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Categoria: Giorgio Arcari – Grafemi e Nuvole

Grafemi e Nuvole di Giorgio Arcari

Di testa e di pancia

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Vi capita mai di sognare? Domanda sciocca naturalmente, certo che vi capita. Ve la faccio perché è proprio da qui, dal sogno, che parte la nuvoletta di oggi.
Perché vedete, da qualche tempo i miei sogni sono cambiati. Ho sempre sognato poco, o meglio, ho sempre ricordato poco di quello che sogno, però gli elementi fondamentali sono sempre stati abbastanza costanti. Un ritmo adrenalinico, una regia efficace, un coprotagonista famoso e almeno alcuni di questi elementi: zombi, alieni malvagi, kung-fu, combattimenti, scenari innevati (per far derapare le automobili, mica per altro) e così via. Insomma, tanto per capirci ho sempre fatto dei sogni estremamente tamarri e terrificanti, ma di quel terrificante divertente. Per dire, una volta è uscito David Carradine zombi dal bagno di casa mia, abbiamo ingaggiato uno scontro serrato a colpi di kung-fu distruggendo buona parte dell’arredamento e, dopo avermi sconfitto, mi ha trasmesso degli importanti insegnamenti Zen.

Cose così, che ti faranno anche dubitare della tua sanità mentale, ma sono comunque un bel risparmio sul cinema.
Da qualche tempo, dicevo, i miei sogni sono cambiati. Diciamo che sogno quasi sempre la stessa “cosa”, la stessa situazione o persona – lascio la cosa volutamente ambigua – che in modi diversi mi causa disagio o dolore.
Al contrario degli altri (anzi, se tra voi c’è uno psicologo che vuole provare a interpretarli, quelli, le o gli pago volentieri da bere!) questi sono di facile comprensione. Ti infili in una “cosa” riguardo la quale nutri in realtà parecchi dubbi e il tuo subconscio approfitta del sonno, cancella la meravigliosa programmazione precedente e ti manda segnali d’allarme.

Che noia, direte voi. Sono d’accordo, chi non preferirebbe fermare una invasione di alieni insieme a Sherlock Holmes e Magalli (come l’altro, anche questo sogno è verissimo)? Però è utile per parlare di qualcosa che riguarda da vicino l’approccio alla scrittura e forse, più in generale, all’arte:
le scelte ben ponderate non sono mai quelle migliori all’inizio. Le scelte ben ponderate sono sempre le migliori alla fine.

Mi spiego. Scrivere, all’inizio, è una cosa profondamente di pancia. L’approccio alla storia è un sentimento animalesco, che va a toccare quei punti profondi del nostro animo, che ci lacera e ci esalta. Buttarsi, buttarsi sempre è la cosa necessaria, rischiare di bruciarsi, di farsi male, di danzare sul cornicione. Nascono così le storie migliori, con la disponibilità al confronto con quello che più ci turba o addirittura ci sconvolge. In due parole, all’inizio scriviamo solo e solamente per noi.
Arriva però la seconda fase. Finita la parte di pancia, arriva quella di testa. Finito di scrivere per noi, cominciamo a scrivere per gli altri. È a questo punto, aridamente definito di “revisione”, che cominciamo a fare i conti, a limare, a ripulire, a ragionare.
Non ci sono alternative: una buona storia, per poter nascere, deve affrontare entrambe queste fasi. Chi le scrive, le storie, deve affrontare entrambe queste fasi. Non è facile, a volte nemmeno gradevole.
Però si fa.

Perché oggi vi ho raccontato queste cose? Per due motivi, in sostanza.
Il primo riguarda sé stessi: se avete una pulsione che vi spinge a creare qualcosa, anche se vi spaventa, seguitela senza pensarci troppo. Tanto non vi lascerà in pace comunque fino a che non l’avrete fatto.
Il secondo riguarda gli altri: anche se volete loro bene, non sempre farete loro un favore sconsigliando di buttarsi a capofitto in quella che sembra una pazzia. Di certo è più faticoso aiutare qualcuno a rialzarsi che impedirgli di cadere, ma è anche segno molto più concreto di affetto.
Non sono sicuro che stiamo ancora parlando solo di scrittura, ma facciamo finta di sì. Restiamo leggeri, che fa caldo!
E io, cosa farò con quella “cosa”, situazione o persona volutamente ambigua che sia? Mi pare ovvio: voi cosa fareste di fronte a un’invasione di zombi alieni e con al vostro fianco dei personaggi inesistenti (o, occasionalmente Magalli)?
Si va alla carica!
Per ragionarci su, per usare la testa, la fase giusta è sempre quella successiva.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Scrivere i colori dell’estate

