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Categoria: Cultura

Lo scisma calcistico e come resistere all’antimondiale

Lì per lì non ci ho pensato, ma alla fine la storia che l’Italia non andrà ai mondiali un po’ mi scoccia. Si può proferire il termine “scoccia” in volgare per significare “crea ugge” o vale solo la versione con il “tch” se ci riferiamo all’atto dell’impacchettare con il nastro adesivo? Misteri della Crusca.

Cioè, in assenza della Nazionale deve comunque valere il principio per cui si battezza una squadra e poi se vince si va a festeggiare di brutto, no? Passiamo in rassegna alcuni criteri credibili di scelta: più vicine la Francia e la Svizzera, ma in Argentina ci sono diversi giocatori con origini italiane. La Corea del Sud ricorda l’eliminazione del 2002 e sarebbe una scelta coraggiosa, il Brasile vinse nel ‘58 quando l’Italia non si qualificò ai Mondiali di 60 anni fa. E in tutto questo, chi è la favorita? Forse la Germania, però anche la Francia è insidiosa e bisogna tenere d’occhio le sudamericane, il Belgio è pieno di talento; o magari è la volta buona che la Brexit serve all’Inghilterra per assumere rilievo internazionale. Comunque, occhio agli italiani che vendono sempre cara la pelle eh! Ah no, l’Italia non va ai Mondiali nel 2018! Perdonatemi la leggerezza con cui si trattano temi di rilevanza straordinaria, come direbbe sacchianamente l’Arrigo, ma sostanzialmente questa non partecipazione era nelle cose e parte da lontano, perciò ben vengano le barze in assenza delle esultanze.

A proposito, forse ci saranno meno tradimenti delle mogli coi bagnini mentre i mariti sono davanti al maxischermo. “Caro, non eri al bar a vedere la partita?” “No, alla fine Egitto-Australia non era così emozionante, ma Karim non era un’amica?”. Troveranno altri modi.

In ogni caso ci sono gli estremi per un sincero Romagna 2018, che è un po’ l’Antimondiale, la cattività riminese in cui numerosi turisti dell’Est Europa assieperanno l’adriatico per guardare le partite delle loro nazionali. Del resto, in Russia e in Polonia Andrea è un nome femminile.

Luca_Severi

Luca Severi

Sagittario, nato nel 1984. Laureato in Filosofia, nutro una grande passione per la scrittura, il running e l’arte del cazzeggio. Adoratore della senape.
Per il Grafema Magazine scrivo articoli di cultura e recensioni musicali.
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Espansione culturale per vincere la diffidenza

Se guardiamo al mondo di cui ci sentiamo parte – un discorso a sé andrebbe fatto per il mondo che invece non conosciamo e che, ciononostante, permea di sé le nostre vite – inevitabilmente dobbiamo ammettere che ognuno di noi è attraversato da una quantità molto elevata e probabilmente inestimabile di relazioni. Intratteniamo una rete di contatti, più o meno naturali e volontari, con persone, situazioni e sistemi, che intessono la nostra vita spirituale, materiale e sociale.

Si stanno sviluppando casi frequenti di richiamo a una fantasiosa appartenenza più limitata, mediata da valori condivisi (è il caso della risposta – che non è una risposta – di Trump alle rivendicazioni silenziose dei giocatori nfl), da ragioni storiche, economiche, regionali (qui i casi sono molteplici). L’appartenenza, legata inevitabilmente all’allontanamento e alla segregazione materiale e ideologica dell’altro quando questi si trovi all’interno dei nostri confini, è un tasto molto toccato in politica soprattutto da chi vuole promettere sicurezza. Ora, siamo certi che questo sia di per sé un valore, o che non lo siano almeno tanto quella, laddove siano in contrasto e sia quindi necessario un confronto, la libertà, la conoscenza, perfino l’accoglienza? Leva sempre usata e ancor oggi prepotente è la paura, tanto da sostituirsi inconsapevolmente alla volontà e diventare essa stessa convinzione da esibire, per giustificare la prevaricazione, il pugno di ferro, il nascondersi a sé purché la superficie sia tranquilla.

Se ci piace saltare, perché arrivare in cima alla collina e avere paura? Vogliamo conoscere l’interno e non fermarci alla superficie e allora ecco perché leggere: per scandagliare il mare.

Leggendo incontriamo l’altro nel suo territorio, incontriamo e forse possiamo capire il diverso, l’alieno, l’estraneo, il potere, la debolezza, la sottrazione, la realtà che non si sovrappone alla nostra. Leggere è una ricchezza che sfida l’appartenenza e accoglie la partecipazione delle idee; se ne ha tanto bisogno in un momento in cui la pluralità di reti e di stimoli, anziché allargare i nostri orizzonti, li soffoca, perché non c’è chiarezza espositiva, né può mostrarsi il punto di vista originale o l’altro per ciò che essenzialmente è.

Io personalmente voglio essere ciò che sono in un mondo che non sia fatto su misura, ma che mi permetta di valorizzare le mie risorse e dia all’altro la possibilità di fare altrettanto, perché è lui che concede a me questa libertà, perché io faccio lo stesso con lui. Leggendo, ad esempio, ritengo possa svilupparsi questa tolleranza e svelarsi per ciò che è il falso bisogno di sicurezza: principalmente paura, se pure incasellata in diversi livelli di espressione religiosa, economica e sociale.

 
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Amalia Guglielminetti: mai una gioia – Parte 3

di novelle, storie tristi e ingiustizie

Vai alla prima parte

Vai alla seconda parte

Si conclude qui, con il terzo racconto che vi proponiamo, questo breve viaggio alla scoperta di uno dei personaggi più sorprendenti (e sfortunati) del panorama culturale italiano del primo '900

Dopo Guido e Pitigrilli, Amalia non si avvicina più a un uomo.
Non si avvicina nemmeno più alle lettere, che bandisce completamente. Comunicherà solo attraverso le parole contate dei telegrammi.
Il suo ultimo e disastroso amore riesce a rovinarla e il risultato è irreversibile. Successivamente alla denuncia, Dino l'accusa di aver falsificato la sua grafia in alcuni scritti compromettenti contro il Duce. Amalia viene fortunatamente assolta, ma per semi-infermità mentale, e rinchiusa in una casa di cura.
Nel frattempo attorno a lei si crea il vuoto: le dicerie dicono che porti iella.

Muore il 4 dicembre 1941 per setticemia e polmonite.
«Colei che va sola», come si è sempre definita, è stata la sua condanna.

