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Autore: Il Grafema

Neri Paradossali: leggerli ti cambierà

Giorgio Arcari, Neri Paradossali, Aiep Editore 2018

 

Questa recensione raccoglie i pensieri e le note di lettura di diversi redattori del “Grafema Magazine”

La prima volta che ho letto Neri Paradossali ho pensato “Diamine, vorrei saper scrivere così!” perché ho avuto la netta sensazione che ogni parola fosse stata scelta con un’attenzione quasi maniacale e che nessun’altra potesse stare al suo posto. Il ritmo, lo stile, la fluidità del testo: ho adorato tutto e ho invidiato il talento. Poi, però, va detto che questo non è un libro “facilmente digeribile”. Perché la satira, per sua natura, colpisce dritta allo stomaco lasciandoti stordita e un po’ amareggiata. Ogni risata ha un retrogusto amaro e, subito dopo il sorriso generato dalla battuta pungente, arriva feroce il senso d’inquietudine. Quasi ci si sente in colpa per aver goduto di un breve ma immediato divertimento e si finisce per chiedersi cosa sia quella sgradevole sensazione in sottofondo, che mette a disagio.

Purtroppo ho il vago sospetto (nemmeno troppo vago) che gli scenari proposti dal libro non siano poi così assurdi ed esasperati. Paradossali un corno! Ultimamente basta aprire qualsiasi social, un quotidiano o un telegiornale per rendersi conto che la realtà non è tanto distante dalle dieci peggiori soluzioni proposte da Neri Paradossali. Eppure, parola mia, non riuscirete a staccarvi dalle sue pagine e a smettere di leggerlo. Anzi, lo rileggerete pure! Perché, come il buon vino, un buon libro ha bisogno di tempo per essere assaporato e apprezzato in ogni sua sfaccettatura e, passata l’ebrezza e superati i postumi della sbronza, ne vorresti ancora.

Romina Marzi

Neri Paradossali me lo sono mangiato e lui ha mangiato me. In un centinaio di pagine Giorgio Arcari ti scuote, ti incuriosisce, ti fa ridere, ti fa riflettere e poi ti mangia.

Francesca Renzetti

Aprire un nuovo libro è come partire per un viaggio.
Più bravo l’autore, più coinvolgente il libro, migliore risulta l’esperienza.
Con i Neri Paradossali, tuttavia, è stato tutto completamente diverso.
Ho avuto la netta sensazione di essere lanciata in un’altra dimensione, fuori dalle coordinate convenzionali di spazio e tempo.

Le pagine da un lato scorrono veloci perché la tecnica è perfetta (non per niente sono scritte da un maestro!), dall’altro ti si conficcano dentro scarnificandoti, senza preavviso. Quando finisci di leggere un racconto, non devi sforzarti di cercare i diversi livelli di lettura, saranno loro a venirti a cercare, di notte, negli incubi più brutti.

Se posso azzardare un paragone, i dieci racconti di questo libro sono come un film di Tarantino, assurdi e al tempo stesso perfettamente coerenti.
Mentre leggi, ti ritrovi a pensare che non sarebbero potuti essere diversi. Non fanno una piega. C’è un disegno imperscrutabile in questa raccolta che unisce e collega ogni racconto all’altro e, secondo me, lo capiremo davvero solo fra molti anni.

Giorgio Arcari è un visionario, decompone la realtà e la riassembla in maniera magistrale e ansiogena, proponendo un futuro prossimo sconvolgente.
Non è un libro per stomaci (e caratteri) deboli. Siete avvertiti. Dopo questa lettura non rimarrete le stesse persone di prima!
I miei preferiti: 1) Mercato finanziario 2) Inferno2 3) Tomba di sale.

Elisa Zafferani

Ho trovato i Neri Paradossali frizzanti. Coprono un bisogno di satira gridato anche dai muri in un’Italia da questo punto di vista spenta e lo fanno con una buona dose di immagini forti e piacevolezza. Neri senz’altro, Paradossali ahimè non troppo, che dovrebbero esserlo e credo che anche nel titolo sia espressa la vena di essenziale antitesi che accompagna il lettore nei brevi racconti. Cosa è paradossale? Molto meno di ciò che sembra e nulla di volutamente paradossale sembra oltrepassare una realtà così infarcita di parossismi e nonsense. Una realtà pittoresca che non si può cogliere  se non utilizzando le chiavi della satira e dell’allegoria, e mai fino in fondo. Lo stesso tentativo dei N. P. non può restare che un indizio, un insieme di suggerimenti che per quanto felice non è abbastanza mistificatorio da poter essere una presa di coscienza. Divieto di reincarnazione esprime proprio questa impossibilità di compiere il salto e discernere pienamente ciò che è mistificatorio. Di alcuni dei racconti rimane piuttosto la nota tragicomica, come l’apertura di come ti cucino un vecchio, di altri la crudezza, come in Tomba di Sale. Il pesce siamo tutti, dunque cos’è questa vita che ci troviamo innanzi? Forse un’agonia? Non è detto! Certo, evitiamo i fondamentalismi – suggerisce Arcari – e la fiducia cieca nel mercato, il vero fideismo cui presta il fianco la surmodernità. Si ride e si muore, dunque, ma concentriamoci sul primo termine. Per tutto il resto c’è tempo.

Luca Severi

Se non avete stomaco o senso dell’umorismo, NON LEGGETE QUESTO LIBRO!

«Il mondo fa schifo. Non la Terra in sé, intendiamoci, quella è bellissima, Fa schifo come l’abbiamo ridotta.
Butta male, gente. Riscaldamento globale, inquinamento, continenti interi fatti di plastica negli oceani. Specie animali che si estinguono più rapidamente dei gruppi pop negli anni ’80. Credenze antiscientifiche diffuse, omeopatia e ativaccinismo. Il reggaeton.»

