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Autore: Il Grafema

Untitled

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

Tanto che vibra lingua
che accigliata precipita vecchia grinza
quando si rivela nuova parlata.
Tanto che luce confuta litote sulla carta
che tanto sessile si fa forma
più scorre su piani inclinati per quel futile guanto di seta.
Tanto ch’Eterno sfugge al suo dio.
Tanto che vivido come occhi di celenterato
amo il perpetuo tramestio che sgorga
da’ chiome tue.
Tanto che sangue inizia il viaggio traverso pastoralia
flora d’autunno fiorita di magnetofoni irti di muschi.
Tanto mi sgozza sul’ara di svelte quotidianità
il richiamo del canapè situato allo stipite
che sciaborda subacquea idea semilucente.
Tanto che precipita sciabordio dio sciaborda
sul battello ossuto fluttua rulla tagliando
fasci di lumi.
Tanto che saette taglienti placente mattutine
odorano di cornee di cielo novelle
di strette anabasi sinché non muorsi
pellagrosa fanciulla.
Tanto che scivola battello pericolosamente sobrio
se pur della fine sussurra sotto lo strato d’acqua.
Tanto s’inchina al nuovo mondo l’eterna dolentia
di quelle bianche dita carezzanti vestigia protomeriche
sino a quest’era vero dioscuro in immagini
di lanterne scalze.

 

Mirko Sevetti

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Bibbia-d'asfalto

Bibbia d'Asfalto

Redattore
è un collettivo di poeti nato nel 2012, attivo sui social con un blog e un gruppo Facebook (che conta oltre 2000 iscritti). La rubrica curata è Poesia urbana e autostradale.
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Il cielo in concerto

Nella frenesia dell’esistenza, ci sono momenti che muovono qualcosa dentro, zittiscono.
Limpidi nella notte – con la luna che fa da spettatrice – si tuffano leggeri, i fuochi d’artificio.
Passano attraverso la felpa e danno ritmo al cuore, dimostrando ai fulmini chi comanda davvero.

Poi il silenzio, un respiro.
Arrivano puntuali ogni anno, dopo la tempesta, e la gente – la stessa, un po’ diversa – è lì ad attenderli, in apnea.
Prendimi la mano, stringimi di più. Stai con me per sempre.

Fiori di campo disegnati sull’aria, cascate di diamanti e galassie di colori cancellano il contorno: il presente trionfa.
Il fiato mi manca, gli occhi brillano di un brillante brio. “Brrr, che freddo!”
La forza del suono stordisce la mente e nel buio della spiaggia – come astronauti – viaggiamo.
Spazio e tempo si fanno da parte. Gli occhi perdono l’orientamento in un caleidoscopio di stelle, alberi, fiocchi di neve che sembrano venire verso di noi, ci investono. I piedi affondano dentro sabbia umida, sono tanto piccola, il cielo mi mangia.
Migliaia di nasi fermi all’insù sperano che ogni spiraglio di luce non sia l’ultimo, che non finisca, che non arrivi mai domani. Fermo immagine e sul palco il cielo.

Di più, stringimi di più.

Le strade, i gelatai, i camerieri, i turisti, i bambini. Silenzio.
Le biciclette, gli uccelli, gli alberi, il mare.
E poi ancora i terrazzi, la musica.
Il tempo. Finalmente – anche se per poco – non ha nulla da dire.
Le parole mi mancano, non so che dire nemmeno io, ho detto tutto. Che devo scrivere ancora? Il senno mi ha lasciata e posso permettermi di non pensare – anche se per poco –.
Lancio il foglio, la penna, i vestiti. Lancio un grido, tanto nessuno mi sente. Libera.
Il soffitto è un affresco che crolla e io mi tuffo, mi intingo, mi lascio divorare.

All’improvviso, un mazzo di denti di leone illumina di giallo il mare, tramutandosi presto in una miriade di soffioni. Viene d’istinto soffiarci sopra, se pur da lontano.
Esprimo un desiderio, ma non ve lo dirò.
Ancora di più. Ovunque tu sia, qui sotto, trovami e stringimi di più.

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Serena-Menghi

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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Scrivere per il web: come farsi leggere suscitando l’attenzione del lettore

Il web è inclemente. Non ha tempo da perdere, né pazienza, né curiosità. O meglio, la curiosità c'è anche, ma è frenetica, vuole essere subito soddisfatta, senza remore o divagazioni inutili.

Ad esempio, queste mie poche righe appena tracciate potrebbero già diventare noiose e portare il lettore a cambiare pagina e a tornare su Facebook alla ricerca di qualcosa di più interessante.

