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Categoria: Gianni Bardi – Sugna: Scritti per l’umore e l’assetto lipidico

Sugna: Scritti per l’umore e l’assetto lipidico

Leggere è importante e fa bene per un sacco di cose

Rubrica: Sugna: scritti per l’umore e l’assetto lipidico

“Io non ho la televisione”. L'altro giorno, al tavolino all'aperto di un bar, una tipa più o meno della mia età, con capello striato grigio e bull terrier d'ordinanza, mollava questa affermazione ad una amica annuente, facendola cadere più o meno dall'altezza di Alpha Centauri (sicuramente, poco prima avranno parlato del suo “viaggio” estivo. Non della sua “vacanza”, ovvio). Niente di male nel non possedere la tele, per carità; era piuttosto una nota melliflua e flautata nella sua voce, una qualità del suono diversa che stava a significare la convinzione di netta superiorità umana, vale a dire “io non ho la televisione = io sono migliore”. Ancora oggi vige questo equivoco, come se il possedere o meno un elettrodomestico sia automaticamente un marchio di fabbrica di superiorità, un valore assoluto a prescindere. Beh, io non ho la lavastoviglie, per dire. Non so se questo faccia di me un essere puro, legato alla centenaria tradizione dello sguramento di stoviglie manuale, come facevano le nostre nonnine al lavatoio o semplicemente un luddista che rifiuta il progresso e le pastiglie di brillantante. Voglio dire: la scelta di non avere la TV può essere apprezzabile come mille altre scelte, ma di per sé non qualifica una persona in assoluto. Se uno è stronzo, stronzo rimane: è solo uno stronzo senza TV.
Chiaramente, attraverso lo schermo televisivo passa tanta, tanta monnezza. Ma non solo. Passano anche delle cose discrete... E poi si può anche avere voglia di monnezza, talvolta. A me l'idea di dover fare SEMPRE e SOLO cose intelligenti-stimolanti-profonde-alternative, spaventa esattamente quanto l'idea di passare l'intera giornata a guardare Il Banco dei Pugni e Del Debbio. Uguale.
Però persiste l'idea che rifiutare la tele renda migliori. In genere la frase “io non guardo la televisione” viene seguita a compendio da “...io mi leggo un bel libro”. Che va benissimo! Cacchio! Ma riesci a fare solo quello? Anche io leggo libri ma, fra l'altro, vado anche al lavoro, scrivo le mie puttanate, vado a prendere mio figlio a scuola, lo porto al parco, guardo la tele, vedo dei video di musicisti noise giapponesi su YouTube, faccio sporadiche pulizie, mi annoio. Pensa che, se porto il libro in bagno, riesco a fare DUE cose contemporaneamente. Sono pure multitasking! E tu, se leggi un libro non riesci a fare anche altro? Cosa fai, conti le sillabe?
C'è questa idea bizzarra che se una persona non guardasse la televisione, automaticamente diventerebbe un avido lettore e trascorrerebbe le serate in poltrona a sfogliare qualche pagina di Grillparzer sorseggiando brandy prima di coricarsi. Sbagliato: chi non legge, non leggerebbe. O leggerebbe cazzate.
Per tre anni ho fatto le fiere del libro: presente quei tendoni coi libri dentro che spuntavano nelle città e vi rimanevano un mese o due? Ecco, quelle lì. Esponevamo, fra gli altri, Sofocle, Poe, Freud, Seneca, Dossi, Huxley, Fo, Simenon, Pirandello, Esopo, Plauto, Pasolini, Mishima, Joyce, Svevo, Musil, Gogol, James, Faulkner, il Popol Vuh, eccetera eccetera. E cosa vendevamo di brutto? Vampiri melensi, angeli custodi, urinoterapia, il découpage, curarsi con la fava (nel senso del legume), misteri delle piramidi, profezie Maya, Osho, ricette della Val Trompia, l'interpretazione dei sogni (non Freud; la smorfia per il Lotto), Coelho e Fabio Volo. E il Mein Kampf. Non facevamo in tempo ad esporlo. Ce ne arrivavano poche copie alla volta e, come andavano fuori, le vendevamo. Sarà che la copertina con svastica nera in cerchio bianco su campo rosso era anche uno splendido compendio d'arredo, sia sulla libreria Billy che sul sécretaire Biedermeier, ma davvero andava come il pane.
A Peschiera del Garda, una volta un tipo è venuto alla cassa col Mein Kampf e ha detto: “Prendo questo. Problemi?” L'avesse conosciuto Lombroso, sarebbe diventato l'esempio delle sue teorie: fronte bassa, ciglia folte, muso aggrottato, tipiche tracce di tare da endogamia centenaria, scarso ricambio di sangue e monodieta a base di latticini.
Ma non gli ho detto niente; era VERAMENTE grosso.
Ho incassato i sei Euri e zitto. W la cultura.

