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Amalia Guglielminetti: mai una gioia – Parte 3

di novelle, storie tristi e ingiustizie

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Si conclude qui, con il terzo racconto che vi proponiamo, questo breve viaggio alla scoperta di uno dei personaggi più sorprendenti (e sfortunati) del panorama culturale italiano del primo ‘900

Dopo Guido e Pitigrilli, Amalia non si avvicina più a un uomo.
Non si avvicina nemmeno più alle lettere, che bandisce completamente. Comunicherà solo attraverso le parole contate dei telegrammi.
Il suo ultimo e disastroso amore riesce a rovinarla e il risultato è irreversibile. Successivamente alla denuncia, Dino l’accusa di aver falsificato la sua grafia in alcuni scritti compromettenti contro il Duce. Amalia viene fortunatamente assolta, ma per semi-infermità mentale, e rinchiusa in una casa di cura.
Nel frattempo attorno a lei si crea il vuoto: le dicerie dicono che porti iella.

Muore il 4 dicembre 1941 per setticemia e polmonite.
«Colei che va sola», come si è sempre definita, è stata la sua condanna.

Gli adolescenti e l’amore 

… ci avviammo lungo il sentiero sassoso, rotti i rovi che si slanciavano dalle siepi di more selvatiche e sebbene il mio compagno portasse ad armacollo il fucile, ed io m’appoggiassi al manico d’un ombrellino di moda, tentai una battuta arcadica.
– Se qualcuno c’incontrasse ci scambierebbe per due delta boscherecce resuscitate dal mito millenario.
Ma Elio di Santamaura non seppe rispondermi che con un impacciato: – Credete?
Io continuai a parlare precedendolo lungo il sentiero strettissimo.
– A me piacciono molto i ciclamini. Sono belli di colore e squisiti di sapore, come le viole, come i gelsomini, come le foglie di rosa. Non avete mai assaggiato un fiore? Che dolcezza aromatica lasciano nella bocca? I confetti sembrano insipidi al confronto, perché i fiori sono vivi e soffrono di morire così, sotto la tritura dei nostri denti, io amo i fiori, ma non già per aspirare solo il loro profumo. Li amo perché li mordo, li gusto, li divoro. Ah, come sono squisiti!
Dovetti esprimere inconsciamente nella mia esclamazione una fervida voluttà sensuale, poiché mi sentii afferrare alle spalle da due mani rudi e tenaci, udii una voce roca mormorare quasi gemendo:
– E tu sei crudele. Se parli ancora così ti giuro che…
– Che? – e mi volsi d’impeto, gli piantai in faccia uno sguardo tempestoso di collera e di rapimento, – Non si prende fuoco a questo modo, come la paglia di quel cascinale, e come la benzina della vostra automobile.
Ed Elio assentì mansueto ed umiliato:
– Avete ragione.
Proseguimmo in silenzio, l’uno accanto all’altra, sfiorandoci col braccio, saettandoci furtivi di sotto alle palpebre il baleno della nostra incauta avidità, finché per quell’acre bisogno di rivolta e di lotta che esaspera certe creature sdegnose quando si sentono attratte dal vortice, io ricomincia il gioco delle parole pungenti.
– Perché continuate a torcere con la mano la cinghia del vostro fucile?
– Così, per torcere qualche cosa.
– E a che vi serve quell’arnese? È forse l’arco o, se volete, la faretra da cui partono le frecce avvelenate di Cupido?
– Non so – rispose il giovane ormai privo di ogni audacia e d’ogni lirismo.
– Ve lo tenete immobile sulla schiena come dentro una vetrina di museo. Uccidete qualche cosa, qualcuno.
– Chi? Voi?
– Me, se vi piace. Il vostro fucile almeno saprebbe darmi un bacio di fuoco.
La mediocre arguzia e l’enorme illogicità delle mie parole lo fecero sorridere con una certa ironia corrosiva.
– Come siete spiritosa!

