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Categoria: Giorgio Arcari – Grafemi e Nuvole

Grafemi e Nuvole di Giorgio Arcari

E questo era soltanto il principio

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Grafemi e nuvole è il nome che abbiamo dato al nostro editoriale, come ormai sapete bene. Qui ci capita di affrontare argomenti seri, di dedicarci al cazzeggio, di fare un po’ di promozione alle nostre varie iniziative e così via. Insomma, qui di solito vi parliamo di noi.

Ma non questa volta.

Questa volta siete voi, i lettori, i protagonisti. Lo siete perché è successa una cosa bella, i fatidici primi (si spera) “mille” like su Facebook. Siete tanti e vi abbiamo conquistato uno a uno, senza pubblicità e senza spam. Ci avete scelto per il motivo più importante, vi è piaciuto quello che scriviamo. Alcuni di voi ormai cominciamo anche a conoscerli, sappiamo cosa vi piace, quasi ci aspettiamo i vostri apprezzamenti a certi articoli, a certi racconti, a certe poesie.

Ok, l’ultima frase faceva un po’ stalker, passiamo oltre.

Quindi GRAZIE! Molti più di semplici mille, molto più della consueta immagine con la pioggia di pollicioni che si usa solitamente in questi casi (sperando che la redazione non mi faccia pagare subito questa affermazione), molto più del banale invito a continuare a seguirci, a farci pubblicità, ad aiutarci a raggiungere rapidamente i successivi mille e poi gli altri ancora.

Oh, non che ci faccia schifo, anzi! Fatecene un sacco, di pubblicità.

Ma non è questo il punto, dicevamo che i protagonisti oggi siete voi, quindi a noi toccano gli impegni.

Che ci prendiamo con piacere.

Fare una rivista di letteratura e cultura oggi è già un azzardo – una pazzia – di per sé e noi ci abbiamo messo del nostro, saltabeccando dagli argomenti più particolari a quelli più pop, dai classici della letteratura ai fumetti passando per le serie tv.

Tutto liscio? Col cavolo! Ci sono state cose buone, cose meno buone e anche qualche svarione. Abbiamo progettato un sito che non si aspettava un affetto così immediato e caloroso, quindi mostra qualche tremolio, un po’ come noi che intanto rincorriamo, correggiamo, sistemiamo.

Abbiamo soltanto cominciato. L’impegno che ci prendiamo con voi dopo i primi quattro mesi è semplicemente questo: abbiamo intenzione di continuare a sperimentare come se fossimo i bimbi che in effetti siamo (quantomeno in spirito), continueremo a non sederci sulle cose che vediamo funzionare a costo di accollarci qualche altro svarione, continueremo a giocare con voi e a trovare ottime le idee che a tutta prima ci sembreranno assurde.

Insomma, siamo intenzionati a continuare a fare casino e a cercare di sorprendervi con la rivista di letteratura meno inquadrabile degli ultimi quattro mesi.

Che sono pochi, giusto per ricordarci di tenere i piedi ben saldi sulle nuvole.

Pronti via, date un calcione nel sedere al vostro redattore del Grafema Magazine preferito, che si riparte.

 

Per il disegno di copertina si ringrazia Gloria Perosin

 
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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Svegliando Icaro

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Tra tutti i miti greci, solitamente appassionanti, avventurosi, sanguinari, non di rado fracassoni e un po’ esagerati, quello che ho sempre apprezzato di meno è quello di Icaro e di Dedalo, suo padre. Per la morale, più che altro. Questa cosa del non volare troppo vicino al sole perché ti bruci, l’ho sempre vista molto poco adatta a quel popolo (che è un po’ la trasposizione in civiltà del Marchese del Grillo nell’immortale massima, io so’ io…). Nel momento del loro massimo splendore i greci facevano quello che volevano, perché sì, perché gli andava, e nella gran maggioranza dei casi ci riuscivano pure.

Il mito di Icaro sembra un contentino messo lì per gli dei, mica pensassero al peccato di hybris, di superbia. Un po’ come dire “oh voi la sopra, giusto per farvi sapere che noi siamo umili al massimo, adesso però tornate a trasformarvi in cigni e ad accoppiarvi a caso come fate di solito, che qua mica abbiam tempo di pettinar le bambole”. E poi via, uscivano per un giretto a pasquetta e finivano per grigliare un paio di eserciti persiani, senza nemmeno trovare coda al casello al rientro in serata.

No, a me piace pensare che i greci adorassero non tanto la caduta di Icaro, quanto la chiacchierata che verosimilmente fece con il padre la sera prima, durante gli ultimi preparativi per la fuga, con Dedalo preoccupato a dare raccomandazioni e il figlio che in realtà non trovava ci fosse poi questa grande differenza tra l’essere prigionieri di un labirinto ed essere prigionieri di limiti alle proprie capacità. Credo che si sia detto che tutti gli esseri umani, e pure gli dei, prima o poi cadono.

Lui nel frattempo sarebbe volato più in alto.

“Oh Zeus, comunque sempre con grande umiltà, davver… oh scusa, sei preso con Alcmena. Colpa mia. Chiudo quando esco. Però la prossima volta che ne so, metti la cravatta alla maniglia almeno, e che cavolo”.

Chiodo fisso, questi dei.

Comunque, perché vi parlo di Icaro? Me lo ha fatto venire in mente (con un salto logico piuttosto ardito) chi, in questo periodo di iscrizione ai corsi di scrittura, mi dice “ma io non so scrivere!” o peggio ancora, dopo essersi imbattuta o imbattuto in qualche cosa scritta da me “ma io non scriverò mai come te!”.

E meno male!

L’ultima in ordine di tempo a dirlo è riuscita a inserire questa frase in una prosa brillante, divertente, senza essersi mai dedicata alla scrittura in vita sua.

Cosa che fa innervosire ancora di più.

Solitamente rispondo con gentilezza, spiego che faccio questo da una vita, che è normale, che ci vuole tempo e fiducia e…

Sì, che noia, sono d’accordo. Versione rapida e spietata, che dite?

Cominciare a scrivere, anzi, scrivere e basta, è una strada che non accetta paragoni, è una strada personale.

È come innamorarsi.

Quando conosciamo una persona, siamo colpiti dalle differenze, da ciò che ci sorprende e che fa risaltare questa persona nella massa. CI piace e vediamo questo abisso vuoto, che da un lato attrae, dall’altro fa paura.