Gli adolescenti e l'amore 

… ci avviammo lungo il sentiero sassoso, rotti i rovi che si slanciavano dalle siepi di more selvatiche e sebbene il mio compagno portasse ad armacollo il fucile, ed io m'appoggiassi al manico d'un ombrellino di moda, tentai una battuta arcadica.
– Se qualcuno c'incontrasse ci scambierebbe per due delta boscherecce resuscitate dal mito millenario.
Ma Elio di Santamaura non seppe rispondermi che con un impacciato: - Credete?
Io continuai a parlare precedendolo lungo il sentiero strettissimo.
– A me piacciono molto i ciclamini. Sono belli di colore e squisiti di sapore, come le viole, come i gelsomini, come le foglie di rosa. Non avete mai assaggiato un fiore? Che dolcezza aromatica lasciano nella bocca? I confetti sembrano insipidi al confronto, perché i fiori sono vivi e soffrono di morire così, sotto la tritura dei nostri denti, io amo i fiori, ma non già per aspirare solo il loro profumo. Li amo perché li mordo, li gusto, li divoro. Ah, come sono squisiti!
Dovetti esprimere inconsciamente nella mia esclamazione una fervida voluttà sensuale, poiché mi sentii afferrare alle spalle da due mani rudi e tenaci, udii una voce roca mormorare quasi gemendo:
– E tu sei crudele. Se parli ancora così ti giuro che...
– Che? - e mi volsi d'impeto, gli piantai in faccia uno sguardo tempestoso di collera e di rapimento, - Non si prende fuoco a questo modo, come la paglia di quel cascinale, e come la benzina della vostra automobile.
Ed Elio assentì mansueto ed umiliato:
– Avete ragione.
Proseguimmo in silenzio, l'uno accanto all'altra, sfiorandoci col braccio, saettandoci furtivi di sotto alle palpebre il baleno della nostra incauta avidità, finché per quell'acre bisogno di rivolta e di lotta che esaspera certe creature sdegnose quando si sentono attratte dal vortice, io ricomincia il gioco delle parole pungenti.
– Perché continuate a torcere con la mano la cinghia del vostro fucile?
– Così, per torcere qualche cosa.
– E a che vi serve quell'arnese? È forse l'arco o, se volete, la faretra da cui partono le frecce avvelenate di Cupido?
– Non so - rispose il giovane ormai privo di ogni audacia e d'ogni lirismo.
– Ve lo tenete immobile sulla schiena come dentro una vetrina di museo. Uccidete qualche cosa, qualcuno.
– Chi? Voi?
– Me, se vi piace. Il vostro fucile almeno saprebbe darmi un bacio di fuoco.
La mediocre arguzia e l'enorme illogicità delle mie parole lo fecero sorridere con una certa ironia corrosiva.
– Come siete spiritosa!

Nel bosco caldo di sole vibrava un'invisibile orchestra di ronzii confusi ed indistinti che pareva il respiro medesimo dell'aria imbevuta di raggi. L'Orco, il docile fiume dal terribile nome fiabesco cantava ai nostri piedi, fuggendo tra le rocce umide e scintillanti. Il profumo dei ciclamini invisibili si spandeva dolcissimo intorno e metteva quasi in quel vecchio recesso di selva l'aromatica artificiosità d'un salotto mondano, odoroso di ciprie e d'essenze parigine.
Ci fermammo incantati, e dimenticando per qualche momento la nostra piccola battaglia, ripresi dalla gaiezza vivace dei fanciulli gettammo insieme un grido di meraviglia.
– Ecco i ciclamini lassù!
– Quanti! E come sono belli! Li voglio tutti!
Alta sul nostro capo la roccia si sporgeva, coronandosi al sommo d'una rigogliosa fioritura sfumata in tutte le gamme del violaceo e del rosso.
– Li voglio!
Sollevai le braccia, m'allungai quanto mi fu possibile ritta sulla punta dei piedi, ma la rupe alta e m'opponeva rigidamente l'inaccessibile granito della sua maestà secolare. Desistetti dall'impossibile impresa con una mossetta di bimba indispettita e mi volsi ad Elio che rideva, soddisfatto di quella mia tacita dichiarazione di debolezza. Il mio sguardo dovette esprimere per la prima volta la soavità tenera di una preghiera, dovette manifestare un carezzevole invito, dovette imporgli con una magnetica dolcezza: - tu che sei più alto e più forte raccogli quei fiori lassù – poiché la sua faccia ilare e cattiva si fece d'improvviso grave, assunse l'espressione di chi cede a un impeto impulsivo e arrischiato.
Mi scostò con un gesto, indietreggiò di alcuni passi, s'appoggiò con la sinistra alla canna del fucile e, col braccio destro proteso ad afferrare qual mazzo roseo e violaceo alto sulla rupe, spiccò un salto.

Nel profondo silenzio del bosco rimbombò secco uno sparo che gli echi via via ripeterono. Cacciai un urlo e mi precipitai su di lui che contorceva la bocca tentando stoicamente un sorriso. La sua mano destra stringeva un cespo di ciclamini, ma la sinistra grondava sangue.
– Non è nulla. - volle rassicurarmi, e cadde a sedere su una sporgenza della roccia chiudendo le mascelle a frenare un gemito, mentr'io mi slanciavo verso il fiume, immergevo nell'acqua bassa il mio fazzoletto e tornavo di corsa a lui incalzata da un affanno atroce.
M'inginocchiai ai suoi piedi e in quell'atteggiamento d'umiltà accorata incominciai a tergere con trepida delicatezza un po' di sangue raggrumato sulla ferita. Alla base del pollice, nell'arco di epidermide teso fra le due dita, apparve un piccolo foro come un rubino zampillava senza tregua. Un tremito invincibile mi scuoteva tutta e m'opprimeva un terrore folle che quel sangue si arrestasse più, che tutta la vita del ferito se ne andasse così, goccia a goccia attraverso quel piccolo foro scuro, che egli morisse sotto i miei occhi dissanguato.
Elio, livido di sofferenza e di paura, si lamentava a bassa voce fissando sbigottito la sua mano ch'io sostenevo fra le mie e invocava disperatamente, con l'implorazione dello sguardo, un soccorso più efficace che non sapevo dargli. Per un eccesso di sensibilità nervosa io provai sempre il ribrezzo del sangue, eppure mi sentii in quel momento di panico tragico così eroica che seppi vincerne il disgusto. M'abbandonai su di lui ad occhi chiusi, premetti sulla ferita la bocca tremante e ve la tenni con una forza di voluttà convulsa e indomabile finché sentii ch'essa si chiudeva, che la piccola stilla cruenta non fluiva più.

 
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Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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Amalia Guglielminetti: mai una gioia – Parte 2

di novelle, storie tristi e ingiustizie

Continua il nostro viaggio alla scoperta di Amalia Guglielminetti e dei suoi racconti. 

