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Autore: Il Grafema

Sei come sei – Melania G. Mazzucco

Ho avuto l’onore di incontrare Melania Mazzucco qualche anno fa, quando ero una sfaccendata liceale; ho letto alcuni suoi libri, e sapevo che non avrebbe deluso le mie aspettative.

Questo libro racconta di una ragazzina diversa dalle altre,  Eva (adoro questo nome, significa vita, e “Vita” è un romanzo della stessa scrittrice) è l’amatissima figlia di due padri, due uomini pazzeschi, Giose e Christian. A causa della prematura scomparsa di quest’ultimo, la famiglia si spezza, trascinando la piccola Eva a vivere con gli zii a Milano e scaraventando Giose in un paesino dimenticato da Dio negli Appennini, raggiunto dalla giovane protagonista in seguito a un brutto incidente.

Padre e figlia, finalmente ricongiunti, affronteranno insieme un viaggio attraverso l’Italia, durante il quale Eva imparerà a conoscersi e a conoscere profondamente le sue radici, il legame tra i suoi padri e i sentimenti, la vera colla delle unioni.

Un romanzo tenero e sentito, che riconosce all’amore il potere su tutto, malgrado le diversità e gli attriti che esso può incontrare nel suo fluire.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Nosce te ipsum

A chi lo consiglio: Per chi vuole conoscersi nel profondo.
Abbinamento suggerito: Latte con curcuma.
Ester-Ventagli

Memorie di un Salbaneo

Redattrice
Mi chiamo Ester, ma scrivo come Memorie di un Salbaneo, cioè come viene chiamato un folletto dispettoso vestito di rosso che infastidiva i contadini, secondo le leggende venete. Per il Grafema Magazine scrivo recensioni di libri.
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Bosco senza fiabe (piccolo delirio del voler tornar bambini)

Robin Hood e i suoi amichetti, tutti appesi per il collo, tra le querce vizze e grigie.

Niente maghi, principi o cavalieri, tutti partiti alla testa di ladri e contadini, poeti ed accattoni. La guerra d'outremer continua e continua e non finisce mai e tutti fagocita.

Dame e principesse lasciano alla polvere ricami e sospiri dalle finestre della torre. Imbracciano le falci tra i campi, i martelli dei fabbri. Invecchiano, cupe e silenziose, stramazzando di fatica.

Tutto si spegne come in un autunno privato del rosso e dei suoi toni da un vampiro dispettoso. Elfi che non sanno più tirar d'arco e cacciare falcidiati dalla fame tra gli alberi ora ostili. Nani minatori, sempre più rintanati nelle montagne, generazione dopo generazione, divoratori di topi e pipistrelli, resi dementi dalla consanguinea intimità.

Suonano soltanto il silenzio e le pietre che si sgretolano nei castelli e nelle fortezze dai grandi camini spenti e freddi, mentre re e regine si nascondo tremanti dalla furia di comparse senza nome di mille favole, rivoluzione a una miseria che non c'era. Rivoluzione che non c'era. Persino le masse, non c'erano mai state prima.

Nessuno, nessuno qui prospera. L'antro malefico nella vecchia palude è rovinato su sé stesso, l'acquitrino seccato e duro, anonimo. L'uomo nero non è più lì, non tormenta e non spaventa più. Emerso anche lui dal bosco col sogno segreto di prosperare in quell'abbandono, ora raccoglie rape per tre pezzi di rame al giorno. La notte, suo vecchio dominio, se li ribeve con gli interessi. Almeno fino a quando continueranno a fargli credito.

Tutto va morendo.

Smettiamo di sognare, di essere un po' bambini, di lasciare una porticina aperta a fate e draghi. Ci diciamo severamente, serenamente, che è tempo di crescere, di lasciare quei mondi a chi bambino lo è ancora. Li lasciamo marcire, marcendo un po' anche noi che li abbiamo creati in ore ed ore di occhi sognanti. Li lasciamo marcire finché non dimentichiamo la strada per tornarci, e riportarvi i colori.

È proprio allora, che cominciamo a desiderarli di nuovo.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Analizzando la sostanza: la struttura del nome

Rubrica: La Grammarnazi

Tra i tanti difetti della Grammarnazi c’è anche il forte attaccamento agli oggetti amati, che molto spesso va oltre il tempo e la comune ragionevolezza. Tra questi cimeli, uno che conserva con particolare amore è il Dizionario di Italiano Ragionato, per gli amici DIR. Uno splendido tomo bianco e azzurro che arriva dai lontani anni Novanta (primo anno di pubblicazione 1988, ora fuori catalogo) e, anche per questo motivo, non contiene vocaboli come tablet o blog, ma ha un fascino meraviglioso. Se cerchi “marea” non lo trovi. Non devi essere così superficiale: vai alla parola mare e, tra i suoi nomi derivati, troverai marea. Certo, ci vuole un po’ di perizia grammaticale in più, ma fa lavorare il cervello e, di questi tempi, non credo sia proprio una cattiva idea. Nelle sue descrizioni, inoltre, si trovano frequenti disquisizioni etimologiche, che consentono di fissare meglio nella memoria l’origine e il significato vero delle parole. Se foste così bravi e fortunati a trovarlo, ve lo consiglio vivamente.
Nel frattempo vediamo di prepararci ad utilizzarlo (sia il DIR, sia il cervello 🙂 ).

