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Categoria: Francesca Renzetti – Taca la musica!

Sigur Ros: () la quinta essenza del minimalismo

Rubrica: Taca la musica!

Anni duemila, i cosiddetti folletti islandesi sono ancora giovani perle nel mondo della musica internazionale ma hanno già alle spalle un album capolavoro, "Agaetis Byrjun". Due anni dopo (2002) ci sorprendono con un’altra opera che ci lascia senza fiato, (). Catapultati completamente nei paesaggi innevati della loro terra, ammiriamo il panorama dall’alto di un fiordo in bilico tra meraviglia e vertigini. Nelle otto lunghe composizioni di questo terzo lavoro assistiamo a un rimaneggiamento alquanto originale di influenze post rock, eteree e psichedeliche.

() è musica allo stato puro, possiamo solo ascoltare non c’è alcuna distrazione. Nessun titolo, nessuna informazione, anche il booklet è spoglio. Il minimalismo non tocca solo lo stile musicale, annienta ogni elemento che possa interessare un album. I brani sono privi di parole, la voce di Jónsi (Jón þór Birgisson) diventa anch’essa uno strumento, senza alcun dubbio il più suggestivo. Il cantante, poi, si esprime in hopelandic, un idioma inventato composto da fonemi e sillabe senza un senso preciso.

Dimentichiamo i virtuosismi orchestrali e le incursioni elettroniche dei primi album, salvo qualche cenno. Immaginiamo piuttosto tastiere di ghiaccio e leggeri suoni di chitarra che incontrano un quartetto d’archi. Nella sua essenzialità, () sprigiona la matrice artistica più vera e intima dei Sigur Ros.

Come lo stesso Jónsi spiega, () si compone di due parti divise da un significativo silenzio di trenta secondi. La prima parte, fino alla quarta canzone, si caratterizza da un’indole più distesa mentre la seconda è un vortice di contrasti e territori oscuri.

Ripetitiva e drammatica, Untitle 1 è caratterizzata dal suono innocente dei vocalizzi di Jónsi. Trafigge il cuore, come un bimbo che racconta la sua triste storia.
L’incedere lento e leggero del secondo brano si basa su lamenti campionati che gli altri strumenti seguono con irreale calma.
La soave Untitle 3 costruisce una sinfonia sulle note incantate di pianoforte, archi e xilofono.
Il quarto pezzo è forse il più immediato ed è stato utilizzato anche per una scena del film "Vanilla Sky".
Poi dal quinto brano ci si addentra nei meandri più bui dell’anima, la paura proveniente da un tormentato organo ci paralizza, poi il tempo sembra dilatarsi.
Vaga e sognante, macchiata da qualche distorsione, la melodia della Untitle 6 ci lascia ondeggiare prima di essere completamente spiazzati dall’ultimo brano. Untitle 7 ha una struttura complessa, Jónsi raggiunge timbri quasi celestiali e gli strumenti iniziano tra loro un gioco senza regole.
L’ottavo pezzo si apre con una rasserenante passeggiata di arpeggi per poi aumentare il ritmo dei passi e lasciarci senza fiato.

Non resta che lasciarsi trasportare dalla musica, dalle atmosfere immaginando parole e contenuti da inserire in una parentesi.

 

Formazione:

Sigur Rós

    • Jón Þór Birgisson – voce, chitarra, tastiera
    • Kjartan Sveinsson – tastiera, chitarra
    • Georg Hólm – basso, tastiera, glockenspiel
    • Orri Páll Dýrason – batteria, tastiera

Amiina

    • María Huld Markan – violino
    • Edda Rún Ólafsdóttir – violino
    • Ólöf Júlía Kjartansdóttir – viola
    • Sólrún Sumarliðadóttir – violoncello

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

A chi lo consiglio: a chi si vuole connettere con l’universo

Abbinamento suggerito: bicchiere vuoto da servire con l’immaginazione

Francesca-Renzetti

Francesca Renzetti

Redattrice
Nella vita di tutti i giorni sono una mamma, mi occupo di web marketing, social network. Il Buongiorno a casa mia profuma di caffè e ha la carica del Rock. Naturalmente inizia alle sei della mattina con il sorriso di mia figlia.
La mia rubrica è Taca la Musica!
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The Chemical Brothers: Dig Your Own Hole

Rubrica: Taca la musica!

La nostalgia degli anni novanta ti assale, che fare?

1) Ti barrichi nella tua stanza;
2) chiudi fuori i problemi;
3) rovisti nello scrigno della musica;
4) selezioni un album.

Ho selezionato Dig Your Own Hole di Chemical Brothers del 1997, un lavoro che ha lasciato una notevole impronta nella musica elettronica.
All’inizio di quegli anni il duo dei Fratelli Chimici, formato da Ed Simons e Tom Rowlands, sembrava dover rimanere ancorato solo a certi spazi, quelli dei Rave per intenderci. Con Dig Your Own Hole i Chemical Brothers hanno realizzato un album che sprizza creatività da tutti i beat e ha scalato le classifiche mondiali.