Stavo pensando se pepe, peperoncino, oppure olio d’oliva, quando è buono buono e pizzica in gola.
«Secondo diversi studi, le nostre speranze di sopravvivenza come razza umana sono estremamente basse. Praticamente forse la sfanghiamo. E forse no.»

Pepe, Neri Paradossali è pepe!

Neri Paradossali di Giorgio Arcari va proprio di traverso, quasi ti soffoca. È tipo come quando bevi la Coca Cola, qualcuno ti fa ridere all’improvviso, e alla fine ti esce tutta dal naso, avete presente?
Sono dieci orribili ipotesi, dieci tremende strade che si potrebbero prendere (o che abbiamo già imboccato?), tante pessime idee che mai dovrebbero saltarci in testa per risolvere i problemi della società. Sono talmente pessime che anche MacGyver le abbandonerebbe in partenza, altro che bombe a mano con chewin gum e graffette.
Comunque. Neri Paradossali è divertente, ironico (…), geniale, pungente e si legge bene ovunque: dal medico, in coda al supermercato, mentre si cucina. Forse non è una lettura da comodino, questo bisogna dirlo, potrebbe avere degli effetti collaterali poco piacevoli. Per il resto però si adatta bene a qualsiasi situazione e a qualsiasi lettore, anche ai meno allenati. D’altronde il nero sta bene con tutto, no?

Consigliatissimo.

Gloria Perosin

I Neri Paradossali sono uno dei pochissimi libri che ho letto in qualche ora. Non riuscivo a smettere. È stato un po’ come quando mangi le ciliegie, dici “basta l’ultima”, ma alla fine le mangi tutte a costo di farti venire il mal di pancia. Dal lato loro, i Neri di pancia non ti fanno soffrire, ma in testa ti creano un bel marasma!
La curiosità di sapere come vanno a finire ti porta a sondare tutte le grandi tematiche sociali, economiche e politiche attuali, per poi vederle afflosciarsi su se stesse, non solo grazie alla satira dura e spietata, ma anche alle idee originali e inquietanti che stanno alla base.
Tutto è costruito sul paradosso – lo dice il titolo stesso – ma ci si rende presto conto quanto il descritto possa essere così dannatamente e facilmente reale. Allora ti nascono due, tre domande che non ti danno pace. È davvero “naturale” e “giusta” la vita che viviamo di solito? Siamo sicuri che sia sul binario corretto?
Se si sbaglia qualche passaggio il treno può anche dirottare giù da una rupe. Ma per il momento fermiamoci qui, proprio dove si fermano i Neri: sul filo del rasoio.
Come consiglio per farsi due risate (ironiche ovviamente) c’è il racconto Inferno2 su Satana, Dante e Dio/TheBigOne.
Siamo tanto abituati a cambiare telefono, aggiornare le app, comprare un tablet nuovo o stare sui social da rimanere quasi spiazzati quando Dante dice a Satana: “Lucio, te l’ho già detto mille volte. Le punizioni non si posso aggiornare.”
Incredibile… Anche sulle questioni di eternità bisogna farci un pensiero.

Francesca Delvecchio

Grottesco, paradossale. Per fortuna il nostro mondo non è quello di cui ci parla Giorgio. O no? Con razionalità, abbiamo tutta la giornata per rassicurarci, tra il caffè del primo mattino e la tisana della buona notte: i cecchini non sparano dai tetti di Milano. Ma se ti addormenti un attimo… “Amo i sogni, anche quando sono incubi, che è poi quello che succede di solito”, Luis Buñuel. Vero e reale, capitolo dopo capitolo, Giorgio parla al nostro inconscio, all’irrazionale che non ci abbandona mai.