 
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Gianni Bardi

Redattore
Ex attor giovine, ex frontman del gruppo rock Vicks & the Kleenex, comico nell’ensemble sammarinese Le Barnos e da qualche tempo in proprio come monologhista.
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Mjöllnir, il martello di Thor

Rubrica: Sugna: scritti per l’umore e l’assetto lipidico

Inizio autunno 1993. A Bologna, partecipo ad un progetto dell'Alma Mater. Una specie di Erasmus intensivo di un mese con studenti delle maggiori università d'Europa. Studi teatrali. All'epoca c'era un'idea d'Europa più invitante, presente?
Giovani uomini e donne impegnati in un mese di lezioni, laboratori, conferenze, studi, prove. Una figata.
Una sera organizziamo una cena a casa di Giò: cibo, alcol, eccetera. Bella atmosfera, personalmente ero preso bene; mi muovevo, farfallone amoroso, ora qui, ora là a cercar di impollinare, mantenendo comunque una certa verve, un certo savoir faire, un determinato aplombe, senza scivolare nella molestia libidinosa che sovente mi ha contraddistinto negli anni bohemien.
Scivolavo leggero fra una conversazione in tedesco, due chiacchiere in inglese, qualche motto di spirito in spagnolo, profonde considerazioni francofone, sostenuto dal potere del Dizionario Etilico, secondo cui puoi risultare comprensibile a chiunque con l'adeguato supporto del giusto grado alcolico.
Come da copione, verso una certa ora, le cose iniziano a quagliare: mentre i primi cominciano ad andare per non perdere l'ultimo autobus, vanno a formarsi le coppie per il post soirée. Giò, il padrone di casa, si congeda verso le sue stanze accompagnandosi ad una bretone straordinariamente popputa. Efrem (nome di fantasia – nda), mio amico belga, si fa fitto fitto fitto con una uruguagia studentessa in quel di Parigi. Alcuni escono. Io rimango lì ancora un po', sparo altre due cazzate ma sono preso bene; una volta tanto non mi trasformo in “The Thing That Wouldn’t Leave”. Saluto, sto per andare, quando mi blocca Brunilde (nome di fantasia – nda) e mi dice: «Scusami Gianni, non ho voglia di prendere l'autobus per tornare. Ti scoccia se vengo a dormire da te?»
Ella è una fanciulla svizzera italiana, secca, fisico nervoso, occhio azzurrissimo, faccia da matta. Ottimo.
«Tranquilla, non c'è problema, anzi, mi fa piacere, aspetta, prima di andare beviamo il bicchiere della staffa...» (ok, calma, te l'ha chiesto lei. Evidentemente ne vuole a pacchi... calmino... adesso beviamo e poi si va a casa... e... va be', siamo adulti...)
Salutiamo tutti. Cominciamo a scendere le scale mentre comincia a salirmi l'ansia da prestazione ed ecco che al pianerottolo del secondo piano, nella penombra, c'è Pierglebio (nome di fantasia – nda), un amico pugliese che sta dando gli ultimi potenti tiri a una Diana Rossa. Egli è un aitante giovincello dotato di fascino biondo svevo ed occhio ceruleo, grandi mani ondeggianti e ipnotiche, eloquio indolente e persuasivo, manierato e cortese pur non perdendo mai di vista il risultato finale, ossia pinzare più donzelle possibile. A tal proposito, fra noi amici, s'era guadagnato il nomignollo di Mjöllnir, il martello di Thor.
Mi fa, col suo malcelato accento del Tavoliere:
«Scusa Gianni, noi si pensava di andare via assieme, ma sai, lei è fidanzata e i suoi amici lo sanno. Sarebbe stato brutto se l'avessero vista uscire con me. Quindi abbiamo pensato di dire che veniva a dormire da te. Ti scoccia? Ciao». ...e se ne vanno. Li guardo, lei gioviale e garrula in attesa di sperimentare la possanza dei lombi garganici e lui gesticolante, come sempre. E io lì... da per me. Non che sia una novità, ma mi chiedo: com'è che se lei viene via con me, tutti son tranquilli e l'onore è salvo, mentre se esce con lui è logico che partono le trivelle?
Meglio non farsi troppe domande e portarsi verso casa. Nei 4,3 km che separano Via Dell'Oro da Via Massarenti mi sembra di vedere gli abitanti di Bologna, TUTTI, accostarsi alle finestre, scostare le tende, alzare le tapparelle e accompagnare lo sconforto dei miei passi suonando arpe e liuti. Mi fermo per un Fernet d'incontro al Bar Bamby poi piego verso casa e verso l'autunno del mio scontento.
E all'altezza del Sant'Orsola comincia a piovere.
Per dire.

