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Categoria: Giorgio Arcari – Pillole di scrittura

A cura di Giorgio Arcari

I generi letterari: imparare a sfruttare il territorio a proprio vantaggio

Rubrica: Pillole di scrittura

Ben ritrovati. Oggi vi parlerò di un argomento che amo particolarmente trattare quando insegno, perché è il primo momento in cui sbilancio i miei allievi con qualcosa che solitamente è percepito in modo completamente diverso. D’accordo, questo vi potrà sembrare un atteggiamento un po’ da carogna – e non è che lo escluda del tutto – ma, vi assicuro, una volta che si prende confidenza con questo modo di vedere i generi letterari si comincia a cambiare la percezione di ciò che si scrive.

E anche, un bel po’ di ciò che si legge o che magari non si è mai letto. Ancora.

Siamo abituati a pensare ai generi letterari come a qualcosa di passivo, utile a catalogare e identificare. Questo è vero (anche se non del tutto) per i romanzi, nei quali gli autori hanno lo spazio e il tempo per definire chiaramente l’ambientazione, il campo di gioco all’interno del quale avvengono le azioni. In narrativa breve, nei racconti, invece questo tempo e questo spazio non ci sono. Un racconto rappresenta un episodio, un punto di vista su un avvenimento particolare (la famosa vampata del forno caldo, quella che ti appanna gli occhiali mentre verifichi la cottura). Non è un film, è una fotografia istantanea. Sembrerebbe derivarne che un racconto sia condannato a essere un prodotto bidimensionale, senza profondità e collocazione spazio-temporale. Invece è proprio qui che intervengono i generi letterari, che diventano in questo modo parte attiva della narrazione.

È sufficiente infatti collocare poche, fondamentali note di caratterizzazione all’interno di un racconto (in modo che si capisca se parliamo di un fantasy, di fantascienza, di relazioni e così via) perché il lettore, automaticamente, vada a pescare nell’enorme, infinito bacino di conoscenze di massa relative a quel particolare genere e collochi il racconto stesso in quel particolare universo narrativo. È automatico e lo facciamo tutti, costantemente. Ad esempio, in un brevissimo racconto di fantascienza dove magari parliamo solo del litigio di due piloti di un’astronave, noi non definiremo l’ambientazione, ma il lettore automaticamente lo collocherà in modo opportuno. Se si parla di piloti intorno alla terra, su uno shuttle o sulla stazione spaziale internazionale, il racconto verrà collocato nella fantascienza “vicina” e conviverà con il mondo (reale e narrativo) odierno. Se invece è nello spazio profondo, su un’altra stella, ad anni luce di distanza, la nuova cornice sarà quello sconfinato universo narrativo che va da Star Trek alle saghe fantascientifiche della narrativa anni ’50. Insomma, in poche parole, in questi casi è il lettore che fa tutto il lavoro: a noi basta indicare poche e precise note.

Il genere si fa quindi fondale e cornice della narrazione, che di conseguenza deve poter funzionare “a priori”, in modo efficace pur collocata nei più disparati generi. Anzi

Un racconto è tanto migliore, tanto più preciso e coinvolgente, quanto resta avulso dal genere letterario e si può anzi trasferire da un genere all’altro con il minimo delle difficoltà e di modifiche.

Tutto qui. Davvero. Una rivoluzione diabolica nella sua semplicità, nascosta in bella vista sotto gli occhi e nelle abitudini di tutti. Questo significa molte cose, ma le due principali sono che:

  1. Se hai una buona storia per un racconto breve, come detto, il genere scelto non sarà l’aspetto più importante. Se però hai una storia che consideri buona ma in qualche modo “non gira”, un modo estremamente rapido per correggerla e per renderla più efficace può essere quello di mantenere gli aspetti fondamentali di trama e di relazione e “spostarli” in un altro genere letterario.
  2. Imparate a leggere di tutto. Non è detto che vi debba effettivamente piacere tutto quanto, ma le fonti di ispirazione, quelle da cui imparare qualcosa, sono letteralmente sconfinate. Lasciate indietro i pregiudizi e prendete quello che vi serve anche da ciò che normalmente non leggereste. Rimarrete sorpresi.