Marco Montoschi

Ginger il gatto

Jenny conobbe Ginger il Gatto in una noiosa estate di qualche anno fa, quando in ufficio c’era poco lavoro e lei uscì a fumare la sigaretta delle dieci e trenta. Era solita fumare appoggiata alla vetrata, con la mano sinistra incastrata sotto il braccio con cui reggeva la sigaretta. Stava in piedi, con un piede incrociato sull’altro a guardare il caldo poggiarsi sulla strada. La visuale era sempre la stessa: la casa della signora Lelli, il magazzino di attrezzi edili e, più a destra, spostando lo sguardo, il nulla: una strada grigia, spoglia, vuota. Quando Jenny conobbe Ginger il Gatto, il nulla si tinse di arancione. Lo trovò seduto a guardarla da lontano, impassibile. La guardava fumare senza muovere un baffo.
“Finalmente una faccia amica” pensò Jenny spegnendo il mozzicone, ma quando fece qualche passo verso di lui per provare ad accarezzarlo, il gatto fuggì tra le auto parcheggiate. Pareva scomparso, dissolto nell’aria. “Accidenti”.
Il giorno seguente, alle dieci e trenta, Ginger il Gatto la aspettò, seduto nel suo angolo sul ciglio della strada.
«Perché non ti fai accarezzare?» chiese la ragazza, ma lui non rispose. Rimase al suo posto, pronto a scappare quando lei tentò per la seconda volta di avvicinarlo. «Va bene, ho capito, mi allontano. Ma non te ne andare».
Jenny e Ginger il Gatto, da quel momento, si diedero appuntamento ogni giorno, alla stessa ora. Chiacchieravano, chiacchieravano di tutto, così intensamente che Jenny perse la presunzione di invadere i suoi spazi. Il fatto di sapere che l’avrebbe trovato lì ad aspettarla la convinse che non avrebbe dovuto possederlo per gioire della sua presenza. Jenny lasciava libero Ginger il Gatto, e lui si sentiva libero di farsi trovare davanti all’ufficio, ogni giorno un poco più vicino.
Jenny gli lasciava una ciotola di cibo e una vaschetta con dell’acqua, sotto una tettoia di fianco all’entrata, felice di trovarla sempre vuota il giorno seguente.
Durante le rare mattine piovose, lei era molto triste. Usciva fuori a fumare con l’ombrello, ma Ginger il Gatto non andava a farle visita, e allora soffriva pensandolo tutto solo là fuori.
Provava a immaginarlo, seduto con la coda dondolante e gli occhi di un miele intenso. Non sapeva niente di quel gatto, eppure aveva come l’impressione che lui avesse le idee chiare su di lei.
Ci fu una mattina in cui Jenny ebbe dannatamente bisogno di Ginger il Gatto. Aveva piovuto per tre giorni consecutivi e non c’era stato modo nemmeno di salutarlo in lontananza. Ma quella mattina il sole era alto in cielo e Jenny scese in fretta dall’auto per correre in ufficio. Si fermò di fronte all’ingresso, impietrita, a cercare di scorgere l’amico all’orizzonte. Ma di Ginger il Gatto, nemmeno un’impronta.
Preoccupata, consumò le labbra in un richiamo felino, allungandosi fino al magazzino di fianco. La ciotola era ancora piena e i pensieri si fecero cupi. Non sapeva se soffrire di ansia o di delusione, indecisa tra le possibili spiegazioni della sua scomparsa. Accese una sigaretta, seduta sullo scalino all’entrata: in solitudine per la prima volta dopo molto tempo. “Si insomma, è solo uno stupido gatto” provò a dire il cervello al cuore, ma il cuore aveva tratto di già le sue conclusioni. Da quando l’aveva conosciuto, Ginger il Gatto non era mai stato in ritardo. Doveva essere successo qualcosa. Oppure semplicemente aveva deciso che non sarebbero piò stati amici. Era abituata agli addii, eppure le sarebbe mancato. Le sarebbe mancato come manca la speranza di possedere ciò che non hai, come manca la cioccolata quando sei a dieta stretta oppure come manca il sole quando piove da troppo. Con la differenza che il sole, prima o poi, torna sempre.
Spense la sigaretta a metà e così anche il flusso dei pensieri, fece un cartoccio e lo gettò lontano. I suoi colleghi forse si stavano chiedendo dove fosse finita. Entrò in ufficio e Stefano le parlò senza guardarla.
«Finalmente sei arrivata» le disse
Lei lo interruppe «Scusa, lo so ho fatto tardi. È che…»
«Finalmente sei arrivata» riprese lui «c’è qualcuno che ti sta aspettando da un’ora. Credo abbia fame!»

Ginger il Gatto dormiva, arancione, sulla sedia della sua scrivania.

Jenny lo lasciò sempre libero di andarsene, ma Ginger il Gatto ancora oggi si sente libero di restare.

 

Tratto da una storia vera.

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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Star Wars VIII: Natale a Dagobah gli ultimi Jedi

Con Mark Hamill, Daisy Ridley, Carrie Fisher, Christian de Sica, Massimo Boldi, Er Patata.

Come sapete, ci deve essere equilibrio nella Forza. Quindi, visto che girano fin troppe recensioni incomprensibilmente entusiaste, vediamo di rimettere un po’ le cose alla pari. Naturalmente senza spoiler.

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…

Vedere apparire le ormai mitiche scritte a inizio film, lo ammetto, suscita qualche emozione. Passa subito, circa a metà dello scorrimento fa bella mostra una frase completamente priva di senso. Davvero. Un tremito nella Forza mi dice che butta già male, ma non voglio avere preconcetti.

Naturalmente mi sbaglio, ma lo scoprirò solo dopo due lunghissime ore e mezza. Andiamo quindi a recensire, partendo da

I PERSONAGGI

La storia ruota attorno al fatto che il grande Luke Skywalker si sia ritirato a vita privata perché è disilluso e tutti a criticarlo. Ora, analizziamo la cosa.

Viene abbandonato da piccolo, gli ammazzano la famiglia adottiva, lo chiamano a salvare la galassia ma alla fine lo fa il padre, che viene anche perdonato dopo aver fatto casino per trent’anni. Trova un allievo che lo tradisce immediatamente. A parte Star Wars la carriera come attore va così così, si ritrova negli anni ’90 a recitare in un videogioco (Wing Commander) e pure lì finisce che un gatto di due metri gli ammazza la ragazza. Nei libri, per trovare una fidanzata alla fine si mette con una Sith.

Figura 1 - Nonostante i dispiaceri, la Forza sostiene ancora Luke.

Oltre a questo, in un universo dove ti han detto che la Forza rende in salute, la Forza rende longevi, a cinquant’anni Luke è invecchiato malissimo.  Il ciuffo d’oro della galassia, il Nino d’Angelo di Tatooine è scomparso. Di norma sembra Chewbecca dopo che ha trascurato l’igiene della pelliccia, quando si immagina più curato risulta comunque un incrocio tra Ewan McGregor e Maurizio Costanzo.