Nel bosco caldo di sole vibrava un’invisibile orchestra di ronzii confusi ed indistinti che pareva il respiro medesimo dell’aria imbevuta di raggi. L’Orco, il docile fiume dal terribile nome fiabesco cantava ai nostri piedi, fuggendo tra le rocce umide e scintillanti. Il profumo dei ciclamini invisibili si spandeva dolcissimo intorno e metteva quasi in quel vecchio recesso di selva l’aromatica artificiosità d’un salotto mondano, odoroso di ciprie e d’essenze parigine.
Ci fermammo incantati, e dimenticando per qualche momento la nostra piccola battaglia, ripresi dalla gaiezza vivace dei fanciulli gettammo insieme un grido di meraviglia.
– Ecco i ciclamini lassù!
– Quanti! E come sono belli! Li voglio tutti!
Alta sul nostro capo la roccia si sporgeva, coronandosi al sommo d’una rigogliosa fioritura sfumata in tutte le gamme del violaceo e del rosso.
– Li voglio!
Sollevai le braccia, m’allungai quanto mi fu possibile ritta sulla punta dei piedi, ma la rupe alta e m’opponeva rigidamente l’inaccessibile granito della sua maestà secolare. Desistetti dall’impossibile impresa con una mossetta di bimba indispettita e mi volsi ad Elio che rideva, soddisfatto di quella mia tacita dichiarazione di debolezza. Il mio sguardo dovette esprimere per la prima volta la soavità tenera di una preghiera, dovette manifestare un carezzevole invito, dovette imporgli con una magnetica dolcezza: – tu che sei più alto e più forte raccogli quei fiori lassù – poiché la sua faccia ilare e cattiva si fece d’improvviso grave, assunse l’espressione di chi cede a un impeto impulsivo e arrischiato.
Mi scostò con un gesto, indietreggiò di alcuni passi, s’appoggiò con la sinistra alla canna del fucile e, col braccio destro proteso ad afferrare qual mazzo roseo e violaceo alto sulla rupe, spiccò un salto.

Nel profondo silenzio del bosco rimbombò secco uno sparo che gli echi via via ripeterono. Cacciai un urlo e mi precipitai su di lui che contorceva la bocca tentando stoicamente un sorriso. La sua mano destra stringeva un cespo di ciclamini, ma la sinistra grondava sangue.
– Non è nulla. – volle rassicurarmi, e cadde a sedere su una sporgenza della roccia chiudendo le mascelle a frenare un gemito, mentr’io mi slanciavo verso il fiume, immergevo nell’acqua bassa il mio fazzoletto e tornavo di corsa a lui incalzata da un affanno atroce.
M’inginocchiai ai suoi piedi e in quell’atteggiamento d’umiltà accorata incominciai a tergere con trepida delicatezza un po’ di sangue raggrumato sulla ferita. Alla base del pollice, nell’arco di epidermide teso fra le due dita, apparve un piccolo foro come un rubino zampillava senza tregua. Un tremito invincibile mi scuoteva tutta e m’opprimeva un terrore folle che quel sangue si arrestasse più, che tutta la vita del ferito se ne andasse così, goccia a goccia attraverso quel piccolo foro scuro, che egli morisse sotto i miei occhi dissanguato.
Elio, livido di sofferenza e di paura, si lamentava a bassa voce fissando sbigottito la sua mano ch’io sostenevo fra le mie e invocava disperatamente, con l’implorazione dello sguardo, un soccorso più efficace che non sapevo dargli. Per un eccesso di sensibilità nervosa io provai sempre il ribrezzo del sangue, eppure mi sentii in quel momento di panico tragico così eroica che seppi vincerne il disgusto. M’abbandonai su di lui ad occhi chiusi, premetti sulla ferita la bocca tremante e ve la tenni con una forza di voluttà convulsa e indomabile finché sentii ch’essa si chiudeva, che la piccola stilla cruenta non fluiva più.

 
A Ottobre i nuovi corsi e laboratori.

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Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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