Vi lascio con la proposta di un esercizio. Come sempre, se vi va potete mandarmelo (qui sotto trovate i miei contatti) e chiedermi pareri e consigli. Ci vediamo con le prossime pillole di scrittura.

ESERCIZIO: scrivi un racconto. Non importano i dettagli, scegli pure il tuo genere preferito. Cerca poi i dettagli fondamentali della narrazione, estrapolali e trasportali in un altro genere letterario, in modo che i fondamentali restino gli stessi, ma tutto il resto si adatti alla nuova ambientazione. Più i generi saranno lontani tra loro, più spettacolare sarà il risultato. Non avere paura di osare, un racconto di fantascienza può diventare un racconto rosa, uno horror può diventare un racconto storico, comico o quello che vuoi. Attenzione sempre a usare il giusto linguaggio e i giusti riferimenti per ogni ambientazione: nel ‘700 non ci si comporta e non si parla come oggi o come, per dire, all’epoca dell’impero romano. Il giusto linguaggio sarà uno dei futuri temi delle pillole.

 
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Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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C’è un tempo per tutto

Rubrica: Pillole di scrittura

Bentornati all’appuntamento con le pillole di scrittura. Oggi parliamo di un argomento veramente rapido ma altrettanto fondamentale: i tempi verbali, o meglio, della scelta del tempo verbale principale di una narrazione. Per quanto la nostra lingua ne abbia davvero parecchi, alla fine i tempi verbali utilizzabili in narrativa sono solo due (insieme a quelli che li supportano e fatte salve certe sperimentazioni): presente e passato remoto.

È un errore molto comune, all’inizio, abusare dell’imperfetto, scrivendo interi racconti in questa forma. Questo non solo è un errore formale, ma è anche esteticamente e narrativamente sgradevole. L’imperfetto si usa solo per raccontare azioni “nel momento in cui stavano accadendo” (per capirci, mi si perdonerà la grossolanità) nel passato. È quindi di solo supporto alle narrazioni in passato remoto.

Il passato remoto è quindi la forma in assoluto più usata. Permette di mantenere una certa distanza dalla narrazione, concedendo al contempo una visione più completa. Non è un caso che dia un po’ quella sensazione di “tutto è compiuto”, ma è parte della sua funzionalità. Chi legge una narrazione scritta al passato remoto sa automaticamente che, in qualche modo, questa si è già conclusa (indipendentemente dal fatto che questa possa essere ambientata, per esempio, in quello che nel nostro punto di vista è il futuro), che ha già prodotto quindi tutti i suoi effetti sul mondo. È un dettaglio, questo, da non trascurare così come, per lo stesso motivo, non va trascurato il rapporto con il pronome personale e questo tempo. Se infatti facciamo parlare il protagonista in prima persona e scegliamo il passato remoto come tempo principale, va da sé che, in qualche modo, il lettore darà per scontato che il protagonista alla fine sopravvive (altrimenti chi è che sta raccontando la storia?), fatti salvi artifici narrativi più o meno abusati: rivelare che il protagonista in realtà è uno spirito, già visto in tutte le salse, cambi all’ultimo momento (non sempre funziona come con il trucco del primissimo piano di Steven Spielberg in “Salvate il soldato Ryan”) e così via. “E io solo mi salvai” è la frase che apre l’epilogo di Moby Dick, ma la verità è che nessuno di noi si aspetta che Ishmael muoia con gli altri. Se questo da un lato vi potrà sembrare che affossi il pathos, dall’altro invece crea le condizioni per un salvataggio incredibile. Ovvero, la scelta del passato remoto, per il semplice fatto che si utilizzi mette il lettore nell’ottica di concedere fiducia, di sospendere (in parte) l’incredulità e quindi di concedere al finale un grado molto elevato di potenziale “rocambolesco”.