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Azzurro. Bianco. Sabbia.
Poi il verde di una pineta o quello picchiettato di rosa e rosso degli oleandri. I toni, ammettiamolo, plastificati e un po’ psichedelici dei giochi per bambini e dei costumi da bagno. E poi neri di strade e cormorani, pelli bianche e scure separate da quelle dei turisti nordici, generalmente color plutonio in fase di fusione, la luce viola della sera a riportare le sfumature in una stagione che, altrimenti, sarebbe definita dalle sue tonalità nette.
La tavolozza di colori dell’estate è ricca, quasi prepotente. Oggi, ultimo giorno di luglio, cuore dell’estate, fa capolino da ogni pertugio.
Possono però i colori diventare parola, storia, narrativa? Insomma, lo sappiamo che sono fratelli di pittori e fotografi, ma per chi scrive?
La risposta è sì, possono. Devono.
Magari non lo faranno direttamente, con la loro semplice esistenza, ma saranno lì a urlarci suggerimenti e suggestioni. Saranno in grado di rendersi protagonisti spingendoci a scavare nella nostra memoria e nel nostro spirito inseguendo un’idea, oppure di farsi sfondo, per presentarci nella miglior luce possibile – letteralmente, è proprio il caso di dirlo – una scena che dovremo essere bravi a registrare, a mettere da parte perché diventi una delle pennellate che andranno a comporre la nostra prossima narrazione.
L’ocra dorata del lume di candela illuminerà due volti che si guardano adoranti oppure sarà schermata da due cellulari, occhi distanti e altra luce bianca e fredda?
I colori assoluti del bagnasciuga ospiteranno, nel loro giocare a fare trompe-l'œil, una coppia di anziani che si tiene per mano, una banda di ragazzi chiassosi o una qualche bellezza che viene giustamente ammirata?
Oppure, per dire, che fa di tutto per essere ammirata?
Qual è la sfumatura della sera che separa le cicale dai grilli?
E la quantità di nero nel blu della notte, perché accolga stelle cadenti, sospiri e risate di amanti, sguaiatezze che ci si permette solo da turisti, quale deve essere?
I colori sono fondamentali, soprattutto per chi non può usarli, soprattutto per chi ha a disposizione solo un tratto scuro su una pagina bianca.
Avete notato come i toni dell’estate cambino la nostra percezione? Le donne sono più belle, ricevono in prestito quella luce che si accomoda appena sotto la pelle, che fa capolino tra i vestiti leggeri (e non dubito che, chi invece apprezza il genere maschile, saprà vedere e magari suggerirmi qualcosa di assolutamente analogo). I sorrisi sono più grandi, così come gli occhi che guardano. Le urla, soprattutto quelle dei bambini, possono salire incuranti a qualsiasi livello e saranno comunque più soffuse e meglio accolte. Persino la pioggia è diversa. Possiamo passare interi inverni a maledire l’umidore che sbrodola dal cielo, ma ci fermeremo incantati a osservare i colori violenti di un temporale. Anche se ci tengono lontani da spiagge e sentieri di montagna, anche se ci inzuppano perché l’ombrello, d’estate, per carità!
Tutto questo potrà sembrarvi un volo pindarico privo di senso e forse un po’ lo è, ma voglio riportarlo a qualcosa che riguarda, che serve a chi, come noi, non può vivere senza la parola scritta.
Presto sarà freddo e grigio e buio p(r)esto. Questa bellezza servirà, per lo spirito e per la penna e un modo, ve lo assicuro, c’è.
Lo scrittore, che sia di lungo corso o a un inizio spinto dalla passione, non va mai davvero in vacanza. Tra i teli da spiaggia e i racchettoni, pieno di sabbia, umido magari per un costume incurante gettato nella borsa, eccolo lì.
Il taccuino.
Portatelo con voi, sempre. Non importa se si rovinerà, se lo ridurrete strappando pagine e pagine per segnare appuntamenti, indirizzi, numeri di telefono, non importa. Il taccuino è un amico fedele, che non si formalizza. Non ci dovete nemmeno scrivere su storie, non ci dovete nemmeno scrivere su idee e bozze di storie.
Niente stress, niente pressione.
Usatelo semplicemente per fermare, uno a uno, tutti questi colori, tutte le impressioni che incontrerete e che vi faranno danzare qualcosa dentro.
Anche la cosa apparentemente più piccola e senza importanza. Se l’avete notata, evidentemente per voi non sarà così.
Quel volto così particolare, due sedili più in là sul treno o sull’aereo, forse un giorno diventerà il protagonista di un vostro racconto.
Quella persona così affascinante che avete incontrato e che è svanita dopo pochi istanti tra la folla, lasciandovi imbambolati tra le vetrine e i tavolini dei bar, forse una sera d’inverno vi farà da musa (e usiamo musa come generico che, perdonatemi, ma “muso” non rende benissimo l’idea).
Quella notte in cui non avete magari fatto nulla di speciale ma sentite come se la gioia fosse così grande da strapparvi la pancia e il petto che non riescono a contenerla, riempirà pagine su pagine tra qualche mese. Così come la tristezza, l’inquietudine che magari vi sorprenderanno quando meno ve lo aspettate, magari davanti a un tramonto sul mare, quando si ferma il vento e in acqua restano solo i bambini più insensibili alle urla di rimprovero dei genitori.
Scrivete, scrivete tutto! Fermate su carta tutte queste e le altre centinaia di impressioni che l’estate lascerà in voi. La mente non si ferma mai, per fortuna, ma questo significa anche che, lasciate alla sola memoria, queste immagini svaniranno insieme ai loro colori, per lasciare il posto ad altre e nuove. Riponete la vostra fiducia nel vostro amico taccuino, per conservarle, come fosse una bottiglietta piena di sabbia e conchiglie o un rullino fotografico (pardon, una sotto-cartella della directory “immagini”) che svilupperete mentre fuori gela.
Datemi retta, scrittori di lungo corso, scrittori alle prime armi, scrittori che ancora non hanno scritto nulla ma sentono il bisogno di farlo, che lo faranno.
Scrivete i colori dell’estate.
Vi serviranno.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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Mentana, Burioni e gli altri: sul “blast” e la libertà di espressione