La struttura del nome (ad esempio “fiore”) è formato dalla radice fior- e dalla desinenza –e, così pure come barca, sale, libro, sono formati rispettivamente dalla radice (barc-, sal-, libr-) e dalla desinenza (-a, -e, -o).
I nomi che non derivano da nessun’altra parola e sono formati in questo modo sono detti nomi primitivi.
Da questi nomi, mediante l’utilizzo di suffissi e di prefissi, si ottengono i nomi derivati che, ancorché collegati al nome primitivo da cui traggono origine, assumono un significato del tutto diverso.
Da “libro” derivano libreria (luogo in cui si vendono libri) e libraio (figura mitologica che vendeva libri e consigliava acquisti agli avventori del suo negozio che profumava di carta, ora quasi del tutto sostituita da negozi virtuali che vogliono farci credere che le recensioni siano meglio del libraio); da “sale” si formano saliera (contenitore per il sale) e salame (carne di maiale tritata e insaccata con molto sale, foriero di cellulite, colesterolo e trigliceridi, machissene, hai presente quanto è buono?!).
Alcuni casi di nomi derivati formati con un prefisso sono disonore (“dis- onor- e”), disorganizzazione (“dis- organizz- azion- e” in questo caso abbiamo sia un prefisso sia un suffisso), sfortuna (“s- fortun- a”), infelice (“in- felic- e”).

Se ai nomi primitivi si aggiungono determinati suffissi, quali –ino, -one, -accio, e tanti altri, si ottengono i cosiddetti nomi alterati che, prendendo origine dal nome primitivo corrispondente, non ne alterano il significato fondamentale ma aggiungono ad esso un’idea relativa a una sua qualità, sia essa la piccolezza o la grandezza (libriccino o librone) o la bruttezza (libraccio) che a volte è più nei contenuti che nell’estetica.

I nomi alterati possono essere:

  1. diminutivi, quando indicano persone, animali o cose più piccole del normale, mediante l’utilizzo dei suffissi –ino, -etto, -ello, -icello, -icciolo, -icino (ragazzino, lupetto, alberello, venticello, fuocherello, porticciolo, cuoricino);
  2. vezzeggiativi, quando implicano che una persona, un animale, una cosa suscitino simpatia, affetto, tenerezza grazie alla loro piccolezza e mediante l’utilizzo dei suffissi –uccio, -olo, -acchiotto (reuccio, figliolo, lupacchiotto);
  3. accrescitivi, quando si riferiscono a persone, animali o cose più grandi del normale e si formano mediante il suffisso –one (questo suffisso applicato ai sostantivi femminili li fa divenire maschili come tavola/tavolone) –ona –accione (ragazzone, ragazzona, gattone, palazzone, librone, omaccione);
  4. dispregiativi, quando trasmettono un giudizio di disprezzo, antipatia verso persone, animali o cose per una loro caratteristica fisica o morale negativa, mediante i suffissi –accio, -astro, - ucolo, -uncolo, -ercolo, -iciattolo (ragazzaccio, poetastro, avvocatucolo, ladruncolo, libercolo, vermiciattolo).

Non è sempre facile distinguere nettamente il valore dei suffissi indicati. Ad esempio, il suffisso –ino contiene sia l’idea del diminutivo sia quella del vezzeggiativo: cagnolino può indicare, infatti, sia un piccolo cane sia un cane che suscita tenerezza, simpatia, affetto (a dire il vero, in rari casi, anche rabbia “Tenga il suo cagnolino lontano da me” dice il corridore attaccato alla caviglia dal mini-cane rognoso di turno durante la sua corsa).
Alle volte i nomi alterati presentano più suffissi come in tavol-in-etto, bors-ett-ina, fior-ell-ino.
Possono essere alterati anche i nomi di persona, come Carletto, Paolino, Stefanuccio, Rosina, Peppino.
Attenzione ai cosiddetti falsi alterati: è chiaro che una “focaccia” non è una foca brutta ma una specialità culinaria particolarmente grassa e gustosa, il “burrone” non è un grande burro, fonte grandiosa di colesterolo e grassi animali, bensì un declivio improvviso che causa anche la “burronite” (nome derivato femminile, indicante la paura tremenda dei burroni), “bottino” non è una piccola botte, così come non deriva da essa “bottone”, “canino” è un dente e non uno di quei cani isterici piccolini, il “lampone” non ha niente a che vedere con i temporali, “limone” è un agrume e non una lima grande, “mulino” non è un mulo piccolo, così come nemmeno “muletto”, “tacchino” non è un tacco modesto ma un’ottima base per il pranzo del giorno del Ringraziamento, “tifone” non è il tifo degli ultras ma un evento atmosferico, “torrone” non è purtroppo una grande torre ma la prima fonte di pannicoli adiposi post natalizi, “rapina” non è una rapa piccola ma qualcosa di più grave e fastidioso (la rapa rossa è un’ottima fonte di ferro in forma vegetale e stimola l’emopoiesi, migliorando le prestazioni sportive, la rapina no, salvo che il ladro la usi come allenamento di velocità).

Un ultimo approfondimento riguarda i nomi composti, quelli formati dall’unione di più parole come arcobaleno, pianoforte, salvagente, doposcuola.

Arco (nome) + baleno (nome)
Piano (aggettivo) + forte (aggettivo)
Salva (verbo) + gente (nome)
Dopo (preposizione) + scuola (nome)

Come si può notare, le combinazioni sono molteplici, ma risulta utile analizzarle perché influiscono sulla formazione del plurale. Si ricordi comunque che esistono numerose eccezioni, per cui è sempre consigliato, in caso di dubbio, la consultazione del dizionario che riporta il plurale di tutti i nomi composti.