In quel periodo il vortice del Big Beat era nel pieno delle sue forze e racchiudeva in sé vari elementi: hip-hop, punk, breakbeat, techno. Forse il grunge aveva fatto il suo tempo e serviva qualcosa che si adattasse meglio allo scorrere veloce della modernità.

Quindi Dig Your Own Hole esce nel momento giusto e soprattutto riesce a mantenere il graffio del rock, seppur non ne vengano utilizzati gli strumenti tradizionali, e a trasportare l’ascoltatore nei territori acidi e rapidi della >dance music

Il risultato sono 11 pezzi che prima ti esplodono nella pancia e poi ti catturano la mente. Ogni brano genera evoluzioni di stile, suono e ritmo. Non sono solo l’acid house e la dance a ribollire nel secondo lavoro dei due geniali Fratelli Chimici.

Ad introdurre l’album infatti è riff di chitarra di "Block Rockin' Beats", una cavalcata suburbana. Possiamo inoltre venir sorpresi da passaggi psichedelici e dalla suggestiva voce di Beth Orton ("Lost In The K-Hole" e "Where Do I Begin").

"Setting Sun" invece è una vera e propria partita tra rock ed elettronica arbitrata dalla voce di un noto rocker: Noel Gallagher. Se a furia di saltare rimanete senza fiato, Dig Your Own Hole fa anche riposare e sognare con le più melodiche "Where Do I Begin" e "The Private Psychedelic Reel"

Se poi amate le incursioni etniche, rimarrete estasiati dai circa dieci minuti di "Private Psychedelic Reel". Mentre con l’allucinata "Piku" e la trance ipnotica di "Elektrobank" sembra di immergersi nelle atmosfere soffocate dei club di Londra.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

A chi lo consiglio: a chi vuole fare un viaggio nella musica, non sintetico...

Abbinamento suggerito: una bevanda energetica per stare al passo con i ritmi.

Francesca-Renzetti

Francesca Renzetti

Redattrice
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The Cure: with nothing left but Faith

Rubrica: Taca la musica!

Immaginate di incamminarvi su una strada desolata e inoltrarvi in una fitta nebbia. In lontananza si scorge un paesaggio i cui contorni sono sfuocati, ma la cui bellezza incanta. Si odono cori di riti pagani, impossibile capire da dove provengano. Ci invade un senso di smarrimento e angoscia perché tutto intorno a noi perde sostanza e forma, colore e luce. Ora ascoltate Faith, il terzo album di The Cure pubblicato nel 1981 dalla Fiction Records. Potrebbe essere la colonna sonora perfetta per un Halloween da “alcol o antidepressivo?”.

La bellezza di Faith emerge anche dalle sue contraddizioni, essenziale e complicato, tetro e delicato.
L’opera più alienante e cupa della discografia dei Cure che sono riusciti a realizzare otto perle di Dark Wave. Faith esibisce inattese novità nel mondo del Dark, è di un minimalismo davvero unico.
Ascoltandolo a volte sembra di precipitare nel vuoto, essere tagliati da un vento gelido, in altri momenti invece si avverte una strana immobilità. Ci immergiamo completamente nei pensieri soffocanti di Robert Smith e la drammaticità dei testi, i ritmi lenti, le atmosfere opache dei brani intensificano il senso di smarrimento.
Diventiamo partecipi dei dubbi che lo corrodono. La morte (Mary) e la fede sono solo i punti finali di un viaggio tortuoso dentro se stessi. Credo che questi due concetti abbiano però valori diversi dalle comuni credenze. La fede è simbolo di speranza, un appiglio al quale aggrapparsi per risalire dall’oscurità. La morte è la fine di una situazione insostenibile, la porta verso un futuro più sereno.
Robert Smith il dolore lo attraversa e lo fa con l’aiuto della musica. Non ci risparmia nemmeno una sfumatura del suo tragico stato mentale. I Cure di Faith ci rapiscono con brani dalle intro interminabili, dall’incedere rallentato e maestoso. Protagonista il basso a sei corde di Gallup che spesso dialoga, talvolta sostituisce, la chitarra. La voce di Smith invece sembra provenire da lontano e ci assale come un’ossessionante litania.
Faith ricopre un ruolo importante nella discografia dei Cure, sebbene non sia mai stato, e forse ancora non lo è, giustamente considerato da una certa parte di critica e pubblico. Costituisce il punto di arrivo di un’identità sonora più cupa e intimista.