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Che su queste pagine non si amino gli anglicismi oramai è cosa nota. Tuttavia certi neologismi entrano così prepotentemente nel linguaggio comune, soprattutto sui social, che non si può prescindere dall’usarli.
Oggi parliamo infatti della pratica del “blast”, italianizzato in “blastare”, far esplodere, in sostanza. Termine in origine appannaggio dei videogiocatori amanti degli sparatutto, sta oggi a significare la risposta bruciante, senza peli sulla lingua, data sui social network (da parte principalmente di personalità note, ma non solo) a commenti sciocchi o disinformati. La parola in sé non ci interessa molto anche se, personalmente, trovo molto più bello l’ormai vetusto termine “cazziatone”.
Ci preme invece analizzare ciò che è sottinteso a questa pratica e il rapporto tra diritto d’opinione e valore dell’opinione.
Poco prima della sua scomparsa, Umberto Eco raccolse in pari misura applausi e proteste scandalizzate con la sua ormai celebre uscita:
“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità“.
Nello stesso periodo saliva alla ribalta la discussione sull’analfabetismo funzionale. Un problema drammatico (non solo in Italia), rapidamente declassato, in verità, a semplice offesa spesso usata a sproposito.
Ora, è innegabile che i social abbiano dato, non maggiore diritto di parola a tutti (quella, fortunatamente, già l’avevamo), ma maggiore visibilità di parola, se mi passate il concetto. Chiunque ora può scrivere ovunque e discutere “alla pari” con personalità dello spettacolo, della politica, dell’ambito accademico e scientifico e così via. In teoria una cosa meravigliosa ma, come sempre accade, c’è chi ne abusa.
E sono tanti.
I social hanno dato visibilità, tra le tante cose belle, anche alle teorie più astruse e complottiste, agli arrabbiati incurabili, agli odiatori seriali (o hater, come si suole dire ora, quei personaggi ben tratteggiati da Maurizio Crozza con il personaggio di Napalm51) e più in generale a chi non è interessato a confrontarsi o a imparare, ma solamente a proclamare le proprie ragioni incurante di quelle degli altri o persino della realtà evidente, oggettiva o scientifica dei fatti.
La pratica del “blastare” nasce da qui, come risposta a queste persone. Invece di cercare il dialogo a ogni costo, la spiegazione nonostante tutto, alcune personalità hanno cominciato a rispondere ai commenti più violenti, arroganti o semplicemente profondamente disinformati in modo altrettanto duro, solitamente usando l’ironia quando non proprio il sarcasmo. Pionieri di questa pratica sono Enrico Mentana e Roberto Burioni.
C’è chi li adora per questo (la pagina Enrico Mentana blasta lagggente raccoglie quasi duecentomila fan) e chi invece li critica, ritenendo che non sia il modo di far passare dei messaggi pur corretti. La replica, solitamente, è che chi si pone così non ha interesse, come detto, a mettersi in discussione, a dialogare.
Ragione? Torto? Nemmeno questo è veramente il punto alla base di questo discorso, che va a toccare invece qualcosa di più profondo e fondamentale in una democrazia matura.
Quello che sembra si sia perso è il concetto di differenza tra libertà di opinione e della sua espressione e validità dell’opinione stessa.
Mi spiego.
Fortunatamente nel nostro Paese siamo liberi non solo di pensarla un po’ come vogliamo su qualsiasi cosa, ma siamo anche liberi di dire la nostra liberamente. Questo però non rende le nostre opinioni automaticamente valide e degne di rispetto. Possono essere tranquillamente delle sciocchezze e come tali vanno considerate. Non è offensivo, se qualcuno ci fa notare che ciò che abbiamo appena detto o scritto non ha alcun riscontro con la realtà. Solo perché tante persone “credono” (il termine non è a caso, dato che si tratta di una vera e propria fede) che la terra sia piatta, che non siamo mai stati nello spazio, che i leader mondiali in realtà siano alieni rettiliani sotto mentite spoglie, tanto per fermarci alle teorie più in voga, questo non significa che queste non siano baggianate. Libertà di espressione è anche libertà di farlo notare, di accettare il confronto (e spesso pure le offese) per riportare certe fantasie a confronto con la realtà “scientifica” delle cose.
Viviamo nell’era della post-verità, delle bufale usate come arma per fare politica, della disinformazione come strumento per guadagnare consenso e denaro. Non abbiamo certo intenzione di fare una chiamata alla guerra santa ma, per quanto ci riguarda, nemmeno di dare l’invito a tacere, a lasciar correre, a ignorare. Oltre che deleterio, questo sì che sarebbe un atteggiamento eccessivamente snob.
Sommessamente, invece, raccomandiamo di rompere le palle. Nel modo che preferite, blastando o con la pazienza infinita necessaria a dialogare in certe condizione, ma di rompere le palle. Non importa se siamo artisti, scrittori che passano parte del loro tempo nel mondo della fantasia per vocazione. Il mondo che invece condividiamo è bellissimo, pieno di sorprese e incredibile così com’è, come abbiamo imparato a conoscerlo e a studiarlo. Vale la pena battersi per questo, anche solo con qualche commento su internet, anche solo evitando di rispondere all’amico “complottaro” che c’è un po’ in tutte le compagnie.
Se poi facendo così si perde qualche “like”, qualche “amicizia” online, si ricava qualche insulto da chi magari ha appena difeso con passione cieca la teoria della Terra cava o quella del pianeta Nibiru che sta arrivando, puntuale come le tasse, a ucciderci tutti… be’, ragazzi.
Sopravvivremo lo stesso, magari con un bel sorriso – quello reale, questa volta – in più.

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Corri. Svegliati. Corri.

