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Amalia Guglielminetti: mai una gioia – Parte 2

di novelle, storie tristi e ingiustizie

Continua il nostro viaggio alla scoperta di Amalia Guglielminetti e dei suoi racconti. 

Vai alla prima parte

Amalia Guglielminetti non partecipa ai riti mondani torinesi ma si ritiene una «femmina elegante e alla moda», è spregiudicata ma non vuole sentirsi incasellata nella categoria delle suffragette, è affascinante in modo aggressivo ma senza apparire finta come un’attrice.
È un’intellettuale che gioca con la figura della femme fatale ma senza mai esagerare.
Dice di amare l’artificio e per questo la moda, ma trasmette tutt’altro.
Anche gli unici due amori della sua vita dicono di amarla, ma saranno loro a portarla alla deriva.

Guido Gozzano e Amalia si incontrano per la prima volta nella primavera del 1907, alla Biblioteca della Società della Cultura. Gozzano è all’epoca l’esponente maggiore del Crepuscolarismo, una corrente letteraria che vive di aridità spirituale, di angoscia, nella stanchezza e nella sfiducia.

Incoraggiante.

La relazione che instaurano è tormentata e perversa, oltre che assolutamente platonica. Tentativi concreti da parte di Amalia, lontananze tenute da Guido che, una sola volta dal 1907 al 1912, acconsente di vederla ma a patto che l’evento avvenga nella sua casa e con la presenza della madre.

Fantastico.

Amalia si nasconde ancora una volta sotto quell’immagine che si è cucita addosso.
Due anni dopo arriva la volta di Dino Segre, in arte Pitigrilli, un meschino studente di lettere che riuscirà a sedersi ben comodo sotto l’ala protettrice della donna ormai affermata.
La storia tra Dino e Amalia dura una decina d’anni, ma considerarla solamente in termini amorosi è un errore. Diverse collaborazioni portano i due nomi ai poli opposti: quello di Dino sempre più in alto, fino alla luce, quello di Amalia sempre più in basso, nell’ombra.
Arrivano a denunciarsi e lui ha la meglio, ma questo non gli basta.
Nel 1926 la sua rivista debutta con La baracca dei fenomeni, la Guglielminetti, un cattivissimo attacco nei suoi confronti. Il 1926 però è anche l’anno di nascita della rivista di Amalia, Le Seduzioni, che fortunatamente prende tutta un’altra piega.

Essenze radioattive.

Mi sento ancora tutto rapito ed abbagliato dal prodigio. Avevo ormai rinunziato ad ogni speranza. La celebre artista mi sembrava non intervistabile.
Non credo più assolutamente alle tante interviste con Lina Cavalieri che qua e lì si leggono – sono tutte fabbricate in redazione o sotto opera di qualche amico compiacente. Perché non è affatto semplice intervistare Lina Cavalieri: essa balla, balla, sempre.
Mi fa ridere quel maestro di danza che a Parigi ballò 48 ore di seguito. Egli crede certamente di essere il più resistente ballerino del mondo e se ne vanterà con tutti in ogni luogo e in ogni tempo. Ma si vede che non conosce Lina Cavalieri.
Del resto è meglio: sarebbe ormai morto di dispiacere nel vedersi superato e da una donna.
– Donna Lina, ditemi, dunque, qualcosa per la mia rivista seducente.
– Sì, amico. Finito questo ballo – si alza, – fremo questa intervista – Poi se ne va a ballare.
– Donna Lina, ditemi, dunque, qualcosa per LE SEDUZIONI.
– Sì, amico, subito. Provo prima questo passo di Charleston…
Non trovavo rimedio. Pensai di uccidere via via a revolverate tutti gli ammiratori di donna Lina che venivano ad invitarla a ballar, ma da un calcolo approssimativo capii che per riuscire nel mio intento avrei dovuto diventare uno dei più formidabili delinquenti d’Europa.
Finché ebbi un’idea: invitai Donna Lina a ballare e l’intervistai ballando.

