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Categoria: Redent Enzo Lomanno per Bibbia d’Asfalto: poesia urbana e autostradale

Rubrica di Bibbia d’Asfalto

Untitled

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

Tanto che vibra lingua
che accigliata precipita vecchia grinza
quando si rivela nuova parlata.
Tanto che luce confuta litote sulla carta
che tanto sessile si fa forma
più scorre su piani inclinati per quel futile guanto di seta.
Tanto ch’Eterno sfugge al suo dio.
Tanto che vivido come occhi di celenterato
amo il perpetuo tramestio che sgorga
da’ chiome tue.
Tanto che sangue inizia il viaggio traverso pastoralia
flora d’autunno fiorita di magnetofoni irti di muschi.
Tanto mi sgozza sul’ara di svelte quotidianità
il richiamo del canapè situato allo stipite
che sciaborda subacquea idea semilucente.
Tanto che precipita sciabordio dio sciaborda
sul battello ossuto fluttua rulla tagliando
fasci di lumi.
Tanto che saette taglienti placente mattutine
odorano di cornee di cielo novelle
di strette anabasi sinché non muorsi
pellagrosa fanciulla.
Tanto che scivola battello pericolosamente sobrio
se pur della fine sussurra sotto lo strato d’acqua.
Tanto s’inchina al nuovo mondo l’eterna dolentia
di quelle bianche dita carezzanti vestigia protomeriche
sino a quest’era vero dioscuro in immagini
di lanterne scalze.

 

Mirko Sevetti

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Bibbia-d'asfalto

Bibbia d'Asfalto

Redattore
è un collettivo di poeti nato nel 2012, attivo sui social con un blog e un gruppo Facebook (che conta oltre 2000 iscritti). La rubrica curata è Poesia urbana e autostradale.
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La mitraille

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

È spuntato alle spalle del muro nigeriano
come un grande dio rosso
io ero nel tappeto, nel cappello di paglia, nei campanelli
di filo spinato,
ad aspettare il mitra notturno sull’uscio.

Lui s’è seduto davanti al pianoforte,
io sono diventata il lampadario
e con un terremoto di dita e piedi
s’è messo a farmi tremolare fino al mattino dopo

In questa casa non puoi farti la doccia
perché una tavolata di sudamericani sudati
sta cantando nell’enorme cabina bagno senza mattonelle

ma puoi urlare o guardare gli uccelli inquieti
cadere in picchiata dal cielo fino bucare l’asfalto
che prima o poi, lo sai, si affloscerà come un grosso pallone grigio

Così te ne stai dove non esiste un vero e proprio tempo
con una gamba abbronzata che penzola dalla finestra di ruggine
a goderti lo spettacolo di ciò che accade nella tua testa:

pallottole adesive e donne pazze bananavestite tutte identiche
che con aspirapolvere vivi spaventano l’intero isolato,
il ragazzino travestito da leccalecca azzurro,
e più in là, in fondo alla strada,
la pineta di cavalli giganti.

A sera, torni nella tua stanza, dove lui t’ha aspettato
“Non ci riesci proprio, vero?” le sue corna sfiorano il soffitto
è seduto intorno al tavolo, severo come una bestia notturna
“Che me lo chiedi a fare, se sei tu a generare tutto questo”
lui s’intristisce, ed è strano vedere la tua paura
aleggiare nella luce soffusa, con le rughe che le coprono gli occhi
come una vecchia che ha trascorso con te tutta la tua vita.
“Perché sei triste, Paura?” gli chiedo.
Spero che lui mi abbandoni
che gli spuntino le ali e vada via per sempre
perché non riesco proprio a scendere da quella finestra.
Guardo la fune che ho poggiato su una sedia,
pensando di poter sbucar via dalla mia mente ultrasensibile
e di annientare il grande dio rosso.
“Te ne vai?” sospira lui.
Io mi alzo,
spengo la luce, lo lascio al buio
sento che sospira come un canotto che si sgonfia,
entro nell’altra stanza e mi infilo nella coperta verde.

Lui cammina pesante, avanti e indietro per molte ore,
non posso dormire,
come ogni cosa che lampeggia i miei occhi
si arrestano a intermittenza, poi cospargono di luce l’intera stanza.

E così fino al mattino,
finché non sarò costretta a spaccarmi in mille pezzi,
ogni giorno,
ed essere nel tappeto, nel cappello di paglia, nei campanelli
di filo spinato,
ad aspettare il mitra notturno sull’uscio.