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Questo è un bel momento. Stiamo facendo una cosa che amiamo, siete in tantissimi a leggerci e siamo in tanti a scrivere nel Magazine. Uno di quei momenti in cui sembra che le cose non possano che migliorare. Uno di quei momenti in cui, un paio di conti, te li fai. Un momento di consapevolezza e di prospettiva (ri)trovata, insomma. Scattano le sirene, suonano gli allarmi, perché è proprio uno di quei momenti in cui, invece di goderti il presente scappi avanti, o indietro, chissà.
È proprio di quei momenti che vi voglio parlare oggi.
Quanto è ironico pensare alle tonnellate di sovrastrutture che ci costruiamo addosso per separarci dal presente. Ci incateniamo giorno dopo giorno a costrutti sempre più oppressivi. Qui siamo troppo vecchi, lì mancano i soldi, laggiù siamo tristi e depressi ed incapaci di relazionarci. Tanti piccoli gironi che provvediamo con un certo gusto ad infarcire di benaltrismo. Sono altre le priorità. Ben altro ciò che dovrebbe occupare i tuoi pensieri in un dato momento. Assolutamente qualcosa di diverso quello in cui dovresti mettere le energie. Chissà, forse sotto sotto la semplicità elementare di molti aspetti della vita ci terrorizza. Quindi ci frustriamo a vicenda - ma soprattutto lo facciamo da soli, con noi stessi - facendoci sentire in ogni momento fuori luogo e fuori posto.
Siamo eternamente quelli che arrivano al cinema il minuto dopo che l'ultimo biglietto è stato venduto.
Bene.
Il cinema è mezzo vuoto. Fessi che siamo.
La verità è che la vita è complicata. Complicata, sì. Mettere assieme carne e spirito, passioni e paure, amori e solitudini, la poesia e la pancia che brontola per la fame.
La vita non è complicata, è un casino.
E proprio per questo è una figata.
Da bambini - almeno quelli della mia età, i non trenta-quarantenni si trovino una metafora adatta, mica posso fare tutto io! - da bambini, dicevo, andavi al bar sotto casa con le tue poche monete, orgogliosamente, "a giocare ai videogiochi". Non ti ponevi il problema della difficoltà. Sapevi che sarebbe diventato via via più tosto livello dopo livello. Sapevi anche che non avresti vinto nulla, se non il poter mettere tre letterine del tuo nome in una classifica. Non te ne importava nulla, quello che contava era il gioco. Il presente.
Poi siamo diventati più grandicelli. I giochi sono entrati nelle nostre case, nei nostri Commodore, negli Amiga, nei Pc e nelle consolle. Ognuno di essi dotato di quell'infida e devastante opzione.
Seleziona la difficoltà.
E lì l'importanza formativa dei videogiochi, perdonatemi, è andata in vacca. Da fatalisti vichinghi, consci che le cose si sarebbero fatte sempre più dure schermata dopo schermata, ci siamo trasformati in tanti piccoli commercialisti, bisognosi di sapere a priori la difficoltà e l'impegno richiesto. Manco ci avessero dovuto pagare.
Non faccio dietrologia.
Ok, sì, è dietrologia, ma siete entrati in una sala giochi, ultimamente? Il gioco che va per la maggiore è quello di infilare monetine in macchine piene di altre monetine, sperando che ne cadano un numero maggiore di quante ne infili. Penso che a furia di preoccuparci per l’Alzheimer da vecchi, ci sia sfuggita una qualche malattia che ci rimbambisce da giovani.
Perché sto scrivendo tutto questo? Un po' perché questa metafora mi piaceva e da due righe l'ho fatta diventare di venti. Un po' perché, appunto, è una metafora. Facciamo lo stesso nella vita di ogni giorno, per ogni cosa, grande e piccola.
Non ci godiamo più le sfide quotidiane, godendo della loro difficoltà. Giochiamo se sappiamo controllare il livello del gioco, altrimenti infiliamo monetine. Che diamine, prima o poi ne scenderanno più di quante ne abbiamo messe.
Svuotiamo i nostri giorni in quella macchina di non vita, aspettando che dal buco cadano mesi di esistenza godereccia.
Intanto, lì fuori, tutto corre. Corrono le soddisfazioni, corrono le esperienze e le scoperte, corrono le opportunità di crescere, corrono gli amori. Tutte queste cose corrono, non sono legate a quelle sovrastrutture da consolle che ci siamo creati. Sono cose complicate, ma hanno una base semplice, a ritmo con il ritmo del mondo. La loro velocità è quella corretta, siamo noi che ci siamo imbolsiti a furia di fregarci con le "priorità", regolarmente sempre altre, sempre diverse, sempre scuse per tirare indietro la mano dal tram che sta passando in quel momento. In attesa di un altro tram. Soprattutto in attesa di un'altra prioritaria scusa che ci faccia perdere pure quell'altro, di tram.
Questo è quanto. Ho fatto dietrologia e adesso pure la morale, simpatico come un ibrido di Massimo Fini e Giulietto Chiesa.
Ora vorrei dirvi che, dopo la consapevolezza, io ho capito tutto. Che so quel che si deve fare.
Sciocchezze. Sono più imbolsito di tutti voi messi insieme.
La vita, là fuori, prosegue con la sua solita, complicatissima, estenuante, meravigliosa ed eccitante velocità. Bisogna tornare a essere veloci. Correre correre correre finché il cuore ti scoppia e torni a sentirti vivo.
Scrivere è anche questo, quel senso di esplosione che se ne frega di tutto ciò che è stato, di ciò che verrà.
Che ne dite, andiamo ad allenarci?

Photo credit: George Sheehan

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Ora e sempre resistenza, anche culturale

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Che cos’è la resistenza culturale?

Ieri ho partecipato a un evento, che vi racconteremo in settimana con due servizi/interviste, e questo concetto è emerso di continuo. A pensarci bene in questi anni, nelle svariate incarnazioni del mio lavoro, spesso lo stesso concetto è tornato e tornato.

Forse sono io.

Comunque sia resistenza è l’opporsi, passivamente ma soprattutto attivamente, a un sistema opprimente e intollerabile, solitamente dotato di forza e risorse preponderanti.

Fin qui ci siamo, non serve quasi fare riferimento alla nostra Resistenza e ai Partigiani per chiarire il concetto. Il tutto si complica quando lo colleghiamo all’idea di cultura. Dato che questa è tante, tantissime cose, verrebbe quasi da pensare che, in pratica, ogni pensiero, ogni punto di vista diverso (e in ultima analisi ogni singola persona, intesa come microcosmo) possano e debbano diventare il perno di una resistenza a una cultura più di massa, in una sorta di esasperata atomizzazione.

