difficilmente riescono ad ottenere. Loro conoscono le nostre tendenze infantili, che il tempo può modificare, ma non sradicare, e sono in grado di giudicare le nostre azioni arrivando a conclusioni più che fondate sulla sincerità delle nostre motivazioni. – tratto da uno dei dialoghi finali tra Frankenstein, ormai prossimo alla morte, e Walton, il personaggio investito del ruolo di narratore dell’intera storia.

Tra le tante tematiche racchiuse dentro il capolavoro di Mary Shelley, Frankenstein, quella dei legami famigliari e delle amicizie gioca un ruolo decisivo. È di importanza vitale per il protagonista non solo proteggere e, infine, vendicare le persone a lui care, ma come se fosse la storia rovesciata di Highlander, egli non riesce, non può continuare a vivere senza di loro.

Nella storia dell’immortale, tutti muoiono in quanto la vita ha una fine; Victor Frankenstein, invece, rimane solo perché tutti coloro che riempivano la sua esistenza e i suoi giorni, sono stati uccisi e proprio da quella creatura a cui lui stesso aveva dato la vita.

Questa storia, per quanto pazzesca, orribile, gotica, cruenta, è anche la storia scritta da una donna che sicuramente ha riversato molto della propria persona e della propria esperienza in essa.

Quando Victor Frankenstein, il protagonista che dà vita alla creatura sciagurata che si indentifica quasi in un suo doppio, perde tutti i suoi famigliari e amici, decide di spendere gli ultimi momenti della propria esistenza per vendicarsi della sorte avversa.

Spesso si leggono tante avventure, narrazioni o romanzi senza però approfondire mai, senza scavare alla ricerca del significato più analitico di una determinata vicenda.

Ho scelto la citazione, messa in apertura di questo articolo, proprio per provare a sviscerare almeno uno dei temi importanti per questa scrittrice, immeritatamente poco conosciuta e per molti anni oscurata dalla fama del marito.

A Mary Shelley è stata donata una vita piena di sofferenza e di morte. Cresciuta senza madre, morta in seguito alle complicanze del parto, ebbe quattro figli, dei quali solo uno raggiunse l’età adulta. Innamorata di suo marito Percy, le vengono regalati solo una decina di anni per conoscerlo e viverlo, in un periodo in cui la povertà è estrema e le critiche moralistiche sempre presenti.

Viva in una vita di morte e distruzione (anche la sorellastra Fanny e la prima moglie di Percy sono morte suicide), a Mary non rimane che rifugiarsi nella scrittura. Continua a vivere e continua a scrivere, ma non c’è per lei modo di ricucire l’esistenza o di formare un altro nucleo che le dia quell’affetto e quel calore che solo la propria famiglia può dare.

Non ci si ritrova, dunque, con questa storia in quella di Victor Frankenstein? Le modalità sono diverse, ma egli può essere visto come il doppio di Mary. Il doppio paradossale, ma che alla fine rimane solo e sfinito come lei. Mary dà la vita, ma la morte è più forte. Anche Victor dà la vita, ma ciò che crea è la personificazione della morte stessa. I cari della scrittrice vengono colti dalla fatalità, da un destino a cui lei non può ribellarsi, ma che deve semplicemente accettare. Allo stesso modo, il dottor Frankenstein è condannato a vedersi portar via tutti coloro che erano simbolo della sua felicità. Tuttavia, mentre Mary non può incolpare nessuno a parte Dio, il destino o la vita, Victor non può fare altro che incolpare se stesso, poiché egli è diventato personificazione stessa di Dio. Dunque, sapendo di non poter cambiare le cose, sceglie la strada inerpicata e impossibile della vendetta. Mary gli concede questa possibilità a lei preclusa e con la morte finale della creatura mostruosa, il cerchio si chiude. Morendo Victor Frankenstein non ci può essere un seguito per il mostro senza di lui, così come non poteva esserci un’altra vita per il dottore senza la moglie, il padre o il caro amico Clerval.

