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Black Friday, la sfiga non fa sconti

Rubrica: Penna Ridens

Mi alzo in questo fantastico venerdì di non lavoro. Sì, mi sono preso una giornata di stacco e mi attende un gran bel programma: la mattina devo fare una salto a casa di una nuova amica e nel pomeriggio ho un colloquio per un posto di lavoro molto interessante. Bella vita oggi! E chi mi ammazza?
La radio non fa altro che ricordare che oggi è il Black Friday e ci sono sconti su sconti ovunque.
È un vero e proprio bombardamento mediatico, vabbè e allora?
Parto già tutto elegante da casa. Ho un outfit di tutto rispetto con tanto di giacca, camicia chic e poi, da vero ottimista, dei boxer neri coi fenicotteri rosa che spero di riuscire a sfoggiare al momento giusto. Ah, ah, uhm, chissà…
È presto e decido di fare un salto veloce al centro commerciale a pochi chilometri da casa, almeno per stare al passo coi tempi e vedere da vicino ‘sto friday! Ormai sono curioso. Quando arrivo, trovo un casino pazzesco. Gente agitata in fila ovunque e cartelli di sconti in ogni dove. Quando si arriva a parlare di occasioni, di prezzi scontati sugli sconti, mi perdo, non ce la posso fare e scappo.
Mentre sto cercando di capire quanta roba ho in tasca a un certo punto le chiavi dell'auto mi scivolano via dalle mani e mi cascano sulla grata metallica sotto di me, finendo cinque metri più sotto in uno di quegli angoli inutili cementati dei sotterranei del centro commerciale. Ma porc…putt...! E poi dentro l’auto ho anche il celluare, ovvero navigatore, come faccio ad arrivare dalla mia amica ora?! Ma porc…beep, beep, beep (tradotto mannaggia la pupazza). Il neurone mi dà uno stimolo “guarda che hai l’indirizzo della tipa anche scritto in un biglietto nel portafoglio, genio”! È vero! Ci guardo, eccolo: via Verdi, 82. Bene stiamo calmi ora, più o meno so dov’è la zona, ci posso e ci devo arrivare a piedi. Idem per il colloquio non è lontano da qui. Per le chiavi dell’auto pazienza, ne ho una copia a casa e perlomeno le chiavi di casa ce le ho ancora in tasca. Dai, tutto sommato nella sfiga poteva andare anche peggio. Ce la posso fare, vai pensa positivo Frank!

