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Autore: Il Grafema

Il gatto e la nuvola

Eccolo lì, quel vecchio gattaccio randagio. Al mattino è già lì, ronfante, al confine del minuscolo paese, sul vecchio muro che separa le case dallo strapiombo che dà alle campagne. Chissà dove dorme. Chissà dove, e soprattutto quando, mangia. Se ne sta lì tutto il giorno, eppure è rotondo. Certo è soddisfatto, come solo un gatto libero di lungo corso sa essere.

Pare che passi il suo tempo a guardare il cielo. Non è così. Non è esattamente così. Se stiamo più attenti, ci accorgiamo che osserva una piccola nuvola. A volte è un po’ più tonda e compatta, altre più lunga e stracciata, ma è proprio sempre la stessa nuvola, ogni giorno.

La nuvola, dal canto suo, sembra proprio lusingata da tutta quell’attenzione. Proprio lei, piccola e comune tra milioni di sorelle maestose, alte nel cielo, ha trovato un pubblico così attento. Ha trovato un amico.

Ci fosse Rodari, saprebbe ascoltarli e riferirci le storie meravigliose che quei due si raccontano. Ma noi, piccoli osservatori curiosi, possiamo solo guardare e, forse, immaginare.

I giorni passano e passano e sembrano tutti uguali, nel sonnacchioso villaggio, mentre l’estate incurante completa il suo viaggio. Ogni giorno il gatto è lì, a guardare in alto. Anche la nuvola è lì, ogni giorno con qualcosa di nuovo per il suo amico affezionato. Una corsa su un vento fresco d’alta quota, una forma strana che forse il gatto indovinerà, un giocare a far piccolo il sole, coprendolo per un attimo. Arriva la sera e i due amici si salutano silenziosi e chissà dove vanno, a passare la notte.

L’estate ha finito la sua strada. Venti freddi e mandrie di sciocche nubi basse e grigie tengono lontana la nuvola dal suo amico. Quando finalmente torna, il muretto è vuoto, il gatto non c’è. E nemmeno il giorno dopo. E nemmeno quello dopo ancora. La nuvola, che durante la loro estate l’ha sempre trovato lì, si agita, prende forme strane e nervose, si mette a cercarlo per tutta la campagna. I vecchi del paesello, osservando quella nuvola che si muove infischiandosene dei venti, scuotono la testa e annunciano tempesta.

Cerca e cerca, alla fine trova il suo amico. È lì, nella campagna, chino tra i trifogli. Se n’è andato contento e soddisfatto, come ha sempre vissuto, con l’ultimo topo degli infiniti che ha acchiappato a riempirgli la pancia. Non avrebbe desiderato nulla di meglio, ma la sua amica non lo sa, nuvole e gatti non si capiscono fino in fondo. E lei, la nostra nuvola d’estate bianca e soffice, soffre per aver perso il suo compagno di giochi. Si gonfia e si gonfia e diventa grigia e diventa nera.

L’aria si ferma e lei si scioglie in pioggia. Piange e piange sul suo amico finché la terra si rivolta e copre entrambi, portando con sé una piccola ghianda matura.

Passa l’autunno e passa l’inverno. A primavera il paese è ancora lì e sembra sempre uguale a sé stesso.

Se però guardiamo bene, affacciandoci da quel muro che separa il villaggio dalle campagne, vediamo una giovane quercia che cresce in fretta. Una quercia che è un po’ la nostra nuvola e un po’ il nostro libero gattone. Crescerà e crescerà e rimarrà lì per tanto tempo. Tanto tempo, come è dato solo ai frutti degli incontri più insoliti e più belli.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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N. 12 – Il giardino fossile

Rubrica: Cronache dal Cantiere

Dai calcinacci spunta un ramo di rosa. Prima dei lavori in un’aiuola c’erano degli arbusti e dei fiori, poi hanno avuto il sopravvento le ferraglie, le tavole da muratore e i detriti del cantiere. Pazienza, ci sono prezzi che vanno pagati. Abbiamo pulito tutto e ci siamo rassegnati a ripartire da zero.

Con la primavera sono comparsi i narcisi, profumati, belli, a ceppi. Poi lunghi fusti di pervinca con fiori azzurro violetti e iris blu con cui da bambini disegnavamo usandoli come inchiostro. E ancora rose, hanno riformato cespugli, non boccioli comuni ma dalla forma allargata di colore rosa antico e un profumo penetrante, dolce, potente. In una situazione così favorevole anche due arbusti di ibisco hanno messo foglie nuove e fiori celeste pallido.

Il giardino fossile è rinato così, da solo, senza nessuna clonazione, manipolazione transgenica o riproduzione in vitro del DNA. Senza fare niente, quasi da rimanerci male. Eppure io una sensazione simile l’avevo già provata, mi ero già chiesto se per la natura l’opera dell’uomo sia ‘Irrilevanza o follia’.