 
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La mia rapidissima carriera ultrà

Rubrica: Sugna: scritti per l’umore e l’assetto lipidico

Nell'87 mi sono trasferito a Cesena da Verghererto. A settembre. Sono trent'anni, a pensarci. Meglio non pensarci.

Arrivi giù a Cesena e il Cesena è in Serie A, grazie allo spareggio di San Benedetto contro il Lecce che hai visto alla tele. Tu hai vissuto l'infanzia da Gobbo pesissimo, juventino fino al midollo, Brio è il tuo idolo calcistico. Brio, capito? Questo dovrebbe darti delle risposte sul tuo futuro. Come si fa ad avere come idolo BRIO? E Potsie di Happy Days? Va be'...

Comunque, la città è in fermento per il prossimo campionato di Serie A. E tu fermenti allo stesso modo. C'è Maradona, Platini, Gullit, tutti quelli che hai visto in TV. E poi c'è il Cesena, che ti piglia subito. Fa bello essere dalla parte dei perdenti predestinati. Fa un bell'effetto vivere quegli sforzi titanici contro gli squadroni e contro gli arbitri bastardi e venduti alle corazzate di Torino, Milano e dintorni. Strappare pareggi insperati, vincere di cuore e di pancia contro chi è innegabilmente più forte di te. Quella roba di Davide e Golia, presente? ( anche questo dovrebbe darti delle risposte sul tuo futuro...)

Poi c'è la CURVA. Io ho quindici anni e vengo da Verghereto. La curva è bolgia infernale e il paradiso allo stesso tempo. Sei lì, canti, urli, e gli altri uguale... sei una cosa sola… Figa zero, of course.

Tutte le domeniche in casa sono lì. Per le trasferte ancora niente; troppo piccolo. Pazienza, si farà. Nel frattempo ogni domenica sei lì a fare il dodicesimo uomo, a cantare con Glauco (r.i.p.) che chiama i cori, a fare una invisibile faccia cattiva per gli avversari nella curva Ferrovia.

L'ultima in casa. Il Cesena di Bigon ha bisogno della vittoria per salvarsi. Vinciamo, (per la cronaca invito l'appassionato o il neofita a consultare gli almanacchi o Youtube. V'è materiale in abbondanza).

Si prospetta l'invasione di campo. Forte della mia agilità da quindicenne, mi porto immediatamente sulla sommità della rete con filo spinato aggettante all'indietro. Mi posiziono rapace e felino in attesa del triplice fischio finale. Eccolo. Al secondo dei tre fischi, mi lancio in avanti pronto a strappare la maglietta di Sanguin, i pantaloncini di Rizzitelli, una scarpetta di Jozic... ma il calzino destro mi si impiglia nel filo spinato causando una totale rotazione del corpo. Resto quindi appeso, capovolto alla rete, dentro al campo, implorando aiuto al mio amico Miki che, preso dalle convulsioni ridanciane, è impossibilitato ad aiutatrmi.

Dai e dai, tira e molla, dopo essere stato scavalcato e calpestato dall'intera Curva Mare, riesco a sganciarmi lasciando una Superga dall'altra parte della rete. Nel frattempo hanno già aperto il cancello e famiglie intere, con carrozzine, passeggini e polaroid stanno passeggiando sul terreno del Manuzzi. L'unica cosa che vedo, a parte la gaia moltitudine festante, è Pasquale Traini in mutande e calzini che cerca di guadagnare gli spogliatoi dopo essere stato brutalizzato dall'amore ultrà e Terry, un nerboruto delle WSB con un passato scout, che piange con in mano un brandello di canottiera del povero Traini. Fine della mia carriera di ultrà.

Da allora, via via, ci siamo spostati a settori più tranquilli della curva, poi alla gradinata e poi allo schermo del bar, circondati da vecchietti catarrosi che si rendono conto solo parzialmente di ciò che succede in campo, tristemente consapevoli che è il posto che in realtà ci compete realmente.

Comunque, Forza Cesena!

