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Categoria: Cultura

Scrivere per il web: come farsi leggere suscitando l’attenzione del lettore

Il web è inclemente. Non ha tempo da perdere, né pazienza, né curiosità. O meglio, la curiosità c'è anche, ma è frenetica, vuole essere subito soddisfatta, senza remore o divagazioni inutili.

Ad esempio, queste mie poche righe appena tracciate potrebbero già diventare noiose e portare il lettore a cambiare pagina e a tornare su Facebook alla ricerca di qualcosa di più interessante.

Non è vero? È proprio questo il punto, in fondo.

Scrivere per il web significa incuriosire il lettore con un titolo interessante e successivamente soddisfare subito questa sua curiosità.

Come se la lettura fosse metaforicamente raffigurabile tramite un triangolo rovesciato: alla base si dà l'informazione principale, così da stimolare nel lettore la voglia di continuare, successivamente si danno i dettagli di tale informazione.

Per quanto riguarda i dettagli però, a meno che non stiate affrontando una tematica per cui serve spiegare a lungo, consiglio vivamente di non diventare pedissequi ed eccessivi nelle spiegazioni. Altrimenti? Altrimenti la gente si annoia, non legge tutto quello che avete da dirgli, ma lo fa solo per sommi capi, poi vi abbandona.
La mia micro-guida su come farsi leggere sul web dovrebbe aver fine qui, per essere coerenti con ciò che ho appena scritto.

Tuttavia, voglio essere fiduciosa per una volta e dilungarmi ancora un poco per fare qualche esempio della teoria. Solo i veri volenterosi continueranno a leggermi e so che la metà avrà già abbandonato.

Bene.

 

Esempio n. 1:

Titolo: 10 letture da affrontare sotto l'ombrellone.

Inizio articolo: elenco i 10 titoli con i rispettivi autori. (In questo modo ho già soddisfatto la curiosità del titolo e i più frettolosi saranno sazi).

Metà articolo: di queste 10 letture offro qualche particolare in più, ad esempio qualcosa sulla trama o sull'autore.

Fine articolo: aggiungo curiosità, ad esempio perché ho scelto questi libri e perché li consiglio.

N.B.: solitamente in articoli come questi c’è un elenco numerato con titolo, trama e il perché della scelta, ma siccome il lettore vuole sapere al più presto quali siano i 10 titoli, è raro che si soffermi per bene a leggere tutto quel che gli proponete. Solo i lettori davvero appassionati lo fanno (e sono pochi).

 

Esempio n. 2:

Titolo: La vera ricetta del Tiramisù.

Inizio articolo: non importa a nessuno quante volte abbiate provato a fare questo dolce, in quale occasione l’abbiate servito o per chi. Non a inizio articolo perlomeno.

Se una persona vuole fare un dolce, la prima cosa che vuole sapere sono gli ingredienti necessari per prepararlo.

Metà articolo: ovviamente la procedura e i tempi di preparazione e cottura (tutto descritto con estrema precisione).

Fine articolo: solo alla fine potrete dilungarvi su qualche consiglio da dare per la preparazione, sull’occasione giusta in cui servirlo o, molto interessanti, dare nozioni storiche sulla sua origine (quest’ultimo punto, però, è per i veri curiosi).

 

Esempio n. 3:

Titolo: Qualsiasi titolo che voglia approfondire un argomento.

Inizio articolo: non vi posso dire di preciso cosa scrivere, ma ormai avete capito che nell’incipit vi giocate se non tutto, almeno l’80% delle probabilità di venir letti interamente.

Metà articolo: chi non è stato ancora totalmente convinto dall’incipit, ma ha deciso di darvi una seconda chance, vi abbandonerà a questo punto irrimediabilmente, se la vostra scrittura non riuscirà ad essere chiara, semplice e conscia di quello che vuole comunicare (ovviamente sono linee generali, tutto dipende dall’argomento scelto).

Fine articolo: se avete esaurito le argomentazioni, tenetevi almeno una piccola perla con cui chiudere. È alla fine, infatti, che il lettore decide se l’articolo gli è piaciuto e una frase ad effetto può sempre aiutare.

Una frase ad effetto aiuterebbe anche me, a questo punto, a chiudere il mio articolo.

Mi prendo la libertà di darvi un consiglio spassionato: scrivete con audacia, lasciate trasparire tra le parole il vostro entusiasmo, il piacere che avete nel conoscere qualcosa e di volerne trasmettere agli altri i segreti.

Anche se non riceverete il numero di letture desiderate, una cosa è certa: chi vi vuole davvero leggere lo farà a prescindere. Siate voi stessi.

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Francesca-Delvecchio

Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
La mia rubrica è Prospettive letterarie.
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Vivi e vegeta: un noir vegetariano

I fiori hanno fatto i loro comodi troppo a lungo.

È ora di piantarli.

Francesco costruttore di mondi e Stefano inventore di volti: intervista agli autori.

Pioggia battente. Strade sinistre. Buio umido.

Sparizioni. Rapimenti. Omicidi.

Segreti. Confessioni. False verità.

E poi cactus e girasoli e tulipani e margherite.

...come dite? Papaveri?

No, no, l'oppio non c'entra.

«Pronto? Ciao, sono Gloria.»

Prendo il quaderno dove ho scritto una dozzina di domande che leggendo Vivi e vegeta mi sono venute da fare agli autori e mi preparo un caffè.

Stefano Simeone e Francesco Savino, rispettivamente classe '85 e '86, sono i padri di Vivi e vegeta, un noir vegetariano.

Vivi e vegeta è un webcomic pubblicato tra la fine del 2014 e la metà del 2015 per la prima volta su verticalismi.com, una piattaforma online. Nel 2017 Vivi e vegeta è diventato un amatissimo e insolito volume pubblicato da Bao Publishing.

La storia parla di Carl, un cactus del deserto che parte alla ricerca della sua amata Nora, una pianta grassa giornalista scomparsa nel nulla dopo essersi trasferita nella città dei fiori. Carl scoprirà l'ostilità dei fiori nei confronti delle piante, scoprirà il segreto che nasconde la città e i suoi abitanti, svelerà il mistero che sta dietro alla scomparsa di Nora e di tutti gli altri fiori svaniti nel nulla e mai più ritornati.

Come nasce Vivi e vegeta? Faccio questa domanda ad entrambi, ma Stefano mi precisa che sarà Francesco quello che la romanzerà di più tra i due. Io intanto penso che come al solito mi farò prendere dalla conversazione e dimenticherò di leggere le altre che ho segnato sul foglio.

F: Vivi e vegeta nasce un pochino per caso. Prima della storia sono nati i personaggi.

Un giorno Stefano vede un mio disegno fatto anche abbastanza male - perché io non sono quello che disegna, lo sottolineo - di una pianta grassa e mi butta lì l'idea di creare un lavoro con dei protagonisti diversi dal solito: piante e fiori.

Oltre alla stranezza dei protagonisti c'è la particolarità del noir. È stato scelto prima il genere e adattata poi la storia o viceversa?

S: È stato un insieme di cose. Scrivendo la storia, che inizialmente era nata come delle strisce comiche, ci siamo accorti che aveva un suo percorso, abbiamo deciso di seguirlo.

A volte succedeva che io disegnavo delle scene e Francesco ci creava sopra i testi, a volte invece Francesco scriveva quello che aveva in testa e io adattavo le immagini...

(non so perché ma mi ricorda il montare un mobile Ikea: i pezzi già esistono solo che alcuni li devi comporre, alcuni sono in funzione di altri, altri ancora li trovi già pronti, e alla fine non sai bene quello che stai facendo ma ti lasci guidare dalle istruzioni e da qualche parolaccia e alla fine salta fuori proprio il mobile dell'immagine!)

Nel noir l'ambiente e lo sfondo giocano un ruolo fondamentale, e qui la mano di Stefano Simeone si è distinta e ha trovato l'appoggio di Francesco.

S: Solitamente il noir è molto scuro e cupo, la pioggia è sinonimo di pericolo, il buio di angoscia, ed entrambe costruiscono molto spesso l'atmosfera tipica del genere. Quello che però a me piace fare è lavorare con i colori: in Vivi e vegeta ci sono i gialli, i verdi, i blu, i rossi, e infatti costruisco l'atmosfera con le angolazioni e con gli sguardi, in questo modo posso sia giocare con i colori che farmi aiutare da loro (a quanto risulta dalle recensioni infatti è uno dei suoi tratti distintivi).

F: E a me viene naturale ribaltare le situazioni. In Vivi e vegeta invece è il sole a creare ansie e ad essere sinonimo di morte e pericolo, perché è proprio a causa del sole che i fiori si seccano e muoiono (N.B. dare da bere ai fiori). Questo è anche il motivo per cui i girasoli, adoratori del sole, nella storia sono esseri maligni.

Quindi è tutto un ribaltamento del punto di vista questa storia, infatti non si vede l'ombra di un essere umano. Chi ha partorito i personaggi dopo la nascita del cactus?