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Massimo Rastelli

Redattore
Sono nato nel 1958 a San Marino. La passione per la scrittura è riaffiorata in me da adulto, anche se l’ho sempre avuta in modalità silenziosa.
La mia rubrica è Cronache dal Cantiere.
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Sei Afrodite

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

Sei Afrodite che le aurore coniugali
si provano a sbiadire e invece dura
nelle gambe, nella schiena, nell’odore
(quello più di tutto) buono
delle tue acque di dea
e del tuo fieno.
So bene che Aurea, Callipigia
sono ormai nomi di molte;
mammellute che pullulano
con la loro dotazione
d’anagrafe e boccucce
neanche fossero frecce queste
con cui Eros può appiccare il fuoco.
Ma so altrettanto chi è per me l’Anadiomène,
l’unica, la Citerea, e la studio posarsi
anche adesso
sulla sedia, spostare il peso
sui glutei, sulle cosce, chinarsi,
schiudermi e chiudere le baie, aprire
le ali e ripiegarle in un invito
che nemmeno sa di fare.
Così mi cresce la sete guardandoti
e il timore insieme di non poterti bere
e la sete e il timore e la sete
che spaventa e il timore che mi asseta
finché bruciare al tuo contatto
non resta l’unica cosa di cui m’importa
in terra.

 

Ivano Ferrari

Bibbia d'Asfalto

Redattore
è un collettivo di poeti nato nel 2012, attivo sui social con un blog e un gruppo Facebook (che conta oltre 2000 iscritti). La rubrica curata è Poesia urbana e autostradale.
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Non guardarmi così

C’è un uomo che mi fissa mentre sto facendo la doccia. Ha il volto di profilo, ma io so che, con la coda dell’occhio, mi fissa. Che imbarazzo. Non so però se ha capito che mi sono accorta dei suoi sguardi, il vetro non è del tutto nitido, per fortuna. Mi copro con la schiuma, per quanto posso, e fisso il pavimento cercando di scomparire. Mi riesce bene la cosa, scomparire intendo, ma questa volta è di una doccia che stiamo parlando: dentro la confezione del bagnoschiuma non ci sto. Sparire dai ricordi delle persone, sì, questo lo so fare, però davvero ora non so come potermi togliere dalla visuale di quel tizio. Ma chi è?
Odio essere fissata. Le persone, quando ti fissano, è perché ti studiano. Osservano i tuoi movimenti, cercando di capire qualcosa di te, ti mettono alla prova. E io ora, nuda di ogni filtro, devo sorreggere lo sguardo di uno sconosciuto – un attimo che gli correggo un po’ il naso, non mi piace così, troppo aquilino – che per la prima volta mi guarda e vuole farsi un’idea di me. Come può nel tempo di una doccia, se nemmeno io, in tanti anni, ho finito di conoscermi?
L’acqua bollente mi riga la faccia di un color paonazzo, la sento andare a fuoco, ma la lascio fare. Il vapore sbatte sul soffitto, fa caldo qui dentro e lui non molla. Mi guarda con la puzza sotto al naso – ora molto meglio di prima – e mi domando cosa mai potrà passargli per la mente. Mi troverà ridicola? In effetti, potrei esserlo, con l’alone di mascara che cola dagli occhi, per la poca voglia di togliermi il trucco.
Mi risciacquo con cura i capelli mentre penso a come liberarmi di lui. Ho l’impressione che, se glielo chiedessi, seppur con gentilezza, non servirebbe a nulla. Mi fissa spavaldo, mi rimprovera.
“Lo so che sono in ritardo, la smetta” gli dico, o penso; mi viene il dubbio.
Devo in qualche modo uscire dalla doccia e liberarmi di lui, o finirò per sciogliermi con tutto questo caldo. Mi guarda come io mi guarderei, con lo stesso fare severo di chi non trova interessante quel che ha davanti. «Scusi» ora glielo dico: «Se permette, preferirei dirmelo da sola che devo perdere qualche chilo. E per la cronaca, può anche girarsi dall’altra parte».
Ma che fa, ride? Questo è troppo.
Prendo la cornetta della doccia e gliela punto contro. Addio: l’acqua, offesa quanto me, porta via il capello appiccicato sul vetro e così anche la sagoma di quell’uomo.

Ti è piaciuta questa storia?

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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Così è la vita. Imparare a dirsi addio – Concita De Gregorio

I bambini sanno essere incredibilmente diretti. Le loro considerazioni così lucide, precise e definite hanno sugli adulti l’effetto di una torcia puntata dritta negli occhi.
Stordiscono.

Ora che so tutto su come si sono estinti i dinosauri posso sapere anche com’è morto mio nonno?
A quanti anni si muore?
Ma si muore per sempre?
Mamma, per favore, potrei morire prima io di te?
Ma la bomba atomica uccide tutti insieme in un colpo? Ma così, anche adesso, prima di colazione?

Così è la vita. Imparare a dirsi addio non risponde a queste domande, ma racconta che farlo è possibile. È possibile mantenere la delicatezza e la semplicità di un bambino pur affrontando temi seri e profondi, anzi, è proprio quando facciamo della semplicità e della delicatezza due pilastri che riusciamo a spiegare anche le cose inspiegabili.

«Il mio papà mi ha insegnato a piantare i bulbi dei fiori a testa in su, così ogni anno fioriscono. E siccome lui è morto ma io i bulbi li pianto e fioriscono ancora, allora non è per niente andato sulle nuvole. È andato nei fiori» dice Carmen, che ha sette anni.