 

Veronica Falco

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Pendolari

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

ma non sopporto
gli occhiali da sole,
lo sguardo furtivo
di due lenti appannate.

preferisco ricamare
sogni
al vento di marzo
appena nato.

nessuno siede
piuttosto:
riempiono – a quattro a quattro –
il vagone rimasto
dei loro sbadigli
e passi perduti

è un esercito
a mani alzate
che avanza...

 

Edoardo Olmi

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Comparazioni

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

Mentre cerco parole che cambino i destini
sorrido al giogo e alla lama
ferma sul campo

I rari semi nel grembiule
non hanno un’aria sana
ma basterà il caldo tenue delle mani:
qualche radice stringerà una zolla
e un girasole mi guarderà con devozione

Sarò astro di un cielo minuscolo.

 

Amara

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Vuoti

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

Non ho la pienezza del cuore
quando si mimetizza
e si dimentica lontano, troppo
lontano dalla gestazione – rimango
sui bordi di un frantoio
a respirare come un frutto
di non belligeranza.
Sul palato la parola insapore
se deglutisco
insieme a lei sparisco.

 

Catia Dinoni

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Urban Love Makes Urban Poem “La spesa”

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

Le corsie sono sempre troppo strette

e stretta è la tua vita di abitudini,

gli scaffali sono altissimi e full optional

e hai l’occhio destro che non sa decidere,

devia sulla stanza che hai in testa

dove la luce era poca e l’attimo caldo

ma è la spesa che conta oltre i confini,

io nel carrello sono piccolo e guardo

ho anche la lista tra le mani

mi sento importante in lettura.

La mano mi accarezza senza voltarsi

i prodotti sono troppi da comprare

la distrazione fatale sulla qualità

profuma di stato imperdonabile,

ti osservo e fai fatica a spingere

questo carrello è pesante

ha sale grosso per le lacrime

e zucchero per il resto,

un sacco di spezie antiche

buone a nutrire anime esili.

Mentre mi rubi la vista sei seria

ho le mani vicine e cerco di leggere

ma la mente pensa ad altro,

annusa l’essenza d’oggi

non si cura dell’urgenza di mangiare

perché vederti così mi sazia

e cresco mentre mi distruggo,

tra il caotico rumore di fondo

da centro commerciale insensato

non posso distrarti con i sorrisi

dall’offerta del mese due per uno,

sono piccolo nel carrello

e le mie urla non hanno parole.

 

Paolo Aldrovandi

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Cavalcata

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

A cielo spento, c’è un istante
in cui l’abisso
è un trottare di zoccoli.
Il mare nero
porta al galoppo
i suoi bianchi destrieri.
E lo sono,
finché non s’infrangono
sullo scoglio
per tornare ad essere
schiuma.

 

Francesca Rossetti

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Dicono che ognuno sia il frutto del suo fare

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

Dicono che ognuno sia il frutto del suo fare
di tutte quelle assenze estese ai fianchi
sull’inasprirsi delle ore e dei vestiti
in quell’agire buio attorno agli angoli
del noi in preghiera sulla tavola.

Dicono che ognuno sia il frutto del suo fare
in ogni ombra incisa sui bicchieri
nei tovaglioli arresi alle ginocchia
su ogni briciola caduta o attesa
che appoggia i gomiti per separarci.

Ora nel piatto c’è solo il vuoto
e poi le mani della madre
a riempire di silenzio il ventre
che svuota il pane e ogni senso.

Dicono che ognuno sia il frutto del suo fare
ma oggi ti racconto un’altra storia
per ricordarti che siamo altro
cerchi incompleti oltre quel frutto
che nella debolezza di una voce
siamo il respiro che non ha tregua.

 

Ksenja Laginja

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Scrissi di te

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

Scrissi di te in un’altra storia
Quando tu non c’eri
Ed eri diversa da qui
Forse non scrissi neanche
Una delle storie nel cassetto che non apri mai
Il libro sul comodino dal 2012
Che se lo togli
Rimane l’orma polverosa di un residuo
Scrissi di te ma eri diversa
La mia te che scrissi
non ti somiglia poi così tanto
Scrissi di te in un’altra storia
Ma non eri tu
Perché non ero io a scrivere

Daniele Casolino

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Buio

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

Ero sicuro che ero, che fossi una corrente
una volta in una valle avvolta da neve
e che fossi, ero, forse, una certezza
proprio là, in mezzo alle chimere
che fossi così leggero, un monolite:
la luce è veloce “spegnila che è tardi”,
fammi sapere almeno questo
Se possiamo vederci, al buio, lo stesso.
Non so cosa dire invece: tu mi guardi
i contenuti col tuorlo nell’occhio
e io che divento uno squillo d’albume
per coabitare con la guerra attorno.

Massimiliano Moresco

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