F: Molto spesso Stefano mi mandava il disegno di alcuni personaggi dicendomi «Guarda come sono belli questi fiori», e da lì io creavo il contorno. Alcuni sono stati semplici flash senza un ruolo nella storia.

E i nomi?

F: Alcuni come quello di Nora e Alana mi piacevano e quindi li abbiamo utilizzati, altri arrivano dalla storia. Quello di Carl (Carl Nilsson Linnaeus, medico, botanico, naturalista svedese vissuto dal 1707 al 1778) è in onore del padre della classificazione scientifica degli organismi viventi, Clusius è l'iniziatore della coltivazione scientifica dei tulipani, altri arrivano dal nome latino.

Vivi e vegeta nasce per il web vero?

S: Esatto. Ci piaceva molto l'idea di qualcosa di gratuito e, oltre a questo, di qualcosa di adatto allo scrolling (no, non fa parte delle parolacce da catalogo Ikea, lo scroll è quel movimento del dito che fai sullo schermo del tuo smartphone: scorrere verso il basso, srotolare – a tal proposito, è stato pubblicato un articolo interessante sul Grafema Magazine).

F: Sì, nasce sul web ed è per questo poi che sono state fatte delle modifiche. Il web ti porta a creare un ritmo molto veloce mentre nel lavoro stampato puoi rallentare. Noi lo abbiamo fatto realizzando molte più tavole, questo ha permesso al lettore del web di trovare una versione diversa e quindi di rileggerlo.

Il vostro lavoro è stato anche vincitore del Premio Micheluzzi 2017, ve lo aspettavate?

F: Assolutamente no, è stato un vero orgoglio.

Siamo alle ultime domande: il finale lascia qualche spiraglio o è una mia impressione?

F e S: Beccati! La seconda stagione è già in fase di lavorazione e da settembre sarà disponibile sul web.

Continuo a chiacchierare con Francesco e Stefano e scopro (emozionandomi) che entrambi, individualmente, lavorano a diversi progetti: Stefano, tra le tante cose, per Cars e Star Wars, Francesco per Geronimo Stilton oltre che per la sezione dedicata ai più piccoli di BAO Publishing e molto altro.

Dico a Francesco che il mercato estero, soprattutto quello americano, che noi spettatori vediamo pronto, concluso e servito, sembra molto lontano, quasi irraggiungibile. Mi dice invece che non è lontano, anzi, è solamente poco conosciuto. Mi spiega che non è affatto difficile entrarci, che ovviamente la fatica e la costanza ci sono ma che non è un mondo blindato, soprattutto per i disegnatori che grazie alle immagini sono privi di confini. Mi spiega che comunque, per oltrepassarli, una buona cosa sia per uno sceneggiatore che per un disegnatore, è conoscere molto bene il mercato.

Due ultime maligne (non so perché ma immagino la risposta) domande mi ronzano in testa dal Pronto? Ciao, sono Gloria dell'inizio della telefonata:

Ditemi un po'... SIETE VEGETARIANI? AVETE IL POLLICE VERDE? (Sì! A questo che volevo arrivare!)

S, mentre ride: Francesco è abruzzese, il vegetarianismo è nato lì, non lo sapevi? E io faccio morire con lo sguardo qualsiasi pianta o fiore mi si avvicini.

F: Credo che uno dei miei traumi principali, da cui forse è nato il primo germoglio anni fa, sia aver fatto morire tutte le piante di mio padre durante un'estate di tanti anni fa, con lui in partenza per le vacanze che mi aveva affidato tutta la flora del suo giardino.

Saluto, ringrazio e riaggancio.

Guardo fuori dalla finestra le mie piante in giardino.
La settimana prossima partirò per le vacanze.
Faccio uno scroll mentale dei miei amici.

Chissà se esiste un telefono azzurro per i fiori.

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Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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La natura, l’arte, le radici e la sperimentazione: intervista a Marina Girardi e Rocco Lombardi

La settimana scorsa vi abbiamo parlato del rifugio Villaneta e delle belle iniziative che vi vengono realizzate, ricordate?

In quella splendida cornice abbiamo avuto la possibilità di fare due chiacchiere con una coppia, in tutti i sensi, di bravissimi illustratori e fumettisti (anche se, per la loro poliedricità, questa definizione è riduttiva) che vi invitiamo a scoprire non solo attraverso le loro parole qui sotto, ma soprattutto attraverso le loro opere. Si tratta di Marina Girardi e Rocco Lombardi.

Visto il luogo, era inevitabile parlare del rapporto tra arte e natura. Rapporto che, non a caso, è il tema centrale del loro lavoro.

Come mai nei vostri lavori l’argomento principe è sempre quello della natura? Cosa della vostra storia vi ha portato a prediligere questi soggetti?

Marina: partiamo dall’origine. Sono nata sotto il monte Civetta, nelle Dolomiti, montagne talmente belle che ti rimangono dentro, cosa che ho capito con il tempo. Il fatto è che c’è stato un momento in cui la mia famiglia si è trasferita da questi luoghi, con una natura così potente, in una cittadina di provincia del Veneto dove, invece di avere il Civetta, davanti avevo un palazzo di dieci piani e quindi è stato questo trauma che mi ha innanzitutto lavorato dentro. Dunque, quasi senza accorgermene, tornavo in quei posti, sulla montagna, di continuo. Quando cammino lì ho una fonte di ispirazione che non ho in nessun altro luogo, le idee per le canzoni mi vengono camminando, le idee per i libri mi vengono camminando, per cui è stato naturale continuare a cercare questo tipo di rapporto con la natura anche come interesse per quello che succede non solo a me in rapporto con la montagna e la natura selvaggia, ma anche cosa succede agli altri, cosa succede all’uomo quando si mette in relazione con questo tipo di ambienti. Che ne sia l’abitante, il visitatore o lì per caso. Perché, se per me è stato un ambiente di origine, per altri non lo è ma in realtà quello che arriva è forte anche per loro. Quindi ho iniziato a indagare, sia con il mio lavoro, sia proponendo laboratori in cui unisco creazione di storie e disegni e il cammino, l’esplorazione, il fatto di vivere determinati luoghi.

Rocco: il mio percorso per molti versi è simile a quello di Marina, anche se a differenza di lei sono nato in un posto di mare, attorniato dalle montagne. Potenzialmente un posto bellissimo quindi, solo ed esclusivamente per quello ho resistito per molto tempo lì. Però per tanto tempo ci ho vissuto male, nel senso che vivevo un forte disagio che comunque non riuscivo mai a mettere a fuoco. Cioè, mi piaceva tantissimo il posto in cui vivevo, però in realtà avevo sempre una sorta di ansia, uno stato d’animo abbastanza tormentato. Da quel posto appunto non andavo mai via proprio perché conteneva, contiene tuttora una bellezza incredibile. Si passa dal mare alla campagna, alla collina, fino alla montagna. Però allo stesso tempo tra la montagna e il mare c’è questa costa, che come tante coste italiane ha subito una speculazione edilizia molto drammatica. Una consapevolezza cui sono arrivato veramente dopo molto tempo, anche se era sotto agli occhi, banale. Il mio malessere derivava da questo, dal vivere in un posto dove avevo sotto gli occhi questo sfacelo che comunque continua anche oggi, se non tanto nella costruzione, in qualcosa che vive all’interno delle persone, come atteggiamento verso gli altri, verso le cose, verso il paesaggio stesso in cui si vive. Quindi a un certo punto ho deciso di andare via e anche in quel frangente i miei lavori vertevano su questi temi, ma non solo. Per lungo tempo mi sono impegnato a migliorare nel disegno, ho imparato a disegnare storie di altri, però poi quando sono andato via, che ho messo a fuoco questa cosa grazie al fatto di essermi staccato, l’interesse e la volontà di approfondire questi temi è esplosa ulteriormente.
Quindi, da quel disagio iniziale si è passati a un amore ancora più forte, proprio per cercare una forma di riscatto. E lì il tema della natura, particolarmente all’inizio degli animali, è venuto fuori fortissimo, contemporaneamente alla scoperta di una tecnica che ormai uso da anni, molto materica, che si rifà in qualche maniera alle vecchie tecniche di incisione. Quindi un po’ la tecnica, i contenuti, hanno trovato uno sposalizio fertile e da lì tutto è continuato su questi binari.

Cosa vi ha portato qui in un luogo come questo, a incontrarvi, visto che arrivate da realtà anche geograficamente molto lontane tra loro?

Marina: è proprio questo. Sicuramente il comune senso di sradicamento che dalla natura, dalla terra, che tutti e due abbiamo patito in modo molto potente, che quindi ha lavorato dentro a tutti e due creando appunto una ricerca di un certo tipo, una poetica di un certo tipo che ci accomuna molto profondamente e che ci ha fatti incontrare. Poi, entrambi abbiamo scelto gli stessi mezzi espressivi. Così è nato l’incontro.

Davide: anche simbolicamente, per entrambi c’è stato un allontanamento dai luoghi natii, un allontanamento dalla propria madre “terra”. Il nostro lavoro mira costantemente a questo ricongiungimento.