Ecco. Questo è Così è la vita.
Concita De Gregorio, con la brillantezza, l’intelligenza e il senso di bellezza che caratterizzano lei e tutti i suoi lavori, tratta in questa inchiesta narrativa alcuni tabù del nostro tempo: la morte, la vecchiaia, la malattia, i funerali. Perché non c’è peggior angoscia del silenzio e dell’indifferenza, e non c’è miglior rimedio della condivisione per trasformare delle cadute in momenti di crescita, in allegria, in pienezza. Parla di una società ammalata di giovinezza.

Potrebbe sembrare un libro-macigno, è in realtà una piuma. E Concita è una farfalla che si appoggia delicata su tutto quello che fa male.

Nella prefazione ci sgrida, ma lo fa giocando d’astuzia, usando l’ironia. Dal primo capitolo il tono cambia e inizia un susseguirsi di cose belle, di esperienze personali, di racconti, di brevi pensieri condivisi. Parole semplici e umili accompagnano storie delicate e forti.

È adatto anche ai lettori poco allenati, a quelli che si stancano in fretta e che non amano i testi lunghi. Facile da leggere, ottimo come compagno di viaggio o come regalo di Natale.
Attenzione però! provoca sì sorrisi, ma anche riflessioni e lacrime, soprattutto agli animi sensibili.

Cosa mi è piaciuto
L’alieno
Zia Elvira (che presento qui)
Come mi sono sentita dopo averlo letto

Cosa non mi è piaciuto
Come mi sono sentita di fronte alla realtà

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5
Frase distintiva: Sorgenti di luce e fiori che sbocciano.

A chi lo consiglio: A chi ama la bellezza
a chi ha voglia di una penna intelligente
a chi sta affrontando un lutto, un’assenza
a chi è arrabbiato e a chi è felice
ai genitori

Abbinamento suggerito: Latte di unicorno (insieme a un bambino)

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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Black Friday, la sfiga non fa sconti

Rubrica: Penna Ridens

Mi alzo in questo fantastico venerdì di non lavoro. Sì, mi sono preso una giornata di stacco e mi attende un gran bel programma: la mattina devo fare una salto a casa di una nuova amica e nel pomeriggio ho un colloquio per un posto di lavoro molto interessante. Bella vita oggi! E chi mi ammazza?
La radio non fa altro che ricordare che oggi è il Black Friday e ci sono sconti su sconti ovunque.
È un vero e proprio bombardamento mediatico, vabbè e allora?
Parto già tutto elegante da casa. Ho un outfit di tutto rispetto con tanto di giacca, camicia chic e poi, da vero ottimista, dei boxer neri coi fenicotteri rosa che spero di riuscire a sfoggiare al momento giusto. Ah, ah, uhm, chissà…
È presto e decido di fare un salto veloce al centro commerciale a pochi chilometri da casa, almeno per stare al passo coi tempi e vedere da vicino ‘sto friday! Ormai sono curioso. Quando arrivo, trovo un casino pazzesco. Gente agitata in fila ovunque e cartelli di sconti in ogni dove. Quando si arriva a parlare di occasioni, di prezzi scontati sugli sconti, mi perdo, non ce la posso fare e scappo.
Mentre sto cercando di capire quanta roba ho in tasca a un certo punto le chiavi dell’auto mi scivolano via dalle mani e mi cascano sulla grata metallica sotto di me, finendo cinque metri più sotto in uno di quegli angoli inutili cementati dei sotterranei del centro commerciale. Ma porc…putt…! E poi dentro l’auto ho anche il celluare, ovvero navigatore, come faccio ad arrivare dalla mia amica ora?! Ma porc…beep, beep, beep (tradotto mannaggia la pupazza). Il neurone mi dà uno stimolo “guarda che hai l’indirizzo della tipa anche scritto in un biglietto nel portafoglio, genio”! È vero! Ci guardo, eccolo: via Verdi, 82. Bene stiamo calmi ora, più o meno so dov’è la zona, ci posso e ci devo arrivare a piedi. Idem per il colloquio non è lontano da qui. Per le chiavi dell’auto pazienza, ne ho una copia a casa e perlomeno le chiavi di casa ce le ho ancora in tasca. Dai, tutto sommato nella sfiga poteva andare anche peggio. Ce la posso fare, vai pensa positivo Frank!

