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Amalia Guglielminetti: mai una gioia – Parte 1

di novelle, storie tristi e ingiustizie

Una figura sorprendente e poco conosciuta del panorama culturale italiano. Una donna di oggi, verrebbe da dire, però oltre un secolo fa.

Noi ve la raccontiamo attraverso la sua storia e attraverso le sue Storie, per la precisione con tre delle sue novelle più rappresentative. Buona lettura.

Art Nouveau, Gustave Klimt, Toulouse Lautrec. Il cinema, la radio, l’automobile. I café, il Can can, l’Orient Express.

Benvenuti nella stagione del positivismo, del benessere della società. Benvenuti nella stagione del progresso tecnologico e industriale, nel periodo dello sviluppo storico, artistico, culturale, nel periodo dell’espansione economica, della fioritura delle scoperte e dei grandi cambiamenti:

«benvenuti nella Belle Époque!

benvenuti in Europa!»

Italia. Piemonte. Torino.

Siamo alla fine del 1800, 1881 per essere precisi, e in una casa patriarcale e rigida, comandata dal nonno Lorenzo, nasce Amalia Guglielminetti.

Amalia cresce fuori dagli schemi dell’epoca: non porta il bustino e mette la gonna solo quando ha voglia, ha una chioma color corvino che non sempre ha voglia di nascondere sotto cappelli piumati alla Rembrandt. Ha zigomi alti, fisico androgino e labbra rosse.

Emancipata, indipendente e libera come un uomo, arriva troppo in anticipo e troppo aggressiva nella Torino dell’epoca, che non la comprende, la deride e la emargina.

Poetessa, scrittrice di romanzi, di commedie per il teatro, di fiabe per bambini, di novelle e giornalista di moda: Amalia ha la letteratura nelle vene.

Frivola, pesante, triste, ironica, leggera, densa, disperata, acida. Non le interessa niente, lei scrive quello che vuole e quello che sente.

Il 10 agosto 1926 si afferma come prima direttrice editoriale donna con la rivista “Le seduzioni”, una raccolta di novelle seducenti che rimane in vita per due anni. È una rivista dai toni ariosi, leggeri, vivaci, ironici che nasce per divertire. Ruota attorno alla donna ma sta alla larga da quelle che Amalia adora definire «sciatte vacche sacre».

«Io penso – scrive Amalia nell’editoriale – che una rivista debba avere la semplice grazia amorosa di una toilette parigina: leggero esempio di aristocratico buon gusto».

Sapiente raffinatezza, amabile ma sapiente perversità giocosa che rende i racconti vivaci. La rivista è una donna leggiadra che si fa amare con sguardi, parole, prepotenze che regalano bizzarrie e spontaneità.

Un particolare interesse per il balletto e la danza e un occhio di riguardo per il Charleston, oltre alle novelle ospita rubriche di informazioni culturali.

Collaborano talvolta nomi importanti come quelli di Pirandello, Marinetti, Bontempelli ma è nelle rubriche più pungenti che Amalia usa vari pseudonimi, scrivendo o comunque scegliendo racconti nei quali si rispecchia, sempre con ironia e sempre per niente capita.

 

Anno più, anno meno

Rosina Rosi era una buona creatura: ma non aveva ancora non dirò un marito, che i mariti non si trovano, come si suol dire, ad ogni cantonata; ma neppure un fidanzato, che quelli si trovano a dozzine proprio su ogni cantonata.

Era carina, vestiva con molto garbo, era fine, laboriosa, assennata e… aveva ventisei anni. La qual cosa significa che su la questione “marito” si inaspriva un po’, la meraviglia di non avere avuto in dieci anni di bel rigoglio, neanche un ronzone, arzigogolava di più la ricerca del perché il ronzone non ci fosse stato mai. Dirò subito che Rosina veniva di provincia, e della provincia portava una rancida mentalità sull’onestà femminile: mentalità che oggi è completamente negativa alle ricerche più accanite dei folcloristi in materia. E aggiungo subito, che questa arretrata mentalità dava alla persona e al volto di lei un’involontaria espressione di atmosfera anemica a qualunque bellimbusteria.