Non è proprio così.

Resistenza culturale non è dare voce a chiunque a qualunque costo. Non è, per esempio, quello che è appena successo a Pesaro con il raduno degli antivaccinisti: quando la cultura si mescola con la scienza non è censura identificare serenamente le sciocchezze e i deliri paranoici dati dall’ignoranza e non è nemmeno lesione del diritto d’opinione.

Diritto d’opinione che, ricordiamo en passant, fa sì che in un paese libero uno possa esprimere liberamente quello che pensa, ma non ha nulla a che vedere con l’effettivo senso di ciò che afferma. L’idea che ogni opinione sia anche da considerare valida solo per il fatto che sia possibile esprimerla è una delle varie storture dell’era dei social.

Ma non divaghiamo e non perdiamoci nelle definizioni per negazione. Lasciamo stare il “non è”.

Resistenza culturale “è”, in ultima analisi, atto d’amore. Per un luogo considerato importante, per una nozione, per uno stimolo creativo, per qualcosa che sta svanendo e che si vuole salvare.

È l’equivalente, in ambito naturalistico, della difesa della biodiversità.

È resistenza culturale contribuire a far sì che il lavoro di cento, duecento piccoli e piccolissimi editori arrivi nelle mani di potenziali lettori, filtrando tra le maglie sempre più strette della distribuzione che tende a ignorarli e delle grandi case editrici. Non che tutti quegli editori producano solo capolavori, ma avranno sicuramente cose da dire, potenzialmente molto valide. Anche per un mero calcolo statistico (e non è mai solo questo).

È resistenza culturale ricordare. Ricordare e ricostruire luoghi importanti per il territorio e per la memoria delle popolazioni locali, ricordare artisti che hanno dedicato la vita alla loro idea di cultura e dare la possibilità di esistere ai nuovi artisti che ne prendono concettualmente il posto.

È resistenza culturale fare narrativa e poesia in festival autoprodotti con le risorse che si trovano, per strada, fermando le persone e coinvolgendole, mettendole nella possibilità di interessarsi e parlare. È dare la possibilità a chi ne sente il bisogno di esprimersi e di avere un pubblico senza dover passare dalle forche caudine di chi, come gli editori a pagamento, vuole solo lucrarci sopra.

Sempre en passant, non è che guadagnare con la cultura sia sbagliato, anzi. Ma tutte le volte che il flusso “economico” non parte dal lettore ma dall’autore ci troviamo di fronte a una perversione del sistema.

Insomma, gli esempi possono essere migliaia ed è difficile radunarli tutti sotto a una definizione di bandiera. Ma ci proviamo lo stesso.

Resistenza culturale è amore per la bellezza in tutte le sue forme, milioni di forme. È qualcosa per cui vale la pena battersi, dedicare tempo, energie, risorse. È far vedere questa bellezza alle altre persone, magari troppo prese dai ritmi frenetici e un po’ alienanti della quotidianità. È accettare che magari pochissime di queste persone la vedranno.

È incontrare tra i tanti quelle che invece se ne innamoreranno a loro volta.

È, quando succede questo, credetemi, qualcosa di meraviglioso, come tutte le forme d’amore.

È, infine, il rispondere a una delle pulsioni fondamentali che ci ha resi Homo Sapiens.

Creare.

Prendetevi il tempo per il vostro atto di resistenza, piccolo o grande non importa. Create. Create e condividete.

Basta questo. D’altra parte, se lo scopo è nobile la storia ci insegna che certe resistenze possono persino vincere.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

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Gli spari sopra sono per noi

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Giuro che non ne volevo parlare. Avevo già in mente una cosa lirica sullo scrivere con i piedi a mollo nell’Adriatico, sul considerare quanto (ulteriormente) diventino belle le donne in estate e se questo sia o no un tema per la narrativa.

Mi riservo comunque di riprendere l’argomento più avanti, l’estate è lunga.

Anzi, in effetti non parlerò del concerto dei record di Vasco Rossi a Modena. A me Vasco non piace proprio per niente. Userei anche un termine più forte per far capire quanto proprio non mi piaccia, quello che inizia per “c” per intenderci, giusto per esprimere in primis la mia sorpresa nello scrivere un pezzo del genere. Ma mi attengo al ruolo formale dell’editoriale: niente parolacce. Se ci riesco. Comunque, un numero spropositato di persone invece lo ama e il concerto non ha certo bisogno della mia analisi. Dico solo che io, con una trentina di anni di meno, non riesco a stare tre ore e mezza neanche in birreria. Figuriamoci su un palco a cantare.

Vi parlerò invece delle reazioni al concerto. Reazioni negative, stizzite, a tratti rabbiose. Tutte provenienti dal cosiddetto mondo della cultura, gettate su media e social da (auto, soprattutto auto)nominati intellettuali. Insomma, le reazioni provenienti dal “nostro” mondo.

Non che sia una cosa generale e anzi riguarda solo una sparuta minoranza, ma tanto basta. Ieri ho letto, davvero, di tutto. E intendiamoci, non sto parlando dei normali sfottò tra fan e non fan e battute più o meno efficaci su questo o quel cantante. Quelle sempre ci sono state e sempre ci saranno e spesso fanno pure ridere. Parlo di gente serissima. O meglio, che pensa di esserlo: l’effetto comico emerge in modo tragicamente involontario.

Scrittori che sono riusciti a farsi respingere anche da case editrici a pagamento che liquidano i pezzi più famosi di Vasco come robaccia per decerebrati.

Più d’un editore (vabbè), neppure in grado di fare una pubblicazione dignitosa o almeno un editing decente, che accusano il rocker di Zocca di essere tra i colpevoli dello sfacelo culturale italiano e/o di analfabetizzare il suo pubblico.

