Accabadora – Michela Murgia

Non ritengo il Grafema uno spazio adeguato per aprire questioni di natura etica, quali clonazione, aborto o eutanasia. Il libro di cui parlerò oggi tuttavia tratta sì di una questione etica, se vogliamo, filtrata però dal folklore ancestrale sardo.

Michela Murgia, in questo romanzo, vuole mettere in risalto la figura dell’accabadora, la donna designata a procurare la morte alle persone in avanzato stato di malattia, una sorta di operatrice dell’eutanasia. Per il folklore sardo, accabadora è sinonimo di ultima e benevola madre, che viene a dare l’ultimo saluto e ad alleviare il difficile trapasso verso l’aldilà.

La vicenda si svolge a Sereni, un minuscolo paesino della Sardegna. La protagonista Maria Listru, quarta, ultima e orfana figlia di una famiglia poverissima, viene adottata da Bonaria Urrai, vedova benestante, diventando così filla de anima. Le due vivono come madre e figlia, consapevoli però di non esserlo; Maria rimane sorpresa dalla quantità di attenzioni ricevute dalla vedova, essendo stata abituata a essere sempre ultima e indesiderata dalla famiglia. Bonaria, infatti, si impegna a fornirle una buona e solida istruzione e a costruirle un futuro migliore. Tuttavia, c’è qualcosa di Bonaria Urrai che rimane sempre velato e celato agli occhi altrui. Tzia Bonaria è una donna silenziosa, seria, che suscita timore e quasi riverenza nel piccolo villaggio, grazie anche a quella millenaria sapienza delle cose della vita e della morte che centellina alla sua filla de anima. L’abitudine che però incuriosisce Maria Listru sono le sporadiche e improvvise uscite serali della madre adottiva: solo la piccola non è a conoscenza in paese dell’attività di Bonaria, depositaria di sortilegi arcaici e del sapere antico, che si occupa di facilitare la morte a chi ne fa espressamente richiesta, vestendo i panni dell’Accabadora, madre pietosa e caritatevole. Maria Listru scopre questo secondo viso della madre adottiva attraverso una confidenza dell’amico Andrìa, che aveva riconosciuto Tzia Bonaria nella donna venuta a facilitare il trapasso del fratello, il quale, avendo perduto una gamba, sentiva che la sua vita era solo un peso per la famiglia. Maria si scontra con la madre adottiva e sceglie di abbandonare l’isola per la metropoli Torino. Prima di andarsene, Maria promette a se stessa e a Tzia Bonaria che non avrebbe mai vestito i panni dell’accabadora e che non avrebbe procurato la morte a nessun essere umano. La madre adottiva però la ammonisce e la mette in guardia: meglio non dire mai “di quest’acqua io non bevo.” Dopo due anni di lavoro a Torino come tata, Maria viene avvertita da una lettera della sorella che Tzia Bonaria è molto malata e le sue condizioni sembrano non migliorare. Maria torna in Sardegna e trova la madre adottiva in fin di vita, in preda a dolori insopportabili. La giovane protagonista si trova dunque a dover riconsiderare le sue opinioni sull’eutanasia operata dalla figura dell’accabadora. Tuttavia, il romanzo si chiude lasciando al lettore la scelta se Maria si sia fatta accabadora o meno.

Non credo sia giusto interpretare questo libro come una prova valida per confutare le antiche origini dell’eutanasia. O almeno, questa interpretazione da sola non basta. Personalmente, ho letto questo libro con un occhio un po’ più determinista. Maria non è stata in grado di dare una svolta al suo destino, ha dovuto infatti accettare la realtà scomoda che la attendeva, ossia quella di diventare lei stessa un po’ accabadora. Ciò riflette le rigide leggi che vigevano un tempo; nascere poveri equivaleva a morire poveri, nascere figli di un falegname implicava diventare falegnami e morire falegnami. Una realtà di vita chiusa, soffocante, senza scampo, che però Maria ha tentato di sopprimere scappando in una città più grande. Ma una volta lì, il destino l’ha cercata e trovata. Un finale amaro, come dev’essere stata amara la vita allora.

La nostra opinione...

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Frase distintiva: non si scappa dal destino.

A chi lo consiglio: a chi vuole sapere di più sulla storia dell’Iran.
Abbinamento suggerito: Mirto di Sardegna.

Memorie di un Salbaneo

Redattrice

Mi chiamo Ester, ma scrivo come Memorie di un Salbaneo, cioè come viene chiamato un folletto dispettoso vestito di rosso che infastidiva i contadini, secondo le leggende venete.
Per il Grafema Magazine scrivo recensioni di libri.
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