Non è vero? È proprio questo il punto, in fondo.

Scrivere per il web significa incuriosire il lettore con un titolo interessante e successivamente soddisfare subito questa sua curiosità.

Come se la lettura fosse metaforicamente raffigurabile tramite un triangolo rovesciato: alla base si dà l'informazione principale, così da stimolare nel lettore la voglia di continuare, successivamente si danno i dettagli di tale informazione.

Per quanto riguarda i dettagli però, a meno che non stiate affrontando una tematica per cui serve spiegare a lungo, consiglio vivamente di non diventare pedissequi ed eccessivi nelle spiegazioni. Altrimenti? Altrimenti la gente si annoia, non legge tutto quello che avete da dirgli, ma lo fa solo per sommi capi, poi vi abbandona.
La mia micro-guida su come farsi leggere sul web dovrebbe aver fine qui, per essere coerenti con ciò che ho appena scritto.

Tuttavia, voglio essere fiduciosa per una volta e dilungarmi ancora un poco per fare qualche esempio della teoria. Solo i veri volenterosi continueranno a leggermi e so che la metà avrà già abbandonato.

Bene.

 

Esempio n. 1:

Titolo: 10 letture da affrontare sotto l'ombrellone.

Inizio articolo: elenco i 10 titoli con i rispettivi autori. (In questo modo ho già soddisfatto la curiosità del titolo e i più frettolosi saranno sazi).

Metà articolo: di queste 10 letture offro qualche particolare in più, ad esempio qualcosa sulla trama o sull'autore.

Fine articolo: aggiungo curiosità, ad esempio perché ho scelto questi libri e perché li consiglio.

N.B.: solitamente in articoli come questi c’è un elenco numerato con titolo, trama e il perché della scelta, ma siccome il lettore vuole sapere al più presto quali siano i 10 titoli, è raro che si soffermi per bene a leggere tutto quel che gli proponete. Solo i lettori davvero appassionati lo fanno (e sono pochi).

 

Esempio n. 2:

Titolo: La vera ricetta del Tiramisù.

Inizio articolo: non importa a nessuno quante volte abbiate provato a fare questo dolce, in quale occasione l’abbiate servito o per chi. Non a inizio articolo perlomeno.

Se una persona vuole fare un dolce, la prima cosa che vuole sapere sono gli ingredienti necessari per prepararlo.

Metà articolo: ovviamente la procedura e i tempi di preparazione e cottura (tutto descritto con estrema precisione).

Fine articolo: solo alla fine potrete dilungarvi su qualche consiglio da dare per la preparazione, sull’occasione giusta in cui servirlo o, molto interessanti, dare nozioni storiche sulla sua origine (quest’ultimo punto, però, è per i veri curiosi).

 

Esempio n. 3:

Titolo: Qualsiasi titolo che voglia approfondire un argomento.

Inizio articolo: non vi posso dire di preciso cosa scrivere, ma ormai avete capito che nell’incipit vi giocate se non tutto, almeno l’80% delle probabilità di venir letti interamente.

Metà articolo: chi non è stato ancora totalmente convinto dall’incipit, ma ha deciso di darvi una seconda chance, vi abbandonerà a questo punto irrimediabilmente, se la vostra scrittura non riuscirà ad essere chiara, semplice e conscia di quello che vuole comunicare (ovviamente sono linee generali, tutto dipende dall’argomento scelto).

Fine articolo: se avete esaurito le argomentazioni, tenetevi almeno una piccola perla con cui chiudere. È alla fine, infatti, che il lettore decide se l’articolo gli è piaciuto e una frase ad effetto può sempre aiutare.

Una frase ad effetto aiuterebbe anche me, a questo punto, a chiudere il mio articolo.

Mi prendo la libertà di darvi un consiglio spassionato: scrivete con audacia, lasciate trasparire tra le parole il vostro entusiasmo, il piacere che avete nel conoscere qualcosa e di volerne trasmettere agli altri i segreti.

Anche se non riceverete il numero di letture desiderate, una cosa è certa: chi vi vuole davvero leggere lo farà a prescindere. Siate voi stessi.

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Francesca-Delvecchio

Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
La mia rubrica è Prospettive letterarie.
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Exit West, Mohsin Hamid

Distanza dalla propria terra, dal proprio paese, distanza tra le case della stessa città. Distanza tra le persone, tra un "noi" e un "loro".

Exit West è un romanzo attuale più che mai e si posiziona nel mezzo della distanza tra i suoi protagonisti, una distanza che aumenta e diminuisce di continuo, in modo ingiusto e innaturale.