Più o meno pensatori più o meno a vario titolo che discettano con aria saputa di quanto sia ingiusto che “quello lì” prenda così tanti soldi dagli sciocchi mentre noi invece neanche un euro per l’inestimabile lavoro sul rapporto tra semiotica e lana dell’ombelico.

Roba che viene voglia di mollare il mondo del libro e darsi alla carpenteria in ghisa.

Ora capite, questo non è un editoriale su Vasco Rossi. Lui non ha certo bisogno della mia difesa, io non lo reggo e del concerto chi se ne frega. È un pretesto.

Forse presumo troppo nel pretendere che ricordiate quello che ho scritto nel mio primo editoriale su questo magazine (se ve lo ricordate avete un mio bacio virtuale, ma comunque adesso lo citerò): dicevo che “forse”, se la gente si allontana dalla lettura e trova noiosa la cultura, la colpa in gran parte è nostra, di chi in questo ambito ci lavora. Ecco, gli esempi sopra sono perfetti, è proprio questo l’atteggiamento che allontana le persone. Sarebbero stati validi anche se fossero stati grandi artisti e pensatori, come esempi negativi (che però, guarda caso, hanno accuratamente evitato di esternare certe boiate). Così fa solamente più ridere.

Vasco Rossi è un cantautore famoso. Questo non lo rende un intellettuale, un poeta (almeno per me, per altri sì) o una figura di riferimento per il panorama culturale. Lui scrive canzoni e le canta e lo fa in modo che centinaia di migliaia di persone accettino di buon grado l’ordalia di un concerto come quello di sabato pur di sentirlo. Chapeau, che altro dovrebbe volergli dire una persona dotata di un minimo di buon senso?

E invece no, cari voi che avete così improvvidamente commentato. Sarebbe anche troppo facile liquidarvi citando la volpe e l’uva, caricarvi banalmente dell’invidia verso un successo che voi (e neanche io, se è per quello) mai potrete avere. Sarebbe troppo facile chiedervi sarcasticamente perché a lui, se fa così schifo, lo ascoltano in così tanti e a voi che siete “i più meglio” non vi si fila nessuno.

Il punto però è un altro. Ed è pure peggiore. “La musica unisce” hanno detto in tanti dopo questo concerto. A ragione. Invece, per qualche motivo, secondo voi la cultura dovrebbe dividere. Agite, parlate e scrivete in modo che divida, danneggiando sia noi che cerchiamo di raggiungere quante più persone possibile, sia il “pubblico diverso” che pretendete di tutelare. Pubblico diverso che non esiste: nessuno vieta a un amante di un buon libro di adorare Vasco Rossi o magari anche qualcosa di enormemente più trash, più banale, più commerciale (scegliete la riduzione che preferite). E se proprio questo appassionato non legge la colpa non è certo di uno che fa il suo mestiere, egregiamente peraltro, come Vasco Rossi. È vostra, mia, nostra, che non abbiamo saputo ancora spiegare quanto ci si possa emozionare, divertire, commuovere, esaltare perdendosi tra le parole di una pagina.

Pensateci su perché, continuando così, gli spari sopra saranno sempre e solo per noi.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Estate è il più poetico dei mesi

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Come dite? Estate non è un mese e soprattutto è una parola femminile?

Concedetemi un pizzico di licenza poetica, per l’appunto. Vi dimostro subito la mia tesi.

“Ah, crudele, estate crudele, che mi lasci qui abbandonato a me stesso […]”

“Posso ammirarti, la tua bronzea pelle splendente nel sole, i capelli levàti a liberare il viso […]”

“E quel sentimento d’estate prenderà possesso del tuo spirito, un giorno, nella tua vita […]”

Pavese? Montale? Magari un pizzico di sensualità Dannunziana? Niente di tutto questo, in effetti sono estratti di tre canzoni degli anni ’80: Cruel summer delle Bananarama, The boys of summer di Don Henley e That summer feeeling di Jonathan Richman.

Ecco, l’estate rende tutto più bello, più letterario, più poetico, persino gli anni ’80. Con una opportuna traduzione.

Così, non vi voglio parlare del caldo, dell’afa che rende matti e ti porta a umanizzare per poi offendere in maniera sanguinosa la mamma di un temporale che tarda a scoppiare – peraltro cosa che ho sentito giusto ieri sera con le mie orecchie, urlata dagli spalti dei colli romagnoli –, delle ferie che non arrivano, della noia degli ombrelloni.

Voglio raccontarvi di come questo sole crei miraggi e fantasie, di come i colori solletichino la fantasia creativa, di come questo sia il lungo mese (tre al prezzo di uno, un affare) della creatività. Certo, magari anche una bella insolazione con conseguente carbonizzazione di qualche sinapsi aiuta a vedere cose strane e sorprendenti, ma tutto fa brodo nella lunga estate calda della creatività.

Estate è il mese dei mille festival in giro per l’Italia, dei banchetti di libri agli angoli delle strade. Il mese in cui, sulle spiagge infestate da Despacito, persino un harmony pescato dalla cesta dei bagnini assurge al pantheon delle valide alternative letterarie.

A proposito, ci ho provato a trovare una frase evocativa anche in Despacito, ma non è stato possibile. Estate è mese poetico, mica dei miracoli. Ma transeat.

L’estate del Grafema è cominciata alla grande con la fiera di San Giovanni, tra libri e pietra bollente, e continuerà sul campo e sul Magazine. Ci troverete qui e là, vi avvertiremo per tempo, con la nostra riserva speciale di libri salvati, con presentazioni ed eventi. Il Magazine invece non si prenderà neppure un giorno di pausa. Ogni giorno cose belle, articoli, racconti e molto altro ancora per farvi viaggiare e dimenticare il caldo ovunque voi siate. Per andare oltre le città svuotate, gli ombrelloni ricolmi, oltre gli harmony.