Di tanto in tanto capita che con qualcuno in quell’abisso ci buttiamo. Poi mica è detto che vada bene, anzi, è a quel punto che, tra la novità e la sorpresa, ci mettiamo a cercare punti in comune e se questi sono tanti che arrivano a formare un disegno che condividiamo, capita che ci innamoriamo. Altrimenti no. Fine.

Con la scrittura è lo stesso. Ci si butta in qualcosa che non si conosce per nulla, almeno all’inizio. Ci si butta nella quantità di stimoli che vediamo intorno a noi e che abbiamo dentro e che vogliamo raccontare. A volte questi restano degli abbagli, si inciampa e si deve ricominciare, altre volte troviamo pezzetti di noi a far da collante a queste suggestioni.

Che diventano storie.

E storia dopo storia, diventeranno sempre più belle, sempre più precise, mirate, essenziali, degne di essere raccontate. Storia dopo storia la cera sarà più dura, le penne più vibranti, l’aria sotto alle ali sarà più densa, le correnti ascensionali più forti e decise.

Più su e ancora, accettando le planate scomposte e i ruzzoloni che fanno parte del gioco.

Poi si cadrà, che tanto prima o poi tocca a tutti, ma nel frattempo quante cose che si scoprono andando incontro al sole, volando più alto.

Secondo me, questo Icaro l’aveva capito subito.

Voi non fatevi fregare dai vostri personali Dedalo.

 

Dipinto: Charles Paul Landon, Icarus and Daedalus

 
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Got the time

Editoriale: Grafemi e Nuvole

L’estate è ufficialmente finita.
Vi siete rilassati?
Bene, perché con l’autunno ricomincia la frenesia. Diciamoci la verità, per quanto resista la vetusta tradizione di far cominciare l’anno a gennaio, è adesso che il VERO anno comincia veramente.
Obblighi scolastici o meno.
Torniamo dalle vacanze carichi di buoni propositi (ma pure di pessimi presupposti), pieni di progetti, intenzionati a dare una svolta alla nostra vita lavorativa, a iscriverci in palestra, nuoto, pilates, zumba o qualsiasi altra cosa con l’intenzione di rimetterci in forma, a rivitalizzare le nostre relazioni o a trovare finalmente l’amore.
Abbiamo già preparato i progetti persino per rilassarci. Quell’agriturismo sarà fenomenale con un briciolo di foschia, quella bottiglia di vino rosso invecchiato a lume di candela, quel weekend in una città d’arte, tutte le serie tv che ricominciano…
Insomma, abbiamo già pianificato tutti i prossimi mesi, settimana per settimana, giorno per giorno. Che poi faremo queste cose oppure no, chissenefrega: dal programmino di settembre comunque nessuno si salva davvero. Anche senza scriverlo, anche senza dirlo a nessuno.
Ora, se cominciate a pensare che questo sia il solito, trito e ritrito pezzo sul bisogno di lasciar accadere le cose, lasciar scorrere, scoprire la vita minuto per minuto, vi state sbagliando di grosso.
Questo è il periodo più esaltante dell’anno. Proprio perché è così ansiogeno.
Parliamoci chiaro: non avrete più, per i prossimi dodici mesi, l’energia che avrete adesso, la tensione che avrete adesso. Non vi capiterà più per un altro anno di sentire così forte la voglia di strapparvi di dosso il tarlo dell’inattività, quello che vi fa guardare con un misto di affetto e sensualità la conchetta con la vostra forma lasciata sul divano. Non avrete più per i prossimi 365 giorni, fatto salvo il vostro compleanno che comunque fortunatamente dura solo poche ore, tutta questa voglia di cambiare.
E che cavolo, sfruttatela! Questo è il mese del fare, non importa cosa, fare. Prendete decisioni, rigorosamente azzardate, magari assurde. Fate qualcosa che non avete mai pensato prima, magari insieme a qualcosa che avete sempre pensato ma mai fatto.

La frase di prima non ha alcun senso, ma l’avete superata di slancio e sapete perché? È l’entusiasmo, o più correttamente quel tanto di frenesia un po’ schizoide.
Avete davvero voglia di “trovare del tempo per voi stessi?” E una volta trovato? Pensate piuttosto a come riempirlo, a come arricchirvi, quale che sia la vostra accezione di arricchimento, a come sentirvi impegnati, sotto pressione. Datevi finalmente un motivo per utilizzare quella meravigliosa agenda Moleskine da quaranta euro che avete comprato.
Avete una quantità di energia che nemmeno immaginate, lasciate che esca. È un po’ come quando vai a correre (un altro evergreen dei propositi di fine estate, tra l’altro): dopo i primi cinque minuti maledici te stesso per l’idea, dopo dieci maledici l’universo intero, dopo venti emergono energie, trovi nuovo fiato, il dolore sparisce e vai avanti col sorriso sulle labbra, ti pare di poter andare avanti per sempre.
Poi magari il giorno dopo sei un rotolino di dolori sul letto, ma quanto eri stato bene in quel momento! Ripeto, non tutte le iniziative da prendere sono sensate, datevi l’opportunità di fare qualche cazzata. Senza di esse, non saremmo interamente umani. Davvero. Anche se forse Darwin avrebbe qualcosa da ridire a proposito, ma non è necessario che lo sappia.
Ora, non si nasconderà che questo tentativo di pungolare la vostra ansia, di spingervi a fare qualcosa di azzardato e di farlo subito, non sia del tutto alieno dal fatto che stiano per cominciare anche i corsi e i laboratori di scrittura de Il Grafema (a proposito, pillola gratuita, nella frase precedente c’è una doppia negazione spericolata: usare con cautela) e che noialtri si desideri che voi vi iscriviate in massa (QUI tutte le informazioni). Però, se quello che facciamo proprio non vi interessa (ed è strano, visto che siete qui… ok, la smetto), fate altro, ma fate.
Buttatevi.
Divertitevi.
Stancatevi.
Trovate il vostro tempo.
E riempitelo, possibilmente di meraviglia, ma se non la trovate nel frattempo riempitelo.
Lo dice anche Joe Jackson, se la nostra parola non vi basta.
… E smettetela di fissare il divano!

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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La cultura è cosa di strada parte seconda: la solitudine della fiera del libro (indipendente).