Nella frase “i compagni della nostra infanzia mantengono un certo dominio sulla nostra mente che le amicizie successive difficilmente riescono ad ottenere” c’è il punto di incontro tra i mondi dei doppi creati. Victor non potrà convivere con la nostalgia del mondo che gli è stato tolto dal suo doppio e Mary dà a Victor lo stesso naufragio, in cui lei si è ritrovata nella propria vita.

Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
La mia rubrica è Prospettive letterarie.
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Il privilegio della letteratura

Rubrica: Prospettive letterarie

«Ecco il privilegio della letteratura» ho detto. «Le immagini si deformano, impallidiscono. Le parole, invece, uno le porta con sé». (Una donna spezzata, Simone de Beauvoir)

Sì, direi che in questa frase è racchiuso il fulcro di ciò che vorrei trattare in questa rubrica.

La letteratura è un mare immenso, in cui fin dai tempi della scuola mi son ritrovata a navigare. È un mondo dalla fama spesso irrequieta. Viene tacciato di essere noioso, antiquato, inutile, ma ci si rende poco conto di quanto la letteratura pervada, invece, la vita di tutti i giorni. In essa vivono i libri di narrativa e non solo, i racconti, le poesie e la storia calcolata in secoli che dietro loro sussiste.

Mi sono ritrovata ad amarla quasi inconsapevolmente. Partendo dall’ansia di doverla studiare per dovere, mi sono poi appassionata, scoprendo come le sue onde riuscissero a trastullare la mia fantasia, che si è trasformata in curiosità e in una costante febbre che non mi fa mai dire basta. Alle superiori, bisogna dirlo, ho avuto degli insegnamenti costanti e intensi, che mi hanno fatto capire quanto spesso ci si fermi alle apparenze di un testo scritto o di un’opera e quanto ciò sia sbagliato. Il mondo e il mestiere degli insegnanti non va mai sottovalutato, tra le altre cose. Un insegnamento interessato e avvincente, per quanto possa essere duro e faticoso, è l’unico che resta, quando scorrono gli anni, ed è l’unico che ti fa ricordare con nostalgia la scuola. Quegli anni in cui quasi detestavi andarci, ma non potevi farne a meno, non solo per obbligo, bensì per una scelta morale e interiore, viscerale, la stessa che poi ti porta avanti. Per quanto mi riguarda, mi ha condotto a conoscere le Lettere universitarie e il loro universo costantemente foriero di impulsi, elettrodi e gravità di carta e parole.

Dunque sono qui ora a scrivere, spinta ancora da quell’antica passione, da quella curiosità che si rinnova sempre quando leggo un libro, scopro un autore nuovo o riconosco in me una storia, che in passato non avevo compreso. Il mio presupposto è quello di non fermarmi semplicemente davanti al testo scritto, come se fosse una barriera, un muro, ma di andare oltre, scavalcarlo e cercare con occhi sempre nuovi, i significati reconditi, lasciati brillare qua e là dagli autori.

Non sarà un viaggio facile, come non lo è mai quando si intende trattare l’oceano letterario.

Ma in fondo, è proprio questo il bello, no? Partire solo per il gusto di farlo, viaggiare con la mente e il cuore, senza doversi trattenere. Spesso ci si trattiene troppo, pensando di evitare i rischi delle scelte, ma una volta da qualche parte ho letto che vivere senza rischi è rischiare di non vivere. Dopotutto, nessuno ci ha insegnato a vivere, ognuno lo fa come meglio crede e può. Credo sia questa la chiave di tutto: provarci e non mollare mai.

Ciò che desidero, scrivendo questa rubrica, è trovare chi è appassionato come me.

Non so dove mi condurrà questo viaggio, ma so che farà parte di me e nel corso del tempo crescerò scrivendo. Non si smette mai di crescere in fondo, a qualsiasi età ci si ritrovi. Serve semplicemente rendersene conto.

Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
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