Il presente invece si usa per una narrativa attiva, per assicurare maggiore coinvolgimento. Va da sé che si sposa perfettamente con la prima persona singolare, a creare un “qui e ora” che porta il lettore direttamente al centro dell’azione. In questo caso non c’è la percezione del “tutto è compiuto”, anzi, tutto potrebbe ancora succedere sia su piccola scala, quindi ai protagonisti, sia su grande scala, ovvero alla situazione di un luogo o del mondo. Quindi in questo caso non c’è quel senso di distacco dato dal passato che permette una fascia ampia di sospensione dell’incredulità. Si sceglie di portar il lettore a guardare le cose mentre succedono, cosa sicuramente più emozionante e coinvolgente, ma anche da dosare con la massima maestria. D’altra parte lo sapete benissimo che, se mentre leggete vi convincete della non plausibilità di quello che state leggendo, se non vi sentite più coinvolti dalla narrazione ma la state giudicando da fuori, la storia che avete tra le mani è già bella che fregata.

Un’ultima nota, una volta tanto prettamente tecnica: in caso di narratore esterno onnisciente, proprio perché è completamente esterno alla storia e sa già come andrà a finire, per definizione si usa il passato remoto.

La scelta della combinazione tra pronome personale, livello del narratore e tempo verbale è quella che deciderà, in sostanza, il corretto posizionamento di un qualsiasi racconto e la sua conseguente fruibilità da parte del lettore (per non parlare dell’apprezzamento). Sono i capisaldi dell’impostazione di una narrazione e, un volta decisi e deciso il genere letterario, di cui parleremo nelle prossime pillole, non resterà da fare altro che scrivere.

 
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Metterla sul personale. Oppure no.

Rubrica: Pillole di scrittura

Nella pillola precedente abbiamo parlato dei pronomi personali e di come e quando usarli, in base alla nostra storia. È un aspetto fondamentale, ma non l’unico legato al punto di vista che vogliamo offrire ai nostri lettori. Gli abbiamo dato un certo tipo di occhi, questo è certo, ma non abbiamo ancora scelto quanto “vicino” vogliamo portarli all’azione. Per fare questo dobbiamo decidere quale sarà

IL LIVELLO DEL NARRATORE

Il livello del narratore è il grado di “coinvolgimento” di chi racconta una storia. Sceglierlo correttamente è fondamentale per trasmettere efficacemente ciò che vogliamo comunicare.

La decisione fondamentalmente va presa in base a due fattori:

  • Che tipo di storia vogliamo raccontare (se più incentrata sull’azione o sulla riflessione di un solo personaggio oppure se incentrata sulla narrazione di azioni, pensieri e sentimenti di più personaggi non sempre in “scena” contemporaneamente).
  • Che grado di coinvolgimento e identificazione nel protagonista vogliamo indurre nel lettore.

In base a questi due preliminari possiamo scegliere tra narratori interni ed esterni, che al loro volta si dividono in più categorie.

Il narratore interno partecipa all’azione, è interno per l’appunto alla storia. Si può immaginare cinematograficamente come l’equivalente della telecamera a spalla. Il lettore vede con gli occhi del narratore, sa quello che pensa e quello che gli succede intorno. Non vede però quello che è fuori dalla portata del suo campo visivo e neppure i pensieri degli altri personaggi. Questo è funzionale a narrazioni dove il protagonista è solo o fondamentale e crea una forte identificazione lettore-narratore. È l’ideale per le storie di azione.

Il narratore interno può essere di due tipi:

  • Narratore interno protagonista: quando a narrare è il protagonista della storia (esempio: Moby Dick)
  • Narratore interno testimone: il narratore partecipa all’azione, ma non ne è il protagonista (esempio: Il nome della rosa)

Il narratore esterno invece non partecipa all’azione. Può essere esemplificato con una ripresa a volo d’uccello. Il lettore non ha la possibilità di identificarsi fortemente con il protagonista, ma guadagna una visione d’insieme di tutto ciò che succede nella storia. Anche in questo caso identifichiamo due sotto categorie:

  • Narratore esterno non onnisciente: il lettore vede tutto ciò che succede, tutti i personaggi e le loro azioni, ma non i loro pensieri e sentimenti. Utile per le scene corali di azione (esempio: cinematografia e narrativa di guerra in generale, in particolare quella di Sven Hassel)
  • Narratore esterno onnisciente: questo è il vero e proprio “dio” della narrazione. Vede tutto, sa tutto (compreso come andrà a finire la storia), conosce tutti i personaggi e può narrarne pensieri ed emozioni. È la forma più semplice da usare e anche la più completa. Necessaria quando si raccontano i sentimenti e le relazioni (esempio: I promessi sposi).