Parole componentiEsempiFormazione del plurale
Nome + nomeArco+baleno =
arcobaleno
Pesce+spada =
pescespada

Gli arcobaleni: se i due nomi sono dello stesso genere, si volge al plurale il secondo nome

I pescispada: se i due nomi sono di genere diverso, si volge al plurale il primo nome

ECCEZIONE: la ferrovia = le ferrovie

Nome + aggettivoCassa+forte =
cassaforte

Le casseforti: si volgono al plurale sia il nome sia l’aggettivo

ECCEZIONI: il palcoscenico = i palcoscenici, il pellerossa = i pellirosse/ i pellerossa

Aggettivo + nomeFranco+bollo =
francobollo

I francobolli: si volge al plurale solo il nome

ECCEZIONI: la mezzaluna = le mezzelune

La mezzanotte = le mezzenotti

Il purosangue = i purosangue

Aggettivo + aggettivoPiano+forte =
pianoforte
I pianoforti: si volge al plurale il secondo aggettivo
Verbo + nome maschile singolarePassa+porto =
passaporto
I passaporti: si volge al plurale il nome
Verbo + nome femminile singolarePorta+cenere =
portacenere
I portacenere: al plurale restano invariati
Verbo + nome pluraleTaglia+carte =
tagliacarte
I tagliacarte: al plurale restano invariati
Verbo + verboSali+scendi =
saliscendi
I saliscendi: al plurale restano invariati
Verbo + avverbioButta+fuori =
buttafuori
I buttafuori: al plurale restano invariati
Avverbio + verboBen+servito =
benservito
I benservito: al plurale restano invariati
Avverbio + aggettivoSempre+verde =
sempreverde
I sempreverdi: si volge al plurale l’aggettivo
Preposizione + nome maschileSopra+mobile =
soprammobile
I soprammobili: si volge al plurale il nome
Preposizione + nome femminileSotto+scala =
sottoscala
I sottoscala: al plurale rimangono invariati
Nome + preposizione + nomeFido+di+India =
ficodindiaPomo+di+oro =
pomodoro
I fichidindia, i pomodori: formano il plurale in modo vario, volgendo al plurale a volte il primo nome, a volte il secondo
Nomi composti di più paroleNon+ti+scordar+di+me = nontiscordardime
Ben+di+Dio=bendidio
I nontiscordardimé, i bendidio: questi nomi e simili al plurale restano invariati

Tra i nomi composti, un caso a sé è rappresentato dai nomi contenenti la parola “capo” (capogiro, capoverso, capoclasse). Per quanto riguarda la formazione del plurale, non esiste una regola assoluta, si comportano in modo vario (altrimenti che “capo” sarebbero?!).
Quando tra il nome "capo" e la parola successiva si possono introdurre le preposizione del, della, si volge al plurale solo il nome capo. Se però il nome composto è di genere femminile, rimane invariato:

maschile
il caporeparto (= capo del reparto) i capireparto

il capoclasse (= capo della classe) i capiclasse

femminile

la capoufficio (= capo dell’ufficio) le capoufficio

la caposala (= capo della sala) le caposala

Quando capo ha funzione di aggettivo (significa cioè “principale, più importante”) si volge generalmente al plurale la seconda parola, sia che si tratti di un nome maschile, sia che si tratti di un nome femminile:

il capocuoco (= cuoco più importante) i capocuochi

la capocuoca (= cuoca più importante) le capocuoche

Dopo questo articolo non temerete più di sfigurare alle conversazioni post prandiali durante le feste con i parenti. Potrete sfoggiare con naturalezza tutti i plurali dei nomi composti di questo mondo, potrete dissertare dell’origine etimologica del panettone e della falsa alterazione del torrone, della derivazione del salame e dei suoi funesti effetti sulle vostre analisi del sangue.

Potrete, infine, regalare a vostra suocera una copia introvabile del DIR, con una dedica speciale: “Prima di parlare, ragiona sulle parole”. Senza offesa, ça va sans dire 🙂 .

Grammarnazi, what else?

Elisa-Zafferani

Elisa Zafferani

Redattrice
40 anni. Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
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Dolce Marina: Amaro a colori

Rubrica: Vite d'altroquando 
da "umami" di laia jufrasa

Marina Mendoza è magrissima, arriva da Xalapa ma vive a Città del Messico.
È costantemente insoddisfatta dell'atmosfera in casa Amaro, che è casa sua, la prima a destra di Villa Campanaro, quella con il giardino intangibile come tutte le cose che le piacciono.
Marina studia design all'università, questa è la scusa che ha trovato per allontanarsi da suo padre, «un padre che è bello ricordare, non avere», e l'unica materia che le piace è storia dell'arte.

Ha scelto casa Amaro per il bianco delle pareti.
Quando la vide per la prima volta insieme al proprietario, un antropologo timidamente vedovo, casa Amaro era appena stata ridipinta. Quel bianco nuovo, incollato alle liscie pareti che non davano spazio alle macchie d'umidità del passato, era per lei POSSIBILITÀ.
Biansibile: il colore del bianco possibile, acceso dal sole sulla parete liscia.

Marina inventa colori.

Oltre a inventare colori Marina odia gli sprechi, sposta le piante, trova cose per strada che ammucchia accanto alla porta: una grande M nera salvata dalla discarica, ex insegna di un cinema cittadino, un filo di luci di Natale, fuso, una panca monca, un brontosauro di quaranta centimetri, un cellulare appeso alla finestra, una pianta di aloe che fiorisce per finta grazie ai fiocchetti di tessuto che Marina lega alle foglie.
«Attendo che il brontosauro si arrampichi sull'aloe, che il filo di luci fuso serva alla pianta rampicante e che il cellulare e M facciano amicizia».
Violetticomio: il colore viola dei camici del manicomio dove non sono ancora stata ricoverata.

In casa Amaro Marina vorrebbe dipingere tutti i giorni, imparare a cucinare un riso decente, usare un aerografo, un pirografo, un ferro da stiro, un vibratore. Prima di tutto però le hanno detto che deve imparare a nutrirsi, a riconoscere lo stimolo della fame, l'appetito. Le infermiere le hanno spiegato i sintomi, ma lei è convinta di non averli.
Spesso, mentre a testa in giù sul divano e con le gambe piegate sullo schienale guarda i pantaloni vuoti ammucchiati sulle ginocchia, pensa a tutte le maledette asimmetri e si chiede perché non possa essere tutto grande uguale.
Bianax: luce dura, immaccolata. Bianco futurista. Se fosse una persona andrebbe in giro in camice distribuendo Xanax.