Vai alla prima parte

Amalia Guglielminetti non partecipa ai riti mondani torinesi ma si ritiene una «femmina elegante e alla moda», è spregiudicata ma non vuole sentirsi incasellata nella categoria delle suffragette, è affascinante in modo aggressivo ma senza apparire finta come un'attrice.
È un'intellettuale che gioca con la figura della femme fatale ma senza mai esagerare.
Dice di amare l'artificio e per questo la moda, ma trasmette tutt'altro.
Anche gli unici due amori della sua vita dicono di amarla, ma saranno loro a portarla alla deriva.

Guido Gozzano e Amalia si incontrano per la prima volta nella primavera del 1907, alla Biblioteca della Società della Cultura. Gozzano è all'epoca l'esponente maggiore del Crepuscolarismo, una corrente letteraria che vive di aridità spirituale, di angoscia, nella stanchezza e nella sfiducia.

Incoraggiante.

La relazione che instaurano è tormentata e perversa, oltre che assolutamente platonica. Tentativi concreti da parte di Amalia, lontananze tenute da Guido che, una sola volta dal 1907 al 1912, acconsente di vederla ma a patto che l'evento avvenga nella sua casa e con la presenza della madre.

Fantastico.

Amalia si nasconde ancora una volta sotto quell'immagine che si è cucita addosso.
Due anni dopo arriva la volta di Dino Segre, in arte Pitigrilli, un meschino studente di lettere che riuscirà a sedersi ben comodo sotto l'ala protettrice della donna ormai affermata.
La storia tra Dino e Amalia dura una decina d'anni, ma considerarla solamente in termini amorosi è un errore. Diverse collaborazioni portano i due nomi ai poli opposti: quello di Dino sempre più in alto, fino alla luce, quello di Amalia sempre più in basso, nell'ombra.
Arrivano a denunciarsi e lui ha la meglio, ma questo non gli basta.
Nel 1926 la sua rivista debutta con La baracca dei fenomeni, la Guglielminetti, un cattivissimo attacco nei suoi confronti. Il 1926 però è anche l'anno di nascita della rivista di Amalia, Le Seduzioni, che fortunatamente prende tutta un'altra piega.

Essenze radioattive.

Mi sento ancora tutto rapito ed abbagliato dal prodigio. Avevo ormai rinunziato ad ogni speranza. La celebre artista mi sembrava non intervistabile.
Non credo più assolutamente alle tante interviste con Lina Cavalieri che qua e lì si leggono – sono tutte fabbricate in redazione o sotto opera di qualche amico compiacente. Perché non è affatto semplice intervistare Lina Cavalieri: essa balla, balla, sempre.
Mi fa ridere quel maestro di danza che a Parigi ballò 48 ore di seguito. Egli crede certamente di essere il più resistente ballerino del mondo e se ne vanterà con tutti in ogni luogo e in ogni tempo. Ma si vede che non conosce Lina Cavalieri.
Del resto è meglio: sarebbe ormai morto di dispiacere nel vedersi superato e da una donna.
– Donna Lina, ditemi, dunque, qualcosa per la mia rivista seducente.
– Sì, amico. Finito questo ballo - si alza, - fremo questa intervista – Poi se ne va a ballare.
– Donna Lina, ditemi, dunque, qualcosa per LE SEDUZIONI.
– Sì, amico, subito. Provo prima questo passo di Charleston...
Non trovavo rimedio. Pensai di uccidere via via a revolverate tutti gli ammiratori di donna Lina che venivano ad invitarla a ballar, ma da un calcolo approssimativo capii che per riuscire nel mio intento avrei dovuto diventare uno dei più formidabili delinquenti d'Europa.
Finché ebbi un'idea: invitai Donna Lina a ballare e l'intervistai ballando.

C h a r l e s t o n

Il ritmo sincopato del jazz si è ormai impossessato di noi. Ci si muove trasportati dagli scatti ossessionati e volutamente scordati del pianoforte, dal martellare della grancassa, dai lamenti tronchi, umoristici, inverosimili dei sassofoni, dagli strilli acuti e disperati delle cornette, da tutte queste dissonanze armoniche fuse nel ritmo uguale scandito che imprigiona ogni melodia.
– Cosa pensate di questo ballo? - Chiedo a donna Lina, che, è con me tutta presa dal ritmo travolgente.
– Charleston! - esclama con entusiasmo. - È il ballo che più di tutti dà gioia, allegria, tripudio. È la frenesia di vivere scatenata, è, il ballo fatto per gli audaci e per i prepotenti.
– Un timido non potrà mai ballarlo. Vedete noi? Calci a destra, calci a sinistra a tempo di jazz, è vero, ma calci. E ci facciamo largo qui dove altrimenti non si potrebbe ballare per la folla che ci stringerebbe da ogni parte.
– Audacia, quella che ci vuole nella vita per riuscire, per vincere.
– Vedete come siamo liberi, adesso, noi? Come possiamo abbandonarci ai più bizzarri passi di questa danza allegra? E come all'intorno fan cerchio gli altri, gelosi, si, ma anche pieni di ammirazione per la nostra audacia? Esattamente come nella vita: essi, i paurosi, non possono ballare perché balliamo noi, che siamo i prepotenti.

C o l e i   i n   t e m p o   d i   d a n z a

Ma, come avviene nella vita, qualcuno tenta di emularci e ci mette, naturalmente, i bastoni fra le ruote, anzi, diremo, i piedi fra le gambe. Perciò ad un tratto mi trovo una scarpa col relativo piede nella tasca della giacca, piede che fatica non poco ad uscirne. Ricompenso il proprietario con un secco calcio laterale negli stinchi. È una figura del Charleston che ho creato per convincere gli altri a non ballarlo mentre lo ballo io. Ma questo non ha compreso quello che volevo significargli e continua. Perciò ora mi trovo una terza gamba fra le mie, gamba che non so con precisione di chi sia e che cosa voglia, ma che però mi impedisce di ballare. Oltre a ciò è una gamba incapace di star ferma ed è sul punto di farmi andar per terra con tutti i suoi movimenti disordinati.
– Donna Lina, - grido io cadendo – donna Lina, sapete dirmi che cosa accade?
– Nulla amico mio, - risponde col suo luminoso sorriso, aiutandomi a rialzarmi; - accade qui quel che accade nella realtà: la lotta per la vita.
Un'ultima risata del jazz. Il Charleston è finito, io anche: siedo.
Donna Lina no. Suonano adesso un fox e torna a ballare.
– Ricordate, - grido io con voce rotta dalla fatica, - ricordate che il tango è mio!