C h a r l e s t o n

Il ritmo sincopato del jazz si è ormai impossessato di noi. Ci si muove trasportati dagli scatti ossessionati e volutamente scordati del pianoforte, dal martellare della grancassa, dai lamenti tronchi, umoristici, inverosimili dei sassofoni, dagli strilli acuti e disperati delle cornette, da tutte queste dissonanze armoniche fuse nel ritmo uguale scandito che imprigiona ogni melodia.
– Cosa pensate di questo ballo? – Chiedo a donna Lina, che, è con me tutta presa dal ritmo travolgente.
– Charleston! – esclama con entusiasmo. – È il ballo che più di tutti dà gioia, allegria, tripudio. È la frenesia di vivere scatenata, è, il ballo fatto per gli audaci e per i prepotenti.
– Un timido non potrà mai ballarlo. Vedete noi? Calci a destra, calci a sinistra a tempo di jazz, è vero, ma calci. E ci facciamo largo qui dove altrimenti non si potrebbe ballare per la folla che ci stringerebbe da ogni parte.
– Audacia, quella che ci vuole nella vita per riuscire, per vincere.
– Vedete come siamo liberi, adesso, noi? Come possiamo abbandonarci ai più bizzarri passi di questa danza allegra? E come all’intorno fan cerchio gli altri, gelosi, si, ma anche pieni di ammirazione per la nostra audacia? Esattamente come nella vita: essi, i paurosi, non possono ballare perché balliamo noi, che siamo i prepotenti.

C o l e i   i n   t e m p o   d i   d a n z a

Ma, come avviene nella vita, qualcuno tenta di emularci e ci mette, naturalmente, i bastoni fra le ruote, anzi, diremo, i piedi fra le gambe. Perciò ad un tratto mi trovo una scarpa col relativo piede nella tasca della giacca, piede che fatica non poco ad uscirne. Ricompenso il proprietario con un secco calcio laterale negli stinchi. È una figura del Charleston che ho creato per convincere gli altri a non ballarlo mentre lo ballo io. Ma questo non ha compreso quello che volevo significargli e continua. Perciò ora mi trovo una terza gamba fra le mie, gamba che non so con precisione di chi sia e che cosa voglia, ma che però mi impedisce di ballare. Oltre a ciò è una gamba incapace di star ferma ed è sul punto di farmi andar per terra con tutti i suoi movimenti disordinati.
– Donna Lina, – grido io cadendo – donna Lina, sapete dirmi che cosa accade?
– Nulla amico mio, – risponde col suo luminoso sorriso, aiutandomi a rialzarmi; – accade qui quel che accade nella realtà: la lotta per la vita.
Un’ultima risata del jazz. Il Charleston è finito, io anche: siedo.
Donna Lina no. Suonano adesso un fox e torna a ballare.
– Ricordate, – grido io con voce rotta dalla fatica, – ricordate che il tango è mio!

T a n g o

Le volute armoniche del tango si diffondono voluttuose per la sala, che, quasi a rendersi ancora più ambientata, si vela di una luce velata e sensuale.
Alla fantasmagoria dei cultori di Tersiore che avevano sacrificato durante il fox e il Charleston, succede la rara teoria dei pochi eletti che si avviano nel mezzo del tempio per celebrare il rito danzante.
Non ho mai pensato ad una esatta definizione del tango. Ne conosco le origini, ne ho appreso le movenze e i passi, ma la definizione?
Mentre la fisarmonica si lamenta e il ritmo pesa per l’aria satura di sincopati musicali, lo chiedo alla Cavalieri.
– Il tango significa, nella danza moderna, – mi dice con semplicità – quel che il sentimento rappresenta nell’amore.
– Il Charleston è la voluttà fisica, il fox è la consuetudine, è la relazione comune, semplice, alla portata di tutti. Il tango è il sentimento, la vibrazione di ogni più intima fibra del nostro essere e nel tempo stesso è la grazia, la delicatezza. Privilegio di pochi eletti.
L’orchestra incalza inesorabile ad ogni nota, ogni arpeggio, ci prende, ci avvince.
– Guardate, – dico alla mia famosissima dama, – guardate il viso ispirato di quel giovane che balla: pare che si liberi in una atmosfera eterea.
– Infatti – sottolinea donna Lina – pare che voli e che faccia volare la sua compagna. Non vedete? L’ha stretta così fortemente alla vita e l’ha sollevata così teneramente che quasi non riesce più a toccar terra coi piedi…
– Il che, – aggiungo – equivarrebbe quasi…
– A toccare il cielo con un dito.
Le ultime note del tango si spengono in una tenue carezza.
La fisarmonica tace, la luce ritorna vivida e bianca, l’amplesso tersicoreo si scioglie. Il sacrificio è compiuto.

 
A Ottobre i nuovi corsi e laboratori.

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Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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