 
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Gavettone

Rubrica: Sugna: scritti per l’umore e l’assetto lipidico

Più o meno dieci anni fa.
Coi Le Barnos sgomitavamo e giravamo la penisola in qua e in là a far concorsi, provini, laboratori, a far vedere la faccia in giro. Roba che ogni comico, cabarettista, appartenente allo scintillante mondo dello showbiz italiano conosce perfettamente.
Non avevamo ancora fatto l'anelato debutto televisivo.
Ci arriva questa data nelle Marche, in un locale dove si fa cabaret; non il classico ristorante che decide di fare intrattenimento e ti trovi a parlare a nuche chine su cheeseburger e pizze capricciose, coi camerieri che ti girano attorno a prendere le ordinazioni. Proprio uno di quei locali dove PRIMA si cena e POI c'è lo spettacolo; addirittura in una saletta appositamente attrezzata! Questo ci dissero.
Infatti arriviamo al locale e notiamo le vecchie locandine, le foto, il programma della stagione. Ci rinfranchiamo. Poi conosciamo l'organizzatore che diventa in un minuto e mezzo il nostro più grande amico di sempre. Il primo brivido ci viene guardando il camerino: un sottoscala lungo due metri e largo uno dietro il palco. Ci si poteva entrare solo ginocchioni e, altro particolare inquietante, completamente privo di illuminazione. Dovevamo cambiarci tastoni. Va be', niente di troppo preoccupante...
Andiamo a cena in un'atmosfera gradevole mentre nella sala piena di pubblico trasmettono un ottavo di finale di Coppa Italia fra Fiorentina e Juve. Ottimo; la partita finirà abbastanza presto, becchiamo al volo il pubblico, lo teniamo lì e la serata va da sé.
Ma.
Per alcune intemperanze fra le tifoserie e un probabile tentativo di contatto fra ultras, la polizia interviene solerte con un abbondante lancio di lacrimogeni. L'arbitro (per la cronaca, il Sig. Palanca della sezione di Roma 1), decide di interrompere la gara per un bel pezzetto. Bon, aspettiamo... Solo che il proprietario – per una questione di permessi – ci invita con una certa insistenza a cominciare lo spettacolo, nonostante la partita sia ancora in corso. Cerchiamo di fargli presente che la cosa potrebbe essere un tantinello controproducente, ma niente da fare. “Salite sul palco e cominciate…”
Ok.
Ci infiliamo nel bugigattolo a finire di prepararci poi, più o meno con ancora una ventina di minuti da disputare, la partita viene interrotta, la tv spenta, il maxischermo sollevato e dietro ci sono io, vestito da idiota che esordisco con un “BUONASERA A TUTTI”. Sono pronto a una reazione scomposta con lancio di oggetti, schiamazzi e bestemmie, nonché insulti a tutti i miei antenati e alla mia stirpe futura. Invece accade un fatto inaspettato; con una calma olimpica, i presenti si alzano in un sincrono perfetto, silenziosi, coordinati al millesimo come una coreografia di una sfilata nordcoreana o un'adunata del Reichsparteitag a Norimberga nel '36, ed escono in buon ordine. TUTTI!
Restano seduti: una coppietta ignara a fondo sala intenta a limonare di brutto e che continuerà a farlo per tutta la durata dello spettacolo.
Un nordafricano ubriaco di fronte a un'ecatombe di bottiglie di Moretti da 66cl che ha parlato ad alta voce per tutto lo show, credo in berbero.
Una coppia di anziani in prima fila che ha seguito lo spettacolo con attenzione e partecipazione encomiabili, ridendo di gusto alle gag che si perdevano nel silenzio siderale della saletta (escludendo le giaculatorie arabeggianti e il risucchio proveniente da fondo sala). Praticamente abbiamo fatto un'ora di spettacolo per loro. L'abbiamo fatto tutto, faticando di brutto, ma dai e dai siamo arrivati in fondo. “GRAZIE E BUONANOTTE”. Due applausi isolati per quanto sinceri.
Ovviamente il proprietario voleva ridiscutere il cachet e alla fine ci ha fatto pagare la cena. L'organizzatore ha fatto fatica a salutarci. Ovviamente.
Mentre caricavamo l'auto con i sacchi contenenti le pive, si sono avvicinati i due vegliardi fans. Ci hanno detto che venivano da una carriera circense, che si erano divertiti e che avevano apprezzato la nostra comicità desueta impregnata di clownerie. Abbiamo ringraziato.
Prima di lasciarci ci hanno stretto la mano e lui, sentendo la pressante necessità di una chiosa come si deve, ci ha tenuto a dirci: “Certo, che avete un bel coraggio” e si sono allontanati nella notte. Tenendosi per mano.

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La bicicletta trallallerullà!

Rubrica: Sugna: scritti per l’umore e l’assetto lipidico

La retorica dei “piezz'e core” prevede che, quando si parla di figli, non si possa manifestare vera insofferenza o – addirittura – scocciatura nel compiere noiosissime e incomprensibili attività o giochi assieme ai virgulti. Le rimostranze devono limitarsi a lievi lamentele bonarie, l'omologo retorico di buffetti e pizzicotti sulle guance, quelli di solito delegati alle zie o alle vicine di casa zitelle. Non PUOI essere seriamente infastidito da qualcosa che fai assieme ai tuoi figli, coi quali ogni momento DEVE essere vissuto come unico, irripetibile, come una fonte di reciproco arricchimento costante, un passaggio di emozioni, sensazioni, sentimenti e lezioni di vita senza soluzione di continuità, pena l'orribile marchio di Genitore Indegno, Colui che giammai dovrebbe riprodursi, in quanto geneticamente incapace di dispensare amor genitoriale.