È possibile anche “ibridare” i livelli, ma solo partendo da un testo con narratore esterno e inserendo di tanto in tanto degli incisi fatti in prima persona. In sostanza, all’interno di una storia corale di tanto in tanto si può dare la parola a un personaggio (esempio: Cavie di Chuck Pahlaniuk). Il contrario, per questioni di ritmica e di coinvolgimento, non funziona.

Scegliere il corretto livello del narratore per la nostra storia sarà fondamentale perché questa sia ben comunicata al lettore. Allo stesso modo, fare grande attenzione a mantenerlo eviterà di confondere chi legge. La lettura, sicuramente lo sapete, è un’alchimia. Se ci appassioniamo a quello che leggiamo dimenticheremo quello che ci circonda, saremo solo nelle pagine del libro. Quando qualcosa stona, l’incantesimo si spezza, torniamo nel nostro mondo e ci rendiamo conto che, quello che abbiamo tra le mani, è solo un certo numero di fogli di carta. Pessimo affare. Prestate quindi sempre la massima attenzione a questi aspetti e a mantenerne la coerenza, ricordando però sempre una cosa, la più importante. Tutte queste valutazioni, riflessioni e correzioni fatele “dopo”. Dopo aver scritto tutto, dopo aver passato tutto sul foglio, mai prima. Quando create, fregatevene, lasciate venire le parole e i concetti a modo loro. Non mi stancherò mai di ripeterlo: quando la penna scorre è fase animale. Lasciate che sia.

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Chi “racconta” una storia? La scelta del pronome personale

Rubrica: Pillole di scrittura

La primissima cosa da decidere, quando si comincia a scrivere un racconto, è “chi” racconta. In altre parole occorre scegliere, per prima cosa, il pronome personale che si utilizzerà.

In narrativa si utilizzano quattro pronomi personali: le tre persone singolari (io, tu, egli) e la prima persona plurale (noi). Le altre due (voi, essi) sono puramente di supporto.

Ognuno di questi ha un utilizzo peculiare, con un intento preciso. Quindi è necessario essere molto attenti nella scelta, da fare in base all’argomento che vogliamo trattare e alla reazione emotiva che vogliamo provocare.

La prima persona singolare

L’io si utilizza per parlare nel modo più efficace delle azioni. Il ritmo narrativo che si ottiene è rapido, l’effetto è quello di far sì che il lettore si identifichi direttamente con il protagonista (esistono casi particolari di narrazione in prima persona ma non da parte del protagonista, che vedremo nelle prossime pillole). Possiamo paragonare l’uso di questo pronome a quello della visione in prima persona in un film, da telecamera a spalla. Il lettore vede esattamente quello che vede il protagonista, conosce i suoi pensieri e le sue reazioni. Per contro, non vede nulla di ciò che si trova fuori dal “campo visivo” del protagonista, compresi soprattutto i pensieri degli altri personaggi.

La seconda persona singolare

Il tu ha un uso limitato, particolare. Al contrario della prima persona non permette al lettore di identificarsi con il protagonista ma lo rende, in qualche modo, protagonista. Gli vengono quindi “imposte” le reazioni emotive raccontate. Questa sua funzione rende questo pronome utile a far “sentire” le emozioni raccontate direttamente al lettore. Non è un caso che sia utilizzato moltissimo nell’ambito della narrativa erotica e pornografica.

La terza persona singolare

È la forma in assoluto più utilizzata in narrativa. Possiamo identificarla, riprendendo la metafora della telecamera, con la visione dall’alto, panoramica, con in più (in caso di narratore onnisciente, che vedremo sempre più avanti) la possibilità di “vedere” i pensieri e le emozioni di tutti i personaggi. Si utilizza, quasi per definizione, quando si ha a che fare con racconti con più personaggi, per poterli seguire tutti, e la sua funzione principale è quella di raccontare i sentimenti e le emozioni, proprio perché, ponendosi “all’esterno” del singolo personaggio, permette di avere una visione d’insieme.

La prima persona plurale

Anche in questo caso l’utilizzo di questo pronome è peculiare e generalmente limitato a situazioni precise. In particolare il noi è proprio della comunicazione politica. Serve primariamente a creare una situazione divisiva, una scelta di campo da parte del lettore, tra “noi” e “loro”.