Insomma, Rosina era una ragazza seria; ma di una serietà all’antica.

Il giorno in cui finiva i suoi ventisei anni, volle far festa. Rinnovò un vestitino nuovo che le stava bene; rinnovò scarpe e cappello e – trovò il fidanzato. Un giovane austero: dalla barba folta, nera. A vederselo lì innanzi, umile, rispettoso ma un po’ – sagrestano a rispetto della barba, essa ricordò d’averlo visto due o tre volte ma ci aveva messo mente speciale. Egli le parlò e svelò il suo stato. Questo: figlio di genitori molto religiosi, religioso esso pure e religioso per vera convinzione. Poco amante delle sfarfallonate dei giovani moderni. Qualche soldo in proprio, non molti, ma qualcosa. Qualche altro da avere alla morte dello zio: non molti, ma, anche qui, qualcosa. La casa benissimo montata di tutto punto perché la sposa avrebbe dovuto entrare, si capisce, nella casa paterna. Impegnato in computisteria, in uno stabilimento chimico, studiava privatamente per avere il diploma da ragioniere, il che doveva avvenire fra due anni. Al terzo anno si sarebbero fatte le nozze. Aveva venticinque anni compiuti – volle sapere l’età di lei…
– Ventitré compiuti…
– La moglie deve avere sempre due o tre anni in meno del marito: sia per la superiorità che l’uomo deve avere in tutto, sia perché la donna invecchia prima.
Rosina vide che non era davvero il caso di rifiutare. Disse: «ci penserò». Ma lo disse con la bocca: col pensiero aveva risposto mille volte: «si».

E fissò l’appuntamento per la risposta. Un appuntamento amoroso! Il primo! E a scopo “l’amore legittimo!”

Rosina Rosi era raggiante!

Una volta fidanzata, Rosina tentò di fare sorvolare nei suoi discorsi col fidanzato un annetto di più, così come per isbaglio di computo o per bizzarria.
– Non ti invecchiare! Ringrazia Dio di mostrare quelli che hai: due giusti meno di me! Quelli che una moglie deve sempre avere.

Anche i genitori di Vieri Pascucci – così si chiamava il fidanzato – erano abbastanza soddisfatti della scelta.

Vieri conseguì il diploma di ragioniere, passò ragioniere capo della Ditta arrotondando lo stipendio e incontrando alcuni incerti interni ed esterni: i tre anni si avvicinavano nel compimento, e del matrimonio furono fissate le linee generali. Perciò: i fogli!

Rosina deve mandare al Municipio del paese a chiedere l’atto di nascita, ed esso venne purtroppo sollecitamente. Era veritiero, perciò… aveva le gambe corte. E la verità scodellava in belle cifre e lettere una data: 16 gennaio 1895. Ventinove anni scavalcati! Come si poteva andare da un marito che voleva la moglie sempre minore di due anni, anche per via dell’autorità a dirgli: se l’autorità dipende dagli anni, tu, mio uomo, sei inferiore alla tua donna? Come si poteva dimostrare ad un ragioniere brevettato di recente, che un conto torna sempre bene anche se c’è una differenza di tre? Rosina con la disperazione dei pseudo ventisei anni che naufragavano così miseramente in un’autentica trentina, prese un po’ di cloro, lo sciolse – no, non si avvelenò… ma con uno stecchino tuffato nella soluzione ne toccò la codetta del cinque la quale, per quanto svolazzante, scomparì benissimo. Anche la stanghetta verticale sparì con una decorosa sollecitudine. Cessato il lavoro di stecchino, Rosina corse a quello della penna; finì di arrotondare l’ex pancetta del cinque originale, ci attaccò sopra un ovale più piccino con relativo indirizzo a destra e l’otto fu fatto e i ventisei anni furono tratti a riva sani e salvi.