Da un anno Marina cerca di riprodurre il biansibile. Da quando è entrata in casa Amaro non è più tornato. Quello che non sa, invece, è che si ripresenta ogni giorno alla stessa ora, solo che Marina non lo può vedere perché è seduta in un'aula a fare qualcosa che non le interessa.
Quante cose ci perdiamo mentre siamo occupati ad essere occupati?
Giallansia/gialluggia/giallumore: la lucina gialla e angosciante di alcune lampadine.

Marina si offende quando vede qualcuno indossare una maglietta aggressiva. Sa che la violenza genera violenza e lei, per principio, si oppone.
Risentirosso: il colore del sangue finto stampato sulle t-shirt aggressive.

Quando pensa si pianta le mani sui fianchi, alza i gomiti e si curva all'indietro. Marina quando pensa è un mandolino.
Non usa il vetro perché da piccola ha visto suo padre rompere un bicchiere con i denti.
Verdappy: quando qualcuno è in vena di fare scherzi o battute divertenti e diventa di un verde brillante.

Una volta è svenuta davanti ai bambini della classe dove insegnava.
Rosta: il rosa chiaro che resta sotto a una crosta quando si stacca.

Prende lezioni di inglese per capire le canzoni che canta.
Nettrico: il nero illuminato delle grandi città.

Ha ripreso a fumare e arriva a mangiare, di una ciotola intera, ventitré pop-corn.
Giarco: il giallo sporco dei bordi dei marciapiedi.

Vorrebbe essere un contenitore.
Rossido: il rosso delle cose ossidate.

In frigorifero ha dei tupperware che non ha il coraggio di aprire e delle carote.Una l'ha usata per masturbarsi, poi l'ha gettata. Le altre sono diventate vecchie.
Ospitacchio: il verde pistacchiodegli ospedali.
Biancumero: il bianco effimero della schiuma.
Verdatto: il colore del discorso ecologico, verde ricatto.

Self le sembra il nome adatto per parlare di se stessa, le sembra un'altra persona.
Tramontarancio: l'arancio del tramonto.

Il secondo nome di Marina è Dulce.
Marina Dulce, che vive in casa Amaro.
Arcobalzina: Il colore complicato delle macchie di benzina sull'asfalto

...hai presente?

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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Il gatto e la nuvola

Eccolo lì, quel vecchio gattaccio randagio. Al mattino è già lì, ronfante, al confine del minuscolo paese, sul vecchio muro che separa le case dallo strapiombo che dà alle campagne. Chissà dove dorme. Chissà dove, e soprattutto quando, mangia. Se ne sta lì tutto il giorno, eppure è rotondo. Certo è soddisfatto, come solo un gatto libero di lungo corso sa essere.

Pare che passi il suo tempo a guardare il cielo. Non è così. Non è esattamente così. Se stiamo più attenti, ci accorgiamo che osserva una piccola nuvola. A volte è un po' più tonda e compatta, altre più lunga e stracciata, ma è proprio sempre la stessa nuvola, ogni giorno.

La nuvola, dal canto suo, sembra proprio lusingata da tutta quell'attenzione. Proprio lei, piccola e comune tra milioni di sorelle maestose, alte nel cielo, ha trovato un pubblico così attento. Ha trovato un amico.

Ci fosse Rodari, saprebbe ascoltarli e riferirci le storie meravigliose che quei due si raccontano. Ma noi, piccoli osservatori curiosi, possiamo solo guardare e, forse, immaginare.

I giorni passano e passano e sembrano tutti uguali, nel sonnacchioso villaggio, mentre l'estate incurante completa il suo viaggio. Ogni giorno il gatto è lì, a guardare in alto. Anche la nuvola è lì, ogni giorno con qualcosa di nuovo per il suo amico affezionato. Una corsa su un vento fresco d'alta quota, una forma strana che forse il gatto indovinerà, un giocare a far piccolo il sole, coprendolo per un attimo. Arriva la sera e i due amici si salutano silenziosi e chissà dove vanno, a passare la notte.

L'estate ha finito la sua strada. Venti freddi e mandrie di sciocche nubi basse e grigie tengono lontana la nuvola dal suo amico. Quando finalmente torna, il muretto è vuoto, il gatto non c'è. E nemmeno il giorno dopo. E nemmeno quello dopo ancora. La nuvola, che durante la loro estate l'ha sempre trovato lì, si agita, prende forme strane e nervose, si mette a cercarlo per tutta la campagna. I vecchi del paesello, osservando quella nuvola che si muove infischiandosene dei venti, scuotono la testa e annunciano tempesta.

Cerca e cerca, alla fine trova il suo amico. È lì, nella campagna, chino tra i trifogli. Se n'è andato contento e soddisfatto, come ha sempre vissuto, con l'ultimo topo degli infiniti che ha acchiappato a riempirgli la pancia. Non avrebbe desiderato nulla di meglio, ma la sua amica non lo sa, nuvole e gatti non si capiscono fino in fondo. E lei, la nostra nuvola d'estate bianca e soffice, soffre per aver perso il suo compagno di giochi. Si gonfia e si gonfia e diventa grigia e diventa nera.

L'aria si ferma e lei si scioglie in pioggia. Piange e piange sul suo amico finché la terra si rivolta e copre entrambi, portando con sé una piccola ghianda matura.

Passa l'autunno e passa l'inverno. A primavera il paese è ancora lì e sembra sempre uguale a sé stesso.