Ecco, al suo posto pure voi sareste un po’ adombrati, no?
Tanto spazio a Luke, anche perché gli altri sono una tragedia. Salviamo la compianta Carrie Fisher, che comunque nel film dimostra una dinamicità degna del miglior gres porcellanato, ma per gli altri non c’è storia.
Scopriamo che il cattivone, Snoke, in realtà è un idiota, mentre Kylo Ren si conferma “Il Piangina”, come da immortale battesimo del grande Leo Ortolani. Certo che a chiamare un figlio Ben Solo è anche ovvio che gli crei un trauma esistenziale. Poi quello diventa cattivo e assume il nome del più efficace tra i drenanti anticellulite prodotti dai Sith.
Tornando ai buoni, abbiamo la protagonista, Rey, che si continua a non capire che faccia, che voglia, cosa la spinga. Un approfondimento del personaggio imbarazzante.
Sugli altri, stendiamo un velo pietoso. I vari Finn, Poe e compagnia hanno la personalità di una busta di salatini, ma solo dopo che hai mangiato tutti i mini bretzel e i bastoncini salati.
I nuovi pupazzetti hanno persino meno senso degli Ewok e stanno lì solo per un motivo. In alcune scene si vede già il cartellino del prezzo dei Disney Store.
In ultimo, Benicio del Toro, che ci dimostra quanto, ma quanto è bravo a fare Benicio del Toro. In teoria il suo ruolo dovrebbe sostituire quello di Lando Calrissian, ma ci presenta fondamentalmente un tizio che balbetta e spara qualche frase populista tipo né di destra né di sinis… ops… né con l’impero né con la ribellione. Lo ritroveremo candidato in una lista civica su Alderan nel prossimo episodio.

LA TRAMA

Hanno provato a vendercela come “nulla sarà come ce lo si aspetta”. Per forza. La trama di questo film fa schifo, è di una debolezza sconcertante e il poco che sta in piedi è dovuto al fatto che si fa un bel remix de L’impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi. Quando ci si allontana, il nulla. Emerge una sola, sostanziale cosa: la galassia è popolata da idioti. Per due ore e mezza assistiamo a una serie ininterrotta di fallimenti. Da parte di tutti. DI TUTTI! Non c’è una sola singola iniziativa che vada a buon fine, sia della ribellione o del primo ordine. Alla fine la cosa si risolve con il classico deus ex machina, l’apparizione che sfanga la giornata, il colpo di c… fortuna.

Figura 2 - Il maestro Yoda apparirà giusto per irridere l'intera produzione. Peraltro non a torto.

Il film è lungo in maniera insopportabile e a tratti davvero noioso. L’intreccio è un incrocio di cose già viste, di piccole trovate, di strutture deboli e di personaggi appena abbozzati e di una quantità di battute e scenette comiche fuori luogo davvero eccessiva e sgradevole. Vale quanto detto per gli ultimi film della Marvel: una qui e là ci sta, anche nella trilogia originale si gigioneggiava a volte, ma così veramente infastidisce. Mancano i peti e poi ti aspetti davvero di vedere Massimo Boldi alla guida di un Ala-x.

Soprattutto, però, il problema di questo film è che manca totalmente di epica. Star Wars è un fantasy, sia pure in salsa di astronavi, e la componente epica è fondamentale. Qui non c’è niente. Niente. Tutto è servito in comode miniporzioni narrative, senza impegno, senza pathos, senza profondità. Ti viene giusto voglia di immedesimarti nelle esplosioni.

QUINDI PERCHÈ QUESTA NON È UNA RECENSIONE DA UNA STELLA?

I motivi sono tre e non si possono ignorare.

Figura 3 - Al Bano. Non appare nel film, ma è comunque invecchiato meglio di Luke Skywalker. Forse il cantante di Cellino San Marco è potente nel lato oscuro della Forza?
  1. Nostalgia, nostalgia canaglia.

È innegabile: le astronavi, i personaggi della trilogia classica, le battaglie, i raggi laser, la colonna sonora, il semplice fatto di essere nella galassia lontana lontana. Non importa quanto in basso riescano a portare il franchise di Star Wars, non risulterà mai indifferente.

2. I riferimenti

Per definizione, niente di originale. Però sono inseriti bene e allietano la visione, soprattutto dopo che hai finito i popcorn, la bibita e stai cominciando a puntare quelli del vicino. Non ve li svelo, altrimenti che piacere c’è, però vi indico il primo: Poe pilota il suo ala-x non nel consueto modo che ci siamo abituati a vedere, ma né più né meno di un Viper di Battlestar Galactica. Fantastico.

3. La fascinazione per il cinema di animazione giapponese e le ambientazioni

Sono sincero, questo punto sostanzialmente vale la visione del film. Le ambientazioni sono veramente belle, ben fatte e suggestive, con un picco assoluto nell’ultima, bianca e rossa, sul pianeta di sale. I riferimenti invece al cinema animato giapponese sono sparse un po’ per tutto il film, ma che roba, ragazzi. Due in particolare (non entro nel dettaglio per evitare spoiler. Quando le vedrete, capirete), quella dei bombardieri e soprattutto “il gran botto a volume azzerato”: c’è solo una parola, sublime. Anche le battaglie, molto riviste in questa direzione, sono qualcosa che vale la pena vedere.

CONCLUDENDO

Ho letto di tutto riguardo a questo film, soprattutto alcune assurdità che cercano di esaltarlo e difenderlo. La peggiore di tutte è la supposta volontà di cambiare generazione, di dare ai più giovani qualcosa di diverso e di non riciclato e nuovi eroi, non assoluti come i vecchi ma più fragili e inquieti. Bene, a me questa retorica ha un po’ scocciato. Il film è semplicemente brutto e molto, molto elementare, così come elementare è la costruzione dei personaggi. Io francamente la smetterei di trattare le “giovani generazioni” come un branco di babbei ritardati. Date loro qualcosa di ben fatto e vedrete che si appassioneranno, approfondiranno, capiranno. Questa pappetta preriscaldata, predigerita ed edulcorata non ha alcun sapore per noi “vecchi” e trovo offensivo che si pensi che, per entrare nei cuori dei più giovani, questo sia il massimo che si debba offrire. Il capitolo conclusivo, con di nuovo Jar Jar Abrams alla regia, non promette nulla di meglio. Ma tranquilli, ne hanno già annunciati altri tre.