Missione 1: andare dalla mia amica. Si tratta di una ragazza che mi hanno presentato degli amici, separata da un po’, siamo usciti qualche volta, la cosa sembra andare bene e oggi mi ha invitato ad andare da lei. Uhm promette bene, non penso mi abbia invitato per montare delle mensole o sistemarle il lavandino con la scusa che è sola. O almeno ci spero.
Dopo dieci minuti a piedi dovrei esserci più o meno. Vedo un tipo a lato della strada intento a trafficare attorno al suo furgoncino con la scritta ‘Mario l’aggiustatutto, elettricista e non solo’. Mi avvicino.
«Mi scusi…»
«Sì?»
Ora lo vedo ben bene. È gigantesco, un incrocio fra un muletto (carrello elevatore) e un orso bruno: 1 metro e 90, due spalle come il cofano di una 127 special, braccia come tronchi e la barba anche sulla fronte. Deglutisco, sono un pelo in soggezione: «mi sa dire come dov’è via verdi? Non dovrebbe essere lontano mi pare».
«Certo sono della zona! Allora guardi vada dritto, poi prende la prima a sinistra…ecc.»
«Grazie mille».
«Non c’è di che si figuri».
Devo dire che, nonostante l’aspetto burbero, è una persona molto gentile e accomodante. Certo, sicuramente non è il caso di farlo arrabbiare, mamma mia! Uno così ti ammazza con un dito, ti trita nel caso respirassi ancora e ti vende su e-bay come cibo per cani!
Proseguo tutto allegro e arrivo finalmente dalla mia amica, suono e salgo al terzo piano. Passiamo un quarto d’ora a fare delle chiacchere di rito piacevoli e per così dire preparatorie, poi mi mostra le sue intenzioni, alquanto bellicose. Ah che bello, ci speravo. Siamo in camera e ho appena iniziato a spogliarmi, ma non sono ancora arrivato ai fenicotteri, quando suona il campanello.
«Scusa Frank, vedo chi è che rompe le scatole e torno subito».
«Ok, nessun problema». Dopo 15 secondi mi corre incontro tutta impanicata: «è Mario, mio marito, ha dimenticato le chiavi di casa e il cellulare. Sta salendo devi andare via subito!»
«Ma non eri separata?»
«Sì… e no, poi ti spiego, non c’è tempo».
«Ma come poi ti spiego?»
Aspetta, aspetta. Ho un dubbio atroce… Mario? «Ma chi l’aggiustatutto?»
«Sì lo conosci?»
«Ma cazzarola… sei la moglie di Mazinga?!»
Ma porca putt… sono già morto!
«Ascoltami bene e vivrai, esci dalla finestra e cammina su questa tettoia, poi devi fare un piccolo salto nel mio terrazzo qua sotto, vai a destra, scavalca il muretto e vai nel terrazzo del vicino che oggi non è in casa e da lì trovi una scala che ti porta in giardino, ok?»
«Ok» rispondo ma in realtà “ok sta cippa!” Questa è organizzata, qualcosa mi dice che non sono il primo a usare questa via di fuga.
Ho le palpitazioni, la pressione schizza a 240/180 e mi tremano le gambe, in poche parole me la sto facendo addosso. Fatti coraggio Frank, segui le indicazioni e scappa. Scappa sì, ma non ho il controllo del mio corpo. Vado per uscire sul tetto passando dalla finestra e inciampo subito, rotolo giù per i coppi trascinandomi dietro il vaso sul davanzale, pesantissimo, che inizia a rotolare con me. Nel panico urlo come un maiale al macello. Mi fermo appena in tempo. Il vaso invece prende velocità, schizza via e con l’effetto trampolino del tetto finisce dritto nel vuoto come un proiettile.
Nooo! Ma avrò ucciso qualcuno? Salto giù dalla tettoia e guardo veloce di sotto. Il vaso ha sfondato un lucernario al piano terra, ma non vedo sangue per fortuna.
«Ehi!» È la mia ex amica che mi chiama.
«Oh, tieni questo, vai, scusa, ciao!» Mi lancia un fagotto fatto con la mia giacca (da 200 euro) e le scarpe. Mi fa anche il segno della cornetta con la mano come per dire ‘ci sentiamo eh?’.
Poi blinda la finestra della grande fuga in un istante. “Come no, contaci guarda, ti chiamo domani” penso.
Danni accertati: sbrago di un paio di centimetri nella chiappa destra dei pantaloni fighetti, un gomito scorticato con annesso strappo di camicia. Tutto sommato va bene, sempre meglio che la morte certa.
Mi rivesto del tutto, salto nel terrazzo del vicino come da programma, scendo e alla fine sono in salvo. Wow! Che sollievo.
Me ne sto andando finalmente, quando vedo un gruppetto di persone tutte preoccupate che guardano proprio in direzione del lucernario rotto. Mah?!
Stanno accorrendo altri curiosi e uno mi dice: «ma cos’è successo?»
Io, ancora tutto sconvolto, rispondo di getto ingenuamente: «Boh. Non lo so, sono appena arrivato».
Risponde un cittadino informato e attento: «abbiamo sentito un gran urlo di una persona, un uomo come terrorizzato e poi una gran botta! Nessuno ha visto niente, secondo me di sicuro è uno che si è suicidato e cadendo ha sfondato il tetto della casa al piano terra. Mi sembra di vedere il lucernario rotto!ۛ»
“Toh! Tie’, gufo maledetto!” Faccio le corna di nascosto. Rispondo per educazione:
«Chissà spero che si sbagli, ma magari era un poveraccio in preda a una delusione amorosa, poi guardi anche le donne di oggi… lasciamo perdere, buona giornata!»