La realizzazione di questo terzo lavoro è stata contornata da una serie di spiacevoli episodi che probabilmente hanno contribuito a intensificare gli umori grigi che ovattano tutti i suoi brani.
Nasce durante un momento difficile per il giovane e sensibile Robert Smith, genio instabile e alcolizzato, in piena crisi depressiva, intrappolato nel vortice di droga e alcol e fisicamente provato. I Cure infatti avevano affrontato un intenso periodo lavorativo che, dal 1979 al 1981, li vide impegnati in una media di circa duecento live all’anno.

Il malumore investe anche gli altri componenti della band che, seppur inclini all’uso smoderato di alcol e droghe, non si lasciano inghiottire dallo stato in cui si trova il loro leader.

Il tastierista Matthieu Hartley lascia la band poco prima della registrazione dell’album, i Cure tornano alla formazione originaria: batteria-chitarra-basso. Questo abbandono, dovuto a incomprensioni con Smith, porta irrequietezza all’interno del gruppo durante i concerti e una nuova forma stilistica, le tastiere sono affidate al leader.

A peggiorare la condizione, il dolore per la perdita di alcuni conoscenti e la grave malattia della madre di Tolhurst. Tutto ciò influisce sulla realizzazione dei brani e sembra che l’album non prenda la forma desiderata da Smith. Finalmente il 14 aprile 1981 viene pubblicato Faith e le sue otto perle.

L’unico singolo estratto dall’album è “Primary” le cui ritmiche più dinamiche, prodotte dal basso di Gallup e di Smith, sono un po’ fuorvianti dalle atmosfere dell’album. Rimane di certo il pezzo più orecchiabile e in un certo senso “pop”. Nelle classifiche britanniche arrivò alla 14° posizione.

“The Holy Hour” è il brano che apre l’album e ne anticipa le melodie e le atmosfere di depressione e angoscia. È l’inconfondibile riff di Gallup ad inaugurare il brano, seguito poi dalla batteria di Tolhurst introdotta in modo insolito.
È il momento di “Other Voices”, ispirata da un romanzo di Truman Capote, nella quale mi lascio cadere completamente. È la mia preferita, con “Charlotte Sometimes”, della discografia dei Cure. Il giro di basso è irresistibile, sofferente e crea, con la batteria compressa e distante, una danza macabra e ipnotica. Un crescendo di dolore per la raffinata “The Cat Are Grey”, la cui ispirazione proviene da un racconto della Trilogia di Gormenghast di Mervyn Peake.

Imponente, dolce, spettrale: “The Funeral Party” la cui struttura semplice e senza fronzoli, risulta tremendamente emozionante.
Il suono e il testo aggressivi di “Doubt” introducono un altro tema, una soluzione estrema alla condanna di vivere: la violenza fisica.
In “The Drowning Man” appare il doppio femminile di Smith una sinfonia desolante e minimale, davvero toccante.

Chiude l’album il brano più significativo, “Faith”. Una intro strumentale lunga, imponente e drammatica. L’incedere è dettato dalle cadenze funeree della batteria e i synth si intrufolano come qualcosa di sinistro nel dialogo tra chitarra e basso. Interviene infine la voce rassegnata di Smith che sussurra “I went away alone With nothing left But faith”.

Formazione

  • Robert Smith - voce, chitarra, tastiere
  • Simon Gallup - basso
  • Laurence Tolhurst - batteria

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5
A chi lo consiglio: a chi deve chiudere un capitolo della propria vita
Abbinamento suggerito: Rum o qualcosa che scaldi velocemente, le atmosfere sono gelide.
Francesca-Renzetti

Francesca Renzetti

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What went down: l’evoluzione dei Foals

Rubrica: Taca la musica!

Ho iniziato ad ascoltare The Foals seguendo il suggerimento di un amico. Ho iniziato ad ascoltarli dall’ultimo lavoro pubblicato al primo. Un percorso strano, ma che mi ha comunque permesso di comprendere la loro evoluzione, non ancora terminata. L’insicurezza degli esordi, infatti, li aveva confinati in suoni più da mainstream mentre l’esperienza, acquisita sul palco durante i numerosi tour, ha tirato fuori una natura più heavy e, a mio parere, molto più personale e coinvolgente.

In What Went Down c’è lo zampino del produttore James Ford (Florence and the Machine, Depeche Mode, Arctic Monkeys). Non è dato sapere quanto abbia influenzato il carattere di questo album, ma di certo ha lanciato l’idea per qualche arrangiamento. Se ne sentono tanti di arrangiamenti, talvolta anche piuttosto ricercati, ma non risultano mai pesanti e offrono completezza ai brani.

Le collaborazioni importanti non finiscono. Il quarto lavoro della band di Oxford è stato registrato in Francia, a Saint-Rémy-de-Provence, il paese in cui Van Gogh, ricoverato in manicomio, realizzò la Notte Stellata. Il fantasma del grande pittore deve aver ispirato il mood ansiogeno di alcuni passaggi musicali e il significato racchiuso in certe liriche.