Giunti sul fondo, si potrà cominciare a scavare.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-2-5

Frase distintiva: “Ci vediamo, ragazzino”. Ma anche no.

A chi lo consiglio: Dai, siamo seri…

Abbinamento suggerito: Io non bevo bibite praticamente mai. In questo caso ho optato per il supporto glicemico di una Sprite. Fate voi.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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N. 13 – L’amico

Rubrica: Cronache dal Cantiere

Mangiamo seduti sui secchi da muratore, i bicchieri sulle assi incrostate di cemento. Quando il cantiere sarà chiuso, assieme alle armature sparirà la sensazione che tutto sia ancora possibile. Dal tetto aperto si vede un cielo notturno. Il trave di legno è testimone di racconti densi, amori da perdere la testa. La pietra posizionata all’angolo ferma lo sguardo.

Ascolto l’amico. Le confessioni sono schizzi di fonderia, trapassano la pelle. Racconta storie, gli hanno cambiato la vita, successe nel passato, ustioni vive ancora oggi. I muri scrostati, il tetto crollato, le finestre cadenti. I lavori in corso lo spingono a parlare, immagina un futuro accettabile. I pavimenti mancano, disegniamo un interruttore, una riga sale, col lapis, si accende una luce davvero. Nell’oscurità inciampiamo nei mattoni sparsi a terra. Occhi di animali selvatici come lampadine, aspettano di divorare il nostro cibo avanzato.

Domani arriva la betoniera, mette ordine nel nostro cantiere perenne.

Ti è piaciuto il racconto?

Massimo Rastelli

Redattore
Sono nato nel 1958 a San Marino. La passione per la scrittura è riaffiorata in me da adulto, anche se l’ho sempre avuta in modalità silenziosa.
La mia rubrica è Cronache dal Cantiere.
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Piombo

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

La memoria è un corpo d’acqua
Stige che ti morde la caviglia.
Non si finisce di cadere
non si finisce di cadere mai:
la castrazione della felicità
ha ossa di piombo.

 

Antonella Lucchini

Bibbia d'Asfalto

Redattore
è un collettivo di poeti nato nel 2012, attivo sui social con un blog e un gruppo Facebook (che conta oltre 2000 iscritti). La rubrica curata è Poesia urbana e autostradale.
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Remi

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

Dunque risali, e con te la barca
e ogni altra specie di mezzo;
ed è ancora fatica costruire
queste piccole dosi di tempo
lavorando il vento con le mani.

 

Giovanni Perri

Bibbia d'Asfalto

Redattore
è un collettivo di poeti nato nel 2012, attivo sui social con un blog e un gruppo Facebook (che conta oltre 2000 iscritti). La rubrica curata è Poesia urbana e autostradale.
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Sei come sei – Melania G. Mazzucco

Ho avuto l’onore di incontrare Melania Mazzucco qualche anno fa, quando ero una sfaccendata liceale; ho letto alcuni suoi libri, e sapevo che non avrebbe deluso le mie aspettative.

Questo libro racconta di una ragazzina diversa dalle altre,  Eva (adoro questo nome, significa vita, e “Vita” è un romanzo della stessa scrittrice) è l’amatissima figlia di due padri, due uomini pazzeschi, Giose e Christian. A causa della prematura scomparsa di quest’ultimo, la famiglia si spezza, trascinando la piccola Eva a vivere con gli zii a Milano e scaraventando Giose in un paesino dimenticato da Dio negli Appennini, raggiunto dalla giovane protagonista in seguito a un brutto incidente.

Padre e figlia, finalmente ricongiunti, affronteranno insieme un viaggio attraverso l’Italia, durante il quale Eva imparerà a conoscersi e a conoscere profondamente le sue radici, il legame tra i suoi padri e i sentimenti, la vera colla delle unioni.

Un romanzo tenero e sentito, che riconosce all’amore il potere su tutto, malgrado le diversità e gli attriti che esso può incontrare nel suo fluire.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Nosce te ipsum

A chi lo consiglio: Per chi vuole conoscersi nel profondo.
Abbinamento suggerito: Latte con curcuma.

Memorie di un Salbaneo

Redattrice
Mi chiamo Ester, ma scrivo come Memorie di un Salbaneo, cioè come viene chiamato un folletto dispettoso vestito di rosso che infastidiva i contadini, secondo le leggende venete. Per il Grafema Magazine scrivo recensioni di libri.
Leggi la mia biografia, visita il mio sito oppure

Bosco senza fiabe (piccolo delirio del voler tornar bambini)

Robin Hood e i suoi amichetti, tutti appesi per il collo, tra le querce vizze e grigie.

Niente maghi, principi o cavalieri, tutti partiti alla testa di ladri e contadini, poeti ed accattoni. La guerra d’outremer continua e continua e non finisce mai e tutti fagocita.

Dame e principesse lasciano alla polvere ricami e sospiri dalle finestre della torre. Imbracciano le falci tra i campi, i martelli dei fabbri. Invecchiano, cupe e silenziose, stramazzando di fatica.

Tutto si spegne come in un autunno privato del rosso e dei suoi toni da un vampiro dispettoso. Elfi che non sanno più tirar d’arco e cacciare falcidiati dalla fame tra gli alberi ora ostili. Nani minatori, sempre più rintanati nelle montagne, generazione dopo generazione, divoratori di topi e pipistrelli, resi dementi dalla consanguinea intimità.