T a n g o

Le volute armoniche del tango si diffondono voluttuose per la sala, che, quasi a rendersi ancora più ambientata, si vela di una luce velata e sensuale.
Alla fantasmagoria dei cultori di Tersiore che avevano sacrificato durante il fox e il Charleston, succede la rara teoria dei pochi eletti che si avviano nel mezzo del tempio per celebrare il rito danzante.
Non ho mai pensato ad una esatta definizione del tango. Ne conosco le origini, ne ho appreso le movenze e i passi, ma la definizione?
Mentre la fisarmonica si lamenta e il ritmo pesa per l'aria satura di sincopati musicali, lo chiedo alla Cavalieri.
– Il tango significa, nella danza moderna, - mi dice con semplicità - quel che il sentimento rappresenta nell'amore.
– Il Charleston è la voluttà fisica, il fox è la consuetudine, è la relazione comune, semplice, alla portata di tutti. Il tango è il sentimento, la vibrazione di ogni più intima fibra del nostro essere e nel tempo stesso è la grazia, la delicatezza. Privilegio di pochi eletti.
L'orchestra incalza inesorabile ad ogni nota, ogni arpeggio, ci prende, ci avvince.
– Guardate, - dico alla mia famosissima dama, - guardate il viso ispirato di quel giovane che balla: pare che si liberi in una atmosfera eterea.
– Infatti - sottolinea donna Lina - pare che voli e che faccia volare la sua compagna. Non vedete? L'ha stretta così fortemente alla vita e l'ha sollevata così teneramente che quasi non riesce più a toccar terra coi piedi...
– Il che, - aggiungo - equivarrebbe quasi...
– A toccare il cielo con un dito.
Le ultime note del tango si spengono in una tenue carezza.
La fisarmonica tace, la luce ritorna vivida e bianca, l'amplesso tersicoreo si scioglie. Il sacrificio è compiuto.

 
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Amalia Guglielminetti: mai una gioia – Parte 1

di novelle, storie tristi e ingiustizie

Una figura sorprendente e poco conosciuta del panorama culturale italiano. Una donna di oggi, verrebbe da dire, però oltre un secolo fa.

Noi ve la raccontiamo attraverso la sua storia e attraverso le sue Storie, per la precisione con tre delle sue novelle più rappresentative. Buona lettura.

Art Nouveau, Gustave Klimt, Toulouse Lautrec. Il cinema, la radio, l'automobile. I café, il Can can, l'Orient Express.

Benvenuti nella stagione del positivismo, del benessere della società. Benvenuti nella stagione del progresso tecnologico e industriale, nel periodo dello sviluppo storico, artistico, culturale, nel periodo dell'espansione economica, della fioritura delle scoperte e dei grandi cambiamenti:

«benvenuti nella Belle Époque!

benvenuti in Europa!»

Italia. Piemonte. Torino.

Siamo alla fine del 1800, 1881 per essere precisi, e in una casa patriarcale e rigida, comandata dal nonno Lorenzo, nasce Amalia Guglielminetti.

Amalia cresce fuori dagli schemi dell'epoca: non porta il bustino e mette la gonna solo quando ha voglia, ha una chioma color corvino che non sempre ha voglia di nascondere sotto cappelli piumati alla Rembrandt. Ha zigomi alti, fisico androgino e labbra rosse.

Emancipata, indipendente e libera come un uomo, arriva troppo in anticipo e troppo aggressiva nella Torino dell'epoca, che non la comprende, la deride e la emargina.

Poetessa, scrittrice di romanzi, di commedie per il teatro, di fiabe per bambini, di novelle e giornalista di moda: Amalia ha la letteratura nelle vene.

Frivola, pesante, triste, ironica, leggera, densa, disperata, acida. Non le interessa niente, lei scrive quello che vuole e quello che sente.

Il 10 agosto 1926 si afferma come prima direttrice editoriale donna con la rivista “Le seduzioni”, una raccolta di novelle seducenti che rimane in vita per due anni. È una rivista dai toni ariosi, leggeri, vivaci, ironici che nasce per divertire. Ruota attorno alla donna ma sta alla larga da quelle che Amalia adora definire «sciatte vacche sacre».

«Io penso – scrive Amalia nell'editoriale – che una rivista debba avere la semplice grazia amorosa di una toilette parigina: leggero esempio di aristocratico buon gusto».

Sapiente raffinatezza, amabile ma sapiente perversità giocosa che rende i racconti vivaci. La rivista è una donna leggiadra che si fa amare con sguardi, parole, prepotenze che regalano bizzarrie e spontaneità.

Un particolare interesse per il balletto e la danza e un occhio di riguardo per il Charleston, oltre alle novelle ospita rubriche di informazioni culturali.

Collaborano talvolta nomi importanti come quelli di Pirandello, Marinetti, Bontempelli ma è nelle rubriche più pungenti che Amalia usa vari pseudonimi, scrivendo o comunque scegliendo racconti nei quali si rispecchia, sempre con ironia e sempre per niente capita.

 

Anno più, anno meno

Rosina Rosi era una buona creatura: ma non aveva ancora non dirò un marito, che i mariti non si trovano, come si suol dire, ad ogni cantonata; ma neppure un fidanzato, che quelli si trovano a dozzine proprio su ogni cantonata.

Era carina, vestiva con molto garbo, era fine, laboriosa, assennata e... aveva ventisei anni. La qual cosa significa che su la questione “marito” si inaspriva un po', la meraviglia di non avere avuto in dieci anni di bel rigoglio, neanche un ronzone, arzigogolava di più la ricerca del perché il ronzone non ci fosse stato mai. Dirò subito che Rosina veniva di provincia, e della provincia portava una rancida mentalità sull'onestà femminile: mentalità che oggi è completamente negativa alle ricerche più accanite dei folcloristi in materia. E aggiungo subito, che questa arretrata mentalità dava alla persona e al volto di lei un'involontaria espressione di atmosfera anemica a qualunque bellimbusteria.

Insomma, Rosina era una ragazza seria; ma di una serietà all'antica.