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Si è appena conclusa la terza edizione del Cantiere Poetico di Santarcangelo di Romagna (RN), culminato con inVerso, festival-nel-festival con mostra mercato del libro dedicata alla piccola editoria di qualità. Il Grafema ha partecipato sia con uno stand dedicato alla promozione dei corsi, sia all’organizzazione del festival stesso. Non staremo a descrivervi l’esperienza, sarebbe un po’ sterile. Sì, è andata abbastanza bene. Si, ci siamo divertiti. Sì, è stato piuttosto stancante, grazie. Vogliamo piuttosto proporvi una riflessione, uno spunto che questo festival, come molti altri cui abbiamo partecipato da attori o da spettatori, ha sollecitato.

Qualche tempo fa (Leggi l’editoriale “La cultura è cosa di strada”) vi abbiamo parlato di cosa significhi, per noi, fare cultura e soprattutto condividerla: principalmente mescolarsi con le persone, portare le iniziative al di fuori degli spazi tradizionalmente preposti. Insomma, stupire. Stupire e coinvolgere. Durante questa ultima fiera abbiamo trovato chi la pensa come noi e anche chi è più legato a strutture e a un’impostazione un po’ più tradizionale, ma in fondo la varietà è una gran bella cosa e nemmeno questo è il punto.

Il punto è che non si sta muovendo una vera e propria critica, ma si prende atto di una fragilità. L’iniziativa di Santarcangelo è andata bene, molto bene se consideriamo due giorni di maltempo su tre, ma proprio da questo aspetto emerge quanto sia delicato un progetto del genere. Troppa pioggia? La gente resterà a casa. Troppo sole? La gente andrà al mare. Gli editori ospiti portano presentazioni noiose e poco interessanti? La gente non verrà in piazza e farà giustamente altro, poiché è mancato l’atteggiamento che porta a conquistare, a sedurre i potenziali lettori uno per uno per tornare a quello un po’ arrogante della presentazione parlata addosso. Il che di solito è in buona fede, si fa per cercare di stupire, di fare qualcosa di “molto” in più, ma tant’è.

Insomma, basta una sfiga qualsiasi e un festival, una fiera, una mostra mercato del libro (chiamatela come preferite) va male ed editori e organizzatori perdono o comunque non guadagnano una quota molto importante: sempre più spesso infatti gli introiti passano da qui oltre che dalle librerie e la voce mostre mercato si fa sempre più rilevante nei bilanci.

C’è qualcosa che non va.

È una tendenza condannata a essere troncata. Fare una fiera è impegnativo dal punto di vista del tempo (tutte le attività si fermano per alcuni giorni), dal punto di vista fisico (si fa fatica!), dal punto di vista economico e così via. Un editore non può pensare, per quanto questo possa essere redditizio, di fare una gran quantità di mostre mercato. Non farebbe più l’editore.

Eppure questo è quanto accade a una enorme fetta di piccoli editori, che siano di qualità o magari un po’ meno. Magari diventano un po’ meno di qualità, quando non decisamente discutibili, proprio perché “costretti” a dedicarsi troppo all’aspetto commerciale e con troppo poco tempo da lasciare al lavoro di editore vero e proprio. Lungi da noi fare un discorso snob, è necessario sporcarsi, è necessario ricordarsi che l’editore è e resta anche un imprenditore e tutti i concetti che, se spulciate tra i precedenti editoriali, abbiamo già cominciato a discutere con voi. Resta però il fatto, per non dilungarci troppo, che un piccolo editore, che magari lavora da solo, con la famiglia o con 1-2 collaboratori al massimo, o fa bene il suo lavoro o fa una gran quantità di mostre mercato. Che comunque gli servono. Che comunque hanno una certa probabilità di andare male. Ma si può fare altrimenti?

Sì. Occorre che i piccoli editori la smettano di coltivare quella loro particolare solitudine e comincino a parlarsi. Non ha alcun senso farsi decine di fiere all’anno, trascurando il proprio lavoro principale, spesso compiendo dei veri e propri “viaggi della speranza” con gli scatoloni ricolmi di libri magari fuori target nel bagagliaio, alla volta di realtà locali conosciute pochissimo, portandosi dietro un autore da presentare che non si sa assolutamente se sarà compatibile con quel pubblico. I festival, le mostre mercato sono una meravigliosa occasione, ma anche quando hanno successo corrono il rischio di essere degli eventi un po’ sterili, che significano qualcosa solo in quel momento e in quel luogo e che se va bene si ripeteranno l’anno dopo. È difficile farli crescere, difficile attirare nuovo pubblico e nuovi editori.

Occorre fare rete, fare consorzio, fare “intelligence”, ditelo un po’ come vi pare. Invece dei suddetti viaggi della speranza, i piccoli editori dovrebbero pensare a organizzare, a fare un festival o una mostra mercato nella realtà che conoscono meglio, cioè la loro. Da soli o meglio ancora unendosi agli altri piccoli editori della zona e invitare tutti gli altri senza che questi debbano fisicamente muoversi e nemmeno cercare, valutare, organizzare.

Proprio perché ognuno conosce la propria casa al meglio, può dare a chi è più lontano consigli e indicazioni sulle tipologie di libro e sulle modalità di presentazione o di evento più efficaci, trovare collaboratori, ospiti attira pubblico, dialogare con le istituzioni locali e via dicendo le mille cose che servono. Gli altri editori, quelli lontani ma che fanno parte di questo “gruppo” devono limitarsi a spedire i propri libri, magari se ne hanno la possibilità anche a mandare un autore per presentare un titolo, giovando dei suggerimenti degli organizzatori. Sappiamo che questa sembra una cosa fredda, meccanica, ma pensate un attimo alle conseguenze: anche immaginando un’organizzazione con un solo festival all’anno su base regionale (e già oggi sono parecchi di più) un piccolo editore si troverà coinvolto nell’organizzazione di un solo festival, mentre i suoi libri “viaggeranno” per altri 19 con un costo, d’accordo, tra spedizioni e contributi, ma sicuramente più basso, molto più basso di quello di una partecipazione di persona. Alcuni di questi andranno magari male, come detto sopra ci sono anche fattori imponderabili, ma il circuito in sé nel complesso non potrà che spingere verso guadagni sia in termini economici che di diffusione al pubblico. In questo modo i festival non resteranno più lettera morta tra un’edizione e l’altra, ma diventeranno un vero e proprio circuito, costantemente promossi l’uno con l’altro, e diventerà anche naturale che tendano ad aumentare di dimensione (sia di partecipanti che di pubblico). Nel frattempo, al centro di tutto questo, l’editore potrà tornare a dedicare la grande maggioranza del tempo a quello che, ricordiamolo, resta la sua attività principale: scegliere, correggere, impaginare e produrre libri sempre più belli, interessanti e di qualità.