Marina: è un discorso molto ampio, non è un distacco dall’origine geografica ma il constatare che in realtà la maggior parte delle persone vive sradicata dalla propria origine, dalla propria madre, matrice.

Poco fa, paragonavamo i ragazzi che si sono lanciati in questa impresa un po’ folle (nda: i promotori del rifugio Villaneta) come se fossero una sorta di resistenti culturali. Ecco, vi sentite anche voi così?

Davide: in buona parte sì, poi questa resistenza può essere declinata in modi molto diversi, ma la radice è quella. Non a caso siamo finiti qui, come in questi anni, con le nostre attività, i nostri giri quasi a caso abbiamo spesso incontrato realtà come quelle. Poi non a caso molte esperienze, luoghi, persone che abbiamo incontrato sono legati a questo appennino, i luoghi più spopolati e più lasciati a loro stessi. Alla fine siamo andati anche a viverci, dopo un periodo vissuto in città a Bologna. Coltivavamo questo desiderio, anche per sperimentare un po’ se nella realtà fosse possibile farlo e come.

Marina: la cosa più forte che ci succede quando capitiamo in questo tipo di realtà è proprio la linfa vitale che sgorga. È come se a un certo punto si passasse da una modalità medio bassa a una fortissima spinta vitale e io credo sia dovuta al fatto che ritrovare un certo tipo di contatto tra le persone con la natura, con il paesaggio, e liberarsi proprio dalle strutture cui siamo normalmente assoggettati, liberi la parte più vitale che ci è propria, che normalmente è addormentata, langue. Invece in queste occasioni ha modo di ri-nascere, ri-vivere, trovare strade che sono quelle della creatività, che sono quelle del fare le cose insieme e trovare strade che appunto in una struttura sociale che mira sempre all’utilitaristico sono normalmente frustrate, trascurate. Cose che però ci danno motivazioni per vivere e continuare a fare quello che facciamo.

La natura per voi è un argomento centrale, con una connotazione molto forte legata al passato, al ricordo. Qualcosa che porta molto alla riflessione. Eppure la vostra forma di comunicazione preferita è l’immagine che, al contrario della parola scritta, è diretta, secca, precisa, legata all’istante. Cosa vi ha portato a scegliere questa forma principe di comunicazione?

Marina: per quanto mi riguarda l’immagine è un linguaggio che ci parla attraverso un canale che non è quello della ragione, ci parla attraverso un canale intuitivo che va diretto al significato e al senso del concetto che vogliamo. Quindi la ricerca che ho avviato, quasi da subito, è stata il tradurre il rapporto molto potente e diretto che ha su di me la natura in una forma d’arte altrettanto diretta che è l’immagine. In realtà, sono anche fortemente portata alla scrittura, dunque unisco sia la scrittura e l’immagine, perché trovo che la combinazione delle due cose sia molto stimolante e interessante, dato che unisce il nostro lato più bisognoso di narrazione al lato più bisognoso di evocazione, che è quello che riguarda l’immagine.

E ci si può perdere in un’immagine tanto quanto in un testo?

Marina: senz’altro. Sì, certo.

Rocco: riprendendo anche quello che ha detto Marina, il fumetto è la sintesi perfetta di immagine e parola. Non a caso è mezzo espressivo, al pari dell’immagine nuda e cruda, sicuramente tra i più immediati.

Perché?

Rocco: il fumetto combina immagine e testo, quindi possiamo considerarlo una forma di scrittura. Il concetto base è quello della sequenza, le serie di vignette creano un ritmo narrativo ben preciso. Quello che succede tra un’immagine e l’altra noi non lo vediamo, però lo capiamo. Il nostro occhio, la nostra testa capisce quello che c’è tra un’immagine e l’altra. Poi, naturalmente il testo fa da rinforzo a seconda della funzionalità della storia in quel momento. Quindi io penso che questa sia la forza del fumetto. Tornando invece alla forza dell’immagine, a me piace pensare che il suo uso sia venuto prima ancora del linguaggio parlato. Anche se non ne abbiamo una prova schiacciante, abbiamo comunque i disegni fatti in epoche preistoriche. Gli uomini, molto prima ancora di maturare un linguaggio vero e proprio, disegnavano già. Il disegno poi si è fatto segno, si è fatto parola, si è fatto scrittura. Quindi il processo è stato inverso, è stata l’immagine la prima forma di comunicazione e questa probabilmente è una cosa che ci portiamo dentro, anche se sepolta il più delle volte. Quando vediamo un’immagine ben fatta ci arriva un messaggio in maniera diretta, abbiamo stupore, emozione, a volte anche un messaggio ben decifrato, che ci siano o meno le parole.

Marina: e capiamo delle cose. In realtà quello che ci siamo scordati è che l’immagine è un mezzo, uno strumento di conoscenza. Quello che appunto è stato il passaggio dall’immagine alla parola ci ha fatto dimenticare che l’immagine ci fa conoscere il significato profondo della parola, arriva più direttamente e non ha la sovrastruttura dello scritto, non ha bisogno di essere descritta. Per questo ci viene istintivo tradurre in immagine il rapporto con la natura. Attenzione, non è tanto la natura bucolica, non è tanto l’animale bello, ma il fatto che la natura ci parli di noi stessi, ci racconti di noi, che sia uno spazio dove possiamo conoscerci e conoscere il mondo che ci circonda. Il nostro interesse è indagare il rapporto tra uomo e natura, quello che succede quando si incontrano. Tutto quello che ci circonda in effetti è il frutto del rapporto tra uomo e natura. Quindi in sostanza vuol dire la vita, tutto.

Rocco: portando un po’ all’estremo questo ragionamento, la natura non esiste. C’è l’uomo, l’uomo interviene. Ma anche l’uomo fa parte della natura, quindi non siamo solo degli osservatori, anzi. Quello ci interessa, indagare e arrivare all’uomo nudo e crudo e al suo rapporto con ciò che lo circonda. Quindi osservare, vivere nella natura, serve a darmi un’ottica diversa per ripartire e guardare la realtà. Poi questo si può fare con il disegno, l’esplorazione, la difesa di questi posti, in relazione a quella che è la nostra spinta.

A proposito di relazione, come vi siete trovati a lavorare insieme, come è partito il progetto per “L’Argine” (nda: Edizioni Becco Giallo, 2016), come è nata l’idea e come l’avete sviluppata?

Rocco: è partita come una commissione...

Marina: be’, una commissione non dal nulla, però. È stata una richiesta di lavorare su del materiale, da parte di una persona che conoscevamo già da tempo, con cui avevamo già collaborato, con cui abbiamo molte affinità. Insomma, abbiamo accettato per questi motivi innanzitutto, ma anche anche perché ci proponeva un lavoro che noi in realtà stavamo già facendo, ovvero raccogliere storie riguardanti determinante realtà. Ci è stato proposto addirittura di essere pagati per farlo!

Eravate pronti a lavorare insieme?

Marina: no! (risate). In realtà abbiamo lavorato tanto insieme ma ad altre cose. Lavorare a un libro insieme è stato davvero tosto, davvero dura.

Rocco: il fumetto, per quanto poi diretto immediato, richiede poi un lavoro molto duro nella fase di costruzione.

Anche il tratto? Far quadrare due tratti molto diversi come i vostri?

Rocco: è stata quasi una sfida, una provocazione di chi ce l’ha proposto. C’era da lavorare molto a riguardo, ma in fondo sapevamo che saremmo riusciti a farli quadrare, perché nonostante i nostri stili siano proprio agli antipodi, si nutrono dello stesso humus, quindi i contenuti sono molto vicini. Alla fine si è trattato “solo” di combinarli. Il problema grosso è stato invece la costruzione, la sceneggiatura, che si basa su fatti veri che abbiamo un po’ romanzato, inventando un personaggio che li raccontasse in una chiave diversa. Quindi la difficoltà maggiore è stata proprio la scrittura, che è il primo passo che porta alla creazione del fumetto.

Marina: forse non pensavamo che lavorare insieme in questa modalità fosse così complicato, che ci mettesse così alla prova, però è stato anche fattore di crescita per entrambi, perché poi ognuno ha imparato molto dal modo di lavorare dell’altro. Mentre io magari sono più abituata a cose più visionarie, mi sono dovuta invece “ingabbiare” in un a struttura di fumetto più rigida, più canonica. Rocco al contrario si è dovuto lasciar andare un po’ di più.

Avete coperto tutti i ruoli, entrambi? Disegnatori, sceneggiatori, revisori… Avete fatto tutto insieme?

Rocco: sì. Spesso nel fumetto ci sono il ruolo di sceneggiatore e disegnatore che lavorano quasi in simbiosi, però in effetti è molto molto raro che due disegnatori lavorino insieme.

Progetti futuri?

Marina: sono in cantiere dei libri, però sono ancora in fase embrionale. Sto cercando di unire l’aspetto musicale del mio lavoro a quello dell’immagine.