Il giorno in cui finiva i suoi ventisei anni, volle far festa. Rinnovò un vestitino nuovo che le stava bene; rinnovò scarpe e cappello e – trovò il fidanzato. Un giovane austero: dalla barba folta, nera. A vederselo lì innanzi, umile, rispettoso ma un po' – sagrestano a rispetto della barba, essa ricordò d'averlo visto due o tre volte ma ci aveva messo mente speciale. Egli le parlò e svelò il suo stato. Questo: figlio di genitori molto religiosi, religioso esso pure e religioso per vera convinzione. Poco amante delle sfarfallonate dei giovani moderni. Qualche soldo in proprio, non molti, ma qualcosa. Qualche altro da avere alla morte dello zio: non molti, ma, anche qui, qualcosa. La casa benissimo montata di tutto punto perché la sposa avrebbe dovuto entrare, si capisce, nella casa paterna. Impegnato in computisteria, in uno stabilimento chimico, studiava privatamente per avere il diploma da ragioniere, il che doveva avvenire fra due anni. Al terzo anno si sarebbero fatte le nozze. Aveva venticinque anni compiuti – volle sapere l'età di lei...
- Ventitré compiuti...
- La moglie deve avere sempre due o tre anni in meno del marito: sia per la superiorità che l'uomo deve avere in tutto, sia perché la donna invecchia prima.
Rosina vide che non era davvero il caso di rifiutare. Disse: «ci penserò». Ma lo disse con la bocca: col pensiero aveva risposto mille volte: «si».

E fissò l'appuntamento per la risposta. Un appuntamento amoroso! Il primo! E a scopo “l'amore legittimo!”

Rosina Rosi era raggiante!

Una volta fidanzata, Rosina tentò di fare sorvolare nei suoi discorsi col fidanzato un annetto di più, così come per isbaglio di computo o per bizzarria.
- Non ti invecchiare! Ringrazia Dio di mostrare quelli che hai: due giusti meno di me! Quelli che una moglie deve sempre avere.

Anche i genitori di Vieri Pascucci – così si chiamava il fidanzato – erano abbastanza soddisfatti della scelta.

Vieri conseguì il diploma di ragioniere, passò ragioniere capo della Ditta arrotondando lo stipendio e incontrando alcuni incerti interni ed esterni: i tre anni si avvicinavano nel compimento, e del matrimonio furono fissate le linee generali. Perciò: i fogli!

Rosina deve mandare al Municipio del paese a chiedere l'atto di nascita, ed esso venne purtroppo sollecitamente. Era veritiero, perciò... aveva le gambe corte. E la verità scodellava in belle cifre e lettere una data: 16 gennaio 1895. Ventinove anni scavalcati! Come si poteva andare da un marito che voleva la moglie sempre minore di due anni, anche per via dell'autorità a dirgli: se l'autorità dipende dagli anni, tu, mio uomo, sei inferiore alla tua donna? Come si poteva dimostrare ad un ragioniere brevettato di recente, che un conto torna sempre bene anche se c'è una differenza di tre? Rosina con la disperazione dei pseudo ventisei anni che naufragavano così miseramente in un’autentica trentina, prese un po' di cloro, lo sciolse – no, non si avvelenò... ma con uno stecchino tuffato nella soluzione ne toccò la codetta del cinque la quale, per quanto svolazzante, scomparì benissimo. Anche la stanghetta verticale sparì con una decorosa sollecitudine. Cessato il lavoro di stecchino, Rosina corse a quello della penna; finì di arrotondare l'ex pancetta del cinque originale, ci attaccò sopra un ovale più piccino con relativo indirizzo a destra e l'otto fu fatto e i ventisei anni furono tratti a riva sani e salvi.

I fogli furono consegnati al competente ufficio e per le tre pubblicazioni si cominciò la corsa verso il matrimonio nella sua duplice forma, duplice essenza, e varia consistenza.

La sera ci fu una piccola riunione di parenti in casa dello sposo. Una zia che aveva sperato di dare una delle sette figlie a Vieri, a vedersi troncare la speranza sulla quarta figlia, trovava la fidanzata un po' troppo giovane.
- La moglie deve avere sempre due o tre anni meno del marito – ribatté Vieri come se annunciasse un problema.
Ma la quarta cugina, con la petulanza del dispetto, fingendo scherzare, disse:
- Soltanto che...con codesto barbone tu ne dimostri cinque più di lei.
- È sempre meglio dimostrarne sei di più che averne anche uno solo in meno.
Rosina a questa inopportuna schermaglia stava sulle spine.

Per fortuna il discorso volse subito al corredo. Rosina, che ne aveva uno bellissimo, invitò tutte le future parenti a vederlo.

Come il solito fulmine al solito ciel sereno, Rosina fu chiamata dall'autorità costituita a reprimere i più gravi delitti. Rosina Rosi si era macchiata nientemeno di falso in atto pubblico, e nessuna scolorina poteva togliere questa macchia.

Il foglio era cascato sotto le mani di uno zelantissimo che in quell'alterazione di cifra aveva visto un'offesa personale e con l'accanimento dell'ingiuria aveva scoperto il trucco in quattro e quattr'otto!

Qualunque collega rise, bonariamente, di questa ingenuità... ventinovenne che cercava grattare tre anni allo Stato civile; ma l'impiegato aveva saputo coprire il proprio rancore di una ipotetica ingiuria, coi più nobili argomenti:
- La legge è legge, perdio! Nessuno deve alterare neanche un ciglio di fronte alla santità della legge! Nessun delitto deve rimanere impunito! Ed io non lascerò che una femminuccia commetta un falso in atto pubblico.
E denunciò Rosina.

La denunzia ebbe rapido corso perché era tutta lì: nel foglio falsato e nella risposta del Segretario del paesello di origine che lo riconosceva parzialmente falsificato. Si fosse trattato di dover intraprendere un lavoro per constatare fraudolenze, irregolarità, raggiri, ladroneggi di qualche banca che aveva divorato milioni formati da tantissime piccole economie di poveri diavoli pensando che in accertamenti, in investigazioni, in revisioni, c'era da entrare in un labirinto, si poteva saltare di punto in bianco ad una insufficienza di prove. Anche si fosse trattato di qualunque altro processione in cui doveva essere messo in dubbio, magari, magari, l'onore della Magistratura, o anche si fosse trattato, che so... d'un enorme scrocco, per esempio che qualunque avventuriero si fosse dichiarato Principe di Princis-Bee o avesse trovato accoglienze in palazzi storici delle prime autorità civili, parati e omaggi delle autorità militari... e nomine ad honorem, e feste; si fosse trattato di cose tanto complicate piuttosto che smuovere tante brave persone, si poteva fingere di buttar la cosa in riso, magari a denti stretti!

Ma una ragazza, una semplice ragazza che falsa un documento che deve servire di cementatura ad uno dei pilastri della santità della famiglia, per il più intatto dei sacramenti, il matrimonio, che nessuno osa profanare... No e poi no!

La poveretta era perduta.