L’adrenalinica What Went Down apre l’album e conferma l’evoluzione della band verso un sound più definito, diretto e acceso. Title track utilizzata anche come primo pezzo per lanciare l’album e che per la sua intensità è stata considerata una delle migliori uscite rock del 2015.

“Mountain at my Gates”, il secondo brano dell’album, abbraccia ritmi e sonorità già ascoltate nei Foals ma è accattivante, ti prende e non perde di intensità, forse il pezzo più radiofonico. Da apprezzare anche il crescendo in chiusura.

Quasi tutti i brani hanno una durata maggiore ai quattro minuti. I Foals hanno bisogno di spazio affinché la loro maturità artistica possa esplodere all’interno di ogni canzone. Ne sono un esempio lampante i sette minuti di A Knife Into The Ocean nella quale tra rumori, orchestrazioni emozionali e psichedelia sembra di immergersi in territori pinkfloydiani.

Protagoniste di Snake Oil sono le graffianti chitarre di Yannis Philippakis e di Jimmy Smith, qui si viaggia su assoli rock più sperimentali. What Went Down è un saliscendi di umori e ritmi che si appoggiano perfettamente alla voce sofferente, un po’ monocorde, del frontman. Si raggiungono momenti oscuri e malinconici con London Thunder e Lonely Hunter. Oppure si attende il riff di chitarra accompagnato al drum beat di Jack Bevan in Night Swimmers per buttarsi in un ballo scatenato.

Nel quarto lavoro dei Foals si toccano anche le corde del cuore e ci si abbandona ai toni morbidi della ballata Give It All.

In ogni caso il mio consiglio è di ascoltarli dal vivo, hanno fatto parte di line-up di festival piuttosto importanti ricevendo apprezzamenti da critica e pubblico. Purtroppo al momento non sono previsti concerti. Chissà, saranno al lavoro per sorprenderci con una nuova evoluzione?

Tracklist

  1. What Went Down
  2. Mountain At My Gates
  3. Birch Tree
  4. Give It All
  5. Albatross
  6. Snake Oil
  7. Night Swimmers
  8. London Thunder
  9. Lonely Hunter
  10. A Knife In The Ocean

The Foals

Yannis Philippakis - voce e chitarra
Jimmy Smith - chitarra
Walter Gervers - basso
Edwin Congreave - tastiere
Jack Bevan - batteria

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

A chi lo consiglio: a chi ama le band che dal vivo spaccano

Abbinamento suggerito: punch caldo, in attesa dei pezzi più movimentati…
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I Talking Heads e la Fobia della Musica

Rubrica: Taca la musica!

Fobia della Musica o più precisamente delle storie narrate attraverso la musica. Visioni di una realtà confusa e di un futuro incerto che rivivono nei brani surreali e nevrotici di Fear of Music, album fondamentale dei Talking Heads perché annuncia la trasformazione di sonorità e stile che evolveranno ancora in ogni successivo lavoro.

I ritmi più spontanei e funkeggianti dei precedenti dischi lasciano spazio a sonorità più complesse e innovative. L’ingegno di Brian Eno e la ricercatezza del chitarrista Robert Fripp si intrecciano con i caratteri delle Teste Parlanti, indiscutibilmente capeggiate da David Byrne, dando vita a qualcosa di sorprendente e unico.

Le strutture formali della canzone sono in Fear of Music rimaneggiate per meglio appoggiarsi su testi surreali ed esprimere il disordine e l’ansia di quegli anni, ma anche l’agitazione provocata dal tumulto creativo. Basta lasciarsi trasportare dai ritmi tribali che condiscono l’opera, per provare le stesse inquietudini.

Poi la paura e l’oppressione che si fanno voce, quella di David Byrne che diventa anche interprete delle incursioni elettroniche di Eno. Il tema dell’alienazione individuale è, mai come in altri album, sviscerato in contenuti, toni e suoni inediti.

Il canto sincopato di I Zimbra apre l’album rifacendosi ad un’opera del poeta dadaista Hugo Ball e liberando in una danza pseudo africana ogni ansia. Ipnotico è invece il suono di Mind, brano nel quale si sovrappongono strumenti ed elettronica.

In Fear of Music inoltre non mancano momenti di tenerezza macchiati da una pallida disillusione. È il caso di Heaven, forse il momento musicalmente più dolce della discografia dei Talking Heads.

Assolutamente da ascoltare e riascoltare, ma soprattutto da analizzare in ogni parte, l’originalissima Air è una richiesta di protezione dall'aria che apporta strane trasformazioni…

Il mio pezzo preferito: Cities. Chitarre elettriche che si distorcono e invadono territori elettronici su ritmi quasi funky. Attuale non solo nelle sonorità ma anche nei contenuti, ancora oggi, dopo 38 anni, siamo in molti a cercare una città in cui vivere.