La storia è quella di Nadia e Saeed, giovani innamorati che vivono in un'innominata città mediorientale colpita dalla guerra civile. È la storia della loro fuga attraverso il mondo e attraverso delle porte "magiche" che permetteranno loro di scappare da un tipo di violenza, per arrivare a conoscerne delle altre.

Due ragazzi che imparano a conoscersi, ma nel giro di pochissimi giorni scopriranno anche la paura, la disperazione, la fame, il sesso, che dimenticano quasi subito per lasciar spazio alla sola voglia di sopravvivere.

Mohsin Hamid scrive con delicata accuratezza, è asciutto, essenziale ma premuroso. Le parole che sceglie sono fari in una letteratura che, senza paura e senza un minimo di pesantezza, sensibilizza e lo fa in sordina.

Una volta terminato il libro, che scorre con piacere e si legge velocemente, rimangono negli occhi le due figure protagoniste, Nadia e Saeed, che ritroviamo in quei ragazzi dalla pelle color liquirizia che vediamo sui nostri telegiornali, tra le notizie che fanno rabbrividire.

L'autore sceglie uno strano modo per far viaggiare i personaggi della sua storia, il fatto che siano porte magiche, quindi qualcosa di inspiegabile, invita il lettore a ragionare su quanto ci sia da spiegare riguardo le migrazioni alle quali assistiamo. Quali sono le porte "magiche" dei nostri giorni? Chi le apre? Chi decide?

Nadia e Saeed non appaiono al lettore come profughi o come qualcosa di diverso, ma mantengono la loro identità: quella di donna emancipata e lavoratrice, lei, e quella di lavoratore e figlio, lui.

Mohsin Hamid riesce con estrema semplicità a farci mettere nei panni dei protagonisti perché la storia che racconta inizia con qualcosa di universale, e grazie a questo aggancio di partenza riusciamo ad immedesimarci in loro anche quando parlano di qualcosa che non abbiamo mai vissuto.

È questa la potenza di Exit West: gli occhiali empatici che fa indossare permettono di vedere la storia alle spalle delle persone.

Cosa mi è piaciuto:

I dettagli che infila Mohasin Hamid nel testo.

Vivere l'intimità di Nadia e Saeed, anche quando cambia.

Cosa non mi è piaciuto:

L'evoluzione di Saeed e del loro rapporto.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-3-5
Exit West - distanze, distanze ovunque.
A chi lo consiglio: a chi è empatico per vivere una storia intensa, a chi non lo è per aprire gli occhi.
Abbinamento suggerito: acqua, tanta acqua: che disseta, che pulisce, che toglie la polvere.
Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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The war – il pianeta delle scimmie

Di Matt Reeves, con Woody Harrelson, Andy Serkis.

Ferragosto, scimmia mia non ti conosco. Ammetto che non avevo alcuna voglia di guardare e recensire questo film, ma poi ho studiato le alternative e ho visto che erano ben due film con Nicolas Cage.

Cosa che credo infranga anche qualche legge.

Tant’è, mi ritrovo con una scelta quasi obbligata. Non avevo interesse a guardarlo soprattutto per la critica letta sinora. Tutti esaltano questo film, fotografia, citazioni come se piovesse, motion capture che anima e dà espressività alle scimmie perfette, cinema puro. Il tutto saldamente impiantato su una trama universalmente descritta come “semplice” e “lineare”.

Sentite anche voi la puzza di fregatura?

Bene, perché il film è tutto quanto le recensioni promettono e molto di più. O di meno, a seconda dei punti di vista.

La storia: un colonnello umano cattivissimo vuole ammazzare le scimmie guidate dal saggio Cesare. Durante un blitz gli uccide moglie e figlio. Cesare giustamente non la prende bene e parte con un piccolo gruppo di compagni per vendicarsi. Fine. Abbiamo fatto in fretta, no?

Comunque sia, le prime cose da dire sono senza dubbio positive. Gli effetti speciali sono eccezionali, le scimmie sono più reali del reale. Fotografia eccellente e tecnica di ripresa allo stesso livello. In realtà, a dispetto del titolo e di due fasi all’inizio e alla fine, questo non è un film di guerra. L’impianto è piuttosto quello del western tradizionale, in maniera piuttosto smaccata, e anche questo è realizzato molto bene.