Per quanto improbabile (ma non impossibile) che ci si ritrovi a dover scrivere comunicati o discorsi politici, è fondamentale imparare a utilizzare la forma di comunicazione adeguata a ogni situazione. I personaggi all’interno dei nostri racconti sono infatti di tutti i tipi, le situazioni possibili infinite, quindi è bene imparare a far sì che ogni volta i nostri personaggi utilizzino il modo di parlare più appropriato. Tanto per capirci, magari non scriverete mai un discorso politico, ma potrà capitare benissimo che uno dei vostri personaggi, nel suo peregrinare, si trovi ad ascoltarne uno.

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L’abominevole foglio bianco (e come sconfiggerlo)

Rubrica: Pillole di scrittura

Bentornati. Oggi, dopo aver dato un’occhiata nelle puntate precedenti a ciò cui si pensa “prima” di cominciare a scrivere, affrontiamo il primo vero ostacolo che si presenta a chi vuole affidare alla scrittura i propri pensieri: il foglio bianco, questo mostro dalla strana capacità di ipnotizzare. Un minuto prima sei lì che trabocchi di idee e un attimo dopo sei lì a fissarlo, indifferente, implacabile.

O almeno così sembra.

Trovarsi davanti a una pagina vuota è il primo ostacolo di chi si affaccia al mondo della scrittura. Non è un problema che si risolve completamente con l’esperienza, torna anzi ciclicamente ed è legato principalmente all’auto giudizio, al pensiero della propria non-capacità di scrivere. Ci sono diversi modi di affrontarlo: innanzitutto si deve tener presente che la scrittura ha i propri ritmi. Un racconto deve maturare all’interno della mente dell’autore e, se non è ancora pronto, è inutile forzarlo o scoraggiarsi prima del tempo. Oltre a questa consapevolezza, ci sono una gran quantità di trucchi ed esercizi che si possono utilizzare per superare il blocco, sostanzialmente forzando la concentrazione sul foglio e lasciando la mente libera di elaborare. Qui di seguito ne verranno elencati sei, utili per cominciare subito a scrivere, per fare pratica e per “distrarsi”. È proprio questa distrazione la soluzione. Nel frattempo infatti la mente non avrà più il problema del giudizio e sarà libera di dedicarsi alla composizione. A questi metodi mi sento di aggiungere anche le parole crociate, anche se meno efficaci in quanto richiedono di distogliere l’attenzione dalla pagina.

Per cominciare a scrivere

  • Prendete un libro, apritelo a caso, leggete una frase e continuate a scrivere da lì.
  • Identificate nello spazio attorno a voi un elemento, un oggetto o una persona e cominciate a descriverla nel dettaglio.
  • Prendete una frase a caso (o scrivetela) e cominciate a cambiarne la grammatica (tempi e modi verbali, soggetti e complementi invertiti e così via).

Questo permetterà, senza eccessive difficoltà, di prendere il via e di cominciare a riempire la pagina bianca.

Non è la storia che volevate scrivere? Non vi preoccupate. Quella è lì, nella vostra mente. Ha solo bisogno che il canale che porta al foglio sia libero e praticabile. Voi concentratevi sullo scrivere in sé, concentratevi su quello che state facendo (o meglio, che state riuscendo a fare, senza problemi) e non su quello che non vi riesce. Prima che ve ne rendiate conto le parole che tanto desiderate cominceranno a sgorgare con naturalezza. Provare per credere.

A supporto di questi trucchi ci sono i seguenti esercizi/giochi, che vi permetteranno di continuare con la scrittura, senza eccessive pressioni.

Il “centone”. Prendete almeno due libri a caso (o più, per aumentare la difficoltà) e scegliete un certo numero di frasi dai vari libri combinandole in modo che il periodo risultante abbia almeno un’apparenza di significato.

Le onomatopee. Le onomatopee sono quelle parole che, per come sono scritte, ricordano il suono che descrivono (es. tintinnio). Questo esercizio le usa solo in parte, prendendo anche i suoni puri e semplici (un po’ come nei fumetti). Il gioco consiste nel creare una o più frasi utilizzando solo i suoni o al massimo vocaboli onomatopeici, riuscendo comunque a dare un certo “senso”, una certa direzione a quel che si scrive (come ad esempio nel gramelot, la pseudo lingua utilizzata da Dario Fo in Mistero Buffo, o nella vecchia canzone per bambini “la macchina del capo”).