A scanso di equivoci: amo mio figlio a dismisure cubitali, mi farei crocifiggere per lui, sarei disposto alle mie personali Termopili contro orde di nemici per difenderlo dalle brutture del mondo storto e caccoso che lo ospita. Savasandìr!

Ciò non toglie che una larga parte delle attività previste da vivere simbioticamente fra padre e figlio mi risultino allettanti come una miscellanea di visite proctologiche ed estrazioni dentarie. Le partite a Vanguard – un orripilante gioco di carte con mostriciattoli, legato a un cartone che orripila altrettanto, con regole mutevoli a seconda dell'umore e che hanno l'unico intento di far vincere mio figlio. I treni, i fottutissimi treni, i bastardissimi noiosissimi inconcludenti noiosissimi (bis) trenini del cazzo! E poi la bici: Dodo ha imparato tardino ad andare senza rotelle, cioè, non gliene è fregato niente fino ai sette anni abbondanti di imparare, poi, un pomeriggio, ha rubato per un po' la bici a un amichetto e magicamente ha imparato. La cosa mi ha reso quasi fiero, all'inizio. Solerti, i genitori hanno acquistato la venti pollici MBX in sostituzione di un'obsoleta quattordici pollici rotellata. Ed è iniziato l'incubo: la presa di coscienza e la crescente abilità nel dominio del mezzo hanno trasformato ogni trasfertucola, ogni passeggiatina pomeridiana in un incubo, un Camel Trophy, una Parigi-Dakar urbana nella quale il ruolo di Padre Apprensivissimus viene amplificato e moltiplicato a dismisura.

Parentesi:

proprio ieri ricordavo con Paolo Dente, compagno di vandalismi dalla più tenera infanzia, i luoghi delle nostre scorribande ciclistiche infantili, classificate a livello “Deep Orange” in una scala di pericolosità. Siamo vivi per miracolo, lo sappiamo entrambi. Cos'è che mi ha reso una pappamolla apprensiva? Come mai da questa parte della barricata, ogni cosa congiura all'ingiuria e alla frattura?

Chiusa parentesi.

Quando il sangue del mio sangue monta sul sellino, automaticamente le sue orecchie cambiano frequenza e non percepiscono più gli Hertz della mia voce. Inutile gridare come un pazzo “Rodolfo, fermati che sta arrivando uno Scania R-620 lanciato a bomba e intento a bucare l'incrocio mentre tu ti dirigi gaio e garrulo a farti stirare come una tigella”. Inutile cercare di dare ordini in tedesco come Nando Orfei con le tigri. Ogni passeggiatina mi aumenta il rischio di infarto dell'89%. Un ragazzetto sfreccia come un pazzo, calzando in testa un inutile caschetto celeste in marzapane e, dopo un significativo distacco, si palesa un genitore cianotico, sudato da fare schifo, che urla disarticolate minacce da far allertare subito il Telefono Azzurro.

Nell'essere ignorato riverbera il mio totale fallimento genitoriale di instaurare una qualsivoglia autorità scevra da autoritarismo. La speranza, per le mie malandate coronarie, è una e una sola: scendere nottetempo in garage approfittando del sonno del pargolo e forare le gomme. Poi millantare uno sciopero dei meccanici e mille e mille scuse ancora fino al raggiungimento della maggiore età.

Oppure lasciare che vada a farsi i giri in bici con la mamma.

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La Cavalcata delle Valchirie (Der Walkürenritt)

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Nel mio personale Bildungsroman, l'estate del 1982 è un passaggio fondamentale.
È anche l'estate del Mundial, quello di Pablito Rossi e dell'URLO di Tardelli. Memorabile.
Vivevo a Verghereto (FC), paesello adagiato sul crinale dove – secondo l'immortale brano “A Verghereto” di Novaga-Lombardi – “ci son le donne più belle” e “[...] anche le fonti fan serenata alle stelle”.
Appena fuori il paese c'era un campeggio di proprietà del Comune di Forlì dove, a turni di 15 giorni, venivano su gruppi di adolescenti dai 13 ai 17 anni a prender fresco. Due cose, i giovani campeggianti facevano mescolandosi agli indigeni e ai villeggianti:

  1. Spettacolari ed epiche partite di calcio; la convocazione nella seleção locale equivaleva ad un rito di iniziazione. Ricordo battaglie campali, bibliche tenzoni agonistiche all'ultimo sangue corredate di torcida e risse.
  2. Schermaglie di tipo completamente diverso fra adolescenti dei due sessi; anche in questo caso si può parlare di iniziazione al sempiterno gioco della seduzione. Compiuti i 13 anni, roridi di Tenax e bonificati d'ascella, la sera ci si arrampicava fino al Campeggio per Adolescenti per esplorare il grande universo del limonamento slinguato.