Passando poi al nocciolo del film, è impossibile non soffermarsi sulle citazioni. Il film ne è pieno, intriso. Pure troppo. Carino come gioco mettersi a riconoscerle ma, un po’ come quei dolcetti mediorientali, l’eccesso di dolcezza/citazioni nausea in fretta. In The War c’è moltissimo Conrad con il suo Cuore di Tenebra e altrettanto, o forse più, Coppola. Il personaggio di Woody Harrelson è ricalcato sul colonnello Kurtz (anzi, Apocalypse Now è espressamente citato nel film, il che crea un curioso metariferimento. Non è a quanto pare il personaggio a essere ricalcato, ma è il personaggio di Harrelson che, avendo visto il film, lo scimmiotta), pur senza avere il magnetismo allucinato del personaggio di Brando. C’è Shindler’s List, c’è moltissimo western, con espliciti riferimenti a Ford e Leone, anche se non è chiaro se siano diretti o siano piuttosto filtrati dall’ultima opera di Tarantino (The Hateful Eight). In fase di avvio c’è perfino una citazione smaccata alla sequenza di apertura de Il Gladiatore. Infine, saltando una quantità di dettagli che sarebbero noiosi per i non nerd cinematografici, c’è tantissima Bibbia. In sostanza, anzi, togliendo una spolverata di nuovo testamento, possiamo vedere l’intero film come una rivisitazione del libro dell’Esodo in salsa scimmiesca.

Tanta carne al fuoco, dunque, e prima di passare alle dolenti note bisogna anche applaudire lo sforzo di riportare la serie nei binari della continuity, riportando tutti gli eventi di questa serie prequel alle condizioni di base che verranno narrate poi nel capostipite della saga, quel Pianeta delle scimmie del 1968 interpretato da Charlton Heston.

Sufficiente? Naturalmente no, perché arriviamo finalmente a quello che la maggioranza della critica ha liquidato con leggerezza a “semplice e lineare”, la trama.

E la trama, gente, fa schifo. Non ho ben capito quando esattamente fare film senza una costruzione approfondita e interessante sia diventato “fare cinema nel suo senso più puro”, come ho letto da qualche parte. Forse sarò io, che di storie ci vivo e che quindi le giudico fondamentali, ma qui assistiamo a due ore e venti di noia pura e prevedibilissima. E questo è il meno.

Già, perché è perfettamente comprensibile che in questo episodio il punto di vista sia stato completamente incentrato sulle scimmie, relegando gli umani a sfondo. Si capisce il tentativo di invertire il punto di vista, di mostrare come il bene e il male si possano annidare in ogni comunità a dispetto della “razza”, si capisce che per fare questo e per stratificare i personaggi scimmieschi gli umani debbano essere relegati a figure del tutto bidimensionali, sante come la piccola Nova (altro riferimento al Pianeta delle Scimmie originale) o demoniache come il Colonnello, mentre tutti gli altri fanno numero e sono completamente indefiniti e pure un po’ idioti. Quindi? Qualsiasi cosa ci volesse raccontare di nuovo questo episodio non arriva minimamente. Anzi, se proprio andassimo a cercare un qualche profumo di epica, la possiamo solo immaginare negli umani, non certo nelle scimmie. Sono gli uomini, paradossalmente, a essere messi nella condizione di essere interessanti. Una razza che si sta per estinguere e ne è fondamentalmente cosciente, come reagisce? Il film ce lo mostra malissimo, relegando il tutto a cliché utili alla narrazione biblica dell’esodo di Cesare/Mosè e del suo popolo verso la terra promessa. Anche il punto di vista da parte delle scimmie sarebbe potuto essere interessante in questa ottica. È senza dubbio in corso un genocidio, ma da parte di chi, in effetti? Quale delle due razze si sta effettivamente estinguendo? In una scena del film, forse la più efficace, il Colonnello la butta pure lì, ma poi la cosa passa e viene successivamente ignorata.

Insomma, The War più che un film è un enorme contenitore, realizzato benissimo peraltro, che però si rivela una scatola quasi del tutto vuota. Non lascia niente allo spettatore, se non la soddisfazione un po’ onanistica di aver chiuso il ciclo del franchise Il pianeta delle scimmie. Chiuso per ora, poi, che si fa sempre in tempo a inventarsi qualcos’altro per spremerlo ulteriormente. Ma fino ad allora, ritengo che questo film finirà rapidamente nel limbo delle opere senza infamia e senza lode, dimenticato nel giro di qualche settimana. A proposito, Reeves è stato scelto (al posto di Ben Affleck) per girare il prossimo The Batman.

Sinceramente per i fan del pipistrello dubito sia una buona notizia.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-2-5
Frase distintiva: “Non ho iniziato io questa guerra”. Dal pubblico si alza una voce “sì pero ora basta, che mo’ ve lo buco sto pallone”.

