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Blade Runner 2049

DI DENIS VILLENEUVE, CON RYAN GOSLING, HARRISON FORD, JARED LETO

Sono passati trentacinque anni dall’uscita del film che rivoluzionò la fantascienza, poco più degli anni che separano il distopico 2019 di Ridley Scott da quello di Villeneuve. Per un evento del genere abbiamo scelto due paia di occhi e due diverse opinioni, per provare a capire se ci troviamo di fronte a un degno erede.

LUCA SEVERI

Il futuro è già qui, nel suo degrado così attuale, asettico e perfetto. È presente nell’impossibilità di scindere fra uomo e tecnologia, fra replicanti di serie A e serie B, nella vacuità dei rapporti interpersonali e del piacere, nella sovrapposizione, come nella scena di sesso, fra uomo e ologramma. Villeneuve racconta in modo potente l’idea di un futuro che ha incancrenito, pur perdendo il caos dell’originale, le meschinità di quello.
Se la trama di Blade Runner 2049 appare frammentaria, ciò che impressiona positivamente lo spettatore non è cosa viene inscenato, ma il come: a tratti poetico e delicato, ma potentissimo nel descrivere un’umanità allo stesso tempo tragica e resistente. La si trova disseminata ovunque e in nessun posto è davvero presente, infatti eccola emergere principalmente nei ricordi. Ne fa le spese l’agente K., interpretato efficacemente da Ryan Gosling, che seguendo i fili della memoria scoprirà di essere vittima di un ricordo reale, vissuto ma non in prima persona, che scatena il terremoto interiore del protagonista. Il cavallino di legno, che assomiglia vagamente a un altro feticcio del cinema contemporaneo, la trottola di Inception, è quel pezzo di memoria che nasconde un segreto e protegge un prodigio, Ana, la creatrice di ricordi.
Blade Runner 2049 non è un film classico di fantascienza, è una storia dal futuro con una finestra sul presente, che parla di radici, di amore per la verità, di rispetto per l’ambiente; in questo preciso senso è un film importante e pregevole.

GIORGIO ARCARI

Certi film arrivano, soprattutto con il tempo, a dei livelli di importanza persino superiori a quello immaginato dai loro creatori. È sicuramente il caso di Blade Runner, uno dei primi film a raccontarci con tanta chiarezza quanto fosse pericolosa la china intrapresa dall’umanità (laggiù, nei dorati e ottimisti anni ’80), quanto fosse difficile l’accettazione del diverso. Persino stilisticamente, la luce blu scelta da Scott si trovò a dominare la cinematografia di genere, e non solo, per almeno un decennio. Comprensibile dunque il timore di tanti appassionati all’approssimarsi di questo sequel, complice anche l’esperienza non proprio entusiasmante legata all’altra creatura di Scott, Alien. Timori in parte smentiti, in parte confermati. Cominciamo con il dire che ci troviamo davanti a un film impressionante. La regia di Villeneuve è semplicemente sontuosa, stilisticamente ricercata fin quasi all’eccesso. Le lunghissime scene silenti, riempite soltanto da una colonna sonora a tratti soffocante, la scelta delle riprese che sembrano qui e lì richiamare Kubrick e Akira di Otomo, i grigi e i marroni di fumo e polvere come nuovi toni dominanti a dare impressione, più che del pessimismo del primo episodio, quasi di nichilismo. Non credo di allontanarmi troppo dal vero ipotizzando che, tra le fonti di ispirazione del regista, ci sia stato anche “I figli degli uomini” di Cuaròn. Dal punto di vista della realizzazione e anche da quello della capacità comunicativa ci troviamo davanti a un film semplicemente superbo. Anche la prova degli attori è notevole: forse il meno efficace è proprio Harrison Ford, che compensa ampiamente con la sua iconicità, ma sia Gosling che Leto sono perfettamente nella parte, precisi e credibili senza uscire dalle righe di quella pesante cappa da “fine dei giorni” voluta dal regista. Il problema emerge quando passiamo ad osservare “cosa” il film voglia comunicare, non il come. Il peccato originale, qui, è la volontà di creare un franchise: lo si capisce quasi subito, diventa una certezza avvicinandosi al finale. La costruzione è volta di continuo a creare spazi per i prossimi film della saga. Troppi spifferi, troppe domande messe furbescamente tra i radi dialoghi per lasciare curiosità agli spettatori. Troppo palesemente voluta la debolezza della trama, perché questa possa svolgersi e rafforzarsi in tempi non consentiti da un solo film. Questo non rende solo fastidiosa la visione, ma tarpa le ali alla storia del protagonista, K, che idealmente sembra rispondere alle domande sotto traccia contenute nel meraviglioso e (secondo la leggenda) improvvisato dialogo di Rutger Hauer che chiude il primo film, quell’angosciata ricerca di umanità, o quantomeno del suo significato, che tanto ha messo in difficoltà, e avrebbe dovuto continuare a farlo, gli spettatori nel capire con chi simpatizzare. Una delle forze del primo Blade Runner fu appunto quella foschia da cui era impossibile estrarre colpa e innocenza in modo puro. Inserirle qui non ha fatto un gran favore al seguito. Un film, insomma, che riempie gli occhi ma non lascia moltissimo per la riflessione. Un film molto bello ma, forse, un po’ troppo senz’anima.

L'opinione di Luca...

voto-Grafema-4-5

L'opinione di Giorgio...

Voto-Grafema-3-5

Frase distintiva: “A volte, per amare qualcuno, devi diventare un estraneo”

A chi lo consiglio: A chi crede in un approccio emozionale alla fantascienza. Ma soprattutto ai replicanti. In touch with your robot feelings (LUCA) 

A chi lo consiglio: A chi non vuole porsi troppi dubbi sul destino del nostro mondo, ma vuole essere rassicurato sul fatto che andrà male (GIORGIO)

Abbinamento suggerito: Chinotto, la bevanda che era, è e sempre sarà (LUCA)

Abbinamento suggerito: Uno scotch whisky, Kilchoman, in un pesante bicchiere di cristallo (GIORGIO)

Luca_Severi

Luca Severi

Sagittario, nato nel 1984. Laureato in Filosofia, nutro una grande passione per la scrittura, il running e l’arte del cazzeggio. Adoratore della senape.
Per il Grafema Magazine scrivo articoli di cultura e recensioni musicali.
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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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