Insomma, siamo partiti con quello che sembrava un paradosso, la solitudine di una fiera, che poi paradosso proprio non è. È un problema, che si può risolvere collaborando, in modo che ci riesca sempre meglio fare quello che in sostanza più amiamo, in modo che ci riesca sempre più vero ricordare alla gente che la cultura è cosa di strada, di piazza, di comunità.

Noi del Grafema questo sassolino l’abbiamo lanciato e ci guardiamo bene dal tirare indietro la mano. Collaboreremo, con entusiasmo, con chiunque ci chiederà una mano per sviluppare progetti che portino in questa direzione.

Anzi, per dire, è già così. Sabato 30 settembre e domenica 1 ottobre ci troverete dietro ai banchi al “Mei” di Faenza. Lettori, venite a trovarci. Editori, pensateci su.

 
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Lo schifo, la cultura e la magia

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Sarebbe troppo semplice soffermarsi sulle notizie di questi ultimi giorni. Brutte, brutte notizie. Uomini come mostri e come esseri viscidi, magari camuffati dietro una divisa. La natura che, semplicemente facendo quello che le compete, fa scempio della sciatteria che abbiamo usato per antropizzare questo nostro meraviglioso e sciagurato paese, colpendo colpevoli e innocenti in modo indiscriminato. Odio e paura del vicino, del lontano, del diverso, del troppo simile. Odio e paura per chi fugge, per chi spera, per chi cerca, per chi pensa diversamente. Più spesso, semplicemente per chi pensa. Ne avrete sicuramente letto in questi giorni fino a non poterne più e non è nostra intenzione ricordarveli, ribadire o contestare posizioni, il Grafema Magazine non si occupa di politica.

Questo non significa che non facciamo Politica. Il maiuscolo non è casuale: la Politica, intesa come la somma delle iniziative volte a far funzionare e migliorare la comunità (la Polis) è cosa nobile e solo a volte, solo incidentalmente coincide con “l’essere dei politici”. Preoccuparsi per il territorio è fare politica, avere il coraggio di dire che le case negli alvei dei fiumi vanno abbattute (magari prima che ci si trovi a contare i morti) è fare politica. Fare arte, fare poesia, scrivere, fare cultura È fare politica. È scegliere un messaggio e portarlo avanti, proporlo alla discussione della comunità.

Non è per snobismo, non crediate. Quale credete possa essere la soddisfazione di ritrovarsi in posizione minoritaria? Il punto è che, nel momento in cui rinunci a contestare, a obiettare, a proporre un miglioramento o uno spunto in base a quel che sai fare meglio, già ti sei schierato a favore del declino.

Lo diceva anche Pavese, ne “La casa in collina”, molto meglio di noi:

“- Non sei mica fascista? - mi disse.

Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. - Lo siamo tutti, cara Cate, - dissi piano - Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s'accontenta, è già un fascista.”

Ecco. E non si venga a dire che parliamo di qualcosa di superato, dell’ossessione per un regime svanito più di settant’anni fa (che magari ha fatto pure cose buone). Cambia nome, cambia forma, ma sempre del solito schifo si parla, dell’abuso del più forte sul più debole, della difesa delle piccole egoistiche rendite personali e s’impicchino gli altri, del “prima noi” nelle sue mille declinazioni, siano esse a casa nostra o a casa loro o sulla variabilità di quanto sia effettivamente consenziente una donna, solitamente a prescindere da quel che lei pensa davvero. Di solito questo non interessa a nessuno.

Opporsi a questa deriva è dovere di tutti. È dovere soprattutto di chi ha la pretesa e forse anche il privilegio di occuparsi, nella vita, di cultura.

In prima fila.

Siamo noi scrittori, poeti, pittori, illustratori, teatranti e ballerini e praticanti delle più svariate discipline i primi a rigettare lo schifo, la bruttezza e la decadenza che questa porta. Siamo noi i primi a dover dire la nostra, a cercare di essere esempi virtuosi o quantomeno appassionati, a proporre la bellezza come alternativa all’odio e alla paura, alla sciatteria e alla ferocia.

Perché ragazzi, è solo la dea Bellezza che ci potrà salvare da questa decadenza, dagli aiutiamoli a casa loro, dalle marce su Roma, dai desideri di morte in miseria ma autarchici, dai condoni che “mica puoi buttare la gente fuori di casa”, anche se la casa è una villa di tre piani in un parco archeologico e naturale. È la bellezza, con il suo sguardo appassionato e amorevole e inflessibile anche, l’incendio da cui ripartire.

E sono la cultura, l’arte, la creatività, le pietre focaie che questo incendio possono innescare e vogliamo ribadirlo con alcune tra le parole più appassionate e incendiarie che ci siano, quelle di Vittorini:

«È in ogni uomo di attendersi che forse la parola, una parola, possa trasformare la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di crederlo con assiduità e fermezza. È ormai nel nostro mestiere, nel nostro compito. È fede in una magia».

Bene, il nostro compito è avere fede in questa magia e fare di tutto per portarla avanti. Soprattutto adesso, soprattutto quando c’è buio e c’è schifo e urlare queste cose sembra vano.

Soprattutto adesso.

 
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Di compleanni e altre fasi intermedie

Editoriale: Grafemi e Nuvole

L’editoriale di oggi cade in un giorno particolare, tanto da rendere opportuno abbandonare il consueto plurale maiestatico (la “voce” del magazine, insomma) per passare a un più definito io. Solo per questa volta, naturalmente.

Oggi infatti è il mio compleanno e il tema del giorno non poteva non esserne influenzato. Se state pensando “e a noi che ci frega?” non avete tutti i torti ma tranquilli, è solo uno spunto per partire. Gli anni sono trentasette e il succo sta proprio qui:

ma che cavolo di numero è il 37?