I fogli furono consegnati al competente ufficio e per le tre pubblicazioni si cominciò la corsa verso il matrimonio nella sua duplice forma, duplice essenza, e varia consistenza.

La sera ci fu una piccola riunione di parenti in casa dello sposo. Una zia che aveva sperato di dare una delle sette figlie a Vieri, a vedersi troncare la speranza sulla quarta figlia, trovava la fidanzata un po’ troppo giovane.
– La moglie deve avere sempre due o tre anni meno del marito – ribatté Vieri come se annunciasse un problema.
Ma la quarta cugina, con la petulanza del dispetto, fingendo scherzare, disse:
– Soltanto che…con codesto barbone tu ne dimostri cinque più di lei.
– È sempre meglio dimostrarne sei di più che averne anche uno solo in meno.
Rosina a questa inopportuna schermaglia stava sulle spine.

Per fortuna il discorso volse subito al corredo. Rosina, che ne aveva uno bellissimo, invitò tutte le future parenti a vederlo.

Come il solito fulmine al solito ciel sereno, Rosina fu chiamata dall’autorità costituita a reprimere i più gravi delitti. Rosina Rosi si era macchiata nientemeno di falso in atto pubblico, e nessuna scolorina poteva togliere questa macchia.

Il foglio era cascato sotto le mani di uno zelantissimo che in quell’alterazione di cifra aveva visto un’offesa personale e con l’accanimento dell’ingiuria aveva scoperto il trucco in quattro e quattr’otto!

Qualunque collega rise, bonariamente, di questa ingenuità… ventinovenne che cercava grattare tre anni allo Stato civile; ma l’impiegato aveva saputo coprire il proprio rancore di una ipotetica ingiuria, coi più nobili argomenti:
– La legge è legge, perdio! Nessuno deve alterare neanche un ciglio di fronte alla santità della legge! Nessun delitto deve rimanere impunito! Ed io non lascerò che una femminuccia commetta un falso in atto pubblico.
E denunciò Rosina.

La denunzia ebbe rapido corso perché era tutta lì: nel foglio falsato e nella risposta del Segretario del paesello di origine che lo riconosceva parzialmente falsificato. Si fosse trattato di dover intraprendere un lavoro per constatare fraudolenze, irregolarità, raggiri, ladroneggi di qualche banca che aveva divorato milioni formati da tantissime piccole economie di poveri diavoli pensando che in accertamenti, in investigazioni, in revisioni, c’era da entrare in un labirinto, si poteva saltare di punto in bianco ad una insufficienza di prove. Anche si fosse trattato di qualunque altro processione in cui doveva essere messo in dubbio, magari, magari, l’onore della Magistratura, o anche si fosse trattato, che so… d’un enorme scrocco, per esempio che qualunque avventuriero si fosse dichiarato Principe di Princis-Bee o avesse trovato accoglienze in palazzi storici delle prime autorità civili, parati e omaggi delle autorità militari… e nomine ad honorem, e feste; si fosse trattato di cose tanto complicate piuttosto che smuovere tante brave persone, si poteva fingere di buttar la cosa in riso, magari a denti stretti!

Ma una ragazza, una semplice ragazza che falsa un documento che deve servire di cementatura ad uno dei pilastri della santità della famiglia, per il più intatto dei sacramenti, il matrimonio, che nessuno osa profanare… No e poi no!

La poveretta era perduta.

La famiglia del fidanzato proibì in assolutissimo modo a Vieri di unirsi con una donna che aveva avuto a che fare con la giustizia. Il fidanzato non aveva bisogno di questa proibizione, perché tra la sua scienza numerica che gli aveva sempre mostrato dimostrato l’esattezza delle cifre, e una donna che tentava di insegnargli come qual mente meno due fosse uguale a più uno, preferì la la scienza numerica esatta.

E Rosina…

Quando fu liberata, con la condizionale e il signor le disse una parafrasi del: «va e non peccare mai più…», Rosina ebbe lo spirito di dire:
– Per un uomo? Ma le pare!!
E lo disse con convinzione.

 
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Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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