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Categoria: Massimo Rastelli – Cronache dal Cantiere

Rubrica di Massimo Rastelli

N. 13 – L’amico

Rubrica: Cronache dal Cantiere

Mangiamo seduti sui secchi da muratore, i bicchieri sulle assi incrostate di cemento. Quando il cantiere sarà chiuso, assieme alle armature sparirà la sensazione che tutto sia ancora possibile. Dal tetto aperto si vede un cielo notturno. Il trave di legno è testimone di racconti densi, amori da perdere la testa. La pietra posizionata all’angolo ferma lo sguardo.

Ascolto l’amico. Le confessioni sono schizzi di fonderia, trapassano la pelle. Racconta storie, gli hanno cambiato la vita, successe nel passato, ustioni vive ancora oggi. I muri scrostati, il tetto crollato, le finestre cadenti. I lavori in corso lo spingono a parlare, immagina un futuro accettabile. I pavimenti mancano, disegniamo un interruttore, una riga sale, col lapis, si accende una luce davvero. Nell’oscurità inciampiamo nei mattoni sparsi a terra. Occhi di animali selvatici come lampadine, aspettano di divorare il nostro cibo avanzato.

Domani arriva la betoniera, mette ordine nel nostro cantiere perenne.

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Massimo Rastelli

Redattore
Sono nato nel 1958 a San Marino. La passione per la scrittura è riaffiorata in me da adulto, anche se l’ho sempre avuta in modalità silenziosa.
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N. 12 – Il giardino fossile

Rubrica: Cronache dal Cantiere

Dai calcinacci spunta un ramo di rosa. Prima dei lavori in un’aiuola c’erano degli arbusti e dei fiori, poi hanno avuto il sopravvento le ferraglie, le tavole da muratore e i detriti del cantiere. Pazienza, ci sono prezzi che vanno pagati. Abbiamo pulito tutto e ci siamo rassegnati a ripartire da zero.

Con la primavera sono comparsi i narcisi, profumati, belli, a ceppi. Poi lunghi fusti di pervinca con fiori azzurro violetti e iris blu con cui da bambini disegnavamo usandoli come inchiostro. E ancora rose, hanno riformato cespugli, non boccioli comuni ma dalla forma allargata di colore rosa antico e un profumo penetrante, dolce, potente. In una situazione così favorevole anche due arbusti di ibisco hanno messo foglie nuove e fiori celeste pallido.

Il giardino fossile è rinato così, da solo, senza nessuna clonazione, manipolazione transgenica o riproduzione in vitro del DNA. Senza fare niente, quasi da rimanerci male. Eppure io una sensazione simile l’avevo già provata, mi ero già chiesto se per la natura l’opera dell’uomo sia ‘Irrilevanza o follia’.

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N. 11 – Il tempo

Rubrica: Cronache dal Cantiere

Mario, il giardiniere-commerciante, ha la cosa giusta per noi. Due ulivi secolari, guarda, mi dice, sventolando l’aifon.


Io sono un po’ vegano a rovescio. Non sopporto la violenza sulle forme vegetali. Questi alberi sradicati sono un’assurdità. Immagino una collina sassosa in Puglia, ulivi e fichi d’India, terra rossiccia e sole che rende l’aria rovente. I tronchi contorti da mille anni di tempo.


Se li prendi tutti e due ti faccio un prezzaccio. Prova a cambiarmi le immagini in testa. Uno lo metti lì in mezzo all’aiuola e l’altro all’angolo della casa, vicino agli oleandri, tanto qui è tutto da cavare, no? Beh veramente, vorrei toccare le piante il meno possibile, quasi lasciare tutto com’è, dico.


Magari un ulivo sì, ma giovane. Mi perdo a pensare al tronco fresco che diventa ruvido col tempo, tra un secolo, a quel tronco tra mille anni. Alla casa tra mille anni. Un “Quest’ un capes un caz!” gli scappa silenzioso in testa. Stavolta me lo sono meritato.

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N. 10 – Superquark

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Do una sbadilata, nella sabbia ci sono tante uova bianche, piccole, della dimensione di quelle biglie di vetro con cui giocavo da bambino. Sono morbide, elastiche, una rotola di fianco e rimbalza un po’. Di sicuro sono uova di un rettile, da internet ho la conferma, sono uova di lucertola.