A chi lo consiglio: a chi viene trascinato al cinema con la forza in questi giorni e comunque non vuole vedere un film con Nicolas Cage.

Abbinamento suggerito: un B52, la bevanda più simile al napalm che ci sia, di primo mattino. Se si deve essere citazionisti, facciamolo fino in fondo.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Rabarama, l’arte sulla pelle

Rubrica: Con la Cultura non si mangia?

Un nome che sembra uno scioglilingua uscito da un libro di fiabe, per portarci lontano e raccontarci qualcosa di indimenticabile. Sarà per questo che il Cirque du Soleil l'ha scelta per una collaborazione artistica affinché la sua dote visionaria incorniciasse lo spettacolo circense più noto nel mondo.

Un talento tutto italiano, padovano per la precisione, ma esportato nel mondo. Le sue opere da subito mi hanno colpita profondamente, icone di uno stile unico, di quello che dà riconoscibilità immediata, ossia di un artista con la "A" maiuscola.

Non tutta la critica ha apprezzato questa unicità, spesso si è divisa nel giudizio, tra amanti e non. Tuttavia chi si fosse imbattuto (o si imbatterà dopo questo articolo) nelle sue sculture, potrà dare la sua visione.

Una celebrazione del corpo che diventa emblema con numeri, segni, geometrie della complessità della nostra umanità fatta di sfaccettature, intense complessità, miracolose diversità. Un corpo unico adagiato e intrecciato. Due corpi vicini. Segnati, disegnati, scolpiti. Nella materia curve sinuose rappresentano ciò che l'essere umano ha di straordinario, un'essenza con molteplici sfumature.

Nella sua trama Rabarama, al secolo Paola Epifani, raffigura il senso del nostro essere.

Il marmo tutto italiano del Monte Altissimo, lo stesso che ha visto il tocco delle mani di Michelangelo, prende le fogge di un uomo nel senso più complesso e misterioso. Così ci appare: una scultura parlante, che sviscera il suo segreto davanti agli occhi dello spettatore.

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Immagine-Artemide-(alias-di-Tecla-Barbero)

Artemide

Redattrice
Artemide, qualcuno come dice Dante “io etterno duro”, ma quello era l’Inferno e qui è un’altra cosa. Sono una giornalista specializzata in finanza. Ma non quella noiosa tutta numeri...
La mia rubrica Con la cultura non si mangia?
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Cigarettes After Sex

Rubrica: Taca la musica!

Svegliarsi nel cuore della notte nella stanzetta di uno squallido albergo, tra lenzuola sgualcite e sudaticce. Inserire le gambe tra il letto e una sedia colma di abiti. Accendersi una sigaretta mentre la luce della luna ammorbidisce le forme di una schiena umida e bianchiccia, quella che, poco prima, stavamo abbracciando.

Sembra una scena tratta da un film invece è l’ambient del primo e omonimo album dei Cigarettes After Sex (2017), collettivo capitanato da Greg Gonzales.

Il cinema, infatti, come ha dichiarato lo stesso frontman in un’intervista, è un elemento fondamentale alla connotazione dello stile della band. Sono storie di amori proibiti, passioni tormentate, ferite non ancora cicatrizzate, avvolte in un’atmosfera offuscata e intima come la notte. A raccontarle la voce androgina, ambigua e languida di Greg Gonzales, mente e genio creativo del progetto.

Come in un marshmellow, i candidi colori delle chitarre si intrecciano, trasportandoci nella dimensione alienante e fuori dal comune di Cigarettes After Sex.  Ad evocare i chiaro-scuri delle emozioni e i tormenti sono gli ipnotici ritmi di basso e batteria che silenziosamente costruiscono lo spessore musicale.

I riverberi delle chitarre e la voce dello schivo Gonzales sono i veri tratti distintivi di Cigarettes After Sex. I 10 pezzi dell’album sono legati insieme da un sottofondo monocorde che potrebbe alla lunga stancare se non fosse per la qualità dei testi. Gonzales racconta le proprie esperienze personali, una visione sincera e delicata dei rapporti umani, che non cade nella banalità. Storie d’amore moderne avvolte nella pellicola di un vecchio film in bianco e nero, nelle quali potersi immedesimare e diventare protagonisti, oppure godersi le scene da spettatori fumando una sigaretta.

Sarà stato il caldo infernale che mi ha messo in modalità “rallenty” ma lasciarmi cullare dai 10 pezzi di Cigarettes After Sex, è stato davvero risanante.

Tra gli artisti che maggiormente hanno influenzato la realizzazione di questo album si annoverano Velvet Underground, Cocteau Twin, Red House Painters, Slowdive.

