American Gods, la prima stagione. Per fortuna è solo l’inizio.

Ancora! È questo il primo pensiero che viene in chiusura dell’ottavo – e ultimo – episodio della prima stagione di American Gods. Ancora! Ancora! Ancora!

Intendiamoci, non era per nulla scontato. Quando si porta sullo schermo un libro così bello, che ha riscosso così tanto successo, il rischio delusione è sempre in agguato e Neil Gaiman ne sa qualcosa (Stardust vi dice nulla?).

Questa volta, però, è andata bene, benissimo. American Gods, che vede lo stesso Gaiman tra i produttori esecutivi, con la regia di Bryan Fuller e Michael Green non solo non tradisce il libro, ma lo espande a universo narrativo, riempiendo i vuoti e le parti appena tratteggiate. Gaiman si è sempre lamentato del fatto che il suo editore lo avesse vincolato a non superare le 150 mila parole, il che ha reso la narrazione veloce e trascinante ma ha lasciato nei lettori anche tante domande senza risposta (alcune colmate in lavori successivi, tra cui “I ragazzi di Anansi” e il racconto su Shadow all’interno del meraviglioso “Cose Fragili”).

La narrazione, dicevamo, è rispettosa dell’originale, tanto da prendere di peso alcuni dei dialoghi più significativi per riportarli quasi integralmente. La storia diventa una traccia quasi di fondo, per permettere l’approfondimento dei personaggi. Ci sono alcune deviazioni dall’originale, alcune anche rilevanti (come il rapporto tra Laura Moon e Mad Sweeney, inesistente nel libro), ma sono sempre in funzione dell’espansione dell’universo narrativo di riferimento.

La storia. Shadow Moon è un galeotto che ha quasi scontato la sua pena. Ha commesso un errore, ne è cosciente e non vede l’ora di tornare da sua moglie e sulla retta via. La tempesta, però, lo colpisce. Lo fanno uscire qualche giorno prima, sua moglie è morta. Sua moglie, scopre, non è per nulla quella che credeva. Il lavoro che lo aspetta fuori non esiste più. Sulla via del ritorno viene avvicinato e in breve reclutato dal misterioso signor Wednesday. A tratti un piccolo truffatore sul viale del tramonto, a tratti qualcosa di molto più grande, forse qualcosa di molto peggiore.

Inizia così il suo viaggio, in bilico perenne tra incredulità e fede, in una terra che ha accolto migliaia di divinità ma non le ama, non le fa prosperare, in una terra dove divinità vecchie e nuove si combattono per raschiare via briciole di adorazione.

Non vado oltre e vi lascio scoprire il resto da soli. Se si può fare un appunto a questa prima stagione, è che risulta più che altro una lunga introduzione, a tratti un po’ criptica per chi non ha letto il libro. Il resto è di un livello e di una qualità eccezionali.

La regia è precisa, efficace. Con alcuni flashback, di solito all’inizio delle puntate, ci viene presentato l’arrivo delle varie divinità in America. Il filo conduttore, ovvero Shadow, resta costantemente presente anche se in ogni puntata ci si prende il tempo per approfondire i diversi personaggi.

Il cast è quasi perfetto. Ricky Whittle (che per avere questa parte ha fatto piangere migliaia di fan di The 100, serie sci-fi in cui interpretava l’amatissimo Lincoln. Che muore male, di fretta e in modo piuttosto insensato. Whittle aveva da fare altrove) è lo Shadow che i lettori hanno sempre immaginato. Wednesday, un omone grande e grosso nel libro, funziona incredibilmente nell’interpretazione di Ian McShane, fragile e minuto nel corpo e gigantesco nella personalità. Orlando Jones (nei panni di Anansi) e soprattutto Gillian Anderson (la Scully di X-Files) nel ruolo della dea dei media seguono a ruota. Bravissima anche Emily Browning (nel ruolo della sgradevole, egoista, traditrice e soprattutto morta Laura Moon, moglie di Shadow), mentre qualche perplessità lascia Pablo Schreiber, attore canadese che interpreta Mad Sweeney il leprecauno.

Ma è un dettaglio. La serie, lo avrete capito, è bellissima e coraggiosa. Forse anche più coraggiosa di quanto intendesse essere. American Gods è una storia che parla fondamentalmente di immigrazione. “Solo una fottuta storia”, come ha detto lo stesso Gaiman. Nel frattempo però il mondo è cambiato, gli Stati Uniti sono cambiati. Con il nuovo presidente raccontare l’eccezionalità delle minoranze, sia pure delle minoranze estreme, è diventato rivoluzionario. Anche se nessuno dei personaggi è veramente buono -così come nessuno è del tutto cattivo-, anche se nessuno è esente da un egoismo più o meno profondo –pur essendo tutti coinvolti inestricabilmente nelle relazioni che mantengono in vita-, anche se molto pochi dei personaggi sono in effetti del tutto o in parte umani, è proprio la profonda umanità che emerge come messaggio. “E se Dio fosse uno di noi?” recitava una canzone di qualche anno fa: ecco, American Gods risponde a questa domanda.

Con spietato amore.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

«A cosa devo credere?»

«Credi a tutto».

A chi lo consiglio: a chi non ha paura di quanto lontano possa portare una storia “on the road”.

Abbinamento suggerito: Idromele, naturalmente. La bevanda degli dei.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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