La famiglia del fidanzato proibì in assolutissimo modo a Vieri di unirsi con una donna che aveva avuto a che fare con la giustizia. Il fidanzato non aveva bisogno di questa proibizione, perché tra la sua scienza numerica che gli aveva sempre mostrato dimostrato l'esattezza delle cifre, e una donna che tentava di insegnargli come qual mente meno due fosse uguale a più uno, preferì la la scienza numerica esatta.

E Rosina...

Quando fu liberata, con la condizionale e il signor le disse una parafrasi del: «va e non peccare mai più...», Rosina ebbe lo spirito di dire:
- Per un uomo? Ma le pare!!
E lo disse con convinzione.

 
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Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Leggere sulle stelle – Parte 4

Siamo giunti al quarto e ultimo appuntamento con “Leggere sulle stelle”: tocca ai segni di capricorno, acquario e pesci scoprire le loro affinità letterarie.

Capricorno

Capricorno significa indipendenza, materiale ed emotiva. Poca impulsività, sentimenti sì ma custoditi, molta affidabilità in tutti gli ambiti e, in campo lavorativo, una notevole spinta all’autorealizzazione. L’ambizione degli scrittori del capricorno si traduce in elevata professionalità e tomi spesso ponderosi; come contraltare, sono spinti a rinunciare o a mettere fra parentesi la creatività e la pancia. Humour e un pizzico di filosofia caratterizzano gli autori del segno, come Vittorio Alfieri, Jack London, Edgar Allan Poe e pezzi da novanta del XX secolo: Tolkien, Asimov, Salinger, Umberto Eco. Capricorno è Laszlo Krasznahorkai, considerato il più importante scrittore ungherese vivente. Tra i contemporanei, troviamo autori di bestsellers come Wilbur Smith, Nicholas Sparks e Haruki Murakami.

Consigli per gli acquisti:

Jack London, Martin Eden

J. D. Salinger, Franny e Zooey

Haruki Murakami, Norwegian Wood

Michele Mari, Tutto il ferro della Torre Eiffel

Acquario

Se ci fidiamo dell’astrologia, ognuno di noi che ha amici dell’acquario sa quanto si tratti di persone disponibili e umane. Intelligenti e sensibili, saggi ma anche imprevedibili, gli acquari non sono mai banali e tantomeno lo sono come scrittori. La loro attenzione estetica alle cose si riversa nella propensione per l’arte, valore da condividere con gli altri. Gli scrittori del segno sono innovatori, ma mantengono sempre una spiccata moralità e un vivo interesse nei confronti dell’umano in senso lato. Lord Byron, Virginia Woolf, James Joyce, Charles Dickens, Cechov ne sono testimoni e se parliamo di sperimentazione come non citare Lewis Carroll e Palazzeschi? Dell’acquario sono due tra i romanzieri italiani più noti in attività, Alessandro Baricco e Marcello Fois.

Consigli per gli acquisti:

Alessandro Baricco, Oceano Mare

Virginia Woolf, Le onde

Lewis Carroll, Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò

Toni Morrison, Canto di Salomone

Pesci

L’emotività è insieme la forza e la debolezza più grande del segno dei pesci. Si tratta di un segno sensibile e romantico, molto dedito (troppo?) agli altri. Sia come individui che come artisti, vantano una grazia innata che non sempre si concilia facilmente con la realtà.
Nel mare degli scrittori, i pesci sono forse tra i più popolosi. Di tutti i tipi e per tutti i gusti, hanno segnato l’evoluzione moderna e contemporanea della letteratura: pensiamo a Torquato Tasso, al veneziano Goldoni e al suo teatro, ad Alessandro Manzoni che si legge a scuola dopo quasi due secoli, a D’Annunzio, a Victor Hugo. Il Novecento vede una notevole concentrazione di autori del segno, impegnati in diversi ambiti, dal sociale alla diffusione della cultura, dal pop alla sperimentazione. Tra essi citiamo Palahniuk, Steinbeck, Kerouac, Flaiano, Pasolini, David Foster Wallace, Queneau, García Márquez, Douglas Adams, Philip Roth, Bret Easton Ellis, Safran Foer.

Consigli per gli acquisti:

Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata

David Foster Wallace, Infinite Jest

John Steinbeck, La valle dell’Eden

Chuck Palahniuk, Fight Club

Saluti dal vostro L. S.,
che augura a tutti buona lettura in compagnia di ottimi libri…
E non dimentichiamoci di prendere una pausa sulle stelle, ogni tanto!

Vuoi leggere le affinità letterarie degli altri segni? Qui sotto trovi i link: "Leggere sulle stelle - Parte 1", "Leggere sulle stelle - Parte 2", "Leggere sulle stelle - Parte 3"

 
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Luca Severi

Sagittario, nato nel 1984. Laureato in Filosofia, nutro una grande passione per la scrittura, il running e l’arte del cazzeggio. Adoratore della senape.
Per il Grafema Magazine scrivo articoli di cultura e recensioni musicali.
Leggi la mia biografia oppure

Leggere sulle stelle – Parte 3

Eccoci alla terza puntata di “Leggere sulle stelle” e ai consigli per orientarsi nel cosmo letterario ai nati bilancia, scorpione e sagittario. Buon proseguimento : )

Bilancia

La bilancia è il segno dell’eleganza e della ricerca estetica e le persone del segno spiccano per raffinatezza. È anche il segno dell’equilibrio, piuttosto come aspirazione che come realtà, dato che spesso volge in incertezza e contraddizioni fra l’io e l’altro. Gli scrittori di questo segno puntano al difficile compito di raggiungere la perfezione attraverso la sperimentazione. Esempi notevoli di tale proposito furono Samuel Taylor Coleridge, Oscar Wilde, Thomas Stern Eliot, Francis Scott Fitzgerald. Sperimentatore in campo filosofico, ma anche capace di letteratura, fu Friedrich Nietzsche. Ritroviamo lo stesso spirito di innovazione in autori che hanno segnato il Novecento italiano quali Calvino, Buzzati, Grazia Deledda e Campanile.

Consigli per gli acquisti:

Oscar Wilde, De profundis

Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte

Italo Calvino, Le città invisibili

Irvine Welsh, Trainspotting

Scorpione

Lo scorpione può essere un segno ombroso e burbero all’apparenza. La sua natura istintiva lo rende un amante appassionato e forse il più ricercato dello zodiaco sotto tale aspetto. L’indole degli individui scorpione li rende talvolta poco avvicinabili, ma si tratta di persone molto affidabili per serietà e determinazione. Come scrittori, gli scorpioni amano indagare il passato quale esperienza fondamentale dell’essere. Voltaire e John Keats, Robert Louis Stevenson, Gadda, Turgenev, Dostoevskij, Camus, Saramago, Agota Kristof, Don DeLillo, Margaret Mazzantini e Sebastiano Vassalli: si tratta di una lista molto parziale degli straordinari autori nati nel segno. Spesso, nelle opere degli scorpioni si possono trovare elementi fantastici o magici, come nei testi di Kurt Vonnegut, Neil Gaiman e di Gianni Rodari, autore fra l’altro di una Grammatica della fantasia.