Nell'82 io di anni ne avevo ancora dieci, sicché di limonare manco a parlarne. Feci, però, il mio debutto calcistico nella migliore situazione possibile: quell'anno, per una specie di gemellaggio europeo, il Comune di Forlì mandò sull'Appennino un gruppo di ragazzi della Germania Ovest. Il paesello fu invaso per qualche settimana da una gioventù bionda e vigorosa, ragazzoni e stangone provenienti da chissà quale angolo della Westfalia. La partita si fece. Subito: vuoi mettere replicare la randellata che i ragazzi di Bearzot avevano confezionato per Breitner e compagnia? Il giorno del match io ero in panca, ovviamente. Nonostante una soverchiante fisicità, i prussiani tecnicamente erano dei comodini, così nel secondo tempo decisero di farmi esordire. A un certo punto un nibelungo franò sui garretti di Maurino con la grazia di una Panzerdivision: rigore netto! “Lo batte Giannino”. Portiere a sinistra, pallone a destra. Certe notti me lo sogno ancora.

Ma l'estate '82 resta memorabile anche per la seconda cosa che si faceva al campeggio. Le disinibite teutoniche, forti di una mentalità più aperta, ebbero nel placido borgo l'effetto di un meteorite. I miei amici più grandicelli, abituati a faticarsi uno slimone striminzito dalle italiane, non si capacitavano di poter profittare di tanta spontanea disponibilità allo sbaciucchio, al tastamento e anche – addirittura – a quella roba lì! Eh, sì: l'82 vide cadere più di una verginità virile.
L'episodio che entrò di diritto nella leggenda ha come protagonisti il mio amico Lino e la celeberrima Sighy, (probabile diminutivo di Siegmunde o Siegfrieda), capello corto und rossiccio, alta come due me sovrapposti. Certe notti me la sogno ancora.
Nel buio di una remota tenda, l'esperta teutonica impartì al giovine una lezione di petting indimenticabile. Nei racconti autunnali e invernali – che ogni volta si arricchivano di particolari – Lino narrò a noi piccoletti sconvolti che le aveva addirittura fatto un ditalino!!! La favola di questa pratica esotica cominciò a popolare la mia fantasia; anch'io avrei prima o poi avuto 13 anni e avrei salito la strada fino al Campeggio per abbandonarmi alla lussuria. Nelle estati successive, i gemellaggi esteri continuarono e giunsero ancora tedesche e francesi a rendere uomini i virgulti del luogo. Poi arrivò il 1985.
13 anni. Era il mio turno ora, ma il Fato beffardo volse lo sguardo altrove. Caso volle che quell'anno il gemellaggio venne fatto con una associazione francese di profughi delle guerre di Indocina. Arrivarono tutti maschi e parecchi con menomazioni e mutilazioni dovute a mine e bombardamenti. Niente petting, quindi, e nemmeno partite di calcio. Niente. Un fallimento su tutta la linea...
Negli anni successivi, i gemellaggi finirono e via via anche i gruppi di italiani non vennero più. Ora non restano che vacue vestigia, vuote piazzole e bungalow deserti. Chissà dove sarà adesso la Sighy? Saprà di aver popolato i sogni lussuriosi di noi ragazzotti di montagna per anni e anni?
Comunque, io il rigore ai tugnini l'ho segnato. Cabrini no.
Tiè!

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magazine

Otto marzo

Siamo sul volgere degli anni '90. Io, Sametti e il Buono. 8 marzo, festa della donna.

Stasera, branchi di femmine, come squali in frenesia, si aggirano per la Romagna in ranghi serrati a caccia di CARNE.

Programma: aperitivo, pizza e poi arrampicata fino alla Porta d'Oro, ruspante disco-dancing collinare. Nel parcheggio, di solito, Lamborghini. Ma anche Same, Massey Ferguson, Landini e qualche sporadico Motocoltivatore Valpadana.

Missione: colpire nel mucchio. Con l'immane quantità di troismo sparso nell'aere, vuoi non raccattare qualcosa? Magari di striscio o di rimbalzo?

In pizzeria, seduti a un mesto tavolo vista muro/attaccapanni/frigo, siamo circondati da flotte di erinni in décolleté e tacco 18 che emanano calore come stufe a pellet.