"This ain't no party, this ain't no disco" forse tra i ritornelli più noti della band. Life during wartime accende i ritmi e rapisce per la sua singolarità. In questo brano si evidenzia il talento di ogni componente delle Teste Parlanti e resta uno dei pezzi più rappresentativi della loro discografia.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

La vera paura è quella di non riuscire a smettere di ascoltare il terzo capolavoro dei Talking Heads, album che ha ben 38 anni ma sembra uscito ieri.

A chi lo consiglio: a chi rompe le regole.

Abbinamento suggerito: birra Blanche, fresca e leggera. Questo album potrebbe essere un viaggio non facile…
Francesca-Renzetti

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Cigarettes After Sex

Rubrica: Taca la musica!

Svegliarsi nel cuore della notte nella stanzetta di uno squallido albergo, tra lenzuola sgualcite e sudaticce. Inserire le gambe tra il letto e una sedia colma di abiti. Accendersi una sigaretta mentre la luce della luna ammorbidisce le forme di una schiena umida e bianchiccia, quella che, poco prima, stavamo abbracciando.

Sembra una scena tratta da un film invece è l’ambient del primo e omonimo album dei Cigarettes After Sex (2017), collettivo capitanato da Greg Gonzales.

Il cinema, infatti, come ha dichiarato lo stesso frontman in un’intervista, è un elemento fondamentale alla connotazione dello stile della band. Sono storie di amori proibiti, passioni tormentate, ferite non ancora cicatrizzate, avvolte in un’atmosfera offuscata e intima come la notte. A raccontarle la voce androgina, ambigua e languida di Greg Gonzales, mente e genio creativo del progetto.

Come in un marshmellow, i candidi colori delle chitarre si intrecciano, trasportandoci nella dimensione alienante e fuori dal comune di Cigarettes After Sex.  Ad evocare i chiaro-scuri delle emozioni e i tormenti sono gli ipnotici ritmi di basso e batteria che silenziosamente costruiscono lo spessore musicale.

I riverberi delle chitarre e la voce dello schivo Gonzales sono i veri tratti distintivi di Cigarettes After Sex. I 10 pezzi dell’album sono legati insieme da un sottofondo monocorde che potrebbe alla lunga stancare se non fosse per la qualità dei testi. Gonzales racconta le proprie esperienze personali, una visione sincera e delicata dei rapporti umani, che non cade nella banalità. Storie d’amore moderne avvolte nella pellicola di un vecchio film in bianco e nero, nelle quali potersi immedesimare e diventare protagonisti, oppure godersi le scene da spettatori fumando una sigaretta.

Sarà stato il caldo infernale che mi ha messo in modalità “rallenty” ma lasciarmi cullare dai 10 pezzi di Cigarettes After Sex, è stato davvero risanante.

Tra gli artisti che maggiormente hanno influenzato la realizzazione di questo album si annoverano Velvet Underground, Cocteau Twin, Red House Painters, Slowdive.

L’album è stato registrato in rifugio antiaereo.

Greg Gonzales, oltre che dalle sue esperienze, si è lasciato ispirare da un libro di poesie di Richard Brautigan.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5
A chi lo consiglio: a malinconici, amanti di: psych-pop, dream-pop, slowcore.
Abbinamento suggerito: un dolce e morbido vino passito.
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Playlist per un viaggio on the road

Rubrica: Taca la musica!

Capita solo a me di porre maggior cura nella preparazione della playlist che dell’itinerario e della valigia? Non si discute, un viaggio on the road che si rispetti deve essere accompagnato da una ricercata colonna sonora.

Deve racchiudere un po’ tutto quello che mi aspetto dalla prossima esperienza, perché le vibrazioni della musica che sceglierò ne influenzeranno l’andamento. In una playlist da viaggio non tutti i pezzi devono per forza trattare tale tema, preferisco dare più importanza al ritmo, alle atmosfere e alle sensazioni che trasmettono.

Non so ancora quali mete raggiungerò, ma so cosa desidero da questo viaggio e, sulla strada, la musica sarà mia musa e mia compagna. Certamente ci sono brani e artisti che amo molto e che in questa playlist non inserirò, perché pretendono un ascolto profondo e senza distrazioni, o semplicemente perché non è l’occasione giusta.

Di seguito la bozza della mia playlist, ancora in divenire, anticipata da alcuni degli elementi essenziali che faranno parte di questo viaggio. Se avete suggerimenti, sono ben accetti!

Scoperta

Scoprire, curiosare, attivare i cinque sensi al massimo, catturare vita. In questo “state of emergency” in cui mi trovo ho bisogno di un guru che mi aiuti a ricongiungermi con la natura. Homogenic di Bjork è perfetto. L’album, in realtà, racconta un ritorno a casa. Fu scritto infatti in Islanda, dopo quel tragico avvenimento capitato all’artista nel suo appartamento di Londra. In ogni brano si percepisce qualcosa dell’incontrollabile terra nativa di Bjork. Il pezzo che porterò con me è Joga, il più forte a livello emozionale.