Rocco: sto lavorando a quello che sarò un libro lungo, però questa volta senza usare le parole. Quindi proprio, come dicevamo prima, per affermare la potenza dell’immagine. Qualcosa di immediato, anche se tratta temi un po’ complessi che girano introno al tema del disegno, dell’immaginazione e del loro ruolo. Poi sto collaborando con uno scrittore per illustrare un suo romanzo, qualcosa cui tenevo da tempo, collaborare con qualcuno che scrive e basta. Abbiamo una sintonia ottima, mi piace quello che scrive, ma io faccio il mio mestiere e lui il suo!  Però entrambi abbiamo questa volontà di riproporre un tipo di libro come una volta, il “romanzo con illustrazioni” destinato agli adulti. Qualcosa che volevamo entrambi sperimentare.

Se volete scoprire questi due bravissimi autori, a questi indirizzi trovate le loro pagine.

www.magira.altervista.org

lalberosfregiato.blogspot.it

Grazie a Esserci per la collaborazione.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Progetto “Cinema a scuola”: capitolo terzo

Di scale buie, porte socchiuse e alunni fantasmi.
La scuola infestata

Tra i lavori dei ragazzi

Tanti, tantissimi sono stati i lavori realizzati dai ragazzi, e tanti sono stati i temi toccati, dal bullismo, all'inclusione, allo scambio di ruoli e molto altro. Anche i generi sono stati differenti tra loro, dal quasi musical all'horror.

È questo il caso del lungometraggio Trovami, di Gao Mang Yao, sceneggiato e diretto da Fabio Fox Gariani.

Quante volte ci è capitato, da piccoli, di immaginare la scuola assediata da alieni, colpita da catastrofi, catapultata in universi paralleli o invasa dai fantasmi? E quante volte abbiamo immaginato di rimanere chiusi all'interno o di tornarci in piena notte, per scoprire i misteri dei bidelli con le loro mille chiavi, e svelare i segreti dei mostruosi insegnanti?

Diciannove adolescenti, un regista esperto e la sua troupe, hanno avuto la fortuna di vedere realizzato proprio uno di questi sogni.

Trovami è la storia del fantasma di una ragazza cinese che, sparita in circostanze misteriose e mai più ritrovata, si mette in contatto a distanza di anni con un'altra ragazza che, a sue spese, esaudirà la volontà del fantasma di tornare in vita.

Un cast formato dai giovanissimi ragazzi della II D della scuola media Tommaseo di Milano, dai docenti, dai collaboratori scolastici e da altri alunni di varie classi, tutti coinvolti in questa complessa e affascinante avventura. La realizzazione di Trovami si è rivelata un'esperienza di forte valenza educativa sia per la parte tecnica che per quella artistica. Entrambi i cast, infatti, sono stati messi alla prova portando egregiamente a termine un lungo lavoro di scrittura, interpretazione, realizzazione tecnica, produzione, nonché attenzione, fatica e professionalità.

Il progetto ha mantenuto la promessa, è stato una grandissima opportunità che ha permesso ai ragazzi di lavorare insieme creando così una squadra, ha fatto luce su potenzialità (e interessi) che i ragazzi stessi non pensavano di possedere e ha favorito la crescita sia individuale che del gruppo.

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La soddisfazione ha colpito tutti come un'onda d'urto e ha viaggiato nel tempo arrivando a toccare anche degli ex alunni. Ci ha raccontato il direttore dei lavori che

La cosa più bella è forse stata quando, avendo trasformato in dvd una vecchia pellicola in superotto su cui era registrato un film di una terza elementare di venti anni fa, ho invitato tutti i ragazzi ormai quasi trentenni a vederlo. Signorine e ragazzoni che lanciavano urla da stadio spellandosi le mani a suon di applausi, sono tornati bambini grazie alla forza del cinema.

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E la cosa più difficile, invece, qual è stata?

La cosa più difficile, anzi impossibile, è stato cercare di convincere quella testarda ragazzina bionda di mia figlia a recitare nel film della sua classe. Niente da fare con la più timida del mondo. Menomale che si buttò a pesce - lei disegnatrice provetta - sulle scenografie...

E per fortuna esistono passioni e professioni diverse!

Concludiamo con un grazie speciale a tutti i protagonisti di questo prezioso progetto. Che possa “Cinema a Scuola” diventare contagioso e virale, che possa colpire, invadere e infestare mille altre scuole, ragazzi e insegnanti, perché lo scopo della scuola è questo: turbare e incendiare le menti, infiammare l'intelletto con il fuoco sacro della curiosità.

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
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Progetto “Cinema a scuola”: capitolo secondo

l'antidoto perfetto

Parola chiave: rinnovare

E se l'istruzione fosse come i programmi di cucina o i blog di viaggio e di moda, che il più originale, il più innovativo, è anche quello più seguito? Qualcuno ci aveva mai pensato?

Forse, inconsciamente, lo hanno fatto Luigi Allori, Roberto Carlucci, il MIC e gli insegnanti che hanno aderito a “Cinema a Scuola”, il progetto proposto dal direttore del mensile Zona 9 alle scuole primarie di primo e secondo grado del Municipio 9 di Milano, che ha visto la realizzazione di alcuni lungometraggi direttamente all'interno delle scuole.

È stato proprio Allori, infatti, a sostenere come il progetto risulti essere un'importante iniziativa a livello scolastico, in quanto ogni fase di realizzazione del film è collegata a quella di una materia ben precisa. Ad esempio, inventarsi e scrivere un soggetto è come scrivere il tradizionale tema di italiano, mentre preparare una sceneggiatura con disegni in sequenza, imparare ad esprimersi con la parola e il corpo, fare ricerche sulle tecniche, i costumi, gli arredi e gli oggetti del tempo in cui è ambientato il film, non ricordano forse altre materie?

Ecco allora che l'insegnamento di rinnova!

Come hanno notato insegnanti e genitori, in questo modo sono stati totalmente coinvolti anche quei ragazzi che faticavano a impegnarsi nei metodi d'insegnamento tradizionali. Un progetto come “Cinema a Scuola” non solo aiuta gli insegnanti a capire quali siano le doti, le attitudini, i punti di forza di ogni ragazzo, ma aiutano i ragazzi stessi a farsi strada tra le loro passioni, a riconoscerle, cosa estremamente difficile sia all'interno che all'esterno dell'ambito e dell'ambiente scolastico. Divertente e stancante allo stesso tempo, come hanno detto i ragazzi coinvolti, la realizzazione di un film non è una passeggiata e tanto meno una cosa da prendere sotto gamba o alla leggera. Attività come queste insegnano che, alla base di tutte le cose, ci deve essere impegno e buon lavoro, sia individuale che di gruppo, un insegnamento da portare sempre con sé. Curiosi, abbiamo voluto sapere da Allori se ci sono state difficoltà che pensava di trovare e che invece non si sono presentate:

Andando in una scuola a proporre di fare un film in classe pensi che ti guarderanno come un marziano neanche tanto giusto. In realtà, poi scopri che le reazioni sono diverse. I ragazzi, dopo un attimo di incredulità, ci stanno subito: fare un film per loro sarà un divertimento, come minimo una parentesi giocosa per uscire dalla noia della scuola. Il problema è invece convincere gli insegnanti e soprattutto i genitori che fare cinema a scuola non è una perdita di tempo. Troppo spesso, infine, la burocrazia e i programmi scolastici nicchiano non concedendo attenzione, spazi e tempi per questa ormai irrinunciabile attività didattica.

Il percorso

«Educa i ragazzi col gioco, così riuscirai meglio a scoprire l'inclinazione naturale» diceva un vecchio e saggio Platone.

E allora ecco che l'approccio ludico, sperimentale e giocoso si pone alla base del progetto “Cinema a Scuola”, rispettando così l'antica regola che sostiene che l’elemento più efficace per trasferire informazioni e cultura sia giocare insieme.

Partendo dalla scelta del soggetto, passando poi alla stesura della sceneggiatura e una volta stabilito il tema, fantastico o reale, i bambini e i ragazzi iniziano a scrivere singolarmente, cercando di inserire i suggerimenti di tutti, creando poi degli storyboard. Togliere le parole per utilizzare solo le immagini, come si fa nel caso dello storyboard, risulta essere un esercizio non scontato e utile per capire l'importanza della comunicazione “classica”.

Le fasi che portano alla realizzazione del progetto, come scrive Luigi Allori nel suo Film dell’obbligo. Guida pratica per fare cinema con i ragazzi a scuola, utilizzato dagli insegnanti come guida durante il progetto, sono diverse e assomigliano a un percorso a tappe, una sorta di “sequenza”.

Si parte dal comunicare ai ragazzi l'iniziativa e dallo scegliere l'argomento da trattare, si passa successivamente per le fasi più pratiche come la scrittura, le riprese e le interpretazioni, per poi sbarcare tra gli step finali che sono una sorta di taglia, cuci e sistema. Tra le fasi più significative c'è sicuramente quella dell'autocritica, che si fa a lavoro terminato, e permette ai giovani attori di spiarsi dal di fuori, cosa che, una volta imparata, può essere preziosa in ogni situazione.

Insomma, “Cinema a Scuola” ha tutta l'aria di essere davvero un antidoto universale.

E se fosse arrivata a voi la proposta di girare un film all'interno della scuola, quale sarebbe stata la vostra trama?