O forse, tutto questo è un piano malvagio per instillare in voi un riflesso pavloviano.

Sentite Despacito.

Anelate l’evasione.

Aprite il Grafema Magazine.

Ripetere a piacere.

Forse sarà così, forse no. Però dovete ammettere che siamo una gran bella via di fuga. Fossi in voi correrei a condividerla con gli amici. C’è anche l’apposito tasto sulla pagina Facebook: “invita amici”.

Aiutateli a entrare con il giusto spirito nel più poetico dei mesi, l’estate. Noi faremo di tutto perché ne valga la pena.

Ora però scusate, c’è una certa canzone che dobbiamo far mettere a ripetizione su tutte le radio da spiaggia.

Buona estate con il Grafema Magazine.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Libri, aglio e lavanda

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Non sia mai che mi faccia beffe delle tradizioni di Cesena. So benissimo che il terzo simbolo della fiera di San Giovanni (dal 22 al 25 giugno) è il fischietto, preferibilmente di zucchero. Eppure la variazione sul tema è d’obbligo per noi de Il Grafema, che con la fiera abbiamo un rapporto speciale. Solo un anno fa, infatti, ci presentavamo ufficialmente alla città e inauguravamo la nostra sede in Via Albizzi. Un solo anno, eppure ne sono cambiate di cose. Piani, progetti, iniziative, la nascita del Grafema Magazine e, infine, anche il cambio di sede. Ebbene sì, ci spostiamo (in Via Vigne 83). Avremo sempre affetto per la nostra prima casa, la Galleria Faraoni, che però si incammina verso un percorso di trasformazione. Diventerà qualcosa di nuovo e bellissimo e non vediamo l’ora di parlarvene. Approfittiamo allora della fiera di San Giovanni per salutarla prima del trasferimento e lo facciamo a modo nostro, coinvolgendovi e rilanciando con iniziative ed eventi. Venerdì 23 (dalle 18.30) e Sabato 24 (dalle 16) ci troverete quindi in Via Albizzi 11 (proprio alle spalle di Piazza del Popolo, a pochi passi dal Municipio) con decine di libri introvabili a un prezzo assurdamente basso. Libri nuovi, salvati e recuperati amorevolmente dall’oblio.

Sempre Sabato 24, a partire dalle 18, presentiamo la fantastica redazione del Grafema Magazine condividendo con voi, e offrendovi, l’aperitivo. Venite a incontrarci, a dirci cosa ne pensate del progetto, a fare due chiacchiere con il vostro redattore preferito e a bere un buon bicchiere di vino tra i libri. Ci sarà anche l’occasione di avere informazioni sui nostri corsi di scrittura creativa che, come di consueto, partiranno con il prossimo autunno e sul piano dei laboratori e dei seminari, che cominceremo a proporre da Ottobre.

Questo è ciò che vi proponiamo: un momento in compagnia, per parlare di libri e scrittura, le cose che amiamo di più, e per sentire la vostra. Avete qualche idea da proporci? Venitecela a raccontare. Avete un racconto che ci vorreste presentare, un libro che avete pubblicato o avete nel cassetto che volete far conoscere? Portatevelo dietro! Avete l’idea per qualcosa che potreste scrivere sul Magazine? Perché no, parliamone!

Tutto questo vi sembra uno spottone? È vero, è assolutamente così. Poche cose ci esaltano come il portare libri e letture per strada e non possiamo fare a meno di coinvolgervi. Ci piacciono abbastanza anche gli aperitivi. Ve lo dico così, in modo da farvi capire che in fondo non siamo poi così strani.

Noi vi aspettiamo. Fate tappa da noi tra una bancarella e un gelato, l’appuntamento è in
Via Albizzi 11 presso la Galleria Faraoni
Sabato 24, dalle 18 per l’aperitivo con la redazione.
Venerdì 23 (dalle 18.30) e Sabato 24 (dalle 16) per curiosare nella nostra mostra mercato del libro.

Voi siete a spasso e noi siamo proprio lì, in centro.
Non avete scuse!

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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La cultura è cosa di strada

Editoriale: Grafemi e Nuvole
N. 02 – 12 giugno 2017

Corri corri corri. La prima settimana qui in redazione possiamo riassumerla così.

Qualche scricchiolio del sito da sistemare, articoli da correggere, giornate da programmare, rubriche da lanciare. Soprattutto, sette giorni un po’ con il cuore in gola nel proporvi questa scommessa, in attesa di una risposta.

Che è arrivata. Siete stati tantissimi. Avete letto, apprezzato, commentato, lasciato auguri e battute che ci hanno travolti e commossi. Grazie, grazie infinite. Possiamo ricambiarvi nel solo modo che conosciamo, continuando a condividere con voi le nostre passioni. In arrivo, quindi, nuovi articoli e rubriche ogni giorno. Non pensavate certo che le novità fossero già finite, vero?

Ringraziamenti d’obbligo e di cuore, ma aprire la settimana con l’editoriale mi permette anche di cominciare a presentarvi Il Grafema. Il magazine letterario è una porta, una via di comunicazione. Un mezzo, che già amiamo moltissimo, ma pur sempre un mezzo.