La forma delle lettere. Ogni lettera, con il suo suono, trasmette qualcosa di diverso. Se la A dà un senso di apertura, la E e la I danno un senso di gioia, la O per esempio dà pesantezza, la U chiusura. Lettere dure, dentali come la D e la T danno appunto un senso di durezza, mentre per esempio le lettere sibilanti danno un senso di movimento o di inquietudine. In sostanza in questo esercizio si tratta di provare a scrivere frasi o periodi nei quali una lettera, quella precisa sia assolutamente predominante, come suono e anche banalmente come quantità di volte in cui viene ripetuta. Si osserva poi il risultato emotivo, cioè la sensazione che ciò che viene scritto provoca.

Questi tre esercizi, oltre a mettere nelle condizioni di scrivere interi periodi, se non proprio racconti, senza particolari problemi, aprono anche a molti degli argomenti che vedremo in futuro, soprattutto sulla sonorità e sulla ritmica delle parole che sono, come già visto, il veicolo primario delle emozioni.

Ma questa è un’altra storia. Ci si vede tra due settimane con le pillole di scrittura.

Ricordiamo che a Ottobre iniziano nuovamente i corsi di scrittura creativa del Grafema. Per informazioni scrivici, oppure visita la pagina dedicata.

Giorgio Arcari

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Siate essenziali. Folli, ma essenziali.

Rubrica: Pillole di scrittura

Il racconto è la palestra perfetta per cominciare ad allenarsi. Breve, concentrato su un unico punto, non ha bisogno di approfondimenti e costruzioni. Se possiamo figurarci il romanzo come un qualcosa riconducibile a un lungometraggio, possiamo vedere il racconto come un’istantanea.

Avete presente la vampata che esce dal forno caldo e vi appanna gli occhiali?
Ecco. Quello deve fare, un racconto. Appannarvi gli occhiali e, se è ben fatto, lasciarvi spettinati come un bacio (o uno schiaffo) inaspettato.

Il racconto è una narrazione che si deve poter leggere in un unico intervallo di tempo, tutto in una volta, ma anche in un unico intervallo emotivo, ovvero deve essere abbastanza breve da essere letto senza che la quotidianità faccia in tempo a far cambiare umore al lettore (perché deve essere il racconto a farlo).
Proprio per questo, se possiamo identificare una sua lunghezza massima consigliabile (15-20 cartelle), non ha invece una lunghezza minima necessaria. Il minimo non esiste: un racconto è completo nel momento in cui il suo autore si risponde in maniera affermativa a una domanda ben precisa:

Ho detto tutto quello che dovevo dire?
Per chiarire meglio il concetto vi propongo questo piccolo, straordinario esempio.
Lemmings di Richard Matheson (1957)
— Ma da dove vengono? — chiese Reordon. — Da ogni parte — rispose Carmack. Si trovavano sull’autostrada costiera, e per quanto po­tessero spingere lo sguardo non vedevano che macchine. Migliaia di macchine incollate parafango contro parafan­go, sportello contro sportello. Ogni centimetro dell’auto­strada ne era coperto. — Eccone altri — disse Carmack. I due agenti osservarono la folla che attraversava la spiaggia. Molti parlavano e ridevano, altri erano calmi e composti. Tutti, comunque, si dirigevano alla spiaggia.
Reordon scosse la testa. — Non lo capisco — disse per la centesima volta quella settimana. — Proprio non lo ca­pisco. Carmack si strinse nelle spalle. — Non pensarci. Sta succedendo e basta. Che altro im­porta? — Ma è folle. — Guarda, eccoli che vanno. Sotto gli occhi dei due poliziotti la folla abbandonò la sabbia grigia e cominciò a camminare nell’acqua. Alcuni tentarono di nuotare, ma la maggior parte non poté a causa dei vestiti. Carmack vide una giovane donna cade­re fra le onde e sparire sul fondo, trascinata dal peso del­la pelliccia. In pochi minuti erano andati tutti. I poliziotti guar­darono il punto della spiaggia dove la folla si era im­mersa. — Ma quanto durerà? — chiese Reordon. — Finché sono andati tutti, credo — disse Carmack. — Perché? — Non hai mai sentito parlare dei lemming? — do­mandò Carmack. — No. — Sono roditori che vivono nei paesi scandinavi. Continuano a moltiplicarsi finché le fonti di cibo sono esaurite, e allora migrano per il paese distruggendo tut­to ciò che trovano sulla loro strada. Non si fermano nep­pure davanti al mare, ma continuano ad andare. Nuota­no finché ne hanno la forza, poi annegano. E sono mi­lioni. — E credi che qui stia succedendo lo stesso? — fece Reordon. — Può darsi — rispose Carmack.
— Ma gli uomini non sono lemming! — Nella voce di Reordon c’era una punta di rabbia. Carmack non rispose. Rimasero ad aspettare sul ciglio dell’autostrada, ma non si vide nessuno. — Dov’è la gente? — chiese Reordon. — Forse quelli erano gli ultimi — osservò Carmack. — Gli… ultimi? — Questa storia va avanti da più di una settimana — disse Carmack. — La gente è arrivata da tutte le parti, e non dimenticarti che ci sono anche i laghi. Reordon rabbrividì. — Tutti andati — disse. — Non ne sono sicuro — fece Carmack — però finora arrivavano di continuo. — Oh Dio — disse Reordon. Carmack prese una sigaretta e l’accese. — Bene — disse. — E ora che facciamo? Reordon sospirò. — Tocca a noi? — Vai prima tu — suggerì Carmack. — Io aspetto un poco per vedere se arriva qualcun altro. — Va bene. — Reordon gli tese la mano: — Addio, Carmack. — Addio, Reordon. Carmack continuò a fumare e vide l’amico attraversa­re la spiaggia grigia, poi entrare nell’oceano e avanzare finché l’acqua gli ebbe coperto la testa. Reordon nuotò per una decina di metri e infine scomparve. Dopo un po’ Carmack spense la sigaretta e si guardò intorno, quindi scese in mare a sua volta. Un milione di auto vuote stavano immobili sulla spiaggia.

Questo racconto ci spiega come descrivere un evento, per quanto enorme, in pochissime righe. Non ha necessità di dare spiegazioni o conclusioni, riflette unicamente la descrizione del momento scelto.
Non limitate la vostra fantasia quando scrivete, anche se siete solo all’inizio. Se un’idea preme per uscire, assecondatela. Non importa quanto sia strana, fantastica, pazzesca fino al punto di spaventarvi o di farvi cercare di ricordare cosa ci fosse di strano a cena la sera precedente.

Siate folli.

Però siate anche essenziali. Un racconto non necessita di spiegazioni (o spiegoni. Un neologismo, è vero, ma efficacissimo), non necessita di altro che i soli elementi fondamentali per spiegare quel singolo istante che decidete di raccontare. Non necessita di una sola parola in più di quelle fondamentali. Come diceva Mark Twain, l’aggettivo, in caso di dubbio, eliminatelo. E non solo gli aggettivi.
Quando scrivete un racconto, cercate di colpire. Di colpire duro. Di lasciare una traccia nel lettore, la voglia di leggere di più, di saperne di più.
Nelle prossime puntate cominceremo a vedere alcuni modi per farlo, a partire dall’inizio, dal foglio bianco. Ma questo verrà poi. Il primo passo, il primo compito dello scrittore è quello di buttare giù le parole ferocemente, senza limiti, senza regole. Solo allora potrà preoccuparsi di sistemare le cose in modo da farsi leggere.

Siate folli, ragazzi. Scrivete.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
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Tre cose da tenere a mente, prima di cominciare a scrivere

Rubrica: Pillole di scrittura

Inauguriamo oggi una rubrica a cui tengo particolarmente e, dato che sono l’insegnante della scuola di scrittura creativa de Il Grafema, non poteva che essere così. Queste “pillole” si rivolgono a tutti, con un occhio di riguardo a chi sente la voglia, il bisogno di mettersi a scrivere ma non sa come cominciare, come superare lo scoglio del foglio bianco. Non sostituiscono un corso di scrittura, nella stessa misura in cui un corso di scrittura non sostituisce la pratica continua (ovvero lo scrivere scrivere scrivere, leggere leggere leggere. E poi ripetere), ma saranno utili per avere spunti e consigli. Di tanto in tanto, mi azzarderò anche a proporvi qualche esercizio: se poi vorrete mandarmeli per avere un parere, sarete i benvenuti, così come saranno benvenute le domande e le curiosità, cui via via risponderò nei prossimi articoli. Quindi fatevi avanti!