Se però guardiamo bene, affacciandoci da quel muro che separa il villaggio dalle campagne, vediamo una giovane quercia che cresce in fretta. Una quercia che è un po' la nostra nuvola e un po' il nostro libero gattone. Crescerà e crescerà e rimarrà lì per tanto tempo. Tanto tempo, come è dato solo ai frutti degli incontri più insoliti e più belli.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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N. 12 – Il giardino fossile

Rubrica: Cronache dal Cantiere

Dai calcinacci spunta un ramo di rosa. Prima dei lavori in un'aiuola c'erano degli arbusti e dei fiori, poi hanno avuto il sopravvento le ferraglie, le tavole da muratore e i detriti del cantiere. Pazienza, ci sono prezzi che vanno pagati. Abbiamo pulito tutto e ci siamo rassegnati a ripartire da zero.

Con la primavera sono comparsi i narcisi, profumati, belli, a ceppi. Poi lunghi fusti di pervinca con fiori azzurro violetti e iris blu con cui da bambini disegnavamo usandoli come inchiostro. E ancora rose, hanno riformato cespugli, non boccioli comuni ma dalla forma allargata di colore rosa antico e un profumo penetrante, dolce, potente. In una situazione così favorevole anche due arbusti di ibisco hanno messo foglie nuove e fiori celeste pallido.

Il giardino fossile è rinato così, da solo, senza nessuna clonazione, manipolazione transgenica o riproduzione in vitro del DNA. Senza fare niente, quasi da rimanerci male. Eppure io una sensazione simile l'avevo già provata, mi ero già chiesto se per la natura l'opera dell'uomo sia 'Irrilevanza o follia'.

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Massimo-Rastelli

Massimo Rastelli

Redattore
Sono nato nel 1958 a San Marino. La passione per la scrittura è riaffiorata in me da adulto, anche se l’ho sempre avuta in modalità silenziosa.
La mia rubrica è Cronache dal Cantiere.
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Sei Afrodite

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

Sei Afrodite che le aurore coniugali
si provano a sbiadire e invece dura
nelle gambe, nella schiena, nell’odore
(quello più di tutto) buono
delle tue acque di dea
e del tuo fieno.
So bene che Aurea, Callipigia
sono ormai nomi di molte;
mammellute che pullulano
con la loro dotazione
d’anagrafe e boccucce
neanche fossero frecce queste
con cui Eros può appiccare il fuoco.
Ma so altrettanto chi è per me l’Anadiomène,
l’unica, la Citerea, e la studio posarsi
anche adesso
sulla sedia, spostare il peso
sui glutei, sulle cosce, chinarsi,
schiudermi e chiudere le baie, aprire
le ali e ripiegarle in un invito
che nemmeno sa di fare.
Così mi cresce la sete guardandoti
e il timore insieme di non poterti bere
e la sete e il timore e la sete
che spaventa e il timore che mi asseta
finché bruciare al tuo contatto
non resta l’unica cosa di cui m’importa
in terra.

 

Ivano Ferrari

Bibbia-d'asfalto

Bibbia d'Asfalto

Redattore
è un collettivo di poeti nato nel 2012, attivo sui social con un blog e un gruppo Facebook (che conta oltre 2000 iscritti). La rubrica curata è Poesia urbana e autostradale.
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Non guardarmi così

C’è un uomo che mi fissa mentre sto facendo la doccia. Ha il volto di profilo, ma io so che, con la coda dell’occhio, mi fissa. Che imbarazzo. Non so però se ha capito che mi sono accorta dei suoi sguardi, il vetro non è del tutto nitido, per fortuna. Mi copro con la schiuma, per quanto posso, e fisso il pavimento cercando di scomparire. Mi riesce bene la cosa, scomparire intendo, ma questa volta è di una doccia che stiamo parlando: dentro la confezione del bagnoschiuma non ci sto. Sparire dai ricordi delle persone, sì, questo lo so fare, però davvero ora non so come potermi togliere dalla visuale di quel tizio. Ma chi è?
Odio essere fissata. Le persone, quando ti fissano, è perché ti studiano. Osservano i tuoi movimenti, cercando di capire qualcosa di te, ti mettono alla prova. E io ora, nuda di ogni filtro, devo sorreggere lo sguardo di uno sconosciuto – un attimo che gli correggo un po’ il naso, non mi piace così, troppo aquilino – che per la prima volta mi guarda e vuole farsi un’idea di me. Come può nel tempo di una doccia, se nemmeno io, in tanti anni, ho finito di conoscermi?
L’acqua bollente mi riga la faccia di un color paonazzo, la sento andare a fuoco, ma la lascio fare. Il vapore sbatte sul soffitto, fa caldo qui dentro e lui non molla. Mi guarda con la puzza sotto al naso – ora molto meglio di prima – e mi domando cosa mai potrà passargli per la mente. Mi troverà ridicola? In effetti, potrei esserlo, con l’alone di mascara che cola dagli occhi, per la poca voglia di togliermi il trucco.
Mi risciacquo con cura i capelli mentre penso a come liberarmi di lui. Ho l’impressione che, se glielo chiedessi, seppur con gentilezza, non servirebbe a nulla. Mi fissa spavaldo, mi rimprovera.
“Lo so che sono in ritardo, la smetta” gli dico, o penso; mi viene il dubbio.
Devo in qualche modo uscire dalla doccia e liberarmi di lui, o finirò per sciogliermi con tutto questo caldo. Mi guarda come io mi guarderei, con lo stesso fare severo di chi non trova interessante quel che ha davanti. «Scusi» ora glielo dico: «Se permette, preferirei dirmelo da sola che devo perdere qualche chilo. E per la cronaca, può anche girarsi dall’altra parte».
Ma che fa, ride? Questo è troppo.
Prendo la cornetta della doccia e gliela punto contro. Addio: l’acqua, offesa quanto me, porta via il capello appiccicato sul vetro e così anche la sagoma di quell’uomo.