Missione 1: andare dalla mia amica. Si tratta di una ragazza che mi hanno presentato degli amici, separata da un po’, siamo usciti qualche volta, la cosa sembra andare bene e oggi mi ha invitato ad andare da lei. Uhm promette bene, non penso mi abbia invitato per montare delle mensole o sistemarle il lavandino con la scusa che è sola. O almeno ci spero.
Dopo dieci minuti a piedi dovrei esserci più o meno. Vedo un tipo a lato della strada intento a trafficare attorno al suo furgoncino con la scritta ‘Mario l’aggiustatutto, elettricista e non solo’. Mi avvicino.
«Mi scusi...»
«Sì?»
Ora lo vedo ben bene. È gigantesco, un incrocio fra un muletto (carrello elevatore) e un orso bruno: 1 metro e 90, due spalle come il cofano di una 127 special, braccia come tronchi e la barba anche sulla fronte. Deglutisco, sono un pelo in soggezione: «mi sa dire come dov’è via verdi? Non dovrebbe essere lontano mi pare».
«Certo sono della zona! Allora guardi vada dritto, poi prende la prima a sinistra…ecc.»
«Grazie mille».
«Non c’è di che si figuri».
Devo dire che, nonostante l’aspetto burbero, è una persona molto gentile e accomodante. Certo, sicuramente non è il caso di farlo arrabbiare, mamma mia! Uno così ti ammazza con un dito, ti trita nel caso respirassi ancora e ti vende su e-bay come cibo per cani!
Proseguo tutto allegro e arrivo finalmente dalla mia amica, suono e salgo al terzo piano. Passiamo un quarto d’ora a fare delle chiacchere di rito piacevoli e per così dire preparatorie, poi mi mostra le sue intenzioni, alquanto bellicose. Ah che bello, ci speravo. Siamo in camera e ho appena iniziato a spogliarmi, ma non sono ancora arrivato ai fenicotteri, quando suona il campanello.
«Scusa Frank, vedo chi è che rompe le scatole e torno subito».
«Ok, nessun problema». Dopo 15 secondi mi corre incontro tutta impanicata: «è Mario, mio marito, ha dimenticato le chiavi di casa e il cellulare. Sta salendo devi andare via subito!»
«Ma non eri separata?»
«Sì… e no, poi ti spiego, non c’è tempo».
«Ma come poi ti spiego?»
Aspetta, aspetta. Ho un dubbio atroce… Mario? «Ma chi l’aggiustatutto?»
«Sì lo conosci?»
«Ma cazzarola... sei la moglie di Mazinga?!»
Ma porca putt… sono già morto!
«Ascoltami bene e vivrai, esci dalla finestra e cammina su questa tettoia, poi devi fare un piccolo salto nel mio terrazzo qua sotto, vai a destra, scavalca il muretto e vai nel terrazzo del vicino che oggi non è in casa e da lì trovi una scala che ti porta in giardino, ok?»
«Ok» rispondo ma in realtà “ok sta cippa!” Questa è organizzata, qualcosa mi dice che non sono il primo a usare questa via di fuga.
Ho le palpitazioni, la pressione schizza a 240/180 e mi tremano le gambe, in poche parole me la sto facendo addosso. Fatti coraggio Frank, segui le indicazioni e scappa. Scappa sì, ma non ho il controllo del mio corpo. Vado per uscire sul tetto passando dalla finestra e inciampo subito, rotolo giù per i coppi trascinandomi dietro il vaso sul davanzale, pesantissimo, che inizia a rotolare con me. Nel panico urlo come un maiale al macello. Mi fermo appena in tempo. Il vaso invece prende velocità, schizza via e con l’effetto trampolino del tetto finisce dritto nel vuoto come un proiettile.
Nooo! Ma avrò ucciso qualcuno? Salto giù dalla tettoia e guardo veloce di sotto. Il vaso ha sfondato un lucernario al piano terra, ma non vedo sangue per fortuna.
«Ehi!» È la mia ex amica che mi chiama.
«Oh, tieni questo, vai, scusa, ciao!» Mi lancia un fagotto fatto con la mia giacca (da 200 euro) e le scarpe. Mi fa anche il segno della cornetta con la mano come per dire ‘ci sentiamo eh?’.
Poi blinda la finestra della grande fuga in un istante. “Come no, contaci guarda, ti chiamo domani” penso.
Danni accertati: sbrago di un paio di centimetri nella chiappa destra dei pantaloni fighetti, un gomito scorticato con annesso strappo di camicia. Tutto sommato va bene, sempre meglio che la morte certa.
Mi rivesto del tutto, salto nel terrazzo del vicino come da programma, scendo e alla fine sono in salvo. Wow! Che sollievo.
Me ne sto andando finalmente, quando vedo un gruppetto di persone tutte preoccupate che guardano proprio in direzione del lucernario rotto. Mah?!
Stanno accorrendo altri curiosi e uno mi dice: «ma cos’è successo?»
Io, ancora tutto sconvolto, rispondo di getto ingenuamente: «Boh. Non lo so, sono appena arrivato».
Risponde un cittadino informato e attento: «abbiamo sentito un gran urlo di una persona, un uomo come terrorizzato e poi una gran botta! Nessuno ha visto niente, secondo me di sicuro è uno che si è suicidato e cadendo ha sfondato il tetto della casa al piano terra. Mi sembra di vedere il lucernario rotto!ۛ»
“Toh! Tie’, gufo maledetto!” Faccio le corna di nascosto. Rispondo per educazione:
«Chissà spero che si sbagli, ma magari era un poveraccio in preda a una delusione amorosa, poi guardi anche le donne di oggi… lasciamo perdere, buona giornata!»