Missione 2: andare al colloquio.
Mi dirigo verso il mega complesso multi aziendale dove sono atteso per il mio importante incontro. È una società seria, una gran bella occasione e non posso sbagliare. Vediamo di raddrizzare sta giornata. Su, animo!
Inizio ad accusare un pelo la fatica. In effetti, ho avuto una mattina intensa, è da un po’ che cammino, non ho pranzato e sono anche sudaticcio, ma non mollo. Ormai la giornata può solo migliorare, no?! Finalmente sono quasi arrivato, giro a destra, imbocco un vicolo e… tac!
La più grande cacca mai vista sulla strada e io ci affondo dentro il mocassino lucido! Nooo! Ma cos’è sto schifo?! Ma ci sono le mucche per la strada come in India?! Ma chi è che va in giro col cavallo in pieno centro?! Chi dice che porta fortuna è perché non ne ha mai presa una così!
Non vorrei fare la vittima ma… tutte a me oggi?!
Resoconto: ho una giacca stropicciata che sembra uscita da un tamponamento in tangenziale, un gomito sanguinolento, una chiappa areata, un’ascella commossa che inizia a dire la sua e del DNA di una bestia sconosciuta ma sicuramente grossa, sotto la scarpa.
Bene, non so, c’è dell’altro mi chiedo? Mi devo aspettare un meteorite sulla coppa oppure un’invasione di cavallette?
Vabbè, faccio quello che posso con l’erba del primo prato che incontro e con i fazzoletti a disposizione. Tutto sommato credo di aver fatto un buon lavoro. Comunque ci sarà pure un bagno dove posso darmi una sistemata in quel palazzone di uffici, no?
Arrivo all’edificio, l’azienda del colloquio si trova al settimo piano. Prendo l’ascensore e mi ritrovo come unico compagno di viaggio un mite vecchietto dall’aria rassicurante. Come iniziamo a salire mi rendo conto di non aver calcolato l’effetto “stagno” dell’ascensore. L’ambiente si satura subito degli aromi balsamici provenienti dal mocassino “incidentato” e non perfettamente sterilizzato. L’ascella poi dà quel retrogusto di nonsoché in più. L’aria è irrespirabile ma il mio anziano compagno sembra indifferente, credo abbia l’olfatto un po’ fiacco per fortuna.
Secondo piano. L’ascensore si ferma. Entra una super donna attraente ed elegantissima con l’aria impettita, probabilmente una manager o simile. Anche lei sale.
Noo, che vergogna. Come si chiudono le porte le scappa un matematico «uhmmm» che dal tono che usa tradotto vuol dire: “che è sta puzza e chi è lo schifoso di turno?” Poi si volta in slow motion con sguardo distinto ma accusatorio. Ho solo una possibilità: depistaggio spinto. Funziona sempre. Assumo anch’io un’espressione schifata ai massimi livelli e caccio un paio di occhiate di sdegno al mite anziano. Poi la guardo come per dire “be’ che ci vuoi fare? Poverino”. Sono veramente una brutta persona!
Lui continua a guardare in basso e non si accorge di niente. Dentro di me spero tanto che sia diretto all’INPS, al nono piano, così mi copre per tutto il tragitto. In effetti mi copre alla grandissima. Esco dall’ascensore al settimo piano con gli altri due ancora dentro, li saluto educatamente, sorrido alla manager e le rivolgo uno sguardo di solidarietà che dice “mi dispiace resista ancora un po’”.
Lei ricambia con un sorriso di cortesia, che dolce.
Vedo un bagno per i visitatori e mi ci fiondo dentro. Cerco di sistemarmi al meglio per quello che posso, ma insomma non sono forse il top della presentabilità, sono un po’ sciupatello.
Mi presento e finalmente arriva il mio turno.
«Salve, se preferisce si tolga pure la giacca è piuttosto caldo qua dentro».
«No guardi, la ringrazio ma sto bene così».
È un caldo della miseria ma col cavolo che me la tolgo. Sarà stropicciata da morire, ma mi copre il gomito e la chiappa incidentati. Il colloquio prosegue normalmente, anzi direi che va abbastanza bene. In fondo sarà pure passata tutta ‘sta iella no?
Finisce il colloquio e mi alzo per salutare gli esaminatori e nel farlo non mi accorgo subito che mi è scivolato dalla tasca il portafogli, finendo per terra.
«Guardi le è caduto qualcosa dalla tasca».
«Oh che sbadato, la ringrazio».
Vado spontaneamente per chinarmi a raccoglierlo, dando le spalle alla commissione, quando sento un improvviso «oooh» di sgomento puro. Finalmente ho trovato il modo di sfoggiare i miei bellissimi fenicotteri rosa attraverso la finestra sul culo, per un attimo indifeso dalla giacca. Molto bene! Che figura di …! Non ci provo neanche a salvare la situazione, non è possibile. Mi rialzo dignitosamente e saluto tutti.
«Le faremo sapere, grazie». Non credo proprio, comunque ringrazio.
Commenti a porte chiuse: «Profilo interessante questo Sig. Calamaio, tutto sommato. A parte che sembrava un po’ in disordine e con una giacca orrenda, ha un bel curriculum… peccato per i fenicotteri!» Un solo secondo di silenzio poi gli esaminatori si guardano fra loro e… cedono. Scoppia una grassissima risata che attraversa i muri, passa dal mio orgoglio ferito e arriva fino all’INPS e al mio amico ‘puzzone’!