Suonano soltanto il silenzio e le pietre che si sgretolano nei castelli e nelle fortezze dai grandi camini spenti e freddi, mentre re e regine si nascondo tremanti dalla furia di comparse senza nome di mille favole, rivoluzione a una miseria che non c’era. Rivoluzione che non c’era. Persino le masse, non c’erano mai state prima.

Nessuno, nessuno qui prospera. L’antro malefico nella vecchia palude è rovinato su sé stesso, l’acquitrino seccato e duro, anonimo. L’uomo nero non è più lì, non tormenta e non spaventa più. Emerso anche lui dal bosco col sogno segreto di prosperare in quell’abbandono, ora raccoglie rape per tre pezzi di rame al giorno. La notte, suo vecchio dominio, se li ribeve con gli interessi. Almeno fino a quando continueranno a fargli credito.

Tutto va morendo.

Smettiamo di sognare, di essere un po’ bambini, di lasciare una porticina aperta a fate e draghi. Ci diciamo severamente, serenamente, che è tempo di crescere, di lasciare quei mondi a chi bambino lo è ancora. Li lasciamo marcire, marcendo un po’ anche noi che li abbiamo creati in ore ed ore di occhi sognanti. Li lasciamo marcire finché non dimentichiamo la strada per tornarci, e riportarvi i colori.

È proprio allora, che cominciamo a desiderarli di nuovo.

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Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Analizzando la sostanza: la struttura del nome

Rubrica: La Grammarnazi

Tra i tanti difetti della Grammarnazi c’è anche il forte attaccamento agli oggetti amati, che molto spesso va oltre il tempo e la comune ragionevolezza. Tra questi cimeli, uno che conserva con particolare amore è il Dizionario di Italiano Ragionato, per gli amici DIR. Uno splendido tomo bianco e azzurro che arriva dai lontani anni Novanta (primo anno di pubblicazione 1988, ora fuori catalogo) e, anche per questo motivo, non contiene vocaboli come tablet o blog, ma ha un fascino meraviglioso. Se cerchi “marea” non lo trovi. Non devi essere così superficiale: vai alla parola mare e, tra i suoi nomi derivati, troverai marea. Certo, ci vuole un po’ di perizia grammaticale in più, ma fa lavorare il cervello e, di questi tempi, non credo sia proprio una cattiva idea. Nelle sue descrizioni, inoltre, si trovano frequenti disquisizioni etimologiche, che consentono di fissare meglio nella memoria l’origine e il significato vero delle parole. Se foste così bravi e fortunati a trovarlo, ve lo consiglio vivamente.
Nel frattempo vediamo di prepararci ad utilizzarlo (sia il DIR, sia il cervello 🙂 ).

La struttura del nome (ad esempio “fiore”) è formato dalla radice fior- e dalla desinenza –e, così pure come barca, sale, libro, sono formati rispettivamente dalla radice (barc-, sal-, libr-) e dalla desinenza (-a, -e, -o).
I nomi che non derivano da nessun’altra parola e sono formati in questo modo sono detti nomi primitivi.
Da questi nomi, mediante l’utilizzo di suffissi e di prefissi, si ottengono i nomi derivati che, ancorché collegati al nome primitivo da cui traggono origine, assumono un significato del tutto diverso.
Da “libro” derivano libreria (luogo in cui si vendono libri) e libraio (figura mitologica che vendeva libri e consigliava acquisti agli avventori del suo negozio che profumava di carta, ora quasi del tutto sostituita da negozi virtuali che vogliono farci credere che le recensioni siano meglio del libraio); da “sale” si formano saliera (contenitore per il sale) e salame (carne di maiale tritata e insaccata con molto sale, foriero di cellulite, colesterolo e trigliceridi, machissene, hai presente quanto è buono?!).
Alcuni casi di nomi derivati formati con un prefisso sono disonore (“dis- onor- e”), disorganizzazione (“dis- organizz- azion- e” in questo caso abbiamo sia un prefisso sia un suffisso), sfortuna (“s- fortun- a”), infelice (“in- felic- e”).

Se ai nomi primitivi si aggiungono determinati suffissi, quali –ino, -one, -accio, e tanti altri, si ottengono i cosiddetti nomi alterati che, prendendo origine dal nome primitivo corrispondente, non ne alterano il significato fondamentale ma aggiungono ad esso un’idea relativa a una sua qualità, sia essa la piccolezza o la grandezza (libriccino o librone) o la bruttezza (libraccio) che a volte è più nei contenuti che nell’estetica.

I nomi alterati possono essere:

  1. diminutivi, quando indicano persone, animali o cose più piccole del normale, mediante l’utilizzo dei suffissi –ino, -etto, -ello, -icello, -icciolo, -icino (ragazzino, lupetto, alberello, venticello, fuocherello, porticciolo, cuoricino);
  2. vezzeggiativi, quando implicano che una persona, un animale, una cosa suscitino simpatia, affetto, tenerezza grazie alla loro piccolezza e mediante l’utilizzo dei suffissi –uccio, -olo, -acchiotto (reuccio, figliolo, lupacchiotto);
  3. accrescitivi, quando si riferiscono a persone, animali o cose più grandi del normale e si formano mediante il suffisso –one (questo suffisso applicato ai sostantivi femminili li fa divenire maschili come tavola/tavolone) –ona –accione (ragazzone, ragazzona, gattone, palazzone, librone, omaccione);
  4. dispregiativi, quando trasmettono un giudizio di disprezzo, antipatia verso persone, animali o cose per una loro caratteristica fisica o morale negativa, mediante i suffissi –accio, -astro, – ucolo, -uncolo, -ercolo, -iciattolo (ragazzaccio, poetastro, avvocatucolo, ladruncolo, libercolo, vermiciattolo).