Secondo noi cambiano i tempi, ma le idee no e nel prossimo (e ultimo) appuntamento lo scopriremo.

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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I ragazzi dietro alle cineprese: il progetto “Cinema a scuola”

Quando il gioco si fa duro... Insegna!

Scuola e passioni, idee e intersezioni.

 

Sicuramente, almeno una volta nella vita, ognuno di voi ha sentito parlare de L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat, il famoso cortometraggio nel quale un vecchio, vecchissimo treno si lancia addosso a degli spettatori che, impauriti e ignari, scappano correndo dalla sala.

Proiettato per la prima volta nel 1896, viene spesso scambiato come il primo film della storia del cinema (sbagliato, l'apriporta fu L'uscita dalle officine Lumière).

Oggi, a distanza di 121 anni e qualche mese, possiamo dire che quel treno rappresenta la nostra epoca: vagonate di immagini provenienti da tutte le parti, che si lanciano verso un pubblico stavolta poco attento e vigile che, immobile sulle poltrone della quotidianità, non si capisce se sia pronto o meno all'impatto.

E solitamente, da chi sono occupate le prime file a uno spettacolo se non da ragazzi e bambini? Ecco dunque chi sono i primi a essere investiti dal carico di stimoli visivi oggi.

Ma niente paura, una soluzione c'è: renderli capotreni!

Questo è esattamente quello che ha fatto il progetto “Cinema a Scuola”, a cura del direttore Luigi Allori, in collaborazione con il MIC (Museo Interattivo del Cinema) presentato dal Centro Culturale della Cooperativa e patrocinato dal Consiglio del Municipio 9 di Milano. Un progetto avviato nell'anno scolastico 2012/13, realizzato fino al corrente anno scolastico, che ha visto coinvolte, di volta in volta, scuole diverse del Municipio 9 di Milano e che ha trovato il solido e adeguato appoggio di

Roberto Carlucci, docente di Lettere esperto in didattiche inclusive quali lezione partecipata, scrittura creativa e sceneggiatura, drammatizzazione di episodi legati alla storia, organizzatore di eventi di rilevanza formativa ed esperienziale per gli alunni.

Cos'è e come nasce il progetto

Ma come insegnare a dei ragazzi più o meno giovani a governare un mezzo dalla mastodontica portata (perché questo è l'immagine oggi, un mezzo, un trasporto eccezionale che, a seconda di come lo guidi, può spingerti o schiacciarti)?

Nato da una proposta di Luigi Allori (direttore del mensile Zona 9 del Centro Culturale della Cooperativa, appassionato di cinematografia e genitore), è stato accolto immediatamente da genitori e insegnanti e preso con entusiasmo dai ragazzi. Le classi aderenti al progetto sono state le Scuole Secondarie di I grado Cassinis, Tommaseo e Asturie.

E su chi poteva contare, questo grande progetto, se non sull'appoggio e la collaborazione del MIC?

Primo Museo Interattivo del Cinema in Italia, il MIC coinvolge lo spettatore facendolo interagire con dispositivi e applicazioni create ad hoc, immergendolo nel mondo cinematografico ma fornendogli maschera, pinne e boccaglio. Un'esperienza innovativa come quella che propone il MIC non poteva che sposarsi con l'altrettanto innovativa proposta del Direttore Allori, nata dalla sua passione per il cinema.

Da questa interessante e fortunata intersezione nasce dunque il progetto “Cinema a Scuola”, che ha previsto la realizzazione di un vero e proprio film all'interno degli istituti, montato, girato, scritto e interpretato dagli alunni stessi.

Il progetto punta soprattutto alla partecipazione attiva dei ragazzi in uno scenario dove gli enormi piccoli schermi di smartphone e pc, e quelli della tv e del cinema, fanno da padroni: accecano.

Le classi che hanno aderito, hanno realizzato due percorsi differenti: da una parte un corso di Storia del Cinema tenuto dal direttore Luigi Allori con la collaborazione di un’insegnante dell’Università Bicocca, la prof.ssa Ornella Castiglione, la quale si occupa di Didattica del Cinema e di Cinema e Arti visive, dall'altra la realizzazione vera e propria di un film.

Perché risulta essere un progetto importante

Il famoso treno del quale parlavamo all'inizio è un treno in costante e veloce movimento, l'errore più facile da commettere è quello di sottovalutare l'importanza degli stimoli visivi ai quali siamo sottoposti, diventando così degli spettatori passivi. Il linguaggio delle immagini, come tutti i linguaggi non verbali, è adatto a trasmettere emozioni, sentimenti, sensazioni che spesso le parole non riescono ad esprimere con la stessa pregnanza. L’immagine, infatti, comunica in modo più immediato della parola, suscitando risonanze emotive maggiori che il linguaggio verbale, coinvolgendo il destinatario in modo profondo e spesso irrazionale. È importante che i ragazzi, fin da piccoli, imparino non solo a gestire, capire, utilizzare questo linguaggio, ma anche ad assorbirlo in maniera critica, per poter decidere cosa riportare o meno nella realtà, per poter trarne insegnamenti utili.
Partendo da questa considerazione, abbiamo chiesto al padre di “Cinema a Scuola”, Luigi Allori, se questo progetto possa effettivamente fare da “filtro immagine”:

Qualsiasi progetto educativo permetta ai ragazzi di utilizzare in prima persona le immagini come mezzo di comunicazione e di espressione, è utile alla loro complessiva formazione culturale. Lo spettatore cine-televisivo può “vedere con i propri occhi” qualsiasi cosa del passato o che si svolge nell’attualità ma lontano da lui, partecipandovi e traendone valutazione diretta. Così abbiamo potuto, per esempio, discendere sulla luna con gli astronauti, soffrire la fame assieme a milioni di bambini, sentire le scosse del terremoto con gli amatriciani. C’è però anche un rovescio della medaglia. Le immagini del cinema e della tv hanno anche una grande forza di suggestione e di condizionamento psico-mentale che, se non controllata, può avere, specie nei ragazzi, effetti negativi. Per questo fare cinema a scuola, imparando di persona come funziona il “meccanismo” della comunicazione per immagini, può aiutarci a godere appieno dei vantaggi della comunicazione audiovisiva e, contemporaneamente, fornirci un antidoto importante contro il rischio del condizionamento della “pancia” a scapito del funzionamento della “testa”.

Testa, pancia...

Caro direttore Allori, cari ragazzi e genitori, magari questo antidoto potesse essere universale! Quanti condizionamenti potremmo combattere? Quanti muri saremmo in grado di abbattere?

Lo scopriremo nella prossima puntata. A domani!

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
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Amanti degli animali, fatevi avanti: JAMES HERRIOT è quello che fa per voi!

Chi

Veterinario di campagna. Amante dei paesaggi inglesi, della natura, degli esseri umani attorno a lui e, ovviamente, degli animali.

Scrittore.

James Alfred Wight, meglio conosciuto con lo pseudonimo James Herriot, era inglese e amava il suo lavoro. Nato il 3 ottobre 1916, sotto il segno della bilancia, a Sunderland (un nome un programma!), si spostò quasi subito a Glasgow con i genitori e, dopo la laurea, nello Yorkshire, dove passò tutta la sua vita.

Lo sfondo dei suoi racconti sono Darrowby, lo sfondo della sua vita furono la moglie Helen, i suoi colleghi e amici e i suoi pazienti.

Dopo esser diventato padre di due figli e di circa una ventina di opere, muore nel suo paesino nel 1995.

Cosa

James Herriot ebbe sempre, nel corso della sua vita, il desiderio di scrivere un libro.

Il suo impegno nella medicina veterinaria e per la famiglia accelerarono il tempo e frenarono la voglia di scrivere, ma solo per finta. All'età di 50 anni la moglie, spronandolo a prendere in mano penna e foglio, lo convinse a cominciare. Dopo vari tentativi falliti si stupì nel capire che doveva concentrarsi su qualcosa di molto semplice e a portata di mano per raggiungere i lettori: il suo lavoro.

Finalmente, nel 1969, uscì If only they could talk (Se solo potessero parlare), prima delle tante storie, ma fu con Creature grandi e piccole che ebbe immediato successo.

«Di questo non si parlava nei libri, pensai mentre la neve sospinta dal vento entrava dalla porta aperta e mi si posava sulla schiena nuda. Ero sdraiato a faccia in giù sul selciato in una pozzanghera di sporcizia indefinibile con il braccio affondato dentro la mucca che aveva violenti fremiti e con i piedi che cercavano un appiglio tra le pietre. Ero nudo fino alla vita e su di me la neve si mischiava con lo sporco e con il sangue secco. Non riuscivo a distinguere niente oltre il cerchio di luce tremolante gettata dalla fumosa lampada a petrolio che il contadino reggeva al di sopra di me».

Perché

La scrittura di James Herriot è piena di amore, è semplice, luminosa e positiva.

Ha una penna e una mano felice, per non parlare del cuore, con il quale cura i suoi amici animali anche nelle situazioni più difficili e dure (da far concorrenza a Lavori sporchi).