Insomma, non è una cifra tonda, non ha la valenza delle cifre tonde, dei trent’anni che pretendono di importi di cominciare a pensare al futuro e nemmeno dei quaranta che ti spingono a opporti alla fase calante come da luogo comune. Fanno più presa persino i trentacinque, che stanno a metà e come tutti i crocicchi portano dubbi e meditazioni, e i trentatré, anche se questi ultimi sono un po’ inflazionati.

Trentasette è un numero di passaggio, di quelli che sei di corsa, che non ci pensi, che hai lasciato un posto e non sei ancora arrivato a quell’altro.

Trentasette è una fase intermedia.

Proprio quelle che tendiamo a perderci.

Non vi voglio tediare con le solite, trite frasi, con “il senso di un viaggio è il viaggio stesso e non la destinazione”, con le “vie meno battute” di Frost e nemmeno con il “guardare da dove arrivi se non sai dove stai andando”. Ve le avranno già dette in tutte le salse.

Il mio approccio è decisamente più semplice e svagato, potrebbe persino andar bene per chi si trova in uno degli Anni Fondamentali e soffre da stress da prestazione. Stare in una fase intermedia, che siano anni o qualsiasi altra cosa, è come essere usciti la mattina presto per un appuntamento che viene annullato all’ultimo minuto. Puoi tornare a casa di corsa e stare infastidito a rimuginare oppure puoi semplicemente renderti conto che non c’è nessuna fretta, che puoi guardarti intorno, puoi addirittura perderti per un po’, sdraiarti in un prato, fermarti in un bar a guardar correre gli altri. È questo il bello, se siete in una fase del genere, come me, nessuno vi sta aspettando a breve. C’è sempre da costruire, naturalmente, ma nulla da progettare o impostare, è già tutto fatto, siete in viaggio.

Chissà dove porta quel sentiero sterrato? Andiamo a vedere.

Cosa sta guardando tutta quella gente? Fermiamoci a curiosare.

Ho sete! Ma se mi fermo a bere una birretta fresca non ci sarà nessun problema.

E così via.

Questo non vuol dire bloccarsi, come forse qualcuno di voi sta pensando. Non vuol dire ciondolare fino a che la fase intermedia finisce, per trovarsi in ritardo e di fretta in vista dei Momenti Importanti. Significa solo che, se di tanto in tanto vi fermate a godervi il sole e la pioggia, o magari un po’ di sana noia, ripartirete con più entusiasmo e più energia. Magari finisce pure che arrivate in anticipo.

L’ultima ha un po’ il sapore del paradosso di Achille e della tartaruga, ma va bene lo stesso. Per i nostri scopi non serve il calcolo infinitesimale per risolverlo, basta misurare il sorriso di chi si guarda intorno, guarda per aria mentre cammina. Magari inciamperà un po’ più spesso, ma vuoi mettere con il truce sguardo degli occhi sempre fissi al suolo del percorso?

Insomma, vi sto dando una serie di pessimi consigli, assolutamente contrari alla filosofia dell’efficienza e della produttività, ma chi se ne frega.

A conti fatti le fasi di transizione sono molte di più dei checkpoint. Io amo i momenti importanti, i punti di svolta, ma davvero siete sicuri di voler vivere solamente in quegli attimi? E tutto il resto, nebbia e fanalini di coda di una fila anonima e infinita?

Essere lontani da un obiettivo, da un punto di svolta, da un Anno Tondo che ci mette in discussione non è certo un male. Sono lì, ci si arriverà a tempo debito, non scappano.

Prendetevi tutto il tempo per guardarvi intorno, prendetevi tutto il tempo per inciampare e per farci su una bella risata, il percorso non sparirà perché non lo guardate ogni singolo istante. Buonissime fasi di transizione a tutti voi. E un po’ buon compleanno di passaggio a me.

 
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Elogio della maschera

Editoriale: Grafemi e Nuvole

“Ognuno di noi è una luna: ha un lato oscuro che non mostra mai a nessuno”.

“Sii sempre te stesso, a meno che tu non possa essere Batman. In tal caso, sii Batman”.

Parto da queste due citazioni. La prima è di Mark Twain, la seconda è stata attribuita fondamentalmente a chiunque, quindi la considereremo patrimonio del Web e no, non sono qui per cercare di convincervi che Mark Twain sia Batman.

Anche se in effetti nessuno li ha mai visti nella stessa stanza contemporaneamente.

Oggi parliamo di maschere. Di quelle che indossiamo quotidianamente quando siamo in giro, sui social, con gli amici, gli amori… sempre la stessa o una per ogni occasione. Non ho intenzione di stroncarvi appena dopo Ferragosto con un qualche sproloquio psicologico e, come vedete, non vi ho citato neppure Pirandello. Non per snobismo, semplicemente perché la sua considerazione delle maschere è negativa, parte da una critica implicita e ha molto a che fare con l’ipocrisia.

Per quanto ami Pirandello e per quanto sia uno degli autori italiani più importanti (in assoluto), umilmente io invece oggi elogio.

Le due frasi che ho scelto non sono a caso. Twain ci ricorda, con la sua solita ferocia ed efficacia, che tutto ciò che siamo solitamente pronti a esaltare o (molto più spesso) a criticare è sempre, regolarmente anche parte di noi. Credo che, come lui, solo Ennio Flaiano abbia insegnato a dare bacchettate secche sulle dita che si puntano verso gli altri (“I nomi collettivi servono a fare confusione: "Popolo, pubblico...". Un bel giorno ti accorgi che siamo noi; invece credevi che fossero gli altri”. Questa giusto a rappresentare tutte le cose che ha scritto a riguardo).

La seconda invece, pur essendo in apparenza una sciocchezzuola superficiale utile a strappare una risata, ha per me un significato molto più importante e spietato. Come dire

“sii te stesso” ma, se quel te stesso non ti va bene, trascendi.

È la combinazione dei due concetti che porta, inevitabilmente, a elogiare la maschera. Lasciamo perdere l’ipocrisia, la falsità, l’arroganza. Vedo molta più arroganza (e molta più fragilità) nell’ignorare i propri limiti e quindi nel non cercare di affrontarli, di superarli o quantomeno di farci i conti. Ne vedo persino di più nel pretendere che se ne facciano carico gli altri. Quando indossiamo una maschera è vero che la usiamo per nascondere delle mancanze, ma è vero anche che le infondiamo studio, sapere, dedizione, scopo e, dopo averlo fatto, la usiamo per influire sul mondo che ci circonda.