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Serena-Menghi

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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Così è la vita. Imparare a dirsi addio – Concita De Gregorio

I bambini sanno essere incredibilmente diretti. Le loro considerazioni così lucide, precise e definite hanno sugli adulti l'effetto di una torcia puntata dritta negli occhi.
Stordiscono.

Ora che so tutto su come si sono estinti i dinosauri posso sapere anche com'è morto mio nonno?
A quanti anni si muore?
Ma si muore per sempre?
Mamma, per favore, potrei morire prima io di te?
Ma la bomba atomica uccide tutti insieme in un colpo? Ma così, anche adesso, prima di colazione?

Così è la vita. Imparare a dirsi addio non risponde a queste domande, ma racconta che farlo è possibile. È possibile mantenere la delicatezza e la semplicità di un bambino pur affrontando temi seri e profondi, anzi, è proprio quando facciamo della semplicità e della delicatezza due pilastri che riusciamo a spiegare anche le cose inspiegabili.

«Il mio papà mi ha insegnato a piantare i bulbi dei fiori a testa in su, così ogni anno fioriscono. E siccome lui è morto ma io i bulbi li pianto e fioriscono ancora, allora non è per niente andato sulle nuvole. È andato nei fiori» dice Carmen, che ha sette anni.

Ecco. Questo è Così è la vita.
Concita De Gregorio, con la brillantezza, l'intelligenza e il senso di bellezza che caratterizzano lei e tutti i suoi lavori, tratta in questa inchiesta narrativa alcuni tabù del nostro tempo: la morte, la vecchiaia, la malattia, i funerali. Perché non c'è peggior angoscia del silenzio e dell'indifferenza, e non c'è miglior rimedio della condivisione per trasformare delle cadute in momenti di crescita, in allegria, in pienezza. Parla di una società ammalata di giovinezza.

Potrebbe sembrare un libro-macigno, è in realtà una piuma. E Concita è una farfalla che si appoggia delicata su tutto quello che fa male.

Nella prefazione ci sgrida, ma lo fa giocando d'astuzia, usando l'ironia. Dal primo capitolo il tono cambia e inizia un susseguirsi di cose belle, di esperienze personali, di racconti, di brevi pensieri condivisi. Parole semplici e umili accompagnano storie delicate e forti.

È adatto anche ai lettori poco allenati, a quelli che si stancano in fretta e che non amano i testi lunghi. Facile da leggere, ottimo come compagno di viaggio o come regalo di Natale.
Attenzione però! provoca sì sorrisi, ma anche riflessioni e lacrime, soprattutto agli animi sensibili.

Cosa mi è piaciuto
L'alieno
Zia Elvira (che presento qui)
Come mi sono sentita dopo averlo letto

Cosa non mi è piaciuto
Come mi sono sentita di fronte alla realtà

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5
Frase distintiva: Sorgenti di luce e fiori che sbocciano.

A chi lo consiglio: A chi ama la bellezza
a chi ha voglia di una penna intelligente
a chi sta affrontando un lutto, un'assenza
a chi è arrabbiato e a chi è felice
ai genitori

Abbinamento suggerito: Latte di unicorno (insieme a un bambino)

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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Black Friday, la sfiga non fa sconti

Rubrica: Penna Ridens

Mi alzo in questo fantastico venerdì di non lavoro. Sì, mi sono preso una giornata di stacco e mi attende un gran bel programma: la mattina devo fare una salto a casa di una nuova amica e nel pomeriggio ho un colloquio per un posto di lavoro molto interessante. Bella vita oggi! E chi mi ammazza?
La radio non fa altro che ricordare che oggi è il Black Friday e ci sono sconti su sconti ovunque.
È un vero e proprio bombardamento mediatico, vabbè e allora?
Parto già tutto elegante da casa. Ho un outfit di tutto rispetto con tanto di giacca, camicia chic e poi, da vero ottimista, dei boxer neri coi fenicotteri rosa che spero di riuscire a sfoggiare al momento giusto. Ah, ah, uhm, chissà…
È presto e decido di fare un salto veloce al centro commerciale a pochi chilometri da casa, almeno per stare al passo coi tempi e vedere da vicino ‘sto friday! Ormai sono curioso. Quando arrivo, trovo un casino pazzesco. Gente agitata in fila ovunque e cartelli di sconti in ogni dove. Quando si arriva a parlare di occasioni, di prezzi scontati sugli sconti, mi perdo, non ce la posso fare e scappo.
Mentre sto cercando di capire quanta roba ho in tasca a un certo punto le chiavi dell'auto mi scivolano via dalle mani e mi cascano sulla grata metallica sotto di me, finendo cinque metri più sotto in uno di quegli angoli inutili cementati dei sotterranei del centro commerciale. Ma porc…putt...! E poi dentro l’auto ho anche il celluare, ovvero navigatore, come faccio ad arrivare dalla mia amica ora?! Ma porc…beep, beep, beep (tradotto mannaggia la pupazza). Il neurone mi dà uno stimolo “guarda che hai l’indirizzo della tipa anche scritto in un biglietto nel portafoglio, genio”! È vero! Ci guardo, eccolo: via Verdi, 82. Bene stiamo calmi ora, più o meno so dov’è la zona, ci posso e ci devo arrivare a piedi. Idem per il colloquio non è lontano da qui. Per le chiavi dell’auto pazienza, ne ho una copia a casa e perlomeno le chiavi di casa ce le ho ancora in tasca. Dai, tutto sommato nella sfiga poteva andare anche peggio. Ce la posso fare, vai pensa positivo Frank!