Sono storie fatte di tranquilli paesaggi descritti con immensa e perfetta dolcezza, ma fatte anche di uscite notturne, di freddo, di macchine scassate e di vite in difficoltà.

Le vicende degli animali che James Herriot cura sono comiche e commoventi, quindi aspettatevi di divertirvi, di ridere e di piangere.

Curiosità

Non subito i suoi tentativi di scrittura andarono bene. Diversi suoi racconti vennero respinti, ad esempio quelli sul calcio non vennero mai presi in considerazione.

Ricevette due lauree honoris causa, una dall'Università di Edimburgo, l'altra da quella di Liverpool, e un Award of Appreciation.

Creature grandi e piccole diventò prima un film del 1975 interpretato da Anthony Hopkins e, poi, una serie tv della BBC.

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Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
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Villaneta, un “rifugio” di natura e iniziative culturali

C’è un posto, sulle montagne sopra Forlì, che non è molto conosciuto, poco più di un piccolo punto sulla mappa.

Per ora.

Ci si arriva, rigorosamente a piedi, per un sentiero nel bosco, partendo da Campigna, nel parco delle foreste Casentinesi, solo un’oretta di viaggio dalla riviera romagnola in piena esplosione estiva, eppure sembra di entrare in un altro mondo, in luoghi che forse associamo ad altre realtà più alpine.

Un posto meraviglioso che si sta preparando ad aprire le sue porte grazie all’Associazione di Promozione Sociale “Anime Casentinesi”, che si è presentata con una due giorni di iniziative, laboratori artistici, incontri, chiacchierate sotto le stelle e tanta natura.

Noi siamo andati a trovarli e ce ne siamo innamorati, quindi abbiamo intervistato i ragazzi dell’associazione per far scoprire anche a voi questa splendida realtà.

Questo puntolino sulla mappa, presto rifugio, presto molto di più, è Villaneta.

Perché vi è venuto in mente di buttarvi in una impresa del genere, di trasformare Villaneta in un rifugio?

Davide – Già tre, quattro anni fa sia io che Stefano lavoravamo con il parco (il parco delle foreste casentinesi) ed era già tempo che ci guardavamo intorno perché sapevamo che c’erano dei bandi della regione per queste case dismesse. A me ha sempre attirato l’idea di realizzare un rifugio escursionistico che fosse anche uno spazio per organizzare attività ed eventi. Quindi tutto è nato in base a una passione, anche un po’ casualmente.

Quando avete progettato questa iniziativa, qual era la visione, cosa avevate in mente?

Davide – Subito abbiamo pensato al rifugio.

Stefano – Con Davide e Nicola (che ora non fa più parte dell’associazione) abbiamo messo le prime basi. All’inizio non eravamo troppo informati su cosa servisse, su quali lavori fossero necessari a questa casa per poter aprire. Abbiamo pensato di partire e l’abbiamo fatto, poi in corso d’opera abbiamo scoperto che era un po’ più complicato di così.

Quanto tempo è servito per arrivare a questo punto e a che punto siete?

Davide – Siamo al punto che non abbiamo ancora aperto il rifugio, ma possiamo organizzare eventi in questi spazi, come Associazione. Ogni anno facciamo i lavori necessari per mettere a norma tutto quello che serve per poter aprire il rifugio. E siamo abbastanza vicini (mancano gli ultimi lavori, in corso in questi giorni, gli scarichi, la cucina e un po’ di burocrazia).

L’idea di realizzare progetti culturali era già presente all’origine o è arrivata in corso d’opera?

Stefano – All’inizio pensavo che nel giro di un anno si potesse venire qui e lavorarci e tenere aperto il rifugio. I progetti paralleli non erano una priorità, almeno per me. Poi, rendendoci conto che questo era un progetto a lungo termine, con anche degli anni di preparazione e lavori necessari, si è pensato a qualcosa di alternativo, soprattutto quando il gruppo si è allargato dopo la fase iniziale. Tante idee ed energie diverse hanno portato in modo naturale a nuovi progetti.

Agnese – Infatti poi, nel nostro stesso statuto, abbiamo scritto che questa associazione non nasce solo per aprire il rifugio, ma per rendere questo spazio fruibile da persone che normalmente non lo utilizzerebbero, per rivitalizzare questo territorio. Quindi, per fare questo, anche aprirlo agli altri, dando loro la possibilità di conoscere il territorio, gli animali. Abbiamo la fortuna di avere Davide e Stefano (Stefano è una guida escursionistica e anche Davide conosce profondamente il territorio). La cosa che ci accomuna un po’ tutti è la passione per la montagna, che vorremmo poi condividere con le persone che passano di qui.

Pensando anche a questa due giorni, all’apparente isolamento del luogo, alla mancanza di connessioni e comunque lontani dal modo di vivere cui ci siamo abituati, la vostra iniziativa sembra quasi una manifestazione di resistenza culturale, un modello di socialità da ricreare. Vuole essere questo anche Villaneta?

Agnese – Secondo me non è nata per questo, ma poi la somma delle nostre personalità ha portato a questo. Nel senso che questa resistenza culturale ce l’abbiamo un po’ tutti dentro come un semino, che è germogliato facendo quello che abbiamo fatto in questi giorni e anche in tanti eventi passati, magari anche con meno gente, senza porci il problema.

Davide – Penso che trovarsi qui porti in maniera spontanea questa resistenza. Di sicuro c’è il nostro modo di vivere le cose, ma in un posto come questo viene tutto più naturale.

Che vita facevate prima dell’associazione, o che vita fate tuttora in parallelo, e come vi siete conosciuti?

Agnese – Stefano l’ho conosciuto così, con l’associazione. Con gli altri eravamo già amici da tempo. Fuori dall’Associazione sono una pedagogista, mi occupo in particolare di minori autistici.

Marco – Sono entrato perché i nostri genitori sono dell’appennino, un ritorno alle origini, all’infanzia. I miei erano della montagna, poi si sono spostati a Lugo, nella Bassa. Faccio il programmatore, un lavoro esattamente opposto ma che in qualche modo si ricollega alla voglia di evasione, di natura.

Roberto – Una casa qui, nel mezzo del parco, è unica. Io faccio il pensionato e prima lavoravo la terra. Quando mi è stato chiesto di partecipare ho accettato subito con grande entusiasmo.

Stefano – Io vivo qui, faccio la guida nel parco.

Matteo – Io faccio l’infermiere a Forlimpopoli. Sono arrivato anche io qui per amicizia e per l’amore che mi lega a questi posti.

Davide – Lavoro a Santa Sofia negli uffici del parco.

Questa è una domanda apparentemente banale, ma mi piacerebbe proprio la vostra risposta di pancia. Io vengo da Milano, la natura per noi è Parco Sempione o poco più. Come diceva poco fa Agnese, quello che volete fare è rivitalizzare questo posto. La domanda è: “Perché?”

Davide – Considera che queste erano case abitate fino agli anni ’50, ’60 e poi sono state abbandonate, via via che le persone migravano nella bassa o in altri luoghi. È un luogo selvaggio di ritorno. Molte di queste case sono ormai ruderi. Di quelle che restano, molte sono pubbliche e le altre sono adibite a case vacanza o seconde case. Non hanno obiettivi o scopi di socialità e associazionismo. A me sembrava spontaneo o scontato, se dobbiamo prendere una casa qui, non prenderla per “me”, mi sembrava egoistico farlo o tenerla per noi 6, 7 o quanti saremo, ma era bello aprire le porte, far venire altra gente.

Stefano – La domanda che fai è molto inerente al mio lavoro, soprattutto la premessa. Io ho l’ambizione di far capire alla gente la differenza che ci può essere tra il Parco Sempione o il bosco che c’è a Forlì e le prime colline e la foresta che abbiamo qui. Sono realtà che le persone che non hanno mai visto (anche se vivono qui vicino, al mare o nelle prime colline forlivesi), non hanno idea di come siano e della loro ricchezza naturalistica. Quello che abbiamo qui è un esempio quasi unico in Italia e raro in Europa di foresta matura, con caratteristiche che non si trovano in pratica da nessun’altra parte, nemmeno a pochi chilometri da qui.

Matteo – Penso che siamo estremamente fortunati a poter vivere questa cosa e avere le forze, la passione, la voglia per poter andare fino in fondo perché, anche se è stata e sarà dura arrivare al momento in cui sopra Villaneta ci sarà scritto “rifugio”, la soddisfazione è enorme. Tutti noi siamo camminatori da anni, abbiamo dormito ovunque e in qualunque situazione e anche l’idea di poter dare un punto d’appoggio a persone che come noi camminano e si accontentano anche di poco è bello, anche la sensazione di poter ospitare. Qualche giorno fa, per esempio, sono passati due escursionisti toscani che non sapevano dove andare a dormire. Alla fine gli abbiamo detto di stare qui e loro erano incredibilmente felici. La casa ormai è abbastanza a posto, gli abbiamo lasciato un po’ di provviste e di vino, loro erano distrutti… penso che, se io fossi in giro, vorrei trovare un gruppo di ragazzi che mi dà un mazzo di chiavi e mi dice “stai a casa mia stasera, non devi camminare più”. Questo è lo spirito che a me muove di più l’avventura di Villaneta, di continuare a spingere a rivitalizzare questo posto.