Come tutti gli strumenti, poi sta solo a noi decidere se usarla per il bene o per il male.

Pensateci: perché Batman è, oggettivamente, il personaggio dei fumetti più amato? Perché non è un “super” (o meta-umano, come li chiamano nell’universo DC). Perché è un uomo normale che solo grazie alla sua volontà raggiunge obiettivi che ai suoi colleghi sono concessi da poteri piovuti dal cielo. Perché è pieno di spettri e di demoni con cui fare i conti ma se li affronta da sé. Perché ha paura del buio e dei pipistrelli e proprio per questo li usa come simbolo per fare qualcosa di buono.

Secondo la corrente dell’onestà e della trasparenza a ogni costo, Batman è un ipocrita. Mi permetto di aggiungere: “bene, e allora?”

Non c’è vergogna nell’avere delle maschere, non c’è vergogna nell’usarle. Può essercene, al limite, nell’usarle in un certo modo, per trarre vantaggio sugli altri arrecando loro danno. Ma fintanto che lo scopo è positivo, possiamo essere uno, nessuno e centomila. E va bene così. Puoi essere una persona piena di dubbi e di tristezze, ferita e graffiata dalla vita, ma poi una persona cara ha bisogno di una spalla su cui piangere e su cui ritrovare le energie e tu ti fai roccia. Venite a dirmi che questa è ipocrisia e quanto invece preferite qualcuno che, appena gli riveli un malessere, ti dice subito “anch’io! E bla bla bla…”.

Le maschere possono essere solide o fragili. Se sei ignorante come un tondino d’acciaio per edilizia, potrai atteggiarti quanto vuoi a sapiente ma la copertura si sbriciolerà quasi subito. Ecco allora che emerge un ennesimo lato da elogiare. Ti impegnerai, studierai, lavorerai fino a che quell’apparenza, quella “ipocrisia”, comincerà a diventare realtà, ecco che (sì, amo follemente la cultura pop-trash) sotto la tua barba da Chuck Norris non ci sarà il mento, ma soltanto un altro pugno.

Ri-parafrasando la nostra frase di partenza, se porti la maschera di Batman abbastanza a lungo, prima o poi ti accorgerai che stai, effettivamente, diventando Batman.

E non mi sembra una brutta cosa.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Di testa e di pancia

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Vi capita mai di sognare? Domanda sciocca naturalmente, certo che vi capita. Ve la faccio perché è proprio da qui, dal sogno, che parte la nuvoletta di oggi.
Perché vedete, da qualche tempo i miei sogni sono cambiati. Ho sempre sognato poco, o meglio, ho sempre ricordato poco di quello che sogno, però gli elementi fondamentali sono sempre stati abbastanza costanti. Un ritmo adrenalinico, una regia efficace, un coprotagonista famoso e almeno alcuni di questi elementi: zombi, alieni malvagi, kung-fu, combattimenti, scenari innevati (per far derapare le automobili, mica per altro) e così via. Insomma, tanto per capirci ho sempre fatto dei sogni estremamente tamarri e terrificanti, ma di quel terrificante divertente. Per dire, una volta è uscito David Carradine zombi dal bagno di casa mia, abbiamo ingaggiato uno scontro serrato a colpi di kung-fu distruggendo buona parte dell’arredamento e, dopo avermi sconfitto, mi ha trasmesso degli importanti insegnamenti Zen.

Cose così, che ti faranno anche dubitare della tua sanità mentale, ma sono comunque un bel risparmio sul cinema.
Da qualche tempo, dicevo, i miei sogni sono cambiati. Diciamo che sogno quasi sempre la stessa “cosa”, la stessa situazione o persona – lascio la cosa volutamente ambigua – che in modi diversi mi causa disagio o dolore.
Al contrario degli altri (anzi, se tra voi c’è uno psicologo che vuole provare a interpretarli, quelli, le o gli pago volentieri da bere!) questi sono di facile comprensione. Ti infili in una “cosa” riguardo la quale nutri in realtà parecchi dubbi e il tuo subconscio approfitta del sonno, cancella la meravigliosa programmazione precedente e ti manda segnali d’allarme.

Che noia, direte voi. Sono d’accordo, chi non preferirebbe fermare una invasione di alieni insieme a Sherlock Holmes e Magalli (come l’altro, anche questo sogno è verissimo)? Però è utile per parlare di qualcosa che riguarda da vicino l’approccio alla scrittura e forse, più in generale, all’arte:
le scelte ben ponderate non sono mai quelle migliori all’inizio. Le scelte ben ponderate sono sempre le migliori alla fine.

Mi spiego. Scrivere, all’inizio, è una cosa profondamente di pancia. L’approccio alla storia è un sentimento animalesco, che va a toccare quei punti profondi del nostro animo, che ci lacera e ci esalta. Buttarsi, buttarsi sempre è la cosa necessaria, rischiare di bruciarsi, di farsi male, di danzare sul cornicione. Nascono così le storie migliori, con la disponibilità al confronto con quello che più ci turba o addirittura ci sconvolge. In due parole, all’inizio scriviamo solo e solamente per noi.
Arriva però la seconda fase. Finita la parte di pancia, arriva quella di testa. Finito di scrivere per noi, cominciamo a scrivere per gli altri. È a questo punto, aridamente definito di “revisione”, che cominciamo a fare i conti, a limare, a ripulire, a ragionare.
Non ci sono alternative: una buona storia, per poter nascere, deve affrontare entrambe queste fasi. Chi le scrive, le storie, deve affrontare entrambe queste fasi. Non è facile, a volte nemmeno gradevole.
Però si fa.