Relax

Take it easy. Staccare dalla quotidianità, non avere orari prestabiliti entro i quali dover organizzare doveri e svaghi. Non è il pezzo degli Eagles che mi accompagnerà ma la morbida e fragile Apocalypse di Cigarettes After Sex. Un’interessante band americana che racconta storie di cuori spezzati sulle basi di un dream pop stropicciato.

Incontri

Quei personaggi che incontri solo durante i viaggi, che quando torni non vedi l’ora di raccontare agli amici e che rimarranno sempre simpatici aneddoti da ricordare. Sulle note di Girls and Boys dei Blur, so che sulla mia strada si materializzeranno curiosi aborigeni e insoliti turisti. Nel brano, in effetti, si parla proprio di un aspetto delle vacanze, in modo molto frizzante. Come negli altri 15 pezzi di “Parklife” l’ironia è la chiave di tutte le storie di questo album datato 1994.

Sentimento

A me piace quella sensazione che rimane quando stai per lasciare un posto speciale. Dolce nostalgia che nasce solo se hai vissuto qualcosa intensamente, con sentimento e trasporto. Paul Weller, l’ex frontman di The Jam, nella sua morbida ballata You do something to me (da “Stanley Roads”, 1995) lo trasmette benissimo.

Leggerezza

A rappresentare questo aspetto del viaggio sono i Cranes, una band che forse leggera non è. Sanno muoversi benissimo tanto in ambienti eterei quanto nei territori insidiosi della New Wave. Con “Loved” (1994) hanno dato vita a uno degli album più riusciti del Dream Pop. Nella Playlist entrerà: Shining Roads.

Divertimento

Quando ti diverti, provi piacere, stai bene e non vorresti fare nient’altro. Praticamente come quando ascolti una canzone dei mitici, inimitabili, innovativi Talking Head. Per questa esperienza ho ripescato Road to Nowhere da “Little Creatures” del 1985.

E per il ritorno?

Sicuramente andrò alla caccia di qualche chicca di musica popolare che, nl viaggio di ritorno, mi farà riassaporare alcuni momenti della mia vacanza. La musica folk è un patrimonio che spesso non è stato adeguatamente considerato. Racconta, invece, moltissimo di un paese: tradizioni, usi, costumi, curiosità, avvenimenti e persino il carattere di un luogo, è storia. Magari ve ne parlerò…

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The Clash: London Calling

Rubrica: Taca la musica!

Sono passati quasi 40 anni dall’uscita di London Calling (1979), eppure non lo si può considerare un album sorpassato ma, a mio parere, eternamente moderno. Troppo spesso associata solo al fenomeno punk, di cui è tra i capostipiti, la leggendaria band della Londra sta Chiamando conosce e interpreta stili anche molto diversi tra loro. In questo album dimostra di aver colto dal punk la sua vena rivoluzionaria e genuina, ma di essere andata oltre, assaporando il passato e preannunciando il futuro della musica.

Non è un caso, infatti, se gruppi rock anche di un certo tiro (Pearl Jam, Franz Ferdinand, Rancid, Ska-P) hanno attinto al repertorio di The Clash e in particolare da London Calling. Vorrei inoltre ricordare che Rolling Stone lo ha decretato “disco più importante degli anni ‘80”.

La semplicità e la velocità del punk in London Calling svaniscono, lasciando spazio a nuove fusioni appartenenti a realtà lontane e nelle quali i componenti della band ci si tuffano con passione: reggae, dub, r ‘n’ b, rock classico, rockabilly, musica popolare. Rispetto alle precedenti pubblicazioni, si aggiungono altri strumenti (fiati, pianoforte, percussioni) che offrono spessore ai brani e nuove opportunità al genio della coppia Strummer-Jones.

Il disco contiene 19 pezzi - è un album doppio - straordinariamente differenti tra loro ma legati da una grande energia. È proprio questa forza, che scaturisce anche dai testi, a sovrastare su una forma esecutiva ruvida, non perfetta.

In “Rudie Can’t Fail” e “Wrong ‘em Boyo” si marcia sui ritmi del funk-ska. La guerra civile spagnola riecheggia nelle sonorità folkeggianti e pop rock di “Spanish Bombs”. Il rockabilly di fine anni ‘50 rivive nella versione di “Brand New Cadillac”, brano di Vince Taylor. Come non citare “London Calling” che fonde rock e raggae in modo irresistibile. Nel dub frastornato di “The guns of Brixton” emergono le origini di Paul Simonon, che in questo caso è autore e interprete del brano. I generi si mescolano e si confondono mentre le voci di Jones e Strummer distinguono i momenti più intimi da quelli più popolari.