Agnese – Rivitalizzare per me significa quello che stiamo creando: non so se ti sei guardato intorno. Ci sono bambini, adulti, gente che probabilmente qui non sarebbe mai venuta. Villaneta sulla cartina c’è, ma non è un punto di riferimento per niente. Rivitalizzare questo posto è renderlo vivo con tutte le persone che possono venire, dai bambini agli anziani.

La casa si vede che ha richiesto e richiede tanto per il mantenimento. Richiede molto sacrificio e ogni sacrificio vuole una ricompensa. Qui, almeno per ora, non si parla di ricompensa economica ma morale. Quindi, in questi anni, Villaneta cosa vi ha dato?

Stefano – Cosa mi ha dato Villaneta? È una palestra! Ho imparato a fare intonaci, a ricostruire pareti a riparare i gabinetti (ridono). Poi le tante serate, in pochi, in tanti, in due, da solo, a veder le lucciole, a leggere le poesie fuori, davanti al bosco…

Matteo – Noi abbiamo una fortuna incredibile, oltre alla passione, perché possiamo arrivare qui, magari anche alle dieci, e mi sembra di venire a casa, anche se vivo a Forlì. Quindi oltre alla palestra, quello che mi dà Villaneta è tutto lì fuori, nel bosco.

Davide – Faccio una piccola premessa: quello che stiamo facendo non ha fini di lucro e tutto quello che stiamo facendo non è per crearci un lavoro, ma solo per passione. Poi certo che, essendo un punto molto frequentato, potrà portare del reddito a qualcuno, ma quello che vedo io è una persona che venga qui a rimborso, non una occasione di lavoro per me. Dal punto di vista umano, siamo partiti in pochi e a me ha sorpreso molto che in poco tempo siamo cresciuti e l’iniziativa ha assunto molti caratteri dell’associazionismo. Noi abbiamo fatto l’associazione per partecipare al bando, non perché era in progetto. Cosa volesse dire non lo sapevamo. Però quello che vedo intorno è un gruppo bellissimo che si è creato, che ama questo posto. Una socialità che ti scalda davvero.

Domanda spinosa: per i nove decimi dell’universo la Romagna è Rimini, Cesenatico, Cervia, magari Cesena e San Marino se proprio va bene. Questo noi lo sappiamo che non è così, ma la maggior parte della gente non lo sa. Come pensate di fare per far cambiare idea alle persone?

Stefano – Torniamo sotto la Toscana come prima del fascismo (risate). In realtà parecchia gente lo sta già vedendo. Arrivano qui, magari un po’ per caso, si innamorano del luogo e tornano.

Agnese – Un po’ questi open day che stiamo organizzando servono a questo. Lo facciamo sicuramente per farci conoscere e magari per dei piccoli autofinanziamenti, ma molto è anche perché le persone vengono, stanno un giorno o due al massimo ma poi si appassionano al progetto, si offrono di partecipare e contribuire.

Un’anima alla volta, quindi. È una cosa forse anche più grande di quanto pensiate o di quanto vi aspettavate. Una cosa che ha bisogno di richiamare chi non se l’aspetta, una realtà così.

Roberto – Vale anche per i romagnoli, non solo per gli “stranieri”.

Stefano – Qua è Toscana! La gente quassù si è sempre sentita non parte di entrambe le regioni, questa è un po’ una zona a sé. Qui di gente ne viene, anche tanta, soprattutto quando fa caldo. Secondo me, un posto del genere è importante perché, al contrario magari dell’arrivare e del piazzarsi con la sdraio lungo la strada, qui a Villaneta puoi godere del fresco, del bosco e nel frattempo imparare a conoscere e ad amare un territorio, cosa che per esempio non puoi fare a Cesenatico o Rimini, dove certo, usufruisci di servizi, ma non vivi una realtà come questa, del parco.

Come vedete questo posto tra dieci anni?

Davide – Sarà più bello, più curato, aperto da giugno a settembre tutti i giorni.

Matteo – Penso che Villaneta diventi, man mano che passa il tempo, come un ciclone che tira dentro gente, forze, voglia di fare cose, quindi tra dieci anni saremo un esercito!

Il prossimo appuntamento con gli open day dell’Associazione Anime Casentinesi e con il rifugio Villaneta è per l’1 e 2 settembre. Noi ci saremo, siateci anche voi. Credeteci, vale davvero ogni secondo trascorso lì.

 

Grazie a Esserci per la collaborazione.
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Douglas adams, la vita, l’universo e tutto quanto

«Ripristineremo la normalità appena saremo sicuri di cosa sia normale. Grazie.»

(Douglas Adams, Guida galattica per autostoppisti, 1979)

Caro Doug,

che brutto scherzo ci hai fatto, ad andartene così di botto. Ma ti sembra il modo? Potevi almeno tornare subito, ridendo per uno dei tuo scherzi assurdi, invece niente. Sono già sedici anni che non ci sei e neanche una cartolina.

Non sei mai stato capace di non esagerare.

Comunque, non so dove tu sia adesso – e se tu sia da qualche parte, nessuno dei due ci ha mai creduto granché a quella cosa –, né se tu possa vedere quello che accade da queste parti ai giorni nostri. Sono felice di farti sapere che festeggiamo sempre il giorno in cui ci hai mollati, non siamo mica permalosi noialtri. L’abbiamo chiamato il giorno dell’asciugamano perché, quanto sia importante portarsene in giro uno, ce lo hai ricordato tu nella Guida Galattica per Autostoppisti.

Insieme all’invito a non farsi prendere dal panico, certo. Ma quello ci riesce ancora meno bene.

Succede anche che in questo periodo hanno fatto una nuova serie su Dirk Gently, il tuo investigatore olistico. Ti piacerebbe. Sei sempre stato avanti, sempre interessato a mettere insieme i vari media, libri, radio, televisione, cinema. Anche quando venivano così cosà andava bene lo stesso, bastava sperimentare. Avresti dato il tuo ok anche a quella mezza schifezza del film sulla Guida della Disney di qualche anno fa.

Eri fatto così.

Vedi quanto sei stato carogna a sparire in questo modo? Avevi solo 49 anni, porca miseria! Sai la marea di roba che potevi ancora scrivere? Invece niente, hai scelto di accettare quel posto fisso di lavoro per l’Universo S.p.A., anche se non è più quel posto in cui la vita era selvaggia, aspra e forte, e in gran parte esentasse. Possenti astronavi navigavano tra soli esotici, cercando avventura e fortuna tra i più lontani meandri dello spazio galattico. In quei tempi gloriosi gli animi erano coraggiosi, le poste erano alte, gli uomini erano veri uomini, le donne erano vere donne, e le piccole creature pelose di Alpha Centauri erano vere piccole creature pelose di Alpha Centauri. E tutti osavano affrontare ignoti orrori, compiere grandiose imprese, azzardare a testa alta anacoluti che nessuno aveva mai azzardato prima.

Allora ti scrivo, tanto è quasi sicuro che tu non possa leggere questa lettera. Riservato com’eri ti avrebbe messo in imbarazzo.

Bene, sei un supereroe, hai salvato la fantascienza. Prettamente da sé stessa, da quella seriosità e pesantezza che si stava infilando sotto la porta come una bolletta del gas scaduta, da quei mostri spaziali che stavano diventando bipolari a furia di essere una volta buoni e una volta cattivi. Almeno i Vogon distruggono pianeti per costruire autostrade, un senso ce l’hanno.

Tu invece hai sparigliato le carte. Ci hai ricordato quanto questo genere letterario possa esplorare le tematiche più filosofiche e profonde, possa esplorare gli anfratti più oscuri dell’animo umano, le gioie e le depressioni, la solitudine e l’amore, l’amicizia e il sacrificio, e l’hai fatto divertendoci, facendoci ridere – quel tuo assurdo e meraviglioso umorismo inglese, anche se poi te ne eri andato in California. Mica scemo –, ridere fino alle lacrime. Che poi a un certo punto non si capiva più se fosse commozione, ilarità o risate isteriche, ma andava bene lo stesso. Avevi questa forza (e ce l’hai ancora), di rendere credibile qualsiasi cosa ti venisse in mente di raccontare, che fossero lunghe e oscure pause caffè dell’anima o Salmoni del dubbio, che fosse poetica Vogon o gli angeli stanchi con la voglia di farsi una birra forte, evocati dalla chitarra di Mark Knopfler. Quel dono, di essere capace di ottenere, senza fatica, quella sospensione dell’incredulità da parte dei lettori, non importa quanto assurda fosse di base la richiesta, tutti noi che scriviamo te la invidieremo per sempre.

Per dire, quando c’è da rispondere a una domanda esistenziale, ancora rispondiamo 42. Lo so che era uno scherzo, ma che scherzo pazzesco!