L’album è stato registrato in rifugio antiaereo.

Greg Gonzales, oltre che dalle sue esperienze, si è lasciato ispirare da un libro di poesie di Richard Brautigan.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5
A chi lo consiglio: a malinconici, amanti di: psych-pop, dream-pop, slowcore.
Abbinamento suggerito: un dolce e morbido vino passito.
Francesca-Renzetti

Francesca Renzetti

Nella vita di tutti i giorni sono una mamma, mi occupo di web marketing, social network. Il Buongiorno a casa mia profuma di caffè e ha la carica del Rock. Naturalmente inizia alle sei della mattina con il sorriso di mia figlia.
La mia rubrica è Taca la Musica!
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Il Demone del Treno N. 4

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Il-Gorgogatto

Il Gorgogatto

Cos’è il treno? Io sono le persone che vi salgono e le storie che vi si intrecciano. Sono il sospiro di chi ha appena ricevuto un addio e sono il sorriso di chi invece sta tornando.
Per il Grafema Magazine disegno fumetti.
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Prendo il prossimo

Sette del mattino. Passate. Paese deserto, sole già alto a promettere i quaranta gradi pure oggi. Mal di testa. Dio, che bevuta. ‘Sti napoletani sono dei pazzi. La meravigliosa Ischia di notte, un po’ di vino e qualche canzone. Peccato che non mi ricordi nemmeno Procida, né all’andata né al ritorno. Figuriamoci Ischia.

Però è stato divertente. Almeno, mi pare che quando mi hanno mollato qua alla stazione stessimo ancora ridendo.

«Non ti preoccupare, alle sette parte il primo treno per Napoli, poi ce n’è uno ogni quarto d’ora, se ti addormenti». Fantastico. Non volevo mica fargli fare una deviazione fino al porto di Napoli. Con quello che avevamo in corpo poi come minimo facevamo un frontale con qualche pescatore.

Davvero fantastico. Adesso sono le sette e mezza e i binari sono deserti come il resto del paese. Il bar è chiuso. La biglietteria è chiusa. L’edicola è chiusa. In bagno ci sono andato già tre volte. Pulito, via. Acqua rigorosamente non potabile, quindi niente per ricacciare giù il cubalibrelimoncellotequilaettuttoquellochegirava.

Niente da fare, quindi agonizzo tranquillamente su una panchina. Aspetto.

Aspetto. E aspetto. Il treno non arriva. Il bar e l’edicola non aprono. Le sette diventano le otto. Poi le nove. Pigramente la Pozzuoli domenicale si risveglia attorno alla stazione.

E il treno ancora non arriva. Si alza l’afa. Le banchine di asfalto cominciano a tremolare, lo sbocco del sottopassaggio diventa un qualche tipo di confuso miraggio all’orizzonte.

Non tira un filo d’aria.

Dai fantasmi della banchina si stacca una figura, altrettanto spettrale. Il tempo di infilarsi sotto l’ombra della pensilina e riprende le sembianze di uomo. Avrà forse settant’anni, forse di più. Vestito bene, assurdamente bene e assurdamente troppo per la giornata. Completo marrone anni cinquanta, camicia. Unica concessione alla giornata, una cravatta intonata leggermente allentata al collo, il primo bottone della camicia slacciato. Pare che non sudi, mentre ignora tranquillamente la fila di panchine deserte e si dirige spedito verso la mia. Magari mi supera. Magari si sta facendo una tranquilla passeggiata della domenica mattina. Magari. Invece si ferma proprio accanto a me, sorride educatamente. Si siede.

«Buongiorno».

«’Giorno».

«Mi scusi, ma lei è del nord, vero? Milanese, magari».

«Sì». Tra il mal di testa, il caldo e tutto, mi aspettavo di metterci dieci minuti a interpretare le parole di questo tizio. Invece mi parla in un italiano perfetto, riscaldato appena da una traccia di accento. Mi incuriosisco, mio malgrado. «Sì, sono proprio milanese. Ma mi scusi, lei come ha fatto ad indovinare?»

«Vede» si concede un sorriso soddisfatto «ho intuito che fosse settentrionale quando mi ha guardato come se stessi per rapinarla» ride «alla mia età!»

«E che sono milanese?»

«Si è mangiato mezzo buongiorno. Solo voi potete avere questo genere di fame alla domenica».

Non mi lascia nemmeno il tempo di una risata, metà stupita e metà di cortesia.

«Allora, cosa ne pensa della nostra meravigliosa cittadina?»

