Umanità e società in “Canne al vento” di Grazia Deledda

Rubrica: Prospettive Letterarie

Spesso non si pensa alle similitudini che si hanno con gli altri. Tutti crediamo di essere unici, siamo sicuri che nessuno capisca quel che viviamo o comprenda come siamo fatti.

Mi viene in mente un romanzo italiano, pubblicato nel 1913, da una grande scrittrice, insignita anche del premio Nobel, ma che, solitamente, non viene menzionata o studiata né a scuola, né all’università.
Canne al vento di Grazia Deledda è conosciuto per le meravigliose descrizioni di una Sardegna arcaica e di un popolo, isolato e contadino, che deve in qualche modo rendersi conto del cambiamento dei tempi: decadenza della nobiltà e avvento dei commercianti.

Ma, come sempre, al di là dei canoni e delle categorizzazioni, ogni storia è un universo. Ogni personaggio di questo romanzo rappresenta esattamente pregi e difetti che si mantengono all’interno del genere umano, nonostante il tempo avanzi e i modi di vita differiscano. Così come i temi sociali, per quanto i ruoli si diversifichino, non cambiano di molto da quelli odierni.

In questo piccolo grande universo sardo ritroviamo figure che sono schiave, ognuna a modo suo, del proprio pensiero e si dedicano costantemente a realizzarsi a discapito di chi vive accanto a loro. Su un piano parallelo, ci sono il problema del lavoro giovanile con Giacinto, quello dello sfruttamento dei meno fortunati con Efix, la tematica del ruolo della donna – che meriterebbe un articolo a parte – con le dame Pintor e Grixenda.

Prima di proseguire, approfondiamo questi personaggi per capire meglio di cosa si tratta.

  • Le dame Pintor sono le eredi zitelle di una nobiltà decaduta, figlie di un modo di pensare chiuso e distruttivo. Discendendo dai baroni della contrada non possono contrarre matrimonio con chicchessia, quindi si barricano nella loro villa che si sfoglia come un albero in autunno e assomiglia sempre di più al cimitero col quale confina.
  • Don Predu si interessa alle dame, che sono le sue cugine, solo perché vuole che gli vendano il poderetto, ultimo possedimento che permette loro di non morire di fame.
  • Giacinto, il nipote delle Pintor, giunto in Sardegna per aiutare le zie si rivela il fardello che le manda sul lastrico, a causa di difetti comuni: vagabondaggine e dissipazione.
  • La vecchia Pottoi è una contadina che vive con i suoi nipoti. Per tutto il libro spera che Giacinto sposi sua nipote Grixenda, perché lui l’ha promesso ma sembra non gli importi così tanto e lei si preoccupa fino a morirne.
  • Kallina è l’usuraia e lo dice la parola stessa. Non guarda in faccia a nessuno, quando si tratta di riavere con gli interessi i soldi che ha prestato.
  • Efix è il servo delle Pintor e di lui parlerò più avanti, perché merita un approfondimento speciale.

 

Come dicevamo, Canne al vento racchiude tanti messaggi, ancora attuali.

Per quel che concerne gli indizi di umanità, chiamiamoli così, si può considerare che ogni personaggio tiene d’occhio quel che gli conviene, ma ciò che desidera va contro qualcun altro, qualcuno che, a prescindere dalle differenze sociali, vive in paese ed è il vicino di casa, parte integrante del piccolo ecosistema. Il punto è che non importa se per avere quel che si desidera si deve pestare i piedi a qualcuno. Il desiderio è più forte di qualsiasi costrizione.
È cambiato qualcosa oggi, per caso? È stato e sempre sarà così. Si tende a pensare solo per sé e a dare la colpa agli altri. Ognuno arranca le proprie ragioni e scuse, pretendendo di aver ragione a discapito di tutto il resto. Ma qual è il risultato di tali azioni? Ostilità, tensione, rancore, litigi senza fondamento in famiglia e fuori.

Dal punto di vista della società, invece, vediamo che la personalità dei personaggi è forgiata dalle condizioni di vita.