Ah, a proposito, la risposta è quella, ma la domanda fondamentale riguardo la vita, l’universo e tutto quanto ancora non l’abbiamo trovata. Non so cosa se ne pensi dalle parti dove stai ora, ma a me piace pensare che non la troveremo mai e che va bene così. Magari poi non saremmo più in grado di ridere della vita e della morte e non saremmo più quelle pazze bestioline che tu amavi.

Ora tocca andare, sai, qui le cose vanno ancora avanti negli stessi modi, lavoro, urgenze, uscite, scadenze. Io, al contrario di te, non “Amo le scadenze, amo il rumore che fanno quando mi sfrecciano accanto”, visto che il più delle volte mi tocca perfino rispettarle. Tu invece ora fai quello che vuoi, immagino. Che in sostanza non è molto diverso da quello che facevi prima.

Sì, è invidia.

Quanto ci manchi, Doug! Forse un giorno ci incontreremo al Ristorante al termine dell’universo, o forse no. Ma sono sicuro che tu già lo bazzichi spesso. Fai una cosa: al prossimo giro, bevi un gotto esplosivo pangalattico anche per noi.

Noi, intanto, continueremo a cercare di non farci prendere dal panico. In fondo è scritto bello in grande sulla copertina della Guida, no?

Ricordiamo che a Ottobre iniziano nuovamente i corsi di scrittura creativa del Grafema. Per informazioni scrivici, oppure visita la pagina dedicata.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Lo Spunk, intervista al collettivo Towanda

Abbiamo intervistato il collettivo Towanda, il gruppo tutto al femminile che ha appena lanciato LO SPUNK, la prima rivista dedicata a bambini dai sei ai dieci anni.

La prima domanda sorge spontanea: lo spunk? Da dove arriva questo nome?
Secondo Pippi Calzelunghe uno “spunk” è quello di cui si va alla ricerca pur non sapendo esattamente di cosa si tratta. La parola “spunk” nasce tra le pagine di Astrid Lindgren: Pippi si interroga a lungo sul significato di questa parola che gli salta in mente all’improvviso. Uno “spunk” potrebbe essere un animale feroce, un nuovo tipo di lecca-lecca o persino una terribile malattia: chiedere agli adulti, si sa, in questi casi, poco conta. Per identificare uno “spunk” serve capacità immaginifica e volontà inventiva. Solo così è possibile scoprire che uno “spunk” è tutto ciò che riempiamo di significato, anzi, del significato che più ci sembra opportuno in un dato momento.

Come è nato il progetto e da chi è composto il collettivo?
La redazione de Lo Spunk è composta da autrici e illustratrici. Alice Keller, Sara Panzavolta, Elisa Rocchi ai testi. Maria Gabriella Gasparri, Manuela Mapelli, Giulia Torelli, Veronica Truttero alle matite. Deborah Mosconi sorveglia l’impianto grafico e l’impaginato. Questo gruppo di lavoro è il Collettivo Towanda che, grido tutto al femminile, nasce dall’unione di diversi modi di guardare alla Letteratura per Ragazzi. Sguardi eterogenei ma accomunati dalla curiosità e dalla voglia di rompere le righe di un immaginario infantile forzatamente stereotipato. Insomma, “Towanda” come necessario e catartico cambiamento, inevitabile inversione di rotta davanti a tutto ciò che non convince.
Il progetto de Lo Spunk si è sviluppato dalla consapevolezza della mancanza di un giornale indipendente rivolto ai bambini: un contenitore di storie che potesse rispondere alla curiosità di lettura dei bambini.
A trasformarsi in editore e a tenere le fila della parte contabile del giornale è la Libreria per ragazzi Momo (Ravenna) di cui Alice, Veronica e Sara sono fondatrici e titolari

La scelta del vostro pubblico di riferimento, bambini dai sei ai dieci anni, è davvero particolare. Potete dirci da dove è nata?
L’idea di rivolgersi al pubblico della scuola primaria è nata dal desiderio di Manuela di offrire ad un pubblico di giovanissimi lettori un giornale formato tabloid che potesse essere strumento di promozione della lettura e di gioco con parole e segni. Il desiderio del giornale è quello di far leva sulla voglia di avventura e sull’istinto alla scoperta che i bambini di questa fascia d’età naturalmente possiedono.

Quale linguaggio, quali forme comunicative si devono usare per entrare in contatto con i bambini di oggi?
Obiettivo del giornale è quello di non ricalcare stili grafici o narrativi già visti e letti. Parola d’ordine è “sperimentare”. In questo senso, crediamo che un impianto di immagini vario (quattro sono le illustratrici che lavorano a Lo Spunk) possa essere una buona base di partenza per proporre ai bambini un immaginario visivo interessante e accattivante. Allo stesso tempo le storie e i fumetti presenti nel giornale puntano a parlare a diverse fasce di età, a lettori con gusti e inclinazioni differenti.

Cosa potremo trovare nella rivista?
Lo Spunk è un giornale formato tabloid. Contiene storie, fumetti e giochi che fanno l’occhiolino ai giornali dei “grandi” pur mantenendo una identità allegra e scanzonata. Nel numero zero i lettori troveranno rubriche e consigli di lettura e cinema, racconti a puntate, ricette e barzellette. Il taglio è volutamente trasversale in modo da poter coinvolgere un target di lettori ampio: si va dai contenuti più strutturati a quelli meno impegnativi per dar modo a piccoli e grandi lettori di trovare ciò che fa al caso proprio. Tutti i contenuti sono originali e pubblicati in esclusiva per il giornale.

Una rivista cartacea oggi? Siete meravigliosamente matte! Dove la troveremo? Cosa avete pensato per la distribuzione e la diffusione?
Lo Spunk si può acquistare nelle librerie che hanno aderito al progetto:

Libreria La Pecora Nera, Udine
Bubusettete, Cervia
Spazio BK, Milano
Libreria Piccolo Blu, Rovereto
Libreria Giannino Stoppani, Bologna
Libreria Viale dei Ciliegi 17, Cesena
Modo Infoshop, Bologna
Libreria Tuttestorie, Cagliari
Libreria Trame, Bologna
Libreria Madamadorè, Grosseto
Libreria Pel di Carota, Padova
Libreria La casa sull'albero, Arezzo
Libreria Il Seme, Casalmaggiore (CR)
Libreria Momo, Ravenna
Libreria Liberamente Libri, Ravenna
Libreria Altroquando, Roma
Libreria Centostorie, Monza
Libreria Cartamarea, Cesenatico
Libreria Farollo e Farpalà, Firenze
Libreria Piccole Abitudini, Modena
Libreria Eco di Fata, Roma
Libreria Libro Magico, Siena
Libreria Infinite Parentesi, Roma
Libreria del viaggiatore, Roma
Libreria Ottimomassimo, Roma
Libreria Le Storie Nuove, Conversano (BA)
Libreria Kamillo, Senigallia
Libreria La Soffitta senza tetto, Casarano (LE)
Libreria Oh che bel castello, Osimo
Libreria Bufò, Torino
Libreria 365 Storie, Matera
Libreria Isola Libri, Milano
Libreria Die Blaue Ampel, Zurigo
Libreria Semiminimi, Lecce
Libreria Farfilò, Verona
Libreria Dudi, Palermo

Online si può sostenere il progetto e acquistare copie del giornale o abbonamenti dalla piattaforma Produzioni dal Basso.

Lo Spunk sarà anche strumento didattico e, attraverso il giornale, le autrici e le illustratrici si rendono disponibili per workshop e laboratori volti a raccontare l’esperienza del giornale e la sua creazione. Alcune scuole del territorio - ma anche del suolo nazionale - stanno già rispondendo con interesse alla nostra proposta. Insomma, l’autunno sarà un periodo molto spunk!

Questa è difficile: oggi l’editoria è un settore sicuro come quello dello smantellamento di ordigni bellici, ma senza pensione. Perché lo fate?
Lavorando tutte nel settore conosciamo bene le difficoltà e le frustrazioni che l’editoria può suscitare. Tuttavia, siamo anche a conoscenza della potenza e della forza delle parole e delle immagini e di come queste si amplifichino quando incontrano le curiosità dei bambini. Lo Spunk non nasce come progetto rigido e strutturato ma vuole essere un prodotto flessibile: volano per attività didattiche, gioco per bambini, suggerimento per maestre, “posto” in cui andare per trovare storie. Se la prospettiva è questa, la domanda giusta è: perché non farlo?!

Noi siamo già convinti, ma qui fuori è pieno di mamme e papà che porteranno i figli in libreria. Avete due minuti per vantarvi tantissimo: stregateli!
Genitori di tutto il mondo! Questo messaggio è per voi! Sapete che le storie aiutano a capire meglio se stessi e il mondo? Sapete che le narrazioni sono presenti in tutte le culture di tutti i popoli del mondo? Beh, si potrebbe dire che le storie sono universali: l’evoluzione, oltre al pollice opponibile, ci ha portato a essere cittadini di mondi immaginari, a fare di una narrazione uno strumento per imparare un sacco di cose senza rompersi le scatole! Evitate rotture di scatole ai vostri figlioli: questa estate non fate mancare sul tavolo della colazione uno spunk di storie!

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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