Non è sempre facile distinguere nettamente il valore dei suffissi indicati. Ad esempio, il suffisso –ino contiene sia l’idea del diminutivo sia quella del vezzeggiativo: cagnolino può indicare, infatti, sia un piccolo cane sia un cane che suscita tenerezza, simpatia, affetto (a dire il vero, in rari casi, anche rabbia “Tenga il suo cagnolino lontano da me” dice il corridore attaccato alla caviglia dal mini-cane rognoso di turno durante la sua corsa).
Alle volte i nomi alterati presentano più suffissi come in tavol-in-etto, bors-ett-ina, fior-ell-ino.
Possono essere alterati anche i nomi di persona, come Carletto, Paolino, Stefanuccio, Rosina, Peppino.
Attenzione ai cosiddetti falsi alterati: è chiaro che una “focaccia” non è una foca brutta ma una specialità culinaria particolarmente grassa e gustosa, il “burrone” non è un grande burro, fonte grandiosa di colesterolo e grassi animali, bensì un declivio improvviso che causa anche la “burronite” (nome derivato femminile, indicante la paura tremenda dei burroni), “bottino” non è una piccola botte, così come non deriva da essa “bottone”, “canino” è un dente e non uno di quei cani isterici piccolini, il “lampone” non ha niente a che vedere con i temporali, “limone” è un agrume e non una lima grande, “mulino” non è un mulo piccolo, così come nemmeno “muletto”, “tacchino” non è un tacco modesto ma un’ottima base per il pranzo del giorno del Ringraziamento, “tifone” non è il tifo degli ultras ma un evento atmosferico, “torrone” non è purtroppo una grande torre ma la prima fonte di pannicoli adiposi post natalizi, “rapina” non è una rapa piccola ma qualcosa di più grave e fastidioso (la rapa rossa è un’ottima fonte di ferro in forma vegetale e stimola l’emopoiesi, migliorando le prestazioni sportive, la rapina no, salvo che il ladro la usi come allenamento di velocità).

Un ultimo approfondimento riguarda i nomi composti, quelli formati dall’unione di più parole come arcobaleno, pianoforte, salvagente, doposcuola.

Arco (nome) + baleno (nome)
Piano (aggettivo) + forte (aggettivo)
Salva (verbo) + gente (nome)
Dopo (preposizione) + scuola (nome)

Come si può notare, le combinazioni sono molteplici, ma risulta utile analizzarle perché influiscono sulla formazione del plurale. Si ricordi comunque che esistono numerose eccezioni, per cui è sempre consigliato, in caso di dubbio, la consultazione del dizionario che riporta il plurale di tutti i nomi composti.

Parole componentiEsempiFormazione del plurale
Nome + nomeArco+baleno =
arcobaleno
Pesce+spada =
pescespada

Gli arcobaleni: se i due nomi sono dello stesso genere, si volge al plurale il secondo nome

I pescispada: se i due nomi sono di genere diverso, si volge al plurale il primo nome

ECCEZIONE: la ferrovia = le ferrovie

Nome + aggettivoCassa+forte =
cassaforte

Le casseforti: si volgono al plurale sia il nome sia l’aggettivo

ECCEZIONI: il palcoscenico = i palcoscenici, il pellerossa = i pellirosse/ i pellerossa

Aggettivo + nomeFranco+bollo =
francobollo

I francobolli: si volge al plurale solo il nome

ECCEZIONI: la mezzaluna = le mezzelune

La mezzanotte = le mezzenotti

Il purosangue = i purosangue

Aggettivo + aggettivoPiano+forte =
pianoforte
I pianoforti: si volge al plurale il secondo aggettivo
Verbo + nome maschile singolarePassa+porto =
passaporto
I passaporti: si volge al plurale il nome
Verbo + nome femminile singolarePorta+cenere =
portacenere
I portacenere: al plurale restano invariati
Verbo + nome pluraleTaglia+carte =
tagliacarte
I tagliacarte: al plurale restano invariati
Verbo + verboSali+scendi =
saliscendi
I saliscendi: al plurale restano invariati
Verbo + avverbioButta+fuori =
buttafuori
I buttafuori: al plurale restano invariati
Avverbio + verboBen+servito =
benservito
I benservito: al plurale restano invariati
Avverbio + aggettivoSempre+verde =
sempreverde
I sempreverdi: si volge al plurale l’aggettivo
Preposizione + nome maschileSopra+mobile =
soprammobile
I soprammobili: si volge al plurale il nome
Preposizione + nome femminileSotto+scala =
sottoscala
I sottoscala: al plurale rimangono invariati
Nome + preposizione + nomeFido+di+India =
ficodindiaPomo+di+oro =
pomodoro
I fichidindia, i pomodori: formano il plurale in modo vario, volgendo al plurale a volte il primo nome, a volte il secondo
Nomi composti di più paroleNon+ti+scordar+di+me = nontiscordardime
Ben+di+Dio=bendidio
I nontiscordardimé, i bendidio: questi nomi e simili al plurale restano invariati

Tra i nomi composti, un caso a sé è rappresentato dai nomi contenenti la parola “capo” (capogiro, capoverso, capoclasse). Per quanto riguarda la formazione del plurale, non esiste una regola assoluta, si comportano in modo vario (altrimenti che “capo” sarebbero?!).
Quando tra il nome “capo” e la parola successiva si possono introdurre le preposizione del, della, si volge al plurale solo il nome capo. Se però il nome composto è di genere femminile, rimane invariato:

maschile
il caporeparto (= capo del reparto) i capireparto

il capoclasse (= capo della classe) i capiclasse

femminile

la capoufficio (= capo dell’ufficio) le capoufficio

la caposala (= capo della sala) le caposala

Quando capo ha funzione di aggettivo (significa cioè “principale, più importante”) si volge generalmente al plurale la seconda parola, sia che si tratti di un nome maschile, sia che si tratti di un nome femminile:

il capocuoco (= cuoco più importante) i capocuochi

la capocuoca (= cuoca più importante) le capocuoche

Dopo questo articolo non temerete più di sfigurare alle conversazioni post prandiali durante le feste con i parenti. Potrete sfoggiare con naturalezza tutti i plurali dei nomi composti di questo mondo, potrete dissertare dell’origine etimologica del panettone e della falsa alterazione del torrone, della derivazione del salame e dei suoi funesti effetti sulle vostre analisi del sangue.