Una nota particolare va alle liriche dei testi, che dovrebbero essere lette con attenzione. L’intenzione della band è di portare le persone a una presa di coscienza attraverso critiche al sistema politico, più in generale al sistema capitalistico e al mondo americano. Non sono trattati, infatti, solo temi inerenti a Londra ma si ricordano alcuni fatti storici di livello mondiale. Il passato torna anche nei contenuti testuali (guerra civile spagnola, crimini nazisti) come incentivo per affrontare il presente e affacciarsi al futuro con dei propositi migliori.

 

Curiosità:

London Calling era la frase di Edward R. Murrow, conduttore radiofonico statunitense, durante la seconda guerra mondiale.

I Clash realizzano i 19 pezzi di London Calling in un garage di Pimlico, rinominato Vanilla Studios. Terminato il rapporto con il manager Rhodes non possono più accedere allo studio di Camden, perciò dovono trovarsi una sede alternativa in cui provare. Fino all’arrivo di Guy Stevens che li traghetta ai Wessex Studios, dove per quasi due mesi lavorarono per 18 ore al giorno.


Formazione:

Joe Strummer – voce, chitarra ritmica, pianoforte

Mick Jones – chitarra solista, voce, pianoforte

Paul Simonon – basso, voce

Topper Headon – batteria, percussioni

 

Hanno partecipato anche:

Mickey Gallagher - organo Hammond

The Irish Horns - fiati

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Vi lancio una sfida: lo stile di quante band riconoscete in “Lost in the Supermarket”?

A chi lo consiglio: a quelli che dicono sempre: “Ma le canzoni di questo album sono tutte uguali”.

Abbinamento suggerito: Whisky Sour, lo consiglia Dorothy Parker e con questo caldo ci sta bene.

Ricordiamo che a Ottobre iniziano nuovamente i corsi di scrittura creativa del Grafema. Per informazioni scrivici, oppure visita la pagina dedicata.

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Il mio biglietto dei Radiohead non l’ho venduto

Rubrica: Taca la musica!

Non pensavo, ma a distanza di giorni sono ancora in astinenza da live dei Radiohead. Il concerto del 14 giugno a Firenze è stato una droga dagli effetti potentissimi e benefici. Nemmeno quel bacio che ho atteso per un anno mi ha invaso di brividi come il crescendo di Lucky, pezzo per il quale ho perso completamente la voce e il tipo davanti a me l’udito.

Nel 2017 i Radiohead celebrano vent’anni dall’uscita di uno dei loro capolavori intitolato Ok Computer, protagonista indiscusso del concerto con ben 6 pezzi in scaletta. Nell’Ippodromo dell’Arena del Visarno siamo 50.000 anime, gente di ogni età. Nel Pit c’è persino un bambino, avrà al massimo tre anni, che volteggia divertito con la sua mamma sulle note di Airbag.

La scaletta prevede un’alternanza eterogena dei brani che è piacevolissima sia per i passaggi temporali che di atmosfere e ritmi. Territori elettronici e chitarre acustiche sono accostati armoniosamente. Gli arrangiamenti del live esaltano i cambi di ritmo e la ricercatezza delle sonorità rendendo i pezzi più intensi.

Per non parlare poi della personalità di Thom Yorke che sfoggia movenze da danzatore tribale e un italiano molto simpatico: “Oh ragazzi!”, “Tutto bene?”, “Ne vuoi ancora?!” con l’ultima frase credo mi abbia letto nel pensiero. Sostenuto da incredibili musicisti: Johnny Greenwood mette veramente tutto se stesso in tutti gli strumenti che suona, Ed O’Brien scandisce alla perfezione i ritmi dall’inizio alla fine.

Con Daydreaming (dall’album A Moon Shaped Pool) il palco si accende in una pioggia di luci bianche, è un inizio lento e suggestivo, una carezza. Dal vivo emergono tutte le sfumature di questo brano anche quella profonda tristezza e spiritualità che hanno sempre caratterizzato la band.

Ad un certo punto strumenti e voce cavalcano in altre dimensioni, è Ful Stop che ci dà uno scossone e le 50.000 anime iniziano ad agitarsi, si salta. La macchina del tempo si riposiziona e ci ritroviamo prima ai tempi di Ok Computer con Airbag poi di Idioteque con 15 step.

Lucky scatena il pubblico, la cantiamo tutti ed è impossibile resistere a quelle chitarre. Inaspettatamente uno dei brani più acclamati è stato Everythings in its right place dal rivoluzionario Kid A. Nella scaletta non manca nemmeno quella chicca di Bloom da The King of Limbs. Dal vivo mi ha ipnotizzata, c’è tutto dal rock all’elettronica, dall’aspetto più ombroso della discografia dei Radiohead a quello più vivace. Da incorniciare anche i bis che ci omaggiano di pezzi come: You and whose army?, There there, 2+2=5, Paranoid android, Fake plastic trees. I Radiohead concludono con Karma police e ci salutiamo cantando tutti insieme ripetutamente “For a minute there I lost myself, I lost myself…” .