Un mese fa lavoravo per il recinto del cane. Avevo invaso il territorio di due lucertole, una più grigio verde, l’altra dai colori più vivaci e anche un po’ gialla. Si nascondevano nella corteccia dell’olmo poi però col passare dei giorni scappavano di meno. Diciamo che avevamo fatto amicizia, se così si può dire.

Un giorno ho visto che si rincorrevano, la più grossa afferrava l’altra all’attaccamento della coda, poi la lasciava. Ho pensato ad un gioco d’amore. Ma non pensavo ad intenzioni così serie. Insomma, hanno consumato le porcelle, c’hanno dato dentro di brutto.

Non so se servirà, le uova le ho ricoperte come potevo. Così anche nel cantiere abbiamo avuto la nostra puntata di Superquark. Vedremo.

 
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N. 9 – Ruspe

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Così è facile. In un cantiere diventa quasi una conseguenza naturale, cosa rappresenta meglio l’anima di questo luogo se non una ruspa? Fa piazza pulita di tutto, con forza animale, quasi una purificazione. Via rovi, arbusti selvatici, muri instabili, macerie.

Mi piace Salvini, dice Augusto, il carpentiere. Ci credo, lui porta la maglietta con la pubblicità di “Nuova Escavazioni” da anni. Ruspe, un partito nato apposta per il cantiere, su misura.

A dire il vero la variante romagnola ‘taca e scavador’ (attacca con l’escavatore) è meglio, ha un nonsoché di spagnoleggiante.

Diciamocelo: Salvini è molto gustoso, sia liscio che corretto da Crozza. Ho solo un rimpianto: lui, Renzi e Grillo hanno fatto fuori i predicatori da bar. Se vuoi divertirti a sentire uno che spara cazzate ti tocca guardare la TV, anche al bar.

 
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N. 8 – Occhi d’oro

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All’alba, quando la casa era ancora un rudere, ho visto un paio di volte una piccola civetta. Il piumaggio marrone screziato di bianco e gli occhi verde oro, una vera bellezza. Stava appollaiata sullo scuro di una finestra sotto al portico. Se mi avvicinavo faceva alcuni passi laterali sul legno consumato dal tempo. Era una sorta di tolleranza amichevole, apriva un po’ le ali poi le riponeva come per dire, se ti muovi ancora volo via. Facevo movimenti lenti, alla distanza di due metri spariva nella cantina. Non l’andavo a cercare. Col trambusto del cantiere era fuggita.

Stamattina presto il muratore l’ha vista di nuovo volare via, quando ha aperto la finestra provvisoria di nylon. Mi fa vedere i resti del suo pasto, la coda di un topo e ossicine macabre, sono dentro la nicchia antica dove immagino una Madonnina di coccio dal viso pallido e la veste azzurra. Insomma, il piccolo rapace ha trasformato il simulacro cristiano in una primordiale ara sacrificale. Che sia pure lei scivolata nell’intolleranza dei conflitti religiosi? A me piace di più pensare a una laica purificazione da ogni credo e a un sano ritorno alle leggi giuste della natura.

Adesso che ci penso, la civetta è un uccello notturno, non l’abbiamo svegliata, ha fatto le ore piccole, sta andando a dormire. A occhi aperti, s’intende.

 
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N. 7 – La calce

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Così ho ripreso in mano la cazzuola. Ci ho giocato molto da bambino poi non più. Facevamo quello che vedevamo fare dai nostri genitori, erano tutti muratori e scalpellini. Noi ci preparavamo a fare i muratori e gli scalpellini, era scontato che avremmo fatto quello.

Negli anni Sessanta si costruivano case perché servivano. I grandi costruivano quelle vere, noi quelle per gioco, quindi ancora più elettrizzanti di quelle reali. Se mi avessero detto, a quel tempo, che da grande avrei messo le mani dentro i meccanismi di un computer, sviluppato software, governato impulsi elettronici per farli ubbidire al mio volere, non ci avrei creduto. Io, Andrea, Franco e Sandro saremmo diventati muratori, non c’era dubbio, per questo rimediavamo un po’ di cemento e di sabbia e impastavamo tutto il giorno.

Il muretto di sassi e mattoni mi è venuto un tantino sbilenco, come muratore sono rimasto bambino.

 
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N. 6 – Il fuorisquadro

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È successo un casino. Il piastrellista dice che il terrazzo non ha gli angoli regolari, il muratore dà la colpa agli spazi tra le mattonelle. Il parapetto taglia la linea delle piastrelle, uno sfregio. Le due rette, che dovrebbero essere parallele, si intersecano dopo pochi metri senza attendere nessun punto infinito. Il fabbro dice: «Non ci posso far niente, avete murato gli attacchi fuorisquadro, sono innocente».