Consigli per gli acquisti:

Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore

Kurt Vonnegut, Madre Notte

Agota Kristof, Trilogia della città di K.

Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore

Sagittario

Il sagittario è il segno della conoscenza, dell’esplorazione e della ricerca della verità. I sagittari difficilmente mancheranno di lealtà o di buona fede, ma dato il loro impulso al cambiamento possono vedere diminuire, alla lunga, le energie che investono su di un progetto per buttarsi a capofitto in un altro. Curiosità per la natura umana, attenzione al sociale, humour sono le caratteristiche dei raffinati scrittori del segno. Sagittario fu Nostradamus, nato il 14 dicembre 1503, che incarna l’ideale tensivo verso la conoscenza dei centauri. Importanti autori del segno furono Jonathan Swift, Mark Twain, Jane Austen, Flaubert, la poetessa Emily Dickinson, Rilke. Tra i moderni trovano posto scrittori di fantascienza quali Arthur Clarke e Philip Dick e importanti autori del Novecento italiano: Gozzano, Lussu, Moravia, Svevo, Carlo Levi sono nati nel segno.

Consigli per gli acquisti:

Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta

Italo Svevo, La coscienza di Zeno

Philip Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Emmanuel Carrere, Limonov

Saluti dal vostro L. S.,

vi aspetto domani con i segni del capricorno, dell’acquario e dei pesci!

Vuoi leggere le affinità letterarie dei primi sei segni zodiacali? Qui sotto trovi i link: "Leggere sulle stelle - Parte 1", "Leggere sulle stelle - Parte 2"

 
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Sagittario, nato nel 1984. Laureato in Filosofia, nutro una grande passione per la scrittura, il running e l’arte del cazzeggio. Adoratore della senape.
Per il Grafema Magazine scrivo articoli di cultura e recensioni musicali.
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Leggere sulle stelle – Parte 2

Ieri siamo partiti alla scoperta degli scrittori dei segni zodiacali di ariete, toro e gemelli. Oggi continuiamo coi consigli astro-letterari a cancro, leone e vergine, sperando che troviate qualche risorsa per le vostre pause culturali.

Cancro

La parola d’ordine per uomini e donne del cancro è “sensibilità”. Un segno lunare quello del cancro, talvolta insicuro e delicato ma capace di un’indole ricercata e protettiva. È il profilo che meglio si adatta a raccontare le emozioni sottili, le allegorie celate sotto la realtà, l’interiorità e l’essenza delle cose, che i cancri riescono a vedere sotto la superficie. Importanti per gli scrittori del segno sono anche l’infanzia e il ritorno a essa. Il panorama letterario annovera molti romanzieri celebri: Kafka, Proust, Hemingway, Hesse, Orwell per citarne alcuni, oltre al poeta Pablo Neruda. Anche Francesco Petrarca nacque sotto il segno del cancro (20 luglio 1304). In tempi recenti, brillanti esempi di scrittori del segno sono Luigi Pirandello, premio Nobel per la letteratura nel 1934, Natalia Ginzburg, Alice Munro, Oriana Fallaci, ma anche Moccia e Volo, che hanno avuto successo commerciale in Italia narrando l’amore adolescenziale.

Consigli per gli acquisti:

Franz Kafka, Lettere a Milena

Ernest Hemingway, Per chi suona la campana

Jean de La Fontaine, Fiabe

Alice Munro, Amica della mia giovinezza

Leone

Le persone del segno del leone amano la competizione e amano la competizione in quanto amano vincere, primeggiare. Si tratta indubbiamente del segno più ambizioso dello zodiaco. Sicuri di sé ed egocentrici, i leoni sono allo stesso tempo capaci di generosità, qualità che discende dalla loro attitudine naturale e matura alla leadership. Nei lavori degli scrittori del segno avremo esempi di grandiosità e idealismo. Fra i leoni della letteratura si annoverano Melville, Lovecraft, Emily Bronte, Dumas padre e figlio, Primo Levi, Bukowski, Isabel Allende, Banana Yoshimoto, Elio Vittorini, Giovanni Pirelli, Bianca Pitzorno, Stieg Larsson, J. K. Rowling.

Consigli per gli acquisti:

Alexander Dumas (padre), I tre moschettieri

Primo Levi, I sommersi e i salvati

Charles Bukowski, Panino al prosciutto

Banana Yoshimoto, Kitchen

Vergine

Per i nati sotto il cielo della vergine la professione e la serietà rivestono un’importanza cruciale nella vita. I vergini sono perfezionisti, perciò affidabili, generalmente responsabili e sinceri soprattutto con l’avanzare dell’età. Come scrittori, saranno tipicamenti innovativi e sperimentatori, precisi, ricercati e non disdegneranno satira e impegno politico. Anche tra i vergini occupano un posto di rilievo grandi autori classici quali Goethe, Mary Shelley, Lev Tolstoj, Giovanni Verga. Ludovico Ariosto (8 settembre 1474) riassume in sé molte caratteristiche del profilo di questo segno. Importanti anche autori moderni quali Borges e Agatha Christie o contemporanei: Camilleri, Stephen King, Coelho, Tiziano Terzani.

Consigli per gli acquisti:

Lev Tolstoj, Anna Karenina

Jorge Luis Borges, Finzioni

Andrea Camilleri, La voce del violino

Tiziano Terzani, Un indovino mi disse

Saluti dal vostro L. S.,
vi aspetto domani con la prossima parte di “Leggere sulle stelle”!

Vuoi leggere le affinità letterarie dei primi tre segni zodiacali? Qui sotto trovi i link: "Leggere sulle stelle - Parte 1"

 
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Leggere sulle stelle – Parte 1

Piccola introduzione: l’idea di questo post deriva da una sera in cui inizialmente non ero di buonumore. Una sera come centinaia di altre sere, un momento come milioni di altri momenti. Non so se anche a voi, come a me, capita di avere cambi repentini d’umore, ma credo di sì, suvvia! Capiterà di certo a tutti e io sono un’altra canna al vento. Stavo abbastanza sotto un treno merci ed erano circa le dieci di sera, ora in cui, nelle serate estive, il sole è calato da un po’. Mi sono steso su una panchina scomoda e ho cominciato a guardare il cielo e questo è un fatto vero, potete non crederci ma è così, sono rimasto a guardarlo per un po’ steso su una panchina scomoda: girando poco la testa non cercavo assolutamente nulla, nessuna risposta in quel momento, ma sentivo, proprio come capita a tutti noi, che stavo recuperando energia dal cosmo. Qui c’è un’ellissi che vale a dire: in qualche modo, da lì si arriva a qui e a quest’idea, ma il come si perde nei fili dei pensieri leggeri, che poco prima di addormentarmi mi sembrano così profondi eppure così inafferabili quando, avendo chiuso gli occhi per un secondo, li riapro e cerco di ricomporli.