La musica è sempre accompagnata dalle immagini proiettate su tre schermi, figure astratte e un collage realizzato in real time dei cinque musicisti. Infatti, come per altri concerti, su ogni membro è puntata una telecamera che ne cattura le performance. La scenografia è semplice e ben riuscita e non sovrasta in alcun modo la musica. Lo spettacolo lo conducono i Radiohead con la loro genialità, non hanno bisogno di alcun artificio per rapirci completamente.

Scaletta concerto Radiohead Firenze
Daydreaming
Desert island disk
Ful stop
Airbag
15 step
Myxomatosis
Lucky
Pyramid song

Everything in its right place
Let down
Bloom
Identikit
Weird fishes/Arpeggi
Idioteque
The Numbers
Exit Music (for a film)
Bodysnatchers

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

La bravura dei Radiohead e la bellezza di questo concerto sono riuscite a farmi dimenticare il costo delle consumazioni…

A chi lo consiglio: a chi? A chi li considera sopravalutati e snob, si ricrederà.

Abbinamento suggerito: cosa bere? È un concerto all’aperto, birra!

Francesca-Renzetti

Francesca Renzetti

Redattrice
Nella vita di tutti i giorni sono una mamma, mi occupo di web marketing, social network. Il Buongiorno a casa mia profuma di caffè e ha la carica del Rock. Naturalmente inizia alle sei della mattina con il sorriso di mia figlia.
La mia rubrica è Taca la Musica!
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If You Leave – Daughter

Rubrica: Taca la musica!

La mia prima recensione per il Grafema Magazine. Considerato il periodo sarebbe perfetto inaugurare la rubrica parlando di un album frizzante e leggero, ideale come sottofondo durante l’happy hour estivo. Ma leggerete di album di questo genere ovunque o ne ascolterete sicuramente qualche pezzo alla radio. Vorrei invece offrirvi un’alternativa, magari qualcosa che vi accompagni nei momenti di maggior introspezione.

Ho scelto If You Leave dei Daughter. Catalogato da qualcuno come un album cupo, If You Leave raccoglie dieci tracce variopinte che fanno smuovere le viscere. Toccano le corde più tese dell’animo umano, rimettono in moto i desideri più nascosti, raggiungono le più intime inquietudini.

Le sonorità che accompagnano tutto l’album sono montagne innevate che nascondono un nucleo infuocato pronto a scoppiare, a sciogliere tutto. Riverberi sognanti inseguono la voce, talvolta sofferente ma sempre calda e seducente, di Elena Tonra, che ci traghetta timidamente nei meandri più rischiosi del nostro essere. Per poi cullarci tra le braccia morbide del dream pop.

I testi dei dieci brani sembrano essere stati strappati direttamente dal diario segreto della Tonra, caratterizzati da una scrittura spontanea, sottile, elegante, mai banale, in cui è facile identificarsi.

L’algida Winter apre l’album con il suo incedere ipnotico e ritmico e poi lascia il posto a Smother, che con quegli arpeggi pizzicati sfiora proprio le ferite non ancora cicatrizzate. Youth è una ballata dolce-amara che sorprende all’improvviso aprendosi con insistenti batterie. C’è anche Touch, la mia preferita, un urlo soffocato e disperato, in cui tra i riverberi si odono chitarre post rock. Atmosfere folkeggianti possono essere ascoltate in Human e Amsterdam.

Ogni brano di If You Leave possiede un momento in cui si fa più intenso, in cui vi è un crescendo strumentale. In quel momento ci accorgiamo di essere completamente rapiti, di essere oltre la metà del nostro viaggio, nel punto di non ritorno.

Per apprezzare questo album bisogna essere nel mood giusto. Insomma, se vi state preparando per una serata romantica o una nottata a base di techno ve lo sconsiglio vivamente. Se invece avete voglia di ricordare, di riassaporare attimi fuggiti troppo velocemente, di riflettere e soprattutto ascoltare buona musica è quello che fa per voi.

I Daughter si formano a Londra nel 2010 e la band è così formata: Elena Tonra - voce, chitarra, Igor Haefeli – chitarra, Remi Aguilella – batteria.

È la 4AD l’etichetta che li porta alla notorietà. Etichetta che ha pubblicato artisti del calibro di Pixis, Coteau Twin, Bon Hiver, Dead Can Dance, solo per citarne alcuni. If You Leave è l’album d’esordio (la Tonra da solista aveva inciso degli EP) ed esce nel 2013.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Il compagno ideale per un viaggio nell’anima.

A chi lo consiglio: a chi ha qualcosa da raccontare, ma può confidarlo solo alla luna…

Abbinamento suggerito: whisky scozzese Oban. Comunque qualcosa di forte da sorseggiare.
Francesca-Renzetti

Francesca Renzetti

Redattrice
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