Missione 1: andare dalla mia amica. Si tratta di una ragazza che mi hanno presentato degli amici, separata da un po’, siamo usciti qualche volta, la cosa sembra andare bene e oggi mi ha invitato ad andare da lei. Uhm promette bene, non penso mi abbia invitato per montare delle mensole o sistemarle il lavandino con la scusa che è sola. O almeno ci spero.
Dopo dieci minuti a piedi dovrei esserci più o meno. Vedo un tipo a lato della strada intento a trafficare attorno al suo furgoncino con la scritta ‘Mario l’aggiustatutto, elettricista e non solo’. Mi avvicino.
«Mi scusi...»
«Sì?»
Ora lo vedo ben bene. È gigantesco, un incrocio fra un muletto (carrello elevatore) e un orso bruno: 1 metro e 90, due spalle come il cofano di una 127 special, braccia come tronchi e la barba anche sulla fronte. Deglutisco, sono un pelo in soggezione: «mi sa dire come dov’è via verdi? Non dovrebbe essere lontano mi pare».
«Certo sono della zona! Allora guardi vada dritto, poi prende la prima a sinistra…ecc.»
«Grazie mille».
«Non c’è di che si figuri».
Devo dire che, nonostante l’aspetto burbero, è una persona molto gentile e accomodante. Certo, sicuramente non è il caso di farlo arrabbiare, mamma mia! Uno così ti ammazza con un dito, ti trita nel caso respirassi ancora e ti vende su e-bay come cibo per cani!
Proseguo tutto allegro e arrivo finalmente dalla mia amica, suono e salgo al terzo piano. Passiamo un quarto d’ora a fare delle chiacchere di rito piacevoli e per così dire preparatorie, poi mi mostra le sue intenzioni, alquanto bellicose. Ah che bello, ci speravo. Siamo in camera e ho appena iniziato a spogliarmi, ma non sono ancora arrivato ai fenicotteri, quando suona il campanello.
«Scusa Frank, vedo chi è che rompe le scatole e torno subito».
«Ok, nessun problema». Dopo 15 secondi mi corre incontro tutta impanicata: «è Mario, mio marito, ha dimenticato le chiavi di casa e il cellulare. Sta salendo devi andare via subito!»
«Ma non eri separata?»
«Sì… e no, poi ti spiego, non c’è tempo».
«Ma come poi ti spiego?»
Aspetta, aspetta. Ho un dubbio atroce… Mario? «Ma chi l’aggiustatutto?»
«Sì lo conosci?»
«Ma cazzarola... sei la moglie di Mazinga?!»
Ma porca putt… sono già morto!
«Ascoltami bene e vivrai, esci dalla finestra e cammina su questa tettoia, poi devi fare un piccolo salto nel mio terrazzo qua sotto, vai a destra, scavalca il muretto e vai nel terrazzo del vicino che oggi non è in casa e da lì trovi una scala che ti porta in giardino, ok?»
«Ok» rispondo ma in realtà “ok sta cippa!” Questa è organizzata, qualcosa mi dice che non sono il primo a usare questa via di fuga.
Ho le palpitazioni, la pressione schizza a 240/180 e mi tremano le gambe, in poche parole me la sto facendo addosso. Fatti coraggio Frank, segui le indicazioni e scappa. Scappa sì, ma non ho il controllo del mio corpo. Vado per uscire sul tetto passando dalla finestra e inciampo subito, rotolo giù per i coppi trascinandomi dietro il vaso sul davanzale, pesantissimo, che inizia a rotolare con me. Nel panico urlo come un maiale al macello. Mi fermo appena in tempo. Il vaso invece prende velocità, schizza via e con l’effetto trampolino del tetto finisce dritto nel vuoto come un proiettile.
Nooo! Ma avrò ucciso qualcuno? Salto giù dalla tettoia e guardo veloce di sotto. Il vaso ha sfondato un lucernario al piano terra, ma non vedo sangue per fortuna.
«Ehi!» È la mia ex amica che mi chiama.
«Oh, tieni questo, vai, scusa, ciao!» Mi lancia un fagotto fatto con la mia giacca (da 200 euro) e le scarpe. Mi fa anche il segno della cornetta con la mano come per dire ‘ci sentiamo eh?’.
Poi blinda la finestra della grande fuga in un istante. “Come no, contaci guarda, ti chiamo domani” penso.
Danni accertati: sbrago di un paio di centimetri nella chiappa destra dei pantaloni fighetti, un gomito scorticato con annesso strappo di camicia. Tutto sommato va bene, sempre meglio che la morte certa.
Mi rivesto del tutto, salto nel terrazzo del vicino come da programma, scendo e alla fine sono in salvo. Wow! Che sollievo.
Me ne sto andando finalmente, quando vedo un gruppetto di persone tutte preoccupate che guardano proprio in direzione del lucernario rotto. Mah?!
Stanno accorrendo altri curiosi e uno mi dice: «ma cos’è successo?»
Io, ancora tutto sconvolto, rispondo di getto ingenuamente: «Boh. Non lo so, sono appena arrivato».
Risponde un cittadino informato e attento: «abbiamo sentito un gran urlo di una persona, un uomo come terrorizzato e poi una gran botta! Nessuno ha visto niente, secondo me di sicuro è uno che si è suicidato e cadendo ha sfondato il tetto della casa al piano terra. Mi sembra di vedere il lucernario rotto!ۛ»
“Toh! Tie’, gufo maledetto!” Faccio le corna di nascosto. Rispondo per educazione:
«Chissà spero che si sbagli, ma magari era un poveraccio in preda a una delusione amorosa, poi guardi anche le donne di oggi… lasciamo perdere, buona giornata!»