Potrete, infine, regalare a vostra suocera una copia introvabile del DIR, con una dedica speciale: “Prima di parlare, ragiona sulle parole”. Senza offesa, ça va sans dire 🙂 .

Grammarnazi, what else?

Elisa Zafferani

Redattrice
40 anni. Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
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Dolce Marina: Amaro a colori

Rubrica: Vite d’altroquando 
da “umami” di laia jufrasa

Marina Mendoza è magrissima, arriva da Xalapa ma vive a Città del Messico.
È costantemente insoddisfatta dell’atmosfera in casa Amaro, che è casa sua, la prima a destra di Villa Campanaro, quella con il giardino intangibile come tutte le cose che le piacciono.
Marina studia design all’università, questa è la scusa che ha trovato per allontanarsi da suo padre, «un padre che è bello ricordare, non avere», e l’unica materia che le piace è storia dell’arte.

Ha scelto casa Amaro per il bianco delle pareti.
Quando la vide per la prima volta insieme al proprietario, un antropologo timidamente vedovo, casa Amaro era appena stata ridipinta. Quel bianco nuovo, incollato alle liscie pareti che non davano spazio alle macchie d’umidità del passato, era per lei POSSIBILITÀ.
Biansibile: il colore del bianco possibile, acceso dal sole sulla parete liscia.

Marina inventa colori.

Oltre a inventare colori Marina odia gli sprechi, sposta le piante, trova cose per strada che ammucchia accanto alla porta: una grande M nera salvata dalla discarica, ex insegna di un cinema cittadino, un filo di luci di Natale, fuso, una panca monca, un brontosauro di quaranta centimetri, un cellulare appeso alla finestra, una pianta di aloe che fiorisce per finta grazie ai fiocchetti di tessuto che Marina lega alle foglie.
«Attendo che il brontosauro si arrampichi sull’aloe, che il filo di luci fuso serva alla pianta rampicante e che il cellulare e M facciano amicizia».
Violetticomio: il colore viola dei camici del manicomio dove non sono ancora stata ricoverata.

In casa Amaro Marina vorrebbe dipingere tutti i giorni, imparare a cucinare un riso decente, usare un aerografo, un pirografo, un ferro da stiro, un vibratore. Prima di tutto però le hanno detto che deve imparare a nutrirsi, a riconoscere lo stimolo della fame, l’appetito. Le infermiere le hanno spiegato i sintomi, ma lei è convinta di non averli.
Spesso, mentre a testa in giù sul divano e con le gambe piegate sullo schienale guarda i pantaloni vuoti ammucchiati sulle ginocchia, pensa a tutte le maledette asimmetri e si chiede perché non possa essere tutto grande uguale.
Bianax: luce dura, immaccolata. Bianco futurista. Se fosse una persona andrebbe in giro in camice distribuendo Xanax.

Da un anno Marina cerca di riprodurre il biansibile. Da quando è entrata in casa Amaro non è più tornato. Quello che non sa, invece, è che si ripresenta ogni giorno alla stessa ora, solo che Marina non lo può vedere perché è seduta in un’aula a fare qualcosa che non le interessa.
Quante cose ci perdiamo mentre siamo occupati ad essere occupati?
Giallansia/gialluggia/giallumore: la lucina gialla e angosciante di alcune lampadine.

Marina si offende quando vede qualcuno indossare una maglietta aggressiva. Sa che la violenza genera violenza e lei, per principio, si oppone.
Risentirosso: il colore del sangue finto stampato sulle t-shirt aggressive.

Quando pensa si pianta le mani sui fianchi, alza i gomiti e si curva all’indietro. Marina quando pensa è un mandolino.
Non usa il vetro perché da piccola ha visto suo padre rompere un bicchiere con i denti.
Verdappy: quando qualcuno è in vena di fare scherzi o battute divertenti e diventa di un verde brillante.

Una volta è svenuta davanti ai bambini della classe dove insegnava.
Rosta: il rosa chiaro che resta sotto a una crosta quando si stacca.

Prende lezioni di inglese per capire le canzoni che canta.
Nettrico: il nero illuminato delle grandi città.

Ha ripreso a fumare e arriva a mangiare, di una ciotola intera, ventitré pop-corn.
Giarco: il giallo sporco dei bordi dei marciapiedi.

Vorrebbe essere un contenitore.
Rossido: il rosso delle cose ossidate.

In frigorifero ha dei tupperware che non ha il coraggio di aprire e delle carote.Una l’ha usata per masturbarsi, poi l’ha gettata. Le altre sono diventate vecchie.
Ospitacchio: il verde pistacchiodegli ospedali.
Biancumero: il bianco effimero della schiuma.
Verdatto: il colore del discorso ecologico, verde ricatto.

Self le sembra il nome adatto per parlare di se stessa, le sembra un’altra persona.
Tramontarancio: l’arancio del tramonto.

Il secondo nome di Marina è Dulce.
Marina Dulce, che vive in casa Amaro.
Arcobalzina: Il colore complicato delle macchie di benzina sull’asfalto

…hai presente?

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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