Perché oggi vi ho raccontato queste cose? Per due motivi, in sostanza.
Il primo riguarda sé stessi: se avete una pulsione che vi spinge a creare qualcosa, anche se vi spaventa, seguitela senza pensarci troppo. Tanto non vi lascerà in pace comunque fino a che non l’avrete fatto.
Il secondo riguarda gli altri: anche se volete loro bene, non sempre farete loro un favore sconsigliando di buttarsi a capofitto in quella che sembra una pazzia. Di certo è più faticoso aiutare qualcuno a rialzarsi che impedirgli di cadere, ma è anche segno molto più concreto di affetto.
Non sono sicuro che stiamo ancora parlando solo di scrittura, ma facciamo finta di sì. Restiamo leggeri, che fa caldo!
E io, cosa farò con quella “cosa”, situazione o persona volutamente ambigua che sia? Mi pare ovvio: voi cosa fareste di fronte a un’invasione di zombi alieni e con al vostro fianco dei personaggi inesistenti (o, occasionalmente Magalli)?
Si va alla carica!
Per ragionarci su, per usare la testa, la fase giusta è sempre quella successiva.

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Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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Scrivere i colori dell’estate

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Azzurro. Bianco. Sabbia.
Poi il verde di una pineta o quello picchiettato di rosa e rosso degli oleandri. I toni, ammettiamolo, plastificati e un po’ psichedelici dei giochi per bambini e dei costumi da bagno. E poi neri di strade e cormorani, pelli bianche e scure separate da quelle dei turisti nordici, generalmente color plutonio in fase di fusione, la luce viola della sera a riportare le sfumature in una stagione che, altrimenti, sarebbe definita dalle sue tonalità nette.
La tavolozza di colori dell’estate è ricca, quasi prepotente. Oggi, ultimo giorno di luglio, cuore dell’estate, fa capolino da ogni pertugio.
Possono però i colori diventare parola, storia, narrativa? Insomma, lo sappiamo che sono fratelli di pittori e fotografi, ma per chi scrive?
La risposta è sì, possono. Devono.
Magari non lo faranno direttamente, con la loro semplice esistenza, ma saranno lì a urlarci suggerimenti e suggestioni. Saranno in grado di rendersi protagonisti spingendoci a scavare nella nostra memoria e nel nostro spirito inseguendo un’idea, oppure di farsi sfondo, per presentarci nella miglior luce possibile – letteralmente, è proprio il caso di dirlo – una scena che dovremo essere bravi a registrare, a mettere da parte perché diventi una delle pennellate che andranno a comporre la nostra prossima narrazione.
L’ocra dorata del lume di candela illuminerà due volti che si guardano adoranti oppure sarà schermata da due cellulari, occhi distanti e altra luce bianca e fredda?
I colori assoluti del bagnasciuga ospiteranno, nel loro giocare a fare trompe-l'œil, una coppia di anziani che si tiene per mano, una banda di ragazzi chiassosi o una qualche bellezza che viene giustamente ammirata?
Oppure, per dire, che fa di tutto per essere ammirata?
Qual è la sfumatura della sera che separa le cicale dai grilli?
E la quantità di nero nel blu della notte, perché accolga stelle cadenti, sospiri e risate di amanti, sguaiatezze che ci si permette solo da turisti, quale deve essere?
I colori sono fondamentali, soprattutto per chi non può usarli, soprattutto per chi ha a disposizione solo un tratto scuro su una pagina bianca.
Avete notato come i toni dell’estate cambino la nostra percezione? Le donne sono più belle, ricevono in prestito quella luce che si accomoda appena sotto la pelle, che fa capolino tra i vestiti leggeri (e non dubito che, chi invece apprezza il genere maschile, saprà vedere e magari suggerirmi qualcosa di assolutamente analogo). I sorrisi sono più grandi, così come gli occhi che guardano. Le urla, soprattutto quelle dei bambini, possono salire incuranti a qualsiasi livello e saranno comunque più soffuse e meglio accolte. Persino la pioggia è diversa. Possiamo passare interi inverni a maledire l’umidore che sbrodola dal cielo, ma ci fermeremo incantati a osservare i colori violenti di un temporale. Anche se ci tengono lontani da spiagge e sentieri di montagna, anche se ci inzuppano perché l’ombrello, d’estate, per carità!
Tutto questo potrà sembrarvi un volo pindarico privo di senso e forse un po’ lo è, ma voglio riportarlo a qualcosa che riguarda, che serve a chi, come noi, non può vivere senza la parola scritta.
Presto sarà freddo e grigio e buio p(r)esto. Questa bellezza servirà, per lo spirito e per la penna e un modo, ve lo assicuro, c’è.
Lo scrittore, che sia di lungo corso o a un inizio spinto dalla passione, non va mai davvero in vacanza. Tra i teli da spiaggia e i racchettoni, pieno di sabbia, umido magari per un costume incurante gettato nella borsa, eccolo lì.
Il taccuino.
Portatelo con voi, sempre. Non importa se si rovinerà, se lo ridurrete strappando pagine e pagine per segnare appuntamenti, indirizzi, numeri di telefono, non importa. Il taccuino è un amico fedele, che non si formalizza. Non ci dovete nemmeno scrivere su storie, non ci dovete nemmeno scrivere su idee e bozze di storie.
Niente stress, niente pressione.
Usatelo semplicemente per fermare, uno a uno, tutti questi colori, tutte le impressioni che incontrerete e che vi faranno danzare qualcosa dentro.
Anche la cosa apparentemente più piccola e senza importanza. Se l’avete notata, evidentemente per voi non sarà così.
Quel volto così particolare, due sedili più in là sul treno o sull’aereo, forse un giorno diventerà il protagonista di un vostro racconto.
Quella persona così affascinante che avete incontrato e che è svanita dopo pochi istanti tra la folla, lasciandovi imbambolati tra le vetrine e i tavolini dei bar, forse una sera d’inverno vi farà da musa (e usiamo musa come generico che, perdonatemi, ma “muso” non rende benissimo l’idea).
Quella notte in cui non avete magari fatto nulla di speciale ma sentite come se la gioia fosse così grande da strapparvi la pancia e il petto che non riescono a contenerla, riempirà pagine su pagine tra qualche mese. Così come la tristezza, l’inquietudine che magari vi sorprenderanno quando meno ve lo aspettate, magari davanti a un tramonto sul mare, quando si ferma il vento e in acqua restano solo i bambini più insensibili alle urla di rimprovero dei genitori.
Scrivete, scrivete tutto! Fermate su carta tutte queste e le altre centinaia di impressioni che l’estate lascerà in voi. La mente non si ferma mai, per fortuna, ma questo significa anche che, lasciate alla sola memoria, queste immagini svaniranno insieme ai loro colori, per lasciare il posto ad altre e nuove. Riponete la vostra fiducia nel vostro amico taccuino, per conservarle, come fosse una bottiglietta piena di sabbia e conchiglie o un rullino fotografico (pardon, una sotto-cartella della directory “immagini”) che svilupperete mentre fuori gela.
Datemi retta, scrittori di lungo corso, scrittori alle prime armi, scrittori che ancora non hanno scritto nulla ma sentono il bisogno di farlo, che lo faranno.
Scrivete i colori dell’estate.
Vi serviranno.