Caffè, ammazzacaffè e via, verso il Tempio della Lussuria. Qui scopriamo che l'ingresso ai masculi è interdetto fino all'una. Sciami di femmine alticce ci passano davanti ridendo, raspando a terra ed emettendo fumo dalle froge, fremendo per accaparrarsi un posto sotto al palco dove, a mezzanotte spaccata, comincia lo SPOGLIARELLO MASCHILE.

Grazie a un buttafuori amico, aggiriamo gruppi di morosi recintati all'esterno a far appassire il gel e a entrare di straforo. Unici maschi nell'Eden.

Qualche minuto e, TA-DAH!, comincia lo show. Si susseguono sul palco ad uno ad uno, un pugno di ragazzotti palestrati, alcuni che ballano discretamente, altri che più semplicemente fanno manovra. Ma non importa: l'effetto sull'orda famelica è quello dei Beatles al Vigorelli nel '65. La folla sotto il palco si muove come uno tsunami ormonale. I ragazzotti dai nomi tronchi (Samuel, Manuel, Maicol), ce la mettono tutta nei loro costumini di ispirazione Village People, (nell'ordine: pompiere, cow-boy, poliziotto, carpentiere - manca l'indiano).

Hanno tutti DUE perizomi sovrapposti: uno normale e uno microscopico sotto. Quando tolgono il primo perizoma, l'effetto sonoro è lo stesso del gol di Fabio Grosso contro la Germania nel 2006. Il secondo lo tengono su, probabilmente per uscirne vivi.

Il momento migliore è quando un poveraccio, vestito da carpentiere, tira sul palco una tracagnotta tremebonda per farsi spalmare della roba sugnosa sul petto e, finita l'emulsione, cerca di congedarla con un bacetto.  La fanciulla lo cinge coi cosciotti a tenaglia buttandogli in gola una metrata buona di lingua saettante e menando poderosi colpi di bacino come un molosso alla monta.

Il wrestling dura un lunghissimo minuto poi lei si rituffa ebbra nella selva di braccia scomparendo.

Fine.

Il carpentiere era l'ultimo. Esce col terrore in fondo allo sguardo. Nel camerino singhiozza piano. Aprono le porte alla mandria degli uomini che scaturisce all'interno a ristabilire un equilibrio millenario. Le baccanti libidinose si ritrasformano immediatamente in morose devote. Le single, cessato l'incontenibile umettarsi, tornano a tirarsela rinverdendo i fasti dell'eterno gioco di ruolo chiamato seduzione (mossa, contromossa, te la do? No non te la do, ma forse sì...). Personalmente, mi becco un paio di Due di Picche d'incontro che mi riportano subito nella mia area di competenza usuale: una lunga sequenza di astiosi gin tonic.

La festa della donna è già finita e si torna al solito tran tran.

Gianni-Bardi

Gianni Bardi

Redattore
Ex attor giovine, ex frontman del gruppo rock Vicks & the Kleenex, comico nell’ensemble sammarinese Le Barnos e da qualche tempo in proprio come monologhista.
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Grafema Magazine umorismo

La serata Over 30

La serata over 30.

Mi ha chiesto Coso se ho voglia, uno di questi venerdì di andare alla serata Over 30 in disco. Fanno queste serate già da un po'. Di solito il venerdì. Perché – come a 20 anni – il sabato si esce in coppia. O si sta a casina, meglio.  Ci si alterna. Un venerdì Egli e quello dopo Essa. Con le cumpe di Esse o Essi. Come a 20 anni. Se questo venerdì sto io coi figli, il prossimo stai tu e io esco coi raga. Assieme mai!

“Ci vado per rinverdire i tempi in cui ci divertivamo appalla. E che musica!”

Coso mi ha detto che ci si diverte un casino, come allora! La musica dei '90. Tutte le vecchie facce...

Aspetta.

Io nei '90 mi rompevo i coglioni da morire. La musica mi faceva vomitare: Corona, La Bouche, Cappella, Technotronic, “Pump up the jam-pump it up-while your feet are stompin...” Se ripenso a questi orribili motivetti con la cassa in 4 mi tornano su brutali bolle di cuba libre col Pampero o terrificanti retrogusti di Gordon's + tonica, che al risveglio della domenica venivano soffocati da abbondanti passatelli in brodo di pollo preparati dalla mamma. Ricordo una ininterrotta teoria di sguardi in cagnesco alle processioni bordopista di fanciulle che giammai me l'avrebbero, non dico data, nemmeno raccontata o alle transumanze di manzi con più muscoli, meno panza e più gel di quanto mai avrei potuto sperare. Io, che avevo la presunzione di sentirmi più ganzo e cool e profondo e maledetto ma che – al contrario di loro – non limonavo mai. Presente?