  • Giacinto, per quanto possa non avere voglia di lavorare, ha anche poche possibilità di trovare un lavoro che lo soddisfi in questa Sardegna isolata e lontana. (Oggi abbiamo ancora lo stesso problema con i giovani che lasciano l’Italia per lavorare).
  • Le dame Pintor sono state cresciute con una mentalità sbagliata, quella che costringe le donne a rinchiudersi in attesa dell’uomo che le sposi e le dia una vita, come se quella che intanto vivono non fosse tale. (Questo modo di pensare è stato lasciato indietro in molti paesi, tra cui il nostro. Ma esistono ancora situazioni peggiori di questa nel resto del mondo e la violenza sulle donne è figlia di una perversione malata di questa “vecchia” mentalità, che si sente messa da parte e non lo accetta).
  • Grixenda è diversa dalle dame solo perché è povera, ma per lei vale più o meno lo stesso discorso, incrementato dall’odio che le Pintor stesse provano per lei. Infatti, loro non vogliono che il nipote la sposi, perché contadina e non nobile. Queste donne, vittime di una sorte sbagliata, invece di capire la situazione, ripetono lo stesso errore già caduto su di loro. (E questo accade ancora oggi, in continuazione. Il pregiudizio avvelena sempre la vita di molte).
  • Don Predu, come tutti gli uomini che hanno una posizione sociale e dei soldi, non vuole perdere nulla di ciò che ha, semmai arricchirsi ancora di più. Non condanno del tutto questo personaggio, poiché alla fine del libro si redime, a modo suo certo, ma in fin dei conti, avrebbe potuto comportarsi diversamente, andando contro le cugine e lasciandole sul lastrico.

Infine c’è il vero protagonista di questo romanzo: Efix, il servo che dedica l’intera esistenza al bene delle Pintor.

Efix è condannato dal rimorso di aver ucciso per sbaglio il padre delle dame, anche se nessuno sa che è stato lui. Un errore tragico che lo porta a lavorare tutta la vita per loro, senza venir mai pagato.
Efix è la canna al vento che, come direbbe Pascal, si piega ma non si spezza. Fino alla fine vuole che la situazione si risolva, che le sue padrone siano felici, ma paga costantemente per i suoi errori, anche se fatti a fin di bene.

Su di lui sono incentrati i temi che la Deledda vuole rimarcare: il peccato che l’uomo compie, quando non si adegua a ciò che la sorte ha riservato per lui e la colpa per questo peccato, che deve essere espiata.
Verso la fine del libro donna Ester Pintor chiede a Efix:

“Ma dimmi, dimmi, Efix […] non è una gran cattiva la sorte nostra? […] Perché la sorte ci stronca così, come canne?”
“Sì” egli disse allora “siamo proprio come le canne al vento, donna mia Ester. Ecco perché! Siamo canne e la sorte è il vento”.

La Deledda denuncia i problemi dell’uomo e della società di allora. Lo fa con una delicatezza metaforica che li rende nostri, sempre attuali, indimenticabili. Il vento è la sorte, ma c’è anche la somma delle azioni di ognuno che pesa come un macigno. Condanna i suoi personaggi e li redime. Fa di Efix il paradigma della complessità dell’ego. Un uomo, dilaniato dai rimorsi, che spende la vita per fare ammenda, poiché chi dà tutto a coloro che ama, anche se non ottiene nulla, è il più fortunato.

In questo mondo di egoismo, l’unica ricchezza è essere felici di quello che si è fatto. Nonostante i problemi sociali e i difetti del genere umano, la strada da percorrere esiste ed è quella che non ci fa pensare solo a noi stessi, ma anche agli altri.

Le preoccupazioni che ci chiudono nei confronti degli altri ci convincono di essere gli unici ad averle. Basta alzare gli occhi e guardarci attorno per capire che non è così, che siamo tutti sulla stessa barca. In fondo, basta poco per capire ed essere felici.

Francesca Delvecchio

Vicedirettore Editoriale

Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
La mia rubrica è Prospettive letterarie.
Leggi la mia biografia, visita il mio sito oppure

Altri articoli di Francesca