Per ora però bando alle ciance e partiamo subito dicendo che la definizione “scrittura creativa” è un equivoco. Utilizza il mezzo, che è la scrittura, per specificare il fine, che è la narrazione. La narrazione è qualcosa che esiste da molto, molto prima che esistesse la scrittura stessa. Esiste da quando il primo uomo preistorico si è alzato, davanti al fuoco, e ha raccontato la prima caccia, cioè ha cominciato a utilizzare uno strumento per trasmettere un’informazione. Uno strumento, quindi, nato con la funzione precisa di trasmettere conoscenza, che si è via via codificato in diverse forme, anche artistiche.

La scrittura, come tutte le arti, nasce dal disagio, dalla mancanza, dalla fame. Non esiste arte che nasca dalla soddisfazione. Raccontare è il bisogno di comunicare al mondo una certa visione, una certa interpretazione della realtà.

Per cominciare, prima di cominciare, è bene tenere a mente tre cose, per imparare a rispondere al meglio a questo richiamo:

La prima, che vale per ogni scrittore, a qualsiasi livello, è quella di tenere sempre con sé un taccuino, lo strumento di lavoro essenziale e fondamentale. Tutto ciò che vi colpisce andando in giro dovete prendere l’abitudine di scriverlo. Non solo le proprie idee, le ipotesi per un racconto, ma anche una figura, una persona che vi colpisca particolarmente, un paesaggio, una situazione. Tutto. Perché la nostra mente tende a rimuovere immediatamente questi aspetti, dato che siamo sempre alla ricerca di nuovi stimoli, e quindi tutto ciò che rimane nella mente finisce per essere perso. Lo scopo del taccuino è lasciare alla mente unicamente il compito di elaborare, senza la necessità di fare memoria, fare archivio. Poi, col tempo, i taccuini diventeranno molti. Di tanto in tanto si sfoglieranno e cose, appunti registrati in momenti diversi (anche lontani tra loro) si fonderanno e andranno a generare un seme, che poi diventerà un nuovo soggetto per una storia.

La seconda considerazione fondamentale è che quello che si scrive non si debba mai gettar via. Non va mai gettato via nulla. Anche quello che sembra orrendo, perché:

“Il 90% di quello che verrà scritto da un autore nel corso della sua vita è spazzatura”.

È un bene che sia così. Perché dobbiamo prendere l’abitudine di scrivere e conservare tutto. Anche le cose assurde, anche le cose pessime. È da queste che poi andremo a recuperare dei piccoli aspetti che potranno diventare qualcosa di buono o di eccellente. Se non li avessimo scritti, anche questi dettagli sarebbero stati persi. Parafrasando De Andrè, per uno scrittore è tra la spazzatura che nascono i fior.

La terza e ultima considerazione, quella più importante, è che bisogna togliersi dalla testa quella vera e propria sciocchezza che è il pensiero di non aver nulla da dire, non sapere cosa scrivere. Questo non è vero. Non è proprio possibile. Potrei usare mille parole per dimostrarvelo, ma non è necessario. Basta questo piccolo esercizio.

Pensate a un minuto della vostra giornata (che sia un minuto però, 60 secondi. Non genericamente un avvenimento) che vi sia rimasto particolarmente impresso e descrivetelo usando 60 parole. Mi raccomando, un minuto preciso, 60 parole precise.

Pensateci intensamente, vivete nei singoli dettagli quel minuto. Vi renderete conto che sessanta parole diventano una gabbia fin troppo stretta, avreste bisogno di più spazio, magari addirittura di una paginetta. Magari addirittura di un racconto.

Provate. Se poi volete chiedere il mio parere, se avete delle domande, io sono qui.

Ci vediamo tra due settimane.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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