Dato che siamo a un livello già piuttosto freak, senza spingermi oltre arriviamo a questa mini rassegna di autori consigliati secondo lo zodiaco, in maniera totalmente gratuita e distaccata da ogni presunzione di decenza. Se siete del segno dei pesci ma odiate D’annunzio non leggetelo, ma se non l’avete provato dategli un’opportunità: e lo stesso per la seguente lista non richiesta di scrittori suddivisi in base al loro segno zodiacale, condita dal vago tentativo di carpire un filo conduttore scritto nelle stelle per cui ognuno di noi dovrebbe avvicinarsi agli autori nati nello stesso periodo dell’anno, anziché no.

> Per aspera ad astra.

Partiamo dunque con i primi tre segni zodiacali: ariete, toro e gemelli.

Ariete

Impulsivi e passionali, testardi ma coraggiosi e capaci di emozionarsi intensamente: gli arieti annoverano tra i loro rappresentanti più illustri nientemeno che Giacomo Casanova, seduttore e avventuriero per eccellenza, che scrisse in francese una Storia della mia vita. Ricco è il panorama di poeti del segno, a conferma della loro sensibilità. William Wordsworth, Samuel Beckett e Alda Merini sono nati sotto il segno dell’ariete. Nella letteratura moderna trova posto un autore straordinariamente prolifico come Henry James, mentre brillanti esempi di scrittori contemporanei del segno sono Nick Hornby e Claudio Magris.

Consigli per gli acquisti:

Nick Hornby, Alta fedeltà

Claudio Magris, Danubio

Thornton Wilder, Il ponte di San Luis Ray

Eudora Welty, Mele d’oro

Toro

Il segno del toro porterebbe con sé un’indole protettiva e gentile, dedita alla casa e agli affetti e per lo stesso motivo gelosa. Gli artisti del segno del toro sono pragmatici ed efficienti e la tenacia è la loro migliore qualità. Sappiamo quanto sia importante per scrivere un romanzo…

Il 26 aprile 1564 nacque sotto il segno del toro William Shakespeare, altri capisaldi della letteratura del segno sono Nabokov e Honoré de Balzac. Toro fu anche il poliedrico Soren Kierkegaard, che seppe coniugare la sua visione filosofica e teologica del mondo con uno stile di scrittura brillante e immaginifico. In generale, sapersi destreggiare su più fronti con caparbietà e successo è caratteristico dei tori.

Consigli per gli acquisti:

Vladimir Nabokov, Lolita

Harper Lee, Il buio oltre la siepe

Paolo Nori, Le cose non sono le cose

Terry Pratchett, Il colore della magia e seguenti del Ciclo di Scuotivento

Gemelli

Vivaci e frizzanti, emotivamente un po’ instabili, carichi di energia di qualsiasi tipo, gli scrittori gemelli hanno una qualità fondamentale per ogni romanziere, l’inventiva. Dai lavori degli scrittori gemelli traspariranno spesso esuberanza e creatività, mentre ciò che li frena sono il dualismo e la ribellione anche a livello creativo. Alexander Pushkin, Conan Doyle, Yeats, Thomas Mann, Pessoa, Sartre erano del segno dei gemelli. Fra i contemporanei, sono nati nel segno romanzieri prolifici come Ken Follett, Fred Vargas, Salman Rushdie o gli italiani Carofiglio ed Evangelisti.

Consigli per gli acquisti:

Thomas Mann, La montagna incantata

Alexander Pushkin, Eugenio Onegin

Salman Rushdie, I figli della mezzanotte

Fred Vargas, Parti in fretta e non tornare

Saluti dal vostro L. S.,
vi aspetto domani con gli autori di altri tre segni!

 
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Di cosa parliamo se non parliamo d’amore

Non è un assoluto. Si può sentire, parlare, di tutto.

Pensavo piuttosto agli incontri con persone che sono state importanti per noi e smettono di far parte della nostra vita.

Ciclicamente, chi più e chi meno a seconda della volontà e delle circostanze che ci allontanano e ci riavvicinano ai luoghi (spazi ed emozioni) delle nostre origini, tutti sperimentiamo questi incontri: dal panettiere, al parco, su un treno, a un concerto a 300 chilometri da casa, al bar, in aeroporto o altrove: insomma, non solo nei nostri pensieri o sogni. Capita che incontriamo una persona che ha condiviso con noi una preziosa amicizia o un amore e possiamo parlarle, toccarla, non solo pensare a come sarebbe se. La durata di tali incontri è generalmente molto breve. Ci si saluta, “come va, come stai, cosa stai facendo”, ci si studia e nei giorni successivi ci scivolano dalla pelle le piccole scaglie di emozioni rapprese temporaneamente riaffiorate; nel giro di qualche decina di ore si esaurisce l’emivita di tali occasioni. Assomiglia a ritrovare pezzetti di sé prestati ad altri, sapendo che noi stessi siamo specchi sui quali i nostri ex-amici/ex-amanti vanno a sbattere, consapevoli che ex fino in fondo non lo si è mai.

Io devo confessare un approccio molto poco buddhista verso il passato. Ascolto continuamente voci che mi consigliano di abbandonarlo, che giurano che il presente sia l’unico attimo che conta, quello fuggente, l’hic et nunc, eccetera.

A me piace prendermi cura del passato e farlo felicemente.

Mi importa e non voglio dimenticare, a costo di rivoltarlo e ricomprenderlo nel suo lato positivo. Tutto passa attraverso il vaglio del tempo, che noi pensiamo ci scorra addosso, e nella misura in cui compiamo nuove esperienze ci permette di trasformarci poco a poco.

Accogliamo il presente, ma quando ci capita di ritrovare il passato, di cosa parliamo se non parliamo d’amore?

“A quel punto l'ho baciata. Le ho rovesciato la testa sul divano e l'ho baciata e sento ancora la sua lingua che non vede l'ora di infilarmisi in bocca. Capisci cosa voglio dire? Uno può vivere tutta la vita osservando le regole e poi a un certo punto non conta più un accidente” [R. Carver – Di cosa parliamo quando parliamo d’amore]

 
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