Sono distrutto da questa giornata. Il morale è a terra. Torno a casa, sempre a piedi ovviamente.
Mi guardo intorno per vedere se c’è una telecamera da qualche parte. Niente.
Che sia semplicemente vittima di una fantastica “candid camera”?! Eh sì, magari!
Nel tragitto vedo l’ennesimo enorme cartello di sconti del Black Friday.
Be’, sicuramente per me è stato un Venerdì Nero, ma di certo la ‘Sfiga’ non fa sconti!

Ti è piaciuto il racconto?

Frank Calamaio

Redattore
Fin dalla prima infanzia le tracce di inchiostro trovate nel sangue mi hanno portato a capire una cosa: devo smetterla di ciucciarmi le penne!! E comunque fra un analisi e l’altra mi piaceva scrivere… I miei articoli sul Grafema Magazine sono dedicati alla comicità e la mia rubrica è Penna ridens. Leggi la mia biografia oppure

Sigur Ros: () la quinta essenza del minimalismo

Rubrica: Taca la musica!

Anni duemila, i cosiddetti folletti islandesi sono ancora giovani perle nel mondo della musica internazionale ma hanno già alle spalle un album capolavoro, “Agaetis Byrjun”. Due anni dopo (2002) ci sorprendono con un’altra opera che ci lascia senza fiato, (). Catapultati completamente nei paesaggi innevati della loro terra, ammiriamo il panorama dall’alto di un fiordo in bilico tra meraviglia e vertigini. Nelle otto lunghe composizioni di questo terzo lavoro assistiamo a un rimaneggiamento alquanto originale di influenze post rock, eteree e psichedeliche.

() è musica allo stato puro, possiamo solo ascoltare non c’è alcuna distrazione. Nessun titolo, nessuna informazione, anche il booklet è spoglio. Il minimalismo non tocca solo lo stile musicale, annienta ogni elemento che possa interessare un album. I brani sono privi di parole, la voce di Jónsi (Jón þór Birgisson) diventa anch’essa uno strumento, senza alcun dubbio il più suggestivo. Il cantante, poi, si esprime in hopelandic, un idioma inventato composto da fonemi e sillabe senza un senso preciso.

Dimentichiamo i virtuosismi orchestrali e le incursioni elettroniche dei primi album, salvo qualche cenno. Immaginiamo piuttosto tastiere di ghiaccio e leggeri suoni di chitarra che incontrano un quartetto d’archi. Nella sua essenzialità, () sprigiona la matrice artistica più vera e intima dei Sigur Ros.

Come lo stesso Jónsi spiega, () si compone di due parti divise da un significativo silenzio di trenta secondi. La prima parte, fino alla quarta canzone, si caratterizza da un’indole più distesa mentre la seconda è un vortice di contrasti e territori oscuri.

Ripetitiva e drammatica, Untitle 1 è caratterizzata dal suono innocente dei vocalizzi di Jónsi. Trafigge il cuore, come un bimbo che racconta la sua triste storia.
L’incedere lento e leggero del secondo brano si basa su lamenti campionati che gli altri strumenti seguono con irreale calma.
La soave Untitle 3 costruisce una sinfonia sulle note incantate di pianoforte, archi e xilofono.
Il quarto pezzo è forse il più immediato ed è stato utilizzato anche per una scena del film “Vanilla Sky”.
Poi dal quinto brano ci si addentra nei meandri più bui dell’anima, la paura proveniente da un tormentato organo ci paralizza, poi il tempo sembra dilatarsi.
Vaga e sognante, macchiata da qualche distorsione, la melodia della Untitle 6 ci lascia ondeggiare prima di essere completamente spiazzati dall’ultimo brano. Untitle 7 ha una struttura complessa, Jónsi raggiunge timbri quasi celestiali e gli strumenti iniziano tra loro un gioco senza regole.
L’ottavo pezzo si apre con una rasserenante passeggiata di arpeggi per poi aumentare il ritmo dei passi e lasciarci senza fiato.

Non resta che lasciarsi trasportare dalla musica, dalle atmosfere immaginando parole e contenuti da inserire in una parentesi.

 

Formazione:

Sigur Rós

    • Jón Þór Birgisson – voce, chitarra, tastiera
    • Kjartan Sveinsson – tastiera, chitarra
    • Georg Hólm – basso, tastiera, glockenspiel
    • Orri Páll Dýrason – batteria, tastiera

Amiina

    • María Huld Markan – violino
    • Edda Rún Ólafsdóttir – violino
    • Ólöf Júlía Kjartansdóttir – viola
    • Sólrún Sumarliðadóttir – violoncello

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

A chi lo consiglio: a chi si vuole connettere con l’universo

Abbinamento suggerito: bicchiere vuoto da servire con l’immaginazione

Francesca Renzetti

Redattrice
Nella vita di tutti i giorni sono una mamma, mi occupo di web marketing, social network. Il Buongiorno a casa mia profuma di caffè e ha la carica del Rock. Naturalmente inizia alle sei della mattina con il sorriso di mia figlia.
La mia rubrica è Taca la Musica!
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Storiella stonata