Un dramma a cui, ormai, non si può più porre rimedio. Davanti al Gran Consiglio di Cantiere, geometra, impresario e protagonisti vari, recito la parte del Gran Incazzato.

Poi ci sarà la scala che non è asimmetrica, la soglia più larga da un lato, la finestra fuori centro. Però ora l’irritazione mi passa in fretta. Esiste una geometria dello sguardo diversa da quella ufficiale. Apprezzo le linee che appaiono dritte e non lo sono, gli angoli irregolari. Gli occhi si illudono di una perfezione che non esiste, una sorta di tolleranza edile, buona e appagante.

 
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N. 5 – Il bozzolo

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La casa è vuota. Dalla finestra si vede una piccola valle immersa in una foschia leggera, i vetri sono bagnati di pioggia. Col trapano buco il soffitto per appenderci una lampada. Dal tubo cade un grosso insetto, mi arriva addosso. È giallo a strisce nere, lo centro col cacciavite che ho in mano. Rimane sul gradino della scala pieghevole, è diviso a metà, si muove ancora, mi fa pena, lo colpisco ancora per terminare la sua agonia.

Dal tubo elettrico cade qualcos’altro, mi chino a raccoglierlo, è un bozzolo duro fatto di terra, ha striature a spirale, una mummia egizia in miniatura o un vaso antico. Un oggetto affascinante lungo un paio di centimetri, affusolato, sembra sia stato nascosto lì per secoli. Il bozzolo è rotto sulla punta, sul pavimento si sono sparse alcune larve.

Le api costruiscono i loro alveari e stanno ammassate in una comunità, questa vespa ha scelto un tubo da cantiere per tramandare la specie. Le larve strisciano lente, non hanno nessuna energia, sarebbero state in letargo ancora per mesi. La nebbia è salita, mi sposto nelle altre stanze, dalle finestre non si vede più niente. Le pareti sono gelide, il pavimento è gelido. I muri intonacati sono simili al bozzolo, lo stesso tono di colore, un cemento grigio con un alone giallo.

Il corpo mutilato della vespa si contrae ancora. In estate le ho fatte fuori senza pietà, si erano infilate tra due mattoni e cadevano a terra stordite dal veleno che avevo spruzzato. Era stata una guerra chimica combattuta alla distanza, ora l’insetto mi ha costretto ad un corpo a corpo, mi è caduto addosso a peso morto. Le vespe hanno un’organizzazione approssimativa, non sono così inquadrate in modo militare come le api. Questa, così grossa, doveva essere una regina. Anarchica e libera.

 
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N. 4 – Antico Egitto

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La trivella ha fatto tremare il terreno con rumore sordo, ha praticato fori profondi. Le fondamenta devono essere consolidate, la casa si deve ancorare alle argille grigioblu. Alle dieci di mattina il sole illumina il buco sino in fondo. Una cosa simile capitava nella tomba di Tutankhamon, se non ricordo male. La luce di una feritoia colpiva l’effige del giovane re fanciullo adagiato nel sarcofago. Il suo volto d’oro brillava, esattamente e solo, in quella certa ora. Brivido. Il foro per il calcestruzzo è così piccolo che non ci passa nemmeno un piede. Nel frattempo, sino a quando non arriva l’ombra, stiamo alla larga da queste cavità che evocano l’abisso.

L’autogru intanto solleva un carico pesante, la barra di ferro è appesa alla catena di metallo, ondeggia in equilibrio e costringe il manovratore a movimenti lenti. Immagino orde di schiavi che reggono il peso tirando corde ruvide, fanno sanguinare le mani. Dobbiamo posizionare la trave sull’apertura che dà aria alla zona interrata. Abbiamo appena rotto uno specchio dimenticato tra i calcinacci, era stato smontato dal bagno della vecchia casa. I tre metri di vuoto dello scavo sono diventati trenta. Là sopra, abbiamo il timore di mettere un piede in fallo. Enzo, il fabbro, ed io siamo rimasti soli. Giovanni, l’anziano impresario edile, è sparito. È andato a raccogliere le schegge aguzze dello specchio. Oggi, tra le dune di sabbia per la calce, la calura fa tremolare la luce della valle.

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Massimo Rastelli

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