«Mah, guardi, sono arrivato solo ieri sera e mi sono subito imbarcato per una breve crociera, per ripartire stasera. Non ho fatto in tempo a visitarla».

«Male. Molto male. Se voleva farsi una bevuta con gli amici sull’acqua poteva restare sul vostro idroscalo, senza venire fin quaggiù. Non sente l’odore della storia?»

«Ha ragione» ammetto conciliante. In realtà più che altro sento l’odore del porto che bolle sotto il sole e quello dei rimasugli del sabato sera dal retro dei ristoranti di pesce. Non mi sembra carino farglielo notare, ma pare che non serva. Il vecchio ha degli occhi incredibilmente lucidi mentre mi guarda, sempre con quel sorriso cordiale. È come se avessi parlato ad alta voce.

«La puzza? Ma questa puzza è perfetta per la domenica mattina. Ieri questo pesce era vivo e nuotava, proprio qui davanti. E si è fatto prendere dalle reti. E sempre ieri, di sera, è servito a far felici tante persone. Pure io ieri sono andato sul lungomare per una frittura di pesce. ‘Na delizzia».

L’unica concessione del vecchio al suo dialetto mi fa sorridere. Mio malgrado ha catturato la mia attenzione, tanto che comincio a scordarmi il mal di testa e il piccolo mostro alcolico ancora annidato nelle viscere.

«Sa» continua, senza nessuna pretesa di una qualsiasi consecutività logica «io tengo ottantasei anni».

«Complimenti, non si direbbe proprio».

«Sì, sì, la ringrazio, ma non era questo che volevo dirle. Ho ottantasei anni e non mi sono mai mosso da qua. Ho fatto il balilla, ci radunavano nel parco laggiù in fondo. Durante la guerra stavo qua alla capitaneria. Mai sparato un colpo, mai fatto male ad anima viva. Sono stato a Napoli una volta sola, mi ci ha portato mia figlia per le cure. Ma stavo drogato all’andata e rimbambito al ritorno, non mi ricordo proprio niente. Quindi non vale, ha!» Mi dà una pacca sulla gamba, tutto contento. «Non mi sono mai mosso da Pozzuoli, le dico! Mai mosso con il corpo. Epperò sono un viaggiatore. Ho girato un po’ tutto il mondo. E lo sa come ho fatto?»

«Con la fantasia?» provo ad abbozzare «magari ha letto molti libri, molte avventure».

«Ma che bella risposta, poetica. Lei ha qualcosa dell’artista, ci avevo scommesso. Scrittore?» mi batte amichevolmente sul braccio, ma non mi dà proprio il tempo per qualche risposta timida sui miei esperimenti con la penna. «Io no, non ho tanta fantasia per immaginarmi i posti e le storie che non ho vissuto. No. Conosco il paese. E conosco il mare. So quando si arrabbierà, anche se è piatto come una tavola e non tira un alito d’aria. Conosco le cose veraci, come diciamo qui, non le fantasie. E conosco le persone. Proprio qui, da queste panchine, sa chi è passato in ottant’anni? Glielo dico io. È passato tutto il mondo. Tutto il mondo è venuto qui a passeggiare, a visitare questo mare e queste isole meravigliose. Tutto il mondo si è fermato su queste panchine, e ha parlato con me per qualche minuto. Come vede, un po’ qui, un po’ là, in una vita sono stato dappertutto senza bisogno di lasciare il paese. Oggi pure a Milano, anche se ci sono già... stato altre volte».

Sono affascinato da questo strano vecchio. Mi sento sorprendentemente bene mentre lo ascolto. In fondo, mi sto godendo più questo momento della crociera alcolica di questa notte. Intanto lui parla e parla, portandomi in giro per ogni caletta e vicolo del paese.

«Mi spiace però che con me non abbia fatto un gran viaggio». Gli rispondo ad un certo punto, interrompendolo. Ma che importa, la rigida logica non abita qui, stamattina. «Ha parlato solo lei».

«Ma che vuole, oramai non mi servono più tante parole per capire. Sono vecchio, sa?» Si gratta la testa, tra parole e silenzi, senza accorgermene si è fatto mezzogiorno, come proclamano tutte quante le campane di Pozzuoli. «L’unica cosa che non riesco a spiegarmi è cosa ci fa qui, se ha detto che deve tornare a casa».

«A dir la verità sto aspettando il treno per Napoli, per andare a prendere l’Eurostar. I miei amici mi hanno detto che dalle sette c’era un treno ogni quindici minuti, ma ancora non se ne è visto uno».