Storiella stonata. Di quelle che non riesci a scrivere, mentre la mano si stanca a tracciar righe sulle parole appena gettate, il foglio che diventa rapido un campo di battaglia. Non lo getti via. Forse sei tanto arrogante da voler riuscire al primo colpo, forse soltanto ti spaventa il vuoto di un nuovo foglio bianco da riempire. Una storia che non vuoi leggere, una figlia che già stai ripudiando, mentre ancora preme e lotta per uscire. Di che cosa scrivo, che cosa voglio dire? Forse dar vita a un altro dei miei grandi perdenti, forse surfare sulla cresta dell’autobiografico, per non scivolare nella china dello sfogo? È una storia molto semplice, banale. La storia di un uomo, di un viaggiatore, vincente e realizzato. Una vita che trascorre attraverso i cinque continenti, spinto dalla foga di esplorare, conoscere, scoprire, assaggiare, farsi amici di tutti i generi e tutte le latitudini. È uno di quegli uomini di cui non si parla nemmeno nei libri, molto più un personaggio cinematografico. Fino al momento in cui l’incontriamo non ha guai, non ha problemi, se non forse che nel suo io, in fondo in fondo, tutti questi luoghi in giro per il mondo cominciano a sembrargli un po’ tutti uguali. C’è ben di peggio nella vita, non trovate? Per di più, non è nemmeno vecchio, ma lo incrociamo nel cuore della sua esistenza.

Verrebbe quasi da chiedersi perché allora questa storiella stanca si sia trascinata su quest’uomo. In effetti a lei, alla storia, di quest’uomo non importa nulla. È interessata solo ai suoi occhi, solo a un suo rapido sguardo.

Lo incontra a Milano, la sua casa, anche se solo sul passaporto. È su un tram. Fuori dal vetro la città scorre come una vecchia videocassetta difettosa, incastrata in un videoregistratore cigolante. Veloce, lenta, scatti nervosi. Non ci troviamo in centro, questa non è una storia da cartolina. Siamo nella periferia sud, tra grandi strade, palazzi ancor più grandi e sguardi bassi e piccoli, frettolosi. Il tram si ferma. I suoi occhi si fissano sugli occhi di un ragazzo, in piedi alla fermata. Registrano un pugno di secondi ed è tutto ciò che importa alla nostra storia. Quei pochi secondi in cui il nostro protagonista, la nostra incolpevole telecamera, registra la gioia incontenibile, l’amore folle che gli occhi del ragazzo donano al mondo, prima di essere travolto dall’abbraccio e dai baci di una donna altrettanto follemente felice. Questo è quanto. La nostra storiella, stanca e zoppicante, ha fatto tutta questa strada solo per vedere questo momento, questo piccolo miracolo. A lei non importa di chi può storcere il naso sulla banalità dell’amore. Sa che dopo aver visto una minuscola, così importante cosa, può fermarsi felice.

Le porte si chiudono, il tram riparte. Forse il nostro inconsapevole protagonista penserà che in nessun posto al mondo c’è una persona che lo aspetta con tutta quella gioia chiusa dentro agli occhi, pronta a esplodere per lui. O forse scuoterà sorridendo la testa, tornando alla sua vita vincente e realizzata. Non lo sappiamo, la nostra storia ha finito il suo piccolo viaggio affannato. Non ci spiega nulla, non ci fa nessuna morale. Non ne ha l’ardire. Ha osservato, però. È poco, è molto. Questo lo lascia sentire a noi.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Solitarie riflessioni

Spesso l’unica visione che ho di lei è la sua immagine fugace, il mattino.

Il suo mugolio nello spegnere la sveglia, lampi di corpo più o meno coperti, una corsa sotto la doccia, un frizzare davanti all’armadio, nello scegliere abiti adatti alla giornata. Le sue imprecazioni, un maschiaccio a volte, tanto da dover trattenere una risata, quando fa tardi, di fronte a un gancetto riottoso, verso il mondo che la attende dì lì a poco, fuori dalle finestre, quando è così grigio che sembra faccia piovere cenere, invece che acqua. Pochi istanti seduta qui accanto, il viso accarezzato ora da una crema, pennelli, matite, a sottolineare gioia e luce, anche quando gioia non è. Pochi istanti, l’ultima occhiata, un mezzo sorriso come di saluto, prima di essere inghiottita dalla vita, fuori.

Pochi istanti, sì, eppure io esisto solo per quelli.

Non parla quasi mai quando siamo nella stessa stanza, non serve. Tranne forse nell’anticamera di una giornata che la eccita, la spaventa. Quei giorni che pensiamo tanto importanti da poter cambiare tutti gli altri giorni, che ricopriamo di colori sui calendari. Gliel’ho visto fare tante volte in questi anni che ne ho perso il conto, ho perso il conto degli intrecci tra queste eccitazioni programmate e lo stupore dei mille giorni imprevedibili.

Provo a ricordarli, quando lei è via. Quasi sempre da solo, anche se di tanto in tanto il gatto viene a riposarsi qui vicino, stremato dalle sue segrete avventure domestiche.