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Mentana, Burioni e gli altri: sul “blast” e la libertà di espressione

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Che su queste pagine non si amino gli anglicismi oramai è cosa nota. Tuttavia certi neologismi entrano così prepotentemente nel linguaggio comune, soprattutto sui social, che non si può prescindere dall’usarli.
Oggi parliamo infatti della pratica del “blast”, italianizzato in “blastare”, far esplodere, in sostanza. Termine in origine appannaggio dei videogiocatori amanti degli sparatutto, sta oggi a significare la risposta bruciante, senza peli sulla lingua, data sui social network (da parte principalmente di personalità note, ma non solo) a commenti sciocchi o disinformati. La parola in sé non ci interessa molto anche se, personalmente, trovo molto più bello l’ormai vetusto termine “cazziatone”.
Ci preme invece analizzare ciò che è sottinteso a questa pratica e il rapporto tra diritto d’opinione e valore dell’opinione.
Poco prima della sua scomparsa, Umberto Eco raccolse in pari misura applausi e proteste scandalizzate con la sua ormai celebre uscita:
“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità“.
Nello stesso periodo saliva alla ribalta la discussione sull’analfabetismo funzionale. Un problema drammatico (non solo in Italia), rapidamente declassato, in verità, a semplice offesa spesso usata a sproposito.
Ora, è innegabile che i social abbiano dato, non maggiore diritto di parola a tutti (quella, fortunatamente, già l’avevamo), ma maggiore visibilità di parola, se mi passate il concetto. Chiunque ora può scrivere ovunque e discutere “alla pari” con personalità dello spettacolo, della politica, dell’ambito accademico e scientifico e così via. In teoria una cosa meravigliosa ma, come sempre accade, c’è chi ne abusa.
E sono tanti.
I social hanno dato visibilità, tra le tante cose belle, anche alle teorie più astruse e complottiste, agli arrabbiati incurabili, agli odiatori seriali (o hater, come si suole dire ora, quei personaggi ben tratteggiati da Maurizio Crozza con il personaggio di Napalm51) e più in generale a chi non è interessato a confrontarsi o a imparare, ma solamente a proclamare le proprie ragioni incurante di quelle degli altri o persino della realtà evidente, oggettiva o scientifica dei fatti.
La pratica del “blastare” nasce da qui, come risposta a queste persone. Invece di cercare il dialogo a ogni costo, la spiegazione nonostante tutto, alcune personalità hanno cominciato a rispondere ai commenti più violenti, arroganti o semplicemente profondamente disinformati in modo altrettanto duro, solitamente usando l’ironia quando non proprio il sarcasmo. Pionieri di questa pratica sono Enrico Mentana e Roberto Burioni.
C’è chi li adora per questo (la pagina Enrico Mentana blasta lagggente raccoglie quasi duecentomila fan) e chi invece li critica, ritenendo che non sia il modo di far passare dei messaggi pur corretti. La replica, solitamente, è che chi si pone così non ha interesse, come detto, a mettersi in discussione, a dialogare.
Ragione? Torto? Nemmeno questo è veramente il punto alla base di questo discorso, che va a toccare invece qualcosa di più profondo e fondamentale in una democrazia matura.
Quello che sembra si sia perso è il concetto di differenza tra libertà di opinione e della sua espressione e validità dell’opinione stessa.
Mi spiego.
Fortunatamente nel nostro Paese siamo liberi non solo di pensarla un po’ come vogliamo su qualsiasi cosa, ma siamo anche liberi di dire la nostra liberamente. Questo però non rende le nostre opinioni automaticamente valide e degne di rispetto. Possono essere tranquillamente delle sciocchezze e come tali vanno considerate. Non è offensivo, se qualcuno ci fa notare che ciò che abbiamo appena detto o scritto non ha alcun riscontro con la realtà. Solo perché tante persone “credono” (il termine non è a caso, dato che si tratta di una vera e propria fede) che la terra sia piatta, che non siamo mai stati nello spazio, che i leader mondiali in realtà siano alieni rettiliani sotto mentite spoglie, tanto per fermarci alle teorie più in voga, questo non significa che queste non siano baggianate. Libertà di espressione è anche libertà di farlo notare, di accettare il confronto (e spesso pure le offese) per riportare certe fantasie a confronto con la realtà “scientifica” delle cose.
Viviamo nell’era della post-verità, delle bufale usate come arma per fare politica, della disinformazione come strumento per guadagnare consenso e denaro. Non abbiamo certo intenzione di fare una chiamata alla guerra santa ma, per quanto ci riguarda, nemmeno di dare l’invito a tacere, a lasciar correre, a ignorare. Oltre che deleterio, questo sì che sarebbe un atteggiamento eccessivamente snob.
Sommessamente, invece, raccomandiamo di rompere le palle. Nel modo che preferite, blastando o con la pazienza infinita necessaria a dialogare in certe condizione, ma di rompere le palle. Non importa se siamo artisti, scrittori che passano parte del loro tempo nel mondo della fantasia per vocazione. Il mondo che invece condividiamo è bellissimo, pieno di sorprese e incredibile così com’è, come abbiamo imparato a conoscerlo e a studiarlo. Vale la pena battersi per questo, anche solo con qualche commento su internet, anche solo evitando di rispondere all’amico “complottaro” che c’è un po’ in tutte le compagnie.
Se poi facendo così si perde qualche “like”, qualche “amicizia” online, si ricava qualche insulto da chi magari ha appena difeso con passione cieca la teoria della Terra cava o quella del pianeta Nibiru che sta arrivando, puntuale come le tasse, a ucciderci tutti… be’, ragazzi.
Sopravvivremo lo stesso, magari con un bel sorriso – quello reale, questa volta – in più.

Ricordiamo che a Ottobre iniziano nuovamente i corsi di scrittura creativa del Grafema. Per informazioni scrivici, oppure visita la pagina dedicata.

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