Ride. Ride divertito, con le lacrime agli occhi. Se non fosse così palesemente felice e partecipe, la prenderei come una presa in giro. Ma sta ridendo con me, non di me e io, pur non sapendo il motivo, mi unisco alla risata.

«Ma la domenica mattina qui non passano i treni» balbetta, asciugandosi gli occhi dopo la gran risata «lei intende la fermata della metropolitana, proprio qua dietro. È da lì che partono ogni quindici minuti. Il primo treno delle ferrovie che va a Napoli da qui parte oggi alle quattro».

Ora, be’, sì ora resto proprio senza parole, ma con tanti pensieri. Il primo e il secondo sono ringraziamenti a santi cadenti come stelle agli amici di questa notte. Ma che bello scherzo! Il terzo pensiero mi fa alzare in piedi di scatto, pronto a salutare e correre alla metropolitana per tornare a casa. Il quarto pensiero arriva da sé. Guardo il vecchio, ancora comodamente seduto e sorridente, ma con un impalpabile alone di tristezza per la separazione brusca. Il quarto, quattro, alle quattro.

«Alle quattro ha detto che parte, il treno?»

Annuisce, saggio e sorridente.

«Bene. Senta, intanto che arriva, che ne dice se per ringraziarla del giro che mi ha fatto fare la porto a fare un giretto a Milano? Non ci crederà ma anche noi abbiamo delle cose belle e il gusto per goderle, con calma».

Il vecchio non dice nulla, ma negli occhi raggianti si accende la luce dell’esploratore. Mi siedo di nuovo sulla panchina e incominciamo il viaggio, mentre la stazione deserta evapora nella calura del mezzogiorno.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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La mitraille

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

È spuntato alle spalle del muro nigeriano
come un grande dio rosso
io ero nel tappeto, nel cappello di paglia, nei campanelli
di filo spinato,
ad aspettare il mitra notturno sull’uscio.

Lui s’è seduto davanti al pianoforte,
io sono diventata il lampadario
e con un terremoto di dita e piedi
s’è messo a farmi tremolare fino al mattino dopo

In questa casa non puoi farti la doccia
perché una tavolata di sudamericani sudati
sta cantando nell’enorme cabina bagno senza mattonelle

ma puoi urlare o guardare gli uccelli inquieti
cadere in picchiata dal cielo fino bucare l’asfalto
che prima o poi, lo sai, si affloscerà come un grosso pallone grigio

Così te ne stai dove non esiste un vero e proprio tempo
con una gamba abbronzata che penzola dalla finestra di ruggine
a goderti lo spettacolo di ciò che accade nella tua testa:

pallottole adesive e donne pazze bananavestite tutte identiche
che con aspirapolvere vivi spaventano l’intero isolato,
il ragazzino travestito da leccalecca azzurro,
e più in là, in fondo alla strada,
la pineta di cavalli giganti.

A sera, torni nella tua stanza, dove lui t’ha aspettato
“Non ci riesci proprio, vero?” le sue corna sfiorano il soffitto
è seduto intorno al tavolo, severo come una bestia notturna
“Che me lo chiedi a fare, se sei tu a generare tutto questo”
lui s’intristisce, ed è strano vedere la tua paura
aleggiare nella luce soffusa, con le rughe che le coprono gli occhi
come una vecchia che ha trascorso con te tutta la tua vita.
“Perché sei triste, Paura?” gli chiedo.
Spero che lui mi abbandoni
che gli spuntino le ali e vada via per sempre
perché non riesco proprio a scendere da quella finestra.
Guardo la fune che ho poggiato su una sedia,
pensando di poter sbucar via dalla mia mente ultrasensibile
e di annientare il grande dio rosso.
“Te ne vai?” sospira lui.
Io mi alzo,
spengo la luce, lo lascio al buio
sento che sospira come un canotto che si sgonfia,
entro nell’altra stanza e mi infilo nella coperta verde.

Lui cammina pesante, avanti e indietro per molte ore,
non posso dormire,
come ogni cosa che lampeggia i miei occhi
si arrestano a intermittenza, poi cospargono di luce l’intera stanza.

E così fino al mattino,
finché non sarò costretta a spaccarmi in mille pezzi,
ogni giorno,
ed essere nel tappeto, nel cappello di paglia, nei campanelli
di filo spinato,
ad aspettare il mitra notturno sull’uscio.

 

Veronica Falco

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Bibbia-d'asfalto

Bibbia d'Asfalto

Redattore
è un collettivo di poeti nato nel 2012, attivo sui social con un blog e un gruppo Facebook (che conta oltre 2000 iscritti). La rubrica curata è Poesia urbana e autostradale.
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