Ero con lei quando siamo venuti in questa casa. La prima casa, l’indipendenza, la libertà. Un pugno di metri quadrati poco ingombrati da mobili disegnati appositamente per urlare la loro produzione in serie. Eppure casa, essere grande, essere donna. Da lì, torrione e castello, alla conquista del futuro, o almeno del suo stupore. Sono stato con lei nelle sue prime esplorazioni del mondo, nei suoi trionfi e nelle sue disfatte. L’ho sentita urlare di gioia dopo una telefonata, promessa di un lavoro tanto cercato e sognato e ho visto i suoi occhi fissarmi vuoti e smarriti, dopo un’altra telefonata giunta a strapparglielo via. Ho sospirato dei suoi sospiri di passione, ombre fuse e confuse in poche o molte notti, e ho pianto con lei per giorni interi, amori rifiutati, amori perduti, traditi. Ho riso con lei, nel calore di una casa dolcemente invasa dagli amici, e sono stato l’unica immagine di una prigione altrimenti vuota e immobile.

L’ho vista fiorire, ripiegarsi su sé stessa e poi fiorire di nuovo. Stonare vecchie canzoni a squarciagola, quando non c’erano altri modi di proclamare la propria felicità. L’amarezza a offendere gli angoli della bocca, nascosta a tutto il mondo. Tranne che a me, depositario di ogni suo segreto. Ho imparato del suo farsi strada là fuori, dell’importanza della sua schiena dritta e della furia cieca per quelle poche, pochissime volte che è stata costretta a piegarla. L’ho imparato da qui dentro, osservandola nel curarsi le ferite. Ho visto, nelle sue parole, cicatrici altrimenti invisibili. Di tanto in tanto l’ho anche perduta, nell’apatia di giorni colpevolmente identici, privi di senso, senza che avessi il minimo potere per risvegliarla. Lo ha fatto lei, come sempre, con le sue sole forze. Un respiro profondo, quel mezzo sorriso segreto ed enigmatico al mondo, eccezion fatta per noi due, e di nuovo avanti. Ancora. E ancora.

Lì fuori potrete avere mille idee su chi sia possibile definire eroe. La mia è molto semplice. Lei. Fatta di colori, colori infiniti. Colori che ogni giorno si immergono nel bianconero del mondo. A volte lo rendono un po’ più vivido, a volte ne sono diluiti. Folli, ostinati, prima ancora che infiniti. Ogni mattina sono di nuovo lì. Pronti a ricominciare.

Buio che filtra dalle imposte chiuse, il gatto miagola alla porta di ingresso. Lui la sente, prima ancora che lei si renda conto di essere arrivata a casa. Pochi minuti e la porta si apre. Sono abituato a essere ignorato, nelle ore che trasformano la sera in notte. Mi distraggo nella luce che filtra dall’altra stanza, nei rumori di una quotidianità che volge verso il suo sereno terminare. È sola, questa sera. Da qualche mese un nuovo compagno cammina con lei. A volte me la ruba, lasciandomi solo la notte. Capisco che succederà, sentendo la vecchia vicina di casa entrare per occuparsi del gatto. Più spesso è lui a unirsi alla nostra compagnia. Forse col tempo finirò per volergli bene, se rimarrà. Certo non come a lei, questo è impossibile, ma quasi, anche se non mi dice nulla, nessun segreto. Si limita a osservarmi vacuo, il mattino, nel farsi il nodo alla cravatta. Forse è timido.

I rumori si attenuano, arriva quel momento magico, solo nostro. A volte è fatto di pochi istanti, il suo sguardo distratto nel levarsi il trucco ed i pensieri della giornata. Altre volte racconta tutto, a me o al suo diario, posato proprio qui di fronte. Stasera ne apre le pagine, scrive poche righe, poi alza gli occhi su di me. Le legge. No, le recita. Sorride, ci sorridiamo. «Voglio abbracciare il sole e baciare la luna. Voglio che ogni pianeta mi sveli il suo più nascosto segreto e che ogni stella mi mostri il suo vero colore. Voglio il vuoto siderale. Voglio che questa piccola biglia azzurra brulicante di caos sia sconfinata». Poetessa, non lo so. Non so neppure se siate delusi dalle mie parole. Forse eravate ad attendervi strane magiche avventure, non un quotidiano esistere. Ma io sono soltanto uno specchio, non certo quello magico delle fiabe, una umile lastra di vetro abbracciata a un foglio argentato, con piccole luci intorno. E lei, che da sempre si riflette in me, io amo e accompagno. Unica, sì, unica anche dentro un milione di giorni uguali, il mio eroe di colori. Non ho bisogno di essere magico per sapere di migliaia di altri specchi intenti a pensare la stessa cosa, nel loro apparente indifferente riflettere. Conosciamo, custodiamo con cura quei preziosi, segreti sorrisi.

Ricordi di specchio, mentre un poco di luna mi aiuta a riflettere il suo addormentarsi.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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In ascolto

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

La casa ha una voce.
L’avverto come spleen soave
in picchiata sulle serrande.
Narra di sé
l’invisitabile.
E questo mi piace.
Spalanca al curioso
la muta goduria
di un mistero.

 

Francesca Rossetti

Bibbia d'Asfalto

Redattore
è un collettivo di poeti nato nel 2012, attivo sui social con un blog e un gruppo Facebook (che conta oltre 2000 iscritti). La rubrica curata è Poesia urbana e autostradale.
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