Missione 2: andare al colloquio.
Mi dirigo verso il mega complesso multi aziendale dove sono atteso per il mio importante incontro. È una società seria, una gran bella occasione e non posso sbagliare. Vediamo di raddrizzare sta giornata. Su, animo!
Inizio ad accusare un pelo la fatica. In effetti, ho avuto una mattina intensa, è da un po’ che cammino, non ho pranzato e sono anche sudaticcio, ma non mollo. Ormai la giornata può solo migliorare, no?! Finalmente sono quasi arrivato, giro a destra, imbocco un vicolo e… tac!
La più grande cacca mai vista sulla strada e io ci affondo dentro il mocassino lucido! Nooo! Ma cos’è sto schifo?! Ma ci sono le mucche per la strada come in India?! Ma chi è che va in giro col cavallo in pieno centro?! Chi dice che porta fortuna è perché non ne ha mai presa una così!
Non vorrei fare la vittima ma… tutte a me oggi?!
Resoconto: ho una giacca stropicciata che sembra uscita da un tamponamento in tangenziale, un gomito sanguinolento, una chiappa areata, un’ascella commossa che inizia a dire la sua e del DNA di una bestia sconosciuta ma sicuramente grossa, sotto la scarpa.
Bene, non so, c’è dell’altro mi chiedo? Mi devo aspettare un meteorite sulla coppa oppure un’invasione di cavallette?
Vabbè, faccio quello che posso con l’erba del primo prato che incontro e con i fazzoletti a disposizione. Tutto sommato credo di aver fatto un buon lavoro. Comunque ci sarà pure un bagno dove posso darmi una sistemata in quel palazzone di uffici, no?
Arrivo all’edificio, l’azienda del colloquio si trova al settimo piano. Prendo l’ascensore e mi ritrovo come unico compagno di viaggio un mite vecchietto dall’aria rassicurante. Come iniziamo a salire mi rendo conto di non aver calcolato l’effetto “stagno” dell’ascensore. L’ambiente si satura subito degli aromi balsamici provenienti dal mocassino “incidentato” e non perfettamente sterilizzato. L’ascella poi dà quel retrogusto di nonsoché in più. L’aria è irrespirabile ma il mio anziano compagno sembra indifferente, credo abbia l’olfatto un po’ fiacco per fortuna.
Secondo piano. L’ascensore si ferma. Entra una super donna attraente ed elegantissima con l’aria impettita, probabilmente una manager o simile. Anche lei sale.
Noo, che vergogna. Come si chiudono le porte le scappa un matematico «uhmmm» che dal tono che usa tradotto vuol dire: “che è sta puzza e chi è lo schifoso di turno?” Poi si volta in slow motion con sguardo distinto ma accusatorio. Ho solo una possibilità: depistaggio spinto. Funziona sempre. Assumo anch’io un’espressione schifata ai massimi livelli e caccio un paio di occhiate di sdegno al mite anziano. Poi la guardo come per dire “be’ che ci vuoi fare? Poverino”. Sono veramente una brutta persona!
Lui continua a guardare in basso e non si accorge di niente. Dentro di me spero tanto che sia diretto all’INPS, al nono piano, così mi copre per tutto il tragitto. In effetti mi copre alla grandissima. Esco dall’ascensore al settimo piano con gli altri due ancora dentro, li saluto educatamente, sorrido alla manager e le rivolgo uno sguardo di solidarietà che dice “mi dispiace resista ancora un po’”.
Lei ricambia con un sorriso di cortesia, che dolce.
Vedo un bagno per i visitatori e mi ci fiondo dentro. Cerco di sistemarmi al meglio per quello che posso, ma insomma non sono forse il top della presentabilità, sono un po’ sciupatello.
Mi presento e finalmente arriva il mio turno.
«Salve, se preferisce si tolga pure la giacca è piuttosto caldo qua dentro».
«No guardi, la ringrazio ma sto bene così».
È un caldo della miseria ma col cavolo che me la tolgo. Sarà stropicciata da morire, ma mi copre il gomito e la chiappa incidentati. Il colloquio prosegue normalmente, anzi direi che va abbastanza bene. In fondo sarà pure passata tutta ‘sta iella no?
Finisce il colloquio e mi alzo per salutare gli esaminatori e nel farlo non mi accorgo subito che mi è scivolato dalla tasca il portafogli, finendo per terra.
«Guardi le è caduto qualcosa dalla tasca».
«Oh che sbadato, la ringrazio».
Vado spontaneamente per chinarmi a raccoglierlo, dando le spalle alla commissione, quando sento un improvviso «oooh» di sgomento puro. Finalmente ho trovato il modo di sfoggiare i miei bellissimi fenicotteri rosa attraverso la finestra sul culo, per un attimo indifeso dalla giacca. Molto bene! Che figura di …! Non ci provo neanche a salvare la situazione, non è possibile. Mi rialzo dignitosamente e saluto tutti.
«Le faremo sapere, grazie». Non credo proprio, comunque ringrazio.
Commenti a porte chiuse: «Profilo interessante questo Sig. Calamaio, tutto sommato. A parte che sembrava un po’ in disordine e con una giacca orrenda, ha un bel curriculum… peccato per i fenicotteri!» Un solo secondo di silenzio poi gli esaminatori si guardano fra loro e… cedono. Scoppia una grassissima risata che attraversa i muri, passa dal mio orgoglio ferito e arriva fino all’INPS e al mio amico ‘puzzone’!

Sono distrutto da questa giornata. Il morale è a terra. Torno a casa, sempre a piedi ovviamente.
Mi guardo intorno per vedere se c’è una telecamera da qualche parte. Niente.
Che sia semplicemente vittima di una fantastica “candid camera”?! Eh sì, magari!
Nel tragitto vedo l’ennesimo enorme cartello di sconti del Black Friday.
Be’, sicuramente per me è stato un Venerdì Nero, ma di certo la ‘Sfiga’ non fa sconti!

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Frank-Calamaio

Frank Calamaio

Redattore
Fin dalla prima infanzia le tracce di inchiostro trovate nel sangue mi hanno portato a capire una cosa: devo smetterla di ciucciarmi le penne!! E comunque fra un analisi e l’altra mi piaceva scrivere… I miei articoli sul Grafema Magazine sono dedicati alla comicità e la mia rubrica è Penna ridens. Leggi la mia biografia oppure