Missione 2: andare al colloquio.
Mi dirigo verso il mega complesso multi aziendale dove sono atteso per il mio importante incontro. È una società seria, una gran bella occasione e non posso sbagliare. Vediamo di raddrizzare sta giornata. Su, animo!
Inizio ad accusare un pelo la fatica. In effetti, ho avuto una mattina intensa, è da un po’ che cammino, non ho pranzato e sono anche sudaticcio, ma non mollo. Ormai la giornata può solo migliorare, no?! Finalmente sono quasi arrivato, giro a destra, imbocco un vicolo e… tac!
La più grande cacca mai vista sulla strada e io ci affondo dentro il mocassino lucido! Nooo! Ma cos’è sto schifo?! Ma ci sono le mucche per la strada come in India?! Ma chi è che va in giro col cavallo in pieno centro?! Chi dice che porta fortuna è perché non ne ha mai presa una così!
Non vorrei fare la vittima ma… tutte a me oggi?!
Resoconto: ho una giacca stropicciata che sembra uscita da un tamponamento in tangenziale, un gomito sanguinolento, una chiappa areata, un’ascella commossa che inizia a dire la sua e del DNA di una bestia sconosciuta ma sicuramente grossa, sotto la scarpa.
Bene, non so, c’è dell’altro mi chiedo? Mi devo aspettare un meteorite sulla coppa oppure un’invasione di cavallette?
Vabbè, faccio quello che posso con l’erba del primo prato che incontro e con i fazzoletti a disposizione. Tutto sommato credo di aver fatto un buon lavoro. Comunque ci sarà pure un bagno dove posso darmi una sistemata in quel palazzone di uffici, no?
Arrivo all’edificio, l’azienda del colloquio si trova al settimo piano. Prendo l’ascensore e mi ritrovo come unico compagno di viaggio un mite vecchietto dall’aria rassicurante. Come iniziamo a salire mi rendo conto di non aver calcolato l’effetto “stagno” dell’ascensore. L’ambiente si satura subito degli aromi balsamici provenienti dal mocassino “incidentato” e non perfettamente sterilizzato. L’ascella poi dà quel retrogusto di nonsoché in più. L’aria è irrespirabile ma il mio anziano compagno sembra indifferente, credo abbia l’olfatto un po’ fiacco per fortuna.
Secondo piano. L’ascensore si ferma. Entra una super donna attraente ed elegantissima con l’aria impettita, probabilmente una manager o simile. Anche lei sale.
Noo, che vergogna. Come si chiudono le porte le scappa un matematico «uhmmm» che dal tono che usa tradotto vuol dire: “che è sta puzza e chi è lo schifoso di turno?” Poi si volta in slow motion con sguardo distinto ma accusatorio. Ho solo una possibilità: depistaggio spinto. Funziona sempre. Assumo anch’io un’espressione schifata ai massimi livelli e caccio un paio di occhiate di sdegno al mite anziano. Poi la guardo come per dire “be’ che ci vuoi fare? Poverino”. Sono veramente una brutta persona!
Lui continua a guardare in basso e non si accorge di niente. Dentro di me spero tanto che sia diretto all’INPS, al nono piano, così mi copre per tutto il tragitto. In effetti mi copre alla grandissima. Esco dall’ascensore al settimo piano con gli altri due ancora dentro, li saluto educatamente, sorrido alla manager e le rivolgo uno sguardo di solidarietà che dice “mi dispiace resista ancora un po’”.
Lei ricambia con un sorriso di cortesia, che dolce.
Vedo un bagno per i visitatori e mi ci fiondo dentro. Cerco di sistemarmi al meglio per quello che posso, ma insomma non sono forse il top della presentabilità, sono un po’ sciupatello.
Mi presento e finalmente arriva il mio turno.
«Salve, se preferisce si tolga pure la giacca è piuttosto caldo qua dentro».
«No guardi, la ringrazio ma sto bene così».
È un caldo della miseria ma col cavolo che me la tolgo. Sarà stropicciata da morire, ma mi copre il gomito e la chiappa incidentati. Il colloquio prosegue normalmente, anzi direi che va abbastanza bene. In fondo sarà pure passata tutta ‘sta iella no?
Finisce il colloquio e mi alzo per salutare gli esaminatori e nel farlo non mi accorgo subito che mi è scivolato dalla tasca il portafogli, finendo per terra.
«Guardi le è caduto qualcosa dalla tasca».
«Oh che sbadato, la ringrazio».
Vado spontaneamente per chinarmi a raccoglierlo, dando le spalle alla commissione, quando sento un improvviso «oooh» di sgomento puro. Finalmente ho trovato il modo di sfoggiare i miei bellissimi fenicotteri rosa attraverso la finestra sul culo, per un attimo indifeso dalla giacca. Molto bene! Che figura di …! Non ci provo neanche a salvare la situazione, non è possibile. Mi rialzo dignitosamente e saluto tutti.
«Le faremo sapere, grazie». Non credo proprio, comunque ringrazio.
Commenti a porte chiuse: «Profilo interessante questo Sig. Calamaio, tutto sommato. A parte che sembrava un po’ in disordine e con una giacca orrenda, ha un bel curriculum… peccato per i fenicotteri!» Un solo secondo di silenzio poi gli esaminatori si guardano fra loro e… cedono. Scoppia una grassissima risata che attraversa i muri, passa dal mio orgoglio ferito e arriva fino all’INPS e al mio amico ‘puzzone’!

Sono distrutto da questa giornata. Il morale è a terra. Torno a casa, sempre a piedi ovviamente.
Mi guardo intorno per vedere se c’è una telecamera da qualche parte. Niente.
Che sia semplicemente vittima di una fantastica “candid camera”?! Eh sì, magari!
Nel tragitto vedo l’ennesimo enorme cartello di sconti del Black Friday.
Be’, sicuramente per me è stato un Venerdì Nero, ma di certo la ‘Sfiga’ non fa sconti!

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Frank-Calamaio

Frank Calamaio

Redattore
Fin dalla prima infanzia le tracce di inchiostro trovate nel sangue mi hanno portato a capire una cosa: devo smetterla di ciucciarmi le penne!! E comunque fra un analisi e l’altra mi piaceva scrivere… I miei articoli sul Grafema Magazine sono dedicati alla comicità e la mia rubrica è Penna ridens. Leggi la mia biografia oppure