Adesso dopo più di 20 anni dovrei rivedere le stesse facce su corpi appesantiti, calvizie incipienti o conclamate, fianchi sgonfiati sostenuti da tiranti gibaud, push up in cemento pressofuso catramato. Dovrei veder sfilare un carnevale di matrimoni falliti e libidini adolescenziali riesumate di fresco. Dovrei confrontare il mio deterioramento psicofisico con quello altrui e magari constatare che l'incontrollabile bradisismo del mio girovita è terribilmente peggiore di quello del tizio o del tale che già quattro lustri fa mi surclassavano. Oppure vedere che sono passato dalla totale indifferenza del genere teen all'altrettanta del genere milf, senza soluzione di continuità. Dovrei assistere a schermaglie di conquista frettolosa dettata dall'ansia di concretizzare per sparare le penultime cartucce residuali di prestanza sessuale. E osservare tutto ciò appoggiato come allora alla colonna senza neanche il conforto di molteplici long drinks in ragione di una morigeratezza indotta dal “non ho più il fisico”. No, no. Non vado. Meglio restare nei più sicuri lidi del divano, fronte tele, sintonizzato su “Com'è fatto”, il mio programma preferito dove tutto, prima o poi, finisce inevitabilmente e inesorabilmente, in un'enorme tramoggia.

Gianni-Bardi

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Ex attor giovine, ex frontman del gruppo rock Vicks & the Kleenex, comico nell’ensemble sammarinese Le Barnos e da qualche tempo in proprio come monologhista.
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Prolegomeni

Rubrica: Sugna: scritti per l’umore e l’assetto lipidico

Tempo fa ci vediamo con Giorgio Arcari per una roba relativa a un progetto che potrebbe prendere corpo. Mi fa: “stavo pensando di far partire un magazine letterario on line”.
Bello. Glielo dico: “Bello, mi sembra una bella idea”.
“Ti andrebbe di tenere una rubrica fissa? Umorismo.”
“Sei sicuro? Non lo so mica. Io scrivo le mie robine per i miei monologhi, al massimo qualche castroneria nella mia paginetta Facebook. Da lì a scrivere una rubrica...”
“Tranquillo” - mi fa - “scrivi come ti va, quello che ti va. Hai voglia di scrivere dei raccontini? Scrivi dei raccontini. Hai voglia di scrivere dei saggi? Scrivi dei saggi. Hai voglia di scrivere delle poesiuole?...” e così via. In realtà è andato avanti un pezzetto, solo che qui ho le parole contate.
“Ah, di', va bene.” L'idea mi intriga. Quindi ecco qua.
Ho a disposizione uno spazio per scrivere quello che voglio, per dare voce a qualsiasi idea mi venga in mente. O venga in mente a qualcun altro. Per questo, se ci fosse qualche esponente dei Poteri Forti, di coloro che vogliono instaurare un Nuovo Ordine Mondiale, se c'è qualche Plutomassone interessato ad usare questo piccolo spazio concessomi come megafono per la propaganda atta al lavaggio del cervello delle masse, sappia che è il BENVENUTO. Sono disponibile a concedere spazio, righe e paragrafi per favorire e attuare qualsiasi piano diabolico per conquistare il mondo, occultare la presenza degli alieni cattivi, rovesciare regimi o instaurarne altri, sedurre, ordire, celare, manovrare, deviare, insabbiare, insospettire, disilludere, fornire alibi o giustificazioni ideologiche. Sono disposto a farmi tramite di qualsiasi distorsione mediatica, bufala, fuffa, truffetta, fake new, comunicato ufficiale. Dovete rafforzare e spingere il più lontano possibile i tentacoli del Sistema? Son pur qui!
Oltre alla pagina, avete bisogno di presenza fisica ed eloquio svelto? Sono a totale disposizione come presentatore per eventi, conferenze, sagre, battesimi, cresime, Bar mitzvah, matrimoni, karaoke. Sono il tramite perfetto per far passare ogni messaggio con uno stile sbarazzino e coinvolgente. Dichiaro fin da ora e ribadirò in ogni momento che, qualora doveste raggiungere l'intento di dominare il Mondo, non sono assolutamente interessato alla spartizione del potere. A guisa di ricompensa, confidando sulla Vostra indubbia prodigalità, preferirei il classico apporto di abbondante denaro. Eventualmente, se avanza, una certa quantità di gnocca. Se proprio doveste essere intenzionati a coinvolgermi nella spartizione del potere, gradirei diventare monarca dell'Abruzzo; sempre piaciuto molto. Bei posti, mare, montagna, parchi. Si mangia bene. Gente sincera, forte e gentile. Sì, l'Abruzzo andrebbe bene.
Nell'eventualità di un interesse da parte Vostra, Vi invito a contattarmi in privato.
In caso contrario, continuerò a scrivere le mie sciocchezzuole.

Gianni-Bardi

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