La cultura, infatti, è cosa di strada. Una parola che deriva da coltivare, far crescere. Una parola che affonda le sue radici nella terra, bagnata dalla luce e dalla pioggia. Proprio dove vogliamo portarla: tra le persone, nelle strade, nelle piazze, nelle spiagge. Questo è il destino dell’arte, della creatività, della ricerca del sapere e del bello. Un progetto che rimane sul web o addirittura sulla carta potrà anche toccare gli argomenti più interessanti o raggiungere vette alle quali per ora soltanto aspiriamo, ma alla fine si limiterà a parlarsi addosso. A meno che non serva appunto a coinvolgere quante più persone possibile, in primo luogo quelle che già non ne vivono la passione. In altre parole, non funzionerà mai fino in fondo fino a che non riuscirà a diventare Pop. Non storcete il naso, è un termine bellissimo. Quasi tutti i più grandi lasciti di cultura arrivano da artisti incredibilmente pop. Pensate ai teatri di Shakespeare e di Goldoni e di Molière, pieni di nobili e di contadini, venditori di spuntini e borseggiatori che tra un cliente e l’altro si lasciavano emozionare dalle opere recitate sul palco. Pensate ai mille e mille anni di bardi e cantastorie che viaggiavano attesissimi da un paese all’altro, dalla corte più nobile alla piazza più umile. Pensate alla lirica, oggi ridotta in modo miope a cosa “da signori” e che invece nasce per emozionare e infiammare lo spirito delle persone, tanto da diventare uno dei megafoni del nostro Risorgimento.

Insomma, non aspiriamo certo a risultati così grandi, ma vogliamo fare la nostra parte. La nostra piccola, sorridente e divertita parte. Per questo alle spalle del magazine c’è la nostra Associazione, Il Grafema: per arrivare a parlare con quelli che con la parola scritta ancora non hanno troppa confidenza, che ne sono un po’ spaventati, magari un po’ annoiati. Per far loro cambiare idea. Si dice che in Italia ci sia un “five million club”, il club dei cinque milioni di italiani che leggono almeno un libro all’anno. Bene, a noi i club esclusivi non piacciono e ci dispiace sapere quanto di bello tutti gli altri si stanno perdendo. Andiamo a dirglielo.

Per fare questo abbiamo bisogno di aiuto. “Ecco che batte cassa”, penserete voi. No, niente di così banale. Vi chiedo molto di meno e al contempo molto di più. Amate i libri, l’arte, la letteratura, il teatro o quale sia la sfaccettatura della parola cultura che preferite? Investite qualche ora con noi, in quello che amate. Qui sul sito trovate tutti i nostri contatti: chiamateci, venite a trovarci. Ci sono presentazioni da organizzare, scrittori da far conoscere, libri da leggere ad alta voce tra le persone, aperitivi da ridere prima ancora che da bere, non-lettori convinti da sorprendere. Una piccolissima, enorme rivoluzione. Cominciatela con noi.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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Grafema Magazine editoriale

Salite a bordo, si parte

Editoriale: Grafemi e Nuvole

In Italia nessuno legge.

In Italia nessuno compra libri.

In Italia tutti scrivono e nessuno legge.

E così via.

Tutto vero, per carità. I luoghi comuni spesso hanno un fondo, più di un fondo, di verità.

Eppure oggi partiamo con il Grafema Magazine. Siamo pazzi? Forse sì, ma ci siamo fatti anche qualche domanda.

Se poche persone leggono, “forse” da qualche parte abbiamo sbagliato anche noi scrittori, artisti, editori e semplici appassionati. “Forse” la parola cultura incute tanto timore, ispira tanta noia perché non abbiamo saputo mostrare quanto invece sia divertente, quanti mondi sconfinati ci apra, quanto ci si possa giocare per prendersi anche solo qualche minuto di svago durante la giornata. Perché no, quanto ci si possa persino campare.

Partiamo con due obiettivi piccoli, piccolissimi, quasi trascurabili. Buttar giù a testate il muro che separa quelli che leggono da quelli che non leggono e poi farvi ridere, sognare, riflettere, commuovere, ridere di nuovo, emozionare, viaggiare in mondi lontani nascosti nelle pieghe di un taschino.

Insomma, farvi divertire. Perché cultura è questo: trovare il bello nelle cose, le più lontane e fantastiche e le più vicine e apparentemente comuni. È viaggiare in mille posti differenti alla velocità della luce, è incontrare un’infinità di persone e pensieri con cui confrontarsi, per raccogliere poi quello che decidiamo di tenere e riportare a casa. È essere turisti, ogni giorno, ogni istante, pronti a farsi sorprendere.

Vi parleremo di libri e di musica, di cinema e di serie tv. In queste pagine (e anche di persona, tutte le volte che vorrete venire a trovarci) incontrerete scrittori, comici, fumettisti e tanti appassionati che non vedevano l’ora di buttarsi. Troverete racconti e poesie, rubriche alle quali vi affezionerete e aspetterete di settimana in settimana, per scoprire dove mai vi porteranno. Troverete soprattutto un gruppo che condivide, alla fine, un atto d’amore per la creatività e per la sua condivisione.

Un gruppo aperto, sia chiaro. Fin da subito vi invitiamo a entrarci. Vuoi scrivere, dire la tua, proporre il tema che più ti sta a cuore? Scrivici.

Commenta, condividi con i tuoi amici quello che trovi di appassionante, riprendici e persino insultaci se non sei d’accordo con noi.

Sei un artista e vuoi far conoscere la tua opera? Siamo qui per una chiacchierata o per una recensione.

Leggi duecento libri all’anno e vuoi condividere quelli che ami di più? Scrivila tu, la recensione, e mandacela. Chissà chi incontrerai, che li ama quanto te.

Sei un piccolo editore indipendente che fatica a trovare spazi? Il nostro è qui che ti aspetta.

Non leggi un libro, un fumetto, la lista della spesa neanche per sbaglio? Giochiamocela. Forse riusciremo a farti cambiare idea.

Salite a bordo, mettetevi comodi, godetevi il viaggio. In Italia nessuno legge? Chissà che, strada facendo, scopriremo che certi luoghi comuni quel fondo di verità invece non ce l’hanno proprio. A volte sbagliarsi, sapete, è